Il rimedio alla ambiguità del linguaggio - Terza Parte (3/3)

Il rimedio alla ambiguità del linguaggio

Terza Parte (3/3)

I Papi contano sulla milizia ignaziana per vincere la doppiezza di Satana,

strappargli il dominio sul mondo e consegnare il mondo a Cristo 

Inoltre, c’è da tenere presente che l’Ordine di Sant’Ignazio è nato nel contesto dell’umanesimo rinascimentale, il quale, a differenza di quello medioevale teocentrico, culla dell’Ordine Domenicano, che dava il primato della contemplazione sull’azione, riflette l’interesse per l’opera della Redenzione e per la salvezza tipico del ‘ 500.

E questo cristocentrismo fu comune a Lutero, a Sant’Ignazio e al Concilio di Trento. Occorre attendere i Concili Vaticano I e Vaticano II per avere il recupero del primato della contemplazione, senza per questo rinunciare alle precedenti conquiste del cristocentrismo, le quali, però, fraintese dall’illuminismo e dalla massoneria, avevano condotto addirittura all’ateismo.

I Gesuiti in un’attività ricchissima, molteplice, diversificata ed esuberante, a volte geniale, specializzata ed ammirevole, nella prima metà del secolo scorso, avevano accentuato la loro tendenza teologica sincretista, presente già in Suarez soprattutto con la Scuola di Lovanio e il Maréchal. Essi tendono a perdere di vista l’unità dottrinale a favore della pluralità delle tendenze e della libertà di pensiero.

Quello che sorprende e desta stupore è come essi, dopo che nell’’800 e fin ai primi ‘900, furono obbedienti al programma di Papa Leone XIII di restaurazione del tomismo,  poi, a cominciare con la scuola di Maréchal, per un malinteso dialogo con l’idealismo kantiano, ebbero l’astuzia di sottrarsi all’obbedienza ai Papi che continuavano a raccomandare San Tommaso, mescolando San Tommaso con Kant, come fece Rahner negli anni fine ’30 e poi, a partire dall’immediato postconcilio, con un sua finta adesione al programma del rinnovamento conciliare, che in realtà era una riproposizione aggiornata e ancor più pericolosa del modernismo già condannato da San Pio X.

Da allora i Gesuiti, rispolverando il loro sentirsi l’avvenire della Chiesa sotto l’influsso per esempio del Card. Carlo Maria Martini, cominciarono a presentarsi come la voce del progresso contro un Papato conservatore ed arretrato. Fu così che il gruppo di San Gallo, composto di rahneriani, tramò per l’elezione di un Gesuita, il Card. Bergoglio e, benché i complottisti fossero stati scomunicati in forza del decreto Universi Dominici Gregis di San Giovanni Paolo II, essi manovrarono per spingere Benedetto XVI, contrario a Rahner[1], a dare le dimissioni, ma riuscirono ugualmente a partecipare al conclave che ha eletto Papa Francesco. 

Certamente quel gruppo sperava di avere in Francesco un docile strumento per ottenere un Papa rahneriano, ma sono rimasti delusi, perché il Papa, illuminato dallo Spirito Santo, di Rahner non ne vuol sapere, nonostante gli sforzi acrobatici e ridicoli che i rahneriani facciano per dimostrare che Francesco è un rahneriano.

Al contrario, egli ha avuto l’acutezza intellettuale di condannare lo gnosticismo, che non è altro che l’altro nome del rahnerismo. Evidentemente i complottisti avevano fatti i conti senza l’oste: avevano dimenticato che Papa Francesco crede nello Spirito Santo e odia le trame del demonio.

I Papi ricorrono ai Domenicani quando si tratta di promuovere

e difendere la sana dottrina 

I Domenicani, viceversa, quando sorse la questione luterana, furono in prima linea, secondo la loro splendida tradizione teologica, nel confutare le eresie di Lutero, anche se occorre riconoscere ai Gesuiti la grande capacità che ebbero di ricondurre molti luterani alla Chiesa cattolica.

Il timbro attivistico e umanistico è comunque notoriamente presente nella spiritualità ignaziana, la quale, accentuando l’impegno del cristiano nel mondo, è portata a sottolineare eccessivamente l’impegno politico, cosa che, come è noto, procurò alla Compagnia molti guai ora per colpa sua, ora da parte dei sovrani invidiosi dell’influsso politico conquistato dalla Compagnia. Ciò l’ha condotta già dal ‘700 a pericolose collusioni con la massoneria, che trapelano anche oggi considerando l’affinità delle idee di Rahner con quelle della massoneria.

Nessun Istituto religioso della Chiesa ha così viva la percezione dell’importanza della verità come l’hanno i Domenicani; e gli Istituti che vogliono curare il culto della verità sono obbligati a prendere l’esempio dai Domenicani, come li esortano a fare gli stessi Papi, raccomandando a tutta la Chiesa l’esempio di S.Tommaso d’Aquino.

L’ambiguità del linguaggio è suggerita dal demonio

È oggi diffuso in campo morale e teologico l’uso di un linguaggio ambiguo e ciò non solo involontariamente, ma anche di proposito o per non esser messi alle strette o per opportunismo o per nascondere intenti inconfessabili o per ingannare o per sgusciare ove si fosse scoperti o per un malinteso senso del dialogo.

Tale linguaggio spesso sottende un pensiero incoerente, tormentato, contorto, inquieto, fluido ed oscillante, senza certezze oggettive e punti di riferimento fissi, senza orientamenti precisi, un pensiero che gira su se stesso, va avanti e torna indietro, disordinato, senza pace e senza meta, senza fondamenti certi, senza alternative chiare, senza basi solide e decisioni ferme, dove tutto e sempre viene rimesso in discussione. 

L’ambiguo è simile all’equivoco e su di esso si basa. Per esempio capita che siano usati in un senso equivoco termini come «ragione», «natura». «grazia», «fede». Ambiguità di linguaggio invece vuol dire un linguaggio per il quale un termine può avere due sensi opposti, uno inteso dal parlante e l’altro sottinteso.

Il termine equivoco normalmente dev’essere spiegato appunto perché non ingeneri l’equivoco; ma spesso il significato inteso dall’autore emerge dal contesto. L’uso del termine equivoco non sufficientemente spiegato può dipendere da insufficiente padronanza della lingua da parte del parlante.  Oppure chi ascolta può equivocare a causa di un’insufficiente conoscenza della lingua del parlante.

Se il termine equivoco è tale per sua natura in relazione alla lingua alla quale appartiene, allorchè esso è assunto con intento fraudolento, assume la nota morale dell’ambiguità, che è un peccato contro il dovere della lealtà del linguaggio.

L’ambiguità del linguaggio non è sempre intenzionale, ma può essere involontaria e quindi non colpevole. Ciò dipende da una malformazione dell’intelletto, che invece di orientarsi al reale, gira su se stesso e torna da dove era partito senza raggiungere alcun risultato, un po’ come nel campo del sesso quell’individuo, che invece di orientarsi all’altro sesso, si volge verso se stesso. E perciò, a proposito dell’idealismo tedesco si è parlato di masturbazione intellettuale.

Per quanto riguarda la comunicazione verbale, affinché vi sia accordo nella conversazione non basta far uso delle stesse parole, se esse hanno significati diversi nei due interlocutori. Si genera l’equivoco, si provoca il malinteso e il fraintendimento.

Quando usiamo una data parola in un dato senso, bisogna che noi prevediamo che il nostro interlocutore la intenderà in quel senso. Esistono nel linguaggio corrente termini ambigui, che alcuni usano in un senso, altri in un altro. È meglio non usarli oppure chiarire in anticipo in che senso li usiamo.

Diverso è il caso di termini polisensi, espressione di concetti analogici. Qui chi ci ascolta può equivocare, perché pensa ad un analogato diverso da quello che pensiamo noi. Prendiamo per esempio la parola «causa»: se io dico che Dio è causa del mondo intendendo causa metafisica e chi mi ascolta capisce causa fisica,  dirà che non è vero che Dio è causa del mondo.

Altri termini hanno un significato generico, che può essere specificato. Non è proibito usarli in quel senso generico senza specificare. Il termine «unione fra uomo e donna», per esempio, ha un significato generico preciso, e tuttavia generico, che può essere ulteriormente precisato, per esempio, unione spirituale e unione sessuale.

Posso dire genericamente che Dio vuole l’unione fra uomo e donna. È chiaro ed univoco il significato della parola, benchè esistano diverse forme di unione.  Dicendo unione debbo riferirmi all’elemento presente in tutte le forme lecite di unione fra uomo e donna. Debbo pertanto intendere sempre amore spirituale; ma, parlando genericamente, non sono obbligato ad escludere l’unione sessuale, salvo che non parli di quelle forme di unione che comportano l’astinenza sessuale.

L’ambiguità del linguaggio è una proprietà moralmente biasimevole e difettosa che il linguaggio assume, quando il parlante manca al dovere dell’onestà o lealtà del linguaggio. L’ambiguità è proibita da Cristo nel suo famoso precetto: «il vostro parlare sia sì, sì, no, no; il resto appartiene al maligno». Il linguaggio ambiguo è detto anche linguaggio doppio e per questo la lingua di chi usa questo linguaggio è detta «lingua biforcuta», come quella del serpente. Quando Cristo inveisce contro i farisei chiamandoli «razza di vipere», «serpenti», probabilmente si riferisce a questo vizio del linguaggio. Chi usa tale linguaggio diventa una persona viscida ed inaffidabile.

Le regole del linguaggio onesto

«Chi di noi può abitare tra fiamme perenni?

 Chi cammina nella giustizia e parla con lealtà

Is 33, 13-14

 

La virtù opposta all’ipocrisia è la sincerità o veridicità: l’onestà dell’intento perseguito, il pensare rettamente di esso e dire le cose come stanno. Adeguare il proprio pensiero al reale, rappresentarlo così com’è ed esprimere con sincerità e semplicità nel linguaggio ciò che si pensa. Il giudizio e il proposito espressi dal giudizio diventano limpidi, lineari ed univoci.

L’onestà del linguaggio dipende dall’onestà del pensiero e questa a sua volta dipende dall’adeguazione del pensiero all’essere o, come si esprime Papa Francesco, dal primato della realtà sull’idea. Quindi la condizione per un linguaggio limpido, onesto e coerente, è l’applicazione della gnoseologia realista di S.Tommaso e il rifiuto dell’idealismo trascendentale tedesco.

Importante è che il soggetto non si lasci troppo impressionare dagli errori del senso e dell’intelletto, tanto da arrivare a credere, come Cartesio, che il pensare inizi dall’autocoscienza, anziché dal contatto sensibile ed intellettuale con le cose esterne. L’autocoscienza è solo il ritorno dell’intelletto su se stesso, carico dei frutti tratti dalla conoscenza previa della realtà esterna.

Se il soggetto invece perde la fiducia di poter contattare le cose come sono, sorge la voglia non di accettarle come sono, ma come vogliamo che siano. E da qui la doppiezza, che non è frutto della conoscenza, ma della volubilità del soggetto, che decide del vero e del falso non a seconda di come stanno le cose, ma in ottemperanza al suo arbitrio e alle sue voglie, oscillando tra il sì e il no a seconda di come gli conviene.

Il linguaggio onesto non è sempre necessariamente un linguaggio chiaro, benché questo sia sempre segno di sincerità e di franchezza. Ma può essere anche un linguaggio oscuro. L’oscurità, però, non dev’essere intenzionale, perché, quando parliamo, dobbiamo sempre sforzarci di essere i più chiari possibile. Ma è richiesto dall’oscurità o misteriosità o impenetrabilità o trascendenza della materia.

Il linguaggio dev’essere appropriato e adatto all’argomento del quale si tratta. Occorre saper usare un linguaggio spirituale nell’esprimere le cose che riguardano la spiritualità, altrimenti esse perdono la loro sublimità e il loro sapore celeste e diventano sale insipido, come dice Cristo, meritevole di essere calpestato dagli uomini. 

Lo sforzo della chiarezza non impedisce che i discorsi anche dei più grandi predicatori abbiano bisogno di essere interpretati. Se hanno bisogno di essere interpretate le parole di Gesù Cristo, della cui onestà e proprietà di linguaggio non possiamo dubitare, figuriamoci con quanta facilità abbiano bisogno di essere interpretati i discorsi di qualunque altro uomo. E per qual motivo Cristo ha istituito gli apostoli, se non perché fossero gli interpreti autorizzarti della sua parola? «Chi ascolta voi, ascolta me» (Lc 1,16).

La condotta giusta da tenere nei confronti di Papa Francesco

              «Perché liti, collere, discordie, scismi e guerre fra di voi?

Non abbiamo forse un unico Dio, un unico Cristo,

un unico Spirito di grazia diffuso su di noi,

un’unica vocazione in Cristo?

Perché straziare e lacerare le membra di Cristo,

perché ribellarsi contro il proprio corpo

 e arrivare a tal punto di delirio

da dimenticare gli uni di essere membra degli altri?»

S.Clemente I Papa, Lettera ai Corinzi 

Papa Francesco non riesce a tenere unita la Chiesa. Calca troppo sulla diversità e troppo poco sull’unità. Sono pochi i cattolici che lo compatiscono nei suoi difetti e lo seguono sincerante come Vicario di Cristo. Molti altri sono divisi da cinquant’anni in due partiti contrapposti, che, per motivi opposti, gli sono ribelli: i modernisti, che si fingono amici, ma in realtà tirano il Papa dalla loro parte; i lefevriani, che, nostalgici del preconcilio, odiano Francesco per la sua indulgenza verso i modernisti.  

Entrambi si dicono cattolici, ma in realtà non lo sono a causa della loro parzialità, giacchè cattolico vuol dire universale, il che non si sposa con la partigianeria. Gli uni inneggiano al «nuovo paradigma» contro la Chiesa tradizionale; gli altri si scagliano contro la «nuova Chiesa» in nome della Chiesa preconciliare. Il primo ecumenismo da realizzare sarebbe quello fra cattolici. Capita a volte che vi siano rapporti migliori fra cattolici e luterani che non fra gli stessi cattolici.

Il Papa purtroppo sembra, non nella dottrina ma nella pastorale, mancare di una esposizione completa del cattolicesimo: tende a volte  a mettere in luce una metà della verità e a tacere sull’altra metà. Ora esistono dottrine evangeliche, le quali, per farci capire il loro contenuto, devono esser prese nella loro interezza, anche se a tutta prima sembrano composte di due parti in contrasto fra di loro.

In questo caso, onde evitare la contraddizione, non se ne deve prendere una sola parte, ma si devono prendere tutte e due, mostrando che possono essere conciliate fra di loro. Per esempio, se la giustizia sembra contraddire alla misericordia, non si deve presentare solo la misericordia tralasciando la giustizia.

Se la gratuità della salvezza sembra escludere il merito, non di deve presentare la gratuità della grazia senza parlare del merito. Se la pluralità delle religioni sembra escludere il primato del cattolicesimo, non si deve parlare solo della pluralità delle religioni senza parlare del primato del cattolicesimo. Se nell’opera dell’evangelizzazione l’azione dello Spirito Santo sembra render inutile l’apologetica e l’opera di persuasione fatta dal predicatore, bisogna risolvere l’apparente antinomia e non accantonare l’opera dell’evangelizzatore. E così via.

Inoltre indubbia è in Francesco la sua sensibilità per le opere della misericordia corporale. E quelle della misericordia spirituale dove sono? Occorre anche infatti individuare e curare i mali profondi dell’anima e confutare le dottrine diaboliche che spingono l’uomo alla perdizione, avvertire, per certi peccati, il rischio dell’inferno, mostrare come il patire con Cristo è effetto della divina misericordia, come acquistare meriti per il paradiso è effetto della divina misericordia. Non è misericordia ammonire i peccatori? Non è misericordia spiegare ai sofferenti il significato della sofferenza? E ancora di più, così come sono degne di compassione le miserie dell’anima più di quelle del corpo.

Scoppia un terremoto, si diffonde un’epidemia, capita uno tsunami: certo va bene esortare alla pazienza, alla preghiera, alla solidarietà, al soccorso agli sventurati, elogiare i soccorritori. Ma perchè non aggiungere che la sventura è conseguenza del peccato originale ed è mandata da Dio perché scontiamo i nostri peccati e ci ravvediamo? In fin dei conti, qualunque persona di buon cuore, che non sia una bestia o un sadico, si muove a compassione per il malato o per chi soffre. Per questo non occorre avere la fede cattolica. Ma la consolazione che ci dà la fede in queste circostanze non nasce dal semplice buon cuore, ma dalla volontà, basata sulla fede, di unirci alla croce di Cristo e di offrirci con Lui vittime di espiazione per i nostri peccati e per quelli del mondo. È questo l’apporto originale, luminoso e consolatore, che solo il cattolico e a maggior ragione un Papa può offrire a un’umanità angosciata e tentata di inveire contro Dio.

È vero che il peccato può essere scusato e dettato da fragilità. Ma non è sempre così: c’è anche il peccato di malizia, esiste anche la colpa vera e propria. E non è vero che ogni peccato è automaticamente perdonato. Al contrario, il peccato di per sè merita il castigo ed effetto della misericordia divina è precisamente che il peccatore pentito sappia trasformare in Cristo e grazie a Cristo il meritato castigo  in occasione di purificazione e di salvezza, chè se il peccatore non fa questo atto di penitenza, il castigo non è tolto, ma resta.

È vero che la Chiesa è aperta a tutti e dialoga con tutti. Ma perché allora Francesco maltratta gli pseudotradizionalisti bollandoli con ogni genere d’insulti? Perché piuttosto non li richiama con dolcezza? Perché non si sforza, come faceva Papa Benedetto, di riconoscere quanto di valido può esserci nella loro protesta? Dov’è qui la misericordia? Dov’è la giustizia? Perché questa asprezza, che sa di un animo agitato, non consono a quello che dev’essere il cuore del Padre comune? Tanto più meraviglia se confrontata con l’atteggiamento di stima e confidenza nei confronti di notori modernisti? Perché questi due pesi e due misure?

È vero che dobbiamo accogliere gli immigrati. Ma non sarà forse il caso di distinguere fra di loro con prudenza le vere vittime della disoccupazione, della fame, della guerra e della dittatura dai criminali in contumacia, dagli scansafatiche che sperano di trovare da noi il paese dei bengodi, dai criminali privi di documenti di identità, che vogliono vivere in dispregio della legge e scroccare alle nostre spalle, dai fanatici musulmani che annunciano  apertamente il loro progetto di conquistare il potere per imporre a tutti la sharìa? Il Papa non si accorge di queste cose che sono sotto gli occhi di tutti gli osservatori imparziali? Come mai questa ingenuità?

Il Papa ci esorta giustamente ad aver rispetto per la natura, la «madre terra» e ci ricorda come certi disastri ecologici sono provocati dall’incuria e dalla stoltezza dell’uomo. D’accordo. Ma perchè non ci ricorda anche che in certi cataclismi della natura la responsabilità umana non c’entra per niente e sono il segno delle conseguenze del peccato originale? Non ci potrebbe questa considerazione indurre a fare penitenza dei nostri peccati? Forse che l’ostilità della natura va per conto suo o non è piuttosto sotto il controllo della divina Provvidenza?

Dalla sua fondazione fino a Papa Benedetto la Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex-Santo Offizio, è sempre intervenuta a mettere in guardia i fedeli da certe dottrine pericolose per la fede e a confutarle. Non è anche questa, misericordia? E perché da quando Francesco è Papa questi preziosi interventi sono cessati? Dunque, non ci sono più eresie? Non ci sono più pericoli per la fede? Tutto tranquillo? Tutti ortodossi? Tutti obbedienti alla Chiesa e al Papa? Ci dobbiamo arrangiare da soli? Ma i pazienti non hanno bisogno dei medici? Dov’è la misericordia?

Paragonare la Chiesa a un poliedro va bene, rappresenta la diversità e la pluralità. Ma certe espressioni di Papa Francesco a lode del diverso, non sembrano confondere il diverso col falso? Il diverso è da accogliere. È da accogliere anche il falso? O forse il falso non esiste? È falso ammettere l’esistenza del falso? Esiste un’idea falsa per tutti o ciò che è falso per me può essere vero per te? Non è questo quel soggettivismo e relativismo, che pure Francesco dichiara di respingere? Ma non sembra invece che ogni tanto Francesco si esprima in quel modo?

Infine, nel valutare il comportamento di un Papa e decidere che cosa fare, ci sono due rischi: uno è quello di credere che il Papa, per la sua indulgenza verso i modernisti, approvi le idee moderniste e legittimi la morale modernista, mentre i modernisti interpretano in senso modernista certe sue parole di sapore modernista, senza sforzarsi di interpretarle in senso ortodosso, al fine di credersi autorizzati dal Papa stesso ad essere modernisti. Questi sono coloro che, come il Padre Timothy Radcliffe, si proclamano i «fans» del Papa.

Sono coloro i quali, come Eugenio Scalfari o Andrea Grillo, asseriscono che finalmente abbiamo il Papa della libertà, come hanno proclamato Timothy Radclyffe e Andrea Grillo, un Papa «rivoluzionario, che «trasforma il mondo» come ha detto Antonio Spadaro, il Papa della misericordia, come ha  osannato il Card.Kasper, il Papa «liberatore dei popoli», come lo ha chiamato il dittatore comunista venezuelano Maduro, il «leader mondiale della sinistra», come lo ha chiamato Massimo D’Alema, il Papa della pace fra cattolici ed ortodossi, come ha proclamato Alberto Melloni, il Papa che ha capito che Lutero aveva ragione, come proclamano i luterani e i rahneriani, il Papa della fratellanza umana, come cantano i massoni, il Papa gradito a Maometto, come affermano gli Islamici, il Papa amico del comunismo, come affermano i comunisti cinesi, il Papa per il quale non esistono castighi divini, come sostiene il Padre Cantalamessa e non esiste l’inferno, come dicono i vonbalthasariani, il Papa della gioia («gay») omosessuale, come affermano con gratitudine i genderisti, il Papa che concede i sacramenti ai divorziati risposati, come sostengono in molti con senso di liberazione e convinti di essere l’oggetto della divina misericordia.

Essi non hanno alcuna obiezione da fare al Papa: per loro il Papa è il miglior Papa che finora sia esistito, perché essi, invece di soprassedere alle frasi infelici del Papa, e di badare agli insegnamenti di Francesco vincolanti e dogmatici, che rispettano la Tradizione e la Scrittura, interpretano le uscite infelici del Papa senz’altro a loro favore, ossia in senso modernista, fraintendendo e strumentalizzando i suoi insegnamenti e dandone un’interpretazione di comodo,

Così essi credono che sia il Papa stesso a dare loro il permesso di essere modernisti, liberali, relativisti, carnali, lassisti ed eretici, perché secondo loro questo Papa ha dato alla Chiesa un «nuovo paradigma» e le ha fatto compiere una «svolta epocale», aprendosi totalmente alla modernità e alla libertà, al di là dei dogmatismi e scolasticismi medioevali. Secondo loro Francesco giudica finalmente non essere più peccato quello che i Papi precedenti dichiaravano essere peccato e tralascia come idee vecchie e superate quelle che i Papi precedenti consideravano come dogmi intoccabili.

L’altro rischio è quello di coloro, che, ancora dopo cinquant’anni, frastornati dai modernisti, e confondendo progressismo con modernismo, si oppongono, in nome di un concetto sclerotizzato della Tradizione, al progresso dottrinale, liturgico e spirituale promosso dl Concilio, non vedono la continuità dottrinale della Chiesa da prima a dopo il Concilio, si ostinano ad accusare di modernismo le dottrine del Concilio Vaticano II e di luteranesimo il novus ordo della Messa, senza ancora essere capaci di distinguere la falsa interpretazione del Concilio data dai rahneriani, da quella autentica data dal Catechismo e dai Pontefici del postconcilio fino al Papa attuale, ed anzi accusando di modernismo  lo stesso magistero di questi Papi, fino a che oggi questi tradizionalisti sclerotizzati sono giunti ad accusare di eresia Papa Francesco e a dichiarare che non è Papa valido, mentre vero Papa sarebbe il dimissionario Benedetto XVI.

A costoro bisogna far presente il criterio per la valutazione del pensiero e dell’azione di un Papa. Occorre tener presente il rapporto biunivoco esistente fra il Papa da una parte e il binomio Scrittura-Tradizione dall’altra. Esiste fra questi due elementi un delicato rapporto circolare, che può far pensare al circolo vizioso, ma in realtà non è così.

Coloro che credono che ci sia un circolo vizioso, si sentono in dovere di spezzarlo scegliendo una sola delle due direzioni. O fanno come i luterani, che pretendono di giudicare il Papa per mezzo di un loro contatto diretto con la Scrittura o fanno come i lefevriani, che pretendono la stessa cosa mediante un loro contatto diretto con la Tradizione.

Ma così essi trascurano l’altra direzione e cioè che noi fedeli riceviamo e comprendiamo la verità della Parola di Dio grazie all’interpretazione che i Pontefici fanno e della Tradizione e della Scrittura. E questa interpretazione sono i dogmi e i Simboli della Fede. Tuttavia qui si ha apparentemente, di primo acchito,  la sensazione del circolo vizioso: da dove comincia il movimento? Dal Papa alla Scrittura-Tradizione o dalla Scrittura-Tradizione al Papa? Quale prevale dei due princìpi? Ebbene, prevale ora l’uno ora l’altro sotto due diversi aspetti. Ci sono quindi sì due inizi, che però per evitare un giro a vuoto, devono essere distinti, perchè hanno due funzioni diverse, reciprocamente complementari.

Quando siamo certi che un dato della Scrittura o della Tradizione è sicuro o per evidenza intrinseca o perché già chiarito dal Magistero precedente, allora alla luce di questa diade possiamo correggere il pensiero del Papa. Se invece il dato biblico o tradizionale non è chiaro o è soggetto a contrastanti interpretazioni o il Magistero non lo ha ancora chiarito, allora dobbiamo attenerci all’interpretazione data dal Papa.

In conclusione,

un’esortazione ai fratelli lefevriani e ai fratelli modernisti.

Ai lefevriani dico: se il Papa esprime imprudentemente o come dottore privato un’opinione che contraddica alla Tradizione, lo potete contestare. Se invece insegna qualcosa di nuovo, che non è in contrasto con la Tradizione, ma la chiarisce, lo dovete accettare. Non immaginatevi che il Papa possa cadere in un’eresia in contrasto con la Tradizione. È segno che non avete capito quello che intende dire.

Il Papa sa distinguere meglio di voi ciò che può o deve mutare da ciò che non muta, non può e non deve mutare, ciò che è mutato ma deve tornare da ciò che non deve tornare. Badate al suo magistero ufficiale e non alle sue private esternazioni.

Ai modernisti dico: fate bene ad amare il nuovo, il progresso, il moderno, ma non confondete queste cose col modernistico. Se il Papa ha qualche frase che sembra modernistica, non fateci caso e non prendetelo per un modernista, ma interpretatelo in linea con la Tradizione. State attenti che il Papa ammette verità immutabili e non la pensa come voi per i quali tutto muta. Lo so che voi non accettate la taccia di modernisti e tuttavia lo siete. Prendetene atto e correggetevi. Siate progressisti senza essere modernisti.

Bilancio di un Pontificato

Nel suo Pontificato Papa Francesco ha giudicato più urgente promuovere accordi  con le grandi potenze di questo mondo, la Cina comunista, la massoneria, il mondo protestante, l’Ortodossia, il mondo islamico, che non cercare di risolvere i conflitti interni alla Chiesa fra lefevriani e modernisti relativi all’interpretazione del Concilio e alla liturgia della Messa, e promuovere la dottrina cattolica nella sua integralità, correggendo errori ed eresie.

In tal modo non ha saputo presentare al mondo una Chiesa unita, pacifica, a lui soggetta, concorde, faro di luce per tutta l’umanità e quindi non ha saputo attrarre alla Chiesa cattolica nuovi credenti, anzi egli ha deluso molti cattolici tradizionalisti e ha permesso un degrado generale dei costumi cattolici per la sua eccessiva indulgenza nei confronti dei modernisti e dei lassisti.

L’opera di contatto di Francesco con l’umanità non cattolica è stata sostanzialmente valida. Ha creato una buona base per riproporre al mondo l’adesione alla Chiesa cattolica. Tuttavia l’interesse che può esserci nell’umanità di oggi ad avvicinarsi al cattolicesimo  non è tanto la stima che l’umanità oggi può avere per l’eccellenza incomparabile della dottrina cattolica, che Francesco non ha saputo promuovere a sufficienza, a causa dell’ambiguità del suo linguaggio, che sembra una via di mezzo tra quello del Vangelo e quello del mondo. Su ciò Francesco non ha favorito gli onesti, credenti e non credenti, ma solo i furbi credenti - cioè i modernisti - e non credenti.

Adesso quindi abbiamo bisogno di un Papa, che, riprendendo il lavoro di Francesco per l’unità e la fratellanza universale, sappia però ripresentare con grande persuasività e saggezza, utilizzando i valori del pensiero moderno, il perenne messaggio di Cristo e in particolare il valore perenne della dogmatica cattolica.

Egli dovrà rimettere in moto la CDF con quell’equilibrio, zelo e saggezza coi quali funzionava sotto Papa Benedetto, al fine di eliminare una massa immensa di immondizia che si è accumulata in questi otto anni di irragionevole sospensione dell’attività. Infatti la funzione di pulizia intellettuale svolta dalla CDF si può paragonare a quella della nettezza urbana.

Bisogna che il nuovo Papa sia aperto a tutti, ma coraggioso, chiaro, limpido, onesto, senza doppiezze, senza furbizie, senza anbiguità, senza ipocrisie, senza opportunismi, senza esibizionismi e rispetti umani, pronto anche al martirio.

P. Giovanni Cavalcoli 

Fontanellato, 4 luglio 2021.

 

 

Lo sforzo della chiarezza non impedisce che i discorsi anche dei più grandi predicatori abbiano bisogno di essere interpretati. 

Se hanno bisogno di essere interpretate le parole di Gesù Cristo, della cui onestà e proprietà di linguaggio non possiamo dubitare, figuriamoci con quanta facilità abbiano bisogno di essere interpretati i discorsi di qualunque altro uomo.

E per qual motivo Cristo ha istituito gli apostoli, se non perché fossero gli interpreti autorizzarti della sua parola? «Chi ascolta voi, ascolta me» (Lc 1,16). 

 



Immagini da internet
Pinacoteca nazionale di Bologna

 

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[1] Ratzinger fu amico di Rahner ai tempi del Concilio, ma, accortosi poi della tendenza hegeliana di Rahner, lo criticò duramente. I rahneriani, tra i quali alcuni Cardinali,  con a capo il Card.Martini, se la sono legata al dito, hanno atteso pazientemente il momento favorevole e dopo una campagna di insulti contro Benedetto XVI, nel 2013 hanno sferrato l’attacco con la mafia di San Gallo, da veri mafiosi.

 

8 commenti:

  1. Caro Padre Cavalcoli,
    un piccolo errore che potrebbe creare confusione ti è scivolato nel quinto paragrafo: invece di "Pascendi Dominici gregis" (Pio X), avresti dovuto scrivere Universi Dominici Gregis.

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  2. Caro Padre Cavalcoli,
    ho letto verso la fine del suo articolo:

    "Quando siamo certi che un dato della Scrittura o della Tradizione è sicuro o per evidenza intrinseca o perché già chiarito dal Magistero precedente, allora alla luce di questa diade possiamo correggere il pensiero del Papa".

    Questo mi ha sorpreso, mi ha sbalordito. Ebbene, avevo capito che non si può correggere il Papa riguardo alla dottrina.
    Gradirei almeno un breve chiarimento.

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    1. Caro Remedios,
      per “pensiero del Papa” non intendo gli insegnamenti dottrinali ufficiali, ma certi pronunciamenti estemporanei o improvvisati, nei quali appare con chiarezza che il Papa parla come dottore privato o esprime opinioni personali o addirittura, come capita a Papa Francesco, esce in qualche battuta che ha il sapore dello slogan o addirittura del motto di spirito.
      Per esempio, quando ha detto che la Madonna non è nata santa. Sembra che abbia un piccolo gusto di scandalizzare, ma poi, se vediamo il contesto del suo atteggiamento verso la Madre di Dio noteremo una devozione tenera, affettuosa e quasi infantile. Volendo precisare, come ho già avuto occasione di pubblicare, Papa Francesco, ben lungi dal negare l’Immacolata Concezione, verità che più volte ha ricordato, con quella frase poco felice ha voluto esprimere una verità comunemente assodata, e cioè che la Madonna ha fatto un progresso nella santità.

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  3. Caro Padre Cavalcoli,
    non hai bisogno delle mie lodi e tanto meno delle mie lusinghe.
    Ma avevo bisogno di inviarti questo messaggio.
    Dopo una settimana di molto lavoro personale da parte mia, mi sono riservato questo sabato per leggere serenamente il tuo articolo in tre parti sull'ambiguità. L'ho goduto meravigliosamente.
    L'ho inteso come una profonda valutazione o bilanzio del pontificato di Francesco, di cui ha fatto una mirabile sintesi. Certo, per chi, come me, lo segue dal 2013, e anche prima, non c'è nulla di nuovo nei suoi giudizi equilibrati su papa Francesco. Solo oggi si vuole mettere in luce l'opera di chi, come voi, ha saputo portare fedelmente una linea di giudizio equilibrata durante questi otto anni di Pontificato.
    Grazie.

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    1. Caro Ross,
      la ringrazio per queste buone parole. Vedo che lei ha compreso a fondo i sentimenti che provo verso il Papa. Essi sono il risultato di lunghi anni di riflessione, di meditazione, di confronto e di preghiera nell’amore e venerazione nei confronti del Vicario di Cristo, del quale non ignoro i limiti umani, ma attraverso i quali possiamo vedere che la Chiesa non è governata da un semplice mortale, ma dietro questa figura umana, con le sue debolezze, agisce la forza dello Spirito Santo.

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  4. Padre Cavalcoli,
    "...finalmente abbiamo il Papa della libertà..."
    Non abbiamo avuto bisogno che arrivasse Papa Francesco per avere “il Papa della libertà”, ma sono bastati Paolo VI, il Concilio Vaticano II ei Papi postconciliari. Sono loro che hanno sostenuto la libertà religiosa e la secolarizzazione dello Stato, nei documenti del Concilio Vaticano II.
    Quella stessa gerarchia ecclesiastica, con Paolo VI a capo, era quella che voleva che le nazioni non avessero Dio, poiché questo rimane solo per la religione.
    Da dove pensi che venga dopo tutto questa arroganza dell'uomo e la sua libertà omnimoda? Se fosse stato lo stesso Paolo VI a proclamare la "religione dell'uomo che si fa Dio".
    Per quanto ti sforzi, caro padre Cavalcoli, non potrai mai contrastare i fatti. E questi fatti sono ciò che mostrano che il Vaticano II è stato il germe di molti dei problemi filosofici, politici e religiosi che soffriamo oggi.

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    1. Caro Luigi,
      la dottrina conciliare sul diritto alla libertà religiosa, come insegna chiaramente la Dignitatis Humanae, non intende assolutamente relativizzare il valore della legge morale naturale, che riassume quelli che sia Papa Benedetto che Papa Francesco, nell’Enciclica Fratelli Tutti, hanno chiamato valori “non negoziabili” dipendenti dall’universalità della natura umana e dei suoi fini creati da Dio.
      Il documento conciliare fa esplicito riferimento alla Rivelazione e in particolare alle famose parole di Nostro Signore: “Chi non è contro di voi è per voi”, espressione che è tradizionalmente interpretata, come già insegnava il Beato Pio IX, come riferentesi a quelle persone che, senza colpa e in buona fede, e quindi per ignoranza invincibile e scusabile, ignorano la vera dottrina cattolica, ma si comportano con retta coscienza.
      Oggi, nella nostra società pluralistica, nella quale è molto diffusa l’ignoranza della vera dottrina cattolica, molti, anche sedicenti cattolici, la fraintendono anche in buona fede. Ora, per essere a posto davanti a Dio è sufficiente l’ascolto della propria coscienza, perché, come diceva San Bonaventura, Dio ci parla nella coscienza. Per questo, se uno, magari anche errando, crede che quanto sente in coscienza venga da Dio, è tenuto ad obbedire a questa coscienza. Il che non è da intendersi nel senso liberale, già condannato dai Papi dell’‘800, secondo il quale senso la coscienza non ha l’obbligo di adeguarsi alla verità, ma possiede un primato al di sopra della verità, diventando regola della verità anziché regolarsi sulla verità che viene da Dio.
      Purtroppo alcuni hanno frainteso la dottrina del Concilio, come se essa fosse influenzata da questa concezione liberale della verità, ed invece, ad una lettura attenta del documento, rinunciando a pretestuose interpretazioni, risulta facilmente in radicamento evangelico, di cui ho parlato sopra.
      Il diritto alla libertà religiosa è un diritto civile, che sostituisce il principio della religione di Stato. E ciò è motivato dal fatto che le moderne società civili, pur di radici cristiane, non sono più animate da una maggioranza di cristiani. Questa situazione ha giustificato la formazione della Costituzione dello Stato come risultato di una collaborazione tra credenti e non credenti. Ciò è stato possibile in quanto lo Stato non è stato più fondato sulla religione cattolica, ma sulla Carta dei Diritti dell’uomo, la quale, come quella americana, è basata sul riconoscimento dell’esistenza di Dio, tanto che persino nel dollaro troviamo il motto In Got we trust.

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