La missione del sacerdote - Terza Parte (3/3)

  La missione del sacerdote 

Terza Parte (3/3)

La svalutazione dell’ideale sacerdotale proviene da Lutero

Lutero racconta che alla sua prima Messa fu preso da una tale angoscia e da un tale spavento che avrebbe voluto fuggire dall’altare. Come mai? Di lì a pochi anni avrebbe respinto il sacramento del sacerdozio come invenzione papista, azione magica e masochista, mancanza di fede in Cristo, legalismo farisaico, ipocrita esibizione di santità, occasione per dominare le coscienze, sorgente di guadagni simoniaci, inutile freno alla concupiscenza.

Lutero aveva un ambiguo rapporto col demonio. Da una parte lo cacciava come tentatore. Chi visita la cella del castello della Wartburg che ospitò Lutero, può notare ancora sulla parete una macchia di inchiostro del calamaio, che Lutero lanciò contro il diavolo che gli era apparso e lo tentava. Nell’accingersi a presenziare alla famosa dieta di Worms, dove avrebbe difeso le sue idee, Lutero raccontò che ci fossero stati là anche 10.000 diavoli, egli non aveva paura.

Ma poi egli ebbe sorprendentemente a raccontare che fu il demonio a convincerlo a non dire più Messa. Come si spiega questo paradosso? Che probabilmente Lutero non ha mai chiarito qual è la funzione del demonio all’interno del governo di Dio sull’uomo. Siccome la Scrittura fa chiaramente intendere che anche l’azione di Satana è sotto il controllo di Dio (vedi per esempio la storia di Giobbe), egli pensò che, essendo il demonio un angelo di per sè ministro di Dio, anche dal demonio potesse ricevere la parola di Dio.

Del resto, la sua famosa tesi che Cristo in croce ci appare sub contraria specie, lo portò a convincersi che Cristo in croce ci appare sotto le sembianze del demonio, in quanto lì Cristo ci appare come abominevole, castigato da Dio e maledetto. Cristo stesso, del resto, si paragona al serpente di bronzo che appare agli Israeliti nel deserto (cf Gv 3,14) e sappiamo che il serpente è il simbolo del demonio. Lutero aveva ragion di dire che a volte il demonio sembra Dio e a volte Dio sembra il demonio.

Ma si dimenticò che il demonio è menzognero e ingannatore, per cui sbagliò nel credere che il demonio possa rivelare la volontà di Dio, benché egli certamente non possa far nulla che non gli sia permesso da Dio per il nostro bene, come avvenne con Giobbe. Se Dio quindi può permettere che anche un santo possa essere momentaneamente o temporaneamente ingannato o tormentato dal demonio, non può permettere che questo inganno e questa sofferenza durino, perché rischierebbero di portare il malcapitato alla perdizione, cosa che Dio non vuole assolutamente.

Per questo Dio, al momento giusto, quando è in gioco la salvezza, magari dopo molte sofferenze causate dall’inganno, gli apre gli occhi, così da saper distinguere ciò che viene da Dio da ciò che viene dal diavolo. Nessuno resta ingannato a lungo dal diavolo, se non lo vuole egli stesso, perché costui stoltamente e per colpa sua preferisce credere al diavolo piuttosto che a Dio, come hanno fatto Adamo ed Eva nell’Eden.

Per quanto riguarda Lutero, considerando fatti così impressionanti, vien da chiedersi allora come mai si fece sacerdote. Questa questione fondamentale purtroppo non è stata seriamente ed esaurientemente indagata dagli studiosi di Lutero, i quali non sono giunti ad una conclusione unanime se Lutero avesse o non avesse avuto una vera vocazione al sacerdozio o, ancor più in radice, se nella formazione teologica ricevuta, avesse ben compreso che cosa vuol dire essere sacerdote.

Qualche dubbio circa l’ortodossia o quanto meno la regolarità della formazione al sacerdozio propria dell’Ordine Agostiniano del suo tempo ci viene dal fatto che la defezione dal sacerdozio di Lutero non rimase un caso isolato, ma trascinò con sè la defezione di moltissimi altri sacerdoti e addirittura di alcun vescovi, che vennero appunto a formare la chiesa luterana.

Sta di fatto che quando Lutero, dopo la sua rottura con la Chiesa,  parla del sacerdozio, dimostra in parte di averne una concezione falsa e in parte, pur presentandolo nella sua verità,  lo disprezza proprio in questa sua verità. Infatti da una parte crede che il sacerdote nella Messa pretenda di aggiungere col suo sacrificio qualcosa al Sacrificio di Cristo e dall’altra crede che il celibato sacerdotale sia un inutile sforzo, una frustrazione e una pratica contro natura, un farisaico esibizionismo e addirittura una disobbedienza al comando divino del «crescete e moltiplicatevi.

Alcuni pensano che Lutero abbia coniato questa immagine spregevole del sacerdozio ad arte, per coonestare la sua defezione e darle un’apparenza di saggezza e vero spirito evangelico. Io formulerei l’ipotesi che Lutero non abbia mai saputo che cosa è veramente il sacerdozio e che quindi sia stato ordinato invalidamente, benché fosse in buona fede. Nel suo Ordine ci furono anche ottimi sacerdoti, per cui è difficile sapere se avesse ricevuto un insegnamento sbagliato – facciamo conto di carattere occamistico – o è stato lui a fraintendere l’insegnamento dei suoi maestri.

Lutero ha sostituito il sacerdote col pastore

In ogni caso una cosa è sicura: che Lutero ha diffuso nella Chiesa un’immagine del ministro di Cristo e del Vangelo, che non è quella del vero sacerdote o diciamo schiettamente non è quella del sacerdote, ma del «pastore», immagine che certamente Cristo si attribuisce, mentre è vero che non dice mai di essere sacerdote. E difatti non lo era secondo il sacerdozio dell’antica Legge.

È solo riflettendo a ciò che aveva fatto e detto all’ultima Cena, messo in relazione alla crocifissione del giorno dopo e con alcune frasi misteriose, che aveva pronunciato, come per esempio s[H1] ul dare la propria vita in riscatto di molti, sulla necessità di portare con lui la propria croce, sul fatto che sarebbe stato «elevato da terra» e che era stato chiamato da Giovanni «Agnello di Dio».

È solo mettendo assieme tutti questi elementi e questi ricordi che gli apostoli si accorsero che Gesù era stato sacerdote, ed anzi in maniera somma, unica, perfettissima ed efficacissima in ordine all’offerta al Padre di un sacrificio veramente a Lui gradito, atto ad ottenere per tutta l’umanità il perdono, la salvezza e la vita eterna.

Lutero ha eliminato ciò che caratterizza il sacerdozio come tale per lasciare solo quella pastoralità che indubbiamente è presente nel sacerdozio, ma può appartenere a qualunque cristiano come tale, uomo o donna. È significativo come Lutero abbia eliminato la parola stessa «sacerdote», che troppo gli ricordava quel sacerdozio che aveva eliminato dalla sua concezione del ministero ecclesiale, per sostituirlo col termine «pastore», indubbiamente evangelico, ma non caratterizzante il carisma proprio sacerdotale.

Pascere il gregge di Cristo certamente è primario dovere del Papa, del vescovo e del sacerdote; ma l’esser pastore ha anche un senso esteso, che va dà del semplice essere sacerdote. Esser pastore in generale vuol dire dedicarsi agli altri e prendersi cura di loro per indicar loro con la parola e con l’esempio la strada della verità e del bene.

Per questo sono pastori in un senso esteso tutti coloro che nella comunità ecclesiale, dirigono, guidano, sostengono, animano una qualche realtà sociale o comunitaria o vita fraterna meno estesa, di qualunque tipo o grado: la comunità familiare, quella religiosa o politica o educativa o formativa o spontanea o missionaria o assistenziale o terapeutica. Costoro sono pastori in senso evangelico a pieno titolo, come sono pastori i genitori, i religiosi, i politici cattolici, gli educatori, i capi scout, il capo focolarino o di una ONLUS, il dirigente del gruppo di preghiera o delle Dame della San Vincenzo o di assistenza agli immigrati o agli omosessuali, il dirigente dell’ACI o delle ACLI.

Lutero ebbe la felice idea di mettere in luce il sacerdozio comune dei fedeli fondato sul battesimo. La proposta di Lutero è stata accettata dal Concilio Vaticano II con la precisazione, trascurata da Lutero, che quel sacerdozio è distinto «non solo per grado, ma anche per essenza» dal sacerdozio fondato sul sacramento dell’Ordine, detto sacerdozio ministeriale od ordinato. Inoltre il Concilio ha precisato che il sacerdozio dei fedeli è rafforzato dal sacramento della cresima, notoriamente ignorato da Lutero.

Oggi è facile sentire o leggere ottimi scritti o discorsi sul sacerdote come pastore, presidente dell’assemblea, profeta escatologico, uomo di Dio, uomo-per-gli-altri, uomo tra la gente, fratello di tutti, padre dei poveri, ma raramente si parla in senso giusto del sacerdote come sacerdote, ossia di quelle mansioni, quegli uffici, quei ministeri, quei compiti, che lo riguardano specificamente, come attività, alle quali egli solo tra tutti i fedeli laici è abilitato ed autorizzato a svolgere.

La cosa sorprende, perché il concetto di sacerdote non è proprio del cristianesimo, ma un concetto proprio della religione naturale, che si trova quindi in tutte le religioni. Infatti la religione stessa si definisce come attività del sacerdote. Infatti l’atto più caratteristico e più importante della virtù di religione, si tratti di monoteismo o politeismo, di idolatria o teolatria, è l’offerta alla divinità di un sacrificio espiatorio per ottenere da essa favori e salvezza. E questo atto è l’atto proprio del sacerdote.

Naturalmente il sacerdote è attorniato dai fedeli e agisce a favore non solo suo, ma anche dei fedeli. Da qui la funzione mediatrice del sacerdote. Egli presenta a Dio i voti, le richieste e le offerte dei fedeli e trasmette ai fedeli la scienza e la volontà di Dio. Il sacerdote è dunque un ponti-fex, un pontefice, un costruttore di ponti fra Dio e gli uomini, mette in comunicazione l’uno con gli altri.

Per questo il profeta Malachia afferma del sacerdote:

«Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l’istruzione, perché egli è il messaggero del Signore degli eserciti» (Mal 2).

Più volte la Scrittura paragona il sacerdote all’angelo, araldo e trasmettitore dei messaggi celesti. Gli «angeli» delle sette chiese, dei quali parla l’Apocalisse (Ap 1,4-3,22) non sono altro che i loro vescovi.

Il sacerdote deve eccellere nella scienza di Dio, non necessariamente grazie al possesso di speciali titoli accademici. Sono sufficienti gli studi compiuti in seminario, se ben fatti. L’essenziale è che egli sia un amante della sapienza, e quindi dello studio e dell’aggiornamento nel campo del sapere da lui prescelto. È importante la predicazione, in particolare l’omelìa della Messa, il catechismo ai ragazzi, se è parroco, o impartito personalmente o per mezzo di un personale qualificato.  Può essere buona cosa un incarico d’insegnamento, le pubblicazioni, le conferenze, l’epistolario.

Tutta la vita del sacerdote ha un suo modo specifico di attuare i due comandamenti fondamentali della legge: l’amore di Dio nella celebrazione della Messa e l’amore del prossimo nella pratica del sacramento della penitenza, che porta con sé la guida spirituale delle anime, la direzione di comunità e l’esercizio delle opere di misericordia materiale e spirituale a seconda delle attitudini o degli incarichi del sacerdote.

Il collegio dei sacerdoti nelle religioni costituisce un ceto a parte, che può essere designato con un nome. Nell’antico Israele abbiamo il ceto dei leviti, della tribù di Levi o kohamim, plurale di kohèn, sacerdote. Nella Chiesa cattolica abbiamo il clero, termine derivante dal greco klao, che significa «spezzo», quindi «divido», quindi «metto a parte una porzione»: c’è l’idea di un ceto separato dal resto del popolo. La Bibbia chiama «porzione del Signore» (Dt 32,9) lo stesso popolo eletto, come popolo sacerdotale, separato dagli altri popoli, perché appartenente in modo speciale a Dio.

Conclusione

La situazione del clero nella Chiesa, salvo alcuni paesi dell’Africa o dell’estremo Oriente, dove le vocazioni continuano a fiorire, sembra in Europa e nelle due Americhe alquanto preoccupante. Abbiamo un clero scarso ed anziano e le vocazioni sono rare, quando non capita purtroppo che preti diano scandalo o non siano all’altezza del loro compito. Altri sono ribelli al Magistero e vittime di errori ed eresie. Eppure il prete è necessario alla Chiesa, per cui dobbiamo esser certi che Dio non li farà mancare.

Il Papato e l’episcopato in questi ultimi sessant’anni hanno dato molte indicazioni in linea col Concilio. Il Papa e i vescovi faticano a frenare il movimento modernista che ha invaso la Chiesa. Occorre rimediare alla falsa interpretazione dei modernisti e stimolare i passatisti al progresso e a riconciliarsi con la Chiesa.

I pochi sacerdoti passatisti no-novus-ordo attirano vocazioni, hanno sacerdoti zelanti, ma non in piena comunione con la Chiesa. Tuttavia non mancano i buoni sacerdoti e i buoni centri formativi, che «non piegano né a destra né a sinistra», ma nel rispetto della vera Tradizione, guardano in avanti e verso l’alto. Occorre potenziarli e incoraggiarli. 

La preghiera è sempre essenziale, come ci ha detto chiaramente il Signore. È importante l’offerta di sacrifici. Molto importante è l’opera educativa delle buone famiglie. La crisi che dobbiamo affrontare è molto profonda. È in crisi la stessa stima per la religione. È in crisi il rispetto per la legge morale, l’uso di una sana libertà, il senso di responsabilità e lo spirito di penitenza. Col pretesto della divina misericordia si approfitta slealmente della bontà divina senza emendarsi dal peccato. Il motto diffuso è: «pecca tranquillamente, tanto Dio è buono e ti perdona».

Più in radice è in crisi il concetto stesso di Dio, che suppone una crisi della metafisica. Quando non si diffonde l’ateismo, e si parla di Dio, se ne ha spesso un concetto sbagliato, di un dio che ruota attorno al proprio io. Ancor più in radice è in crisi la fiducia stessa nella verità. Bisogna ripartire da qui, confidando nell’aiuto del Signore.

Fine Terza Parte (3/3)

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 24 febbraio 2022

 

Lutero ha diffuso nella Chiesa un’immagine del ministro di Cristo e del Vangelo, che non è quella del vero sacerdote o diciamo schiettamente non è quella del sacerdote, ma del «pastore», immagine che certamente Cristo si attribuisce, mentre è vero che non dice mai di essere sacerdote. E difatti non lo era secondo il sacerdozio dell’antica Legge.

È solo riflettendo a ciò che aveva fatto e detto all’ultima Cena, messo in relazione alla crocifissione del giorno dopo e con alcune frasi misteriose, che aveva pronunciato, come per esempio sul dare la propria vita in riscatto di molti, sulla necessità di portare con lui la propria croce, sul fatto che sarebbe stato «elevato da terra» e che era stato chiamato da Giovanni «Agnello di Dio».

È solo mettendo assieme tutti questi elementi e questi ricordi che gli apostoli si accorsero che Gesù era stato sacerdote, ed anzi in maniera somma, unica, perfettissima ed efficacissima in ordine all’offerta al Padre di un sacrificio veramente a Lui gradito, atto ad ottenere per tutta l’umanità il perdono, la salvezza e la vita eterna.

 

Lutero ebbe la felice idea di mettere in luce il sacerdozio comune dei fedeli fondato sul battesimo. La proposta di Lutero è stata accettata dal Concilio Vaticano II con la precisazione, trascurata da Lutero, che quel sacerdozio è distinto «non solo per grado, ma anche per essenza» dal sacerdozio fondato sul sacramento dell’Ordine, detto sacerdozio ministeriale od ordinato. Inoltre il Concilio ha precisato che il sacerdozio dei fedeli è rafforzato dal sacramento della cresima, notoriamente ignorato da Lutero.

Immagini da Internet

3 commenti:

  1. Caro Padre Giovanni,
    sull’attuale crisi della vita religiosa e vocazionale, vorrei chiederle di commentare un recente intervento del teologo gesuita Victor Codina:
    “Nella Chiesa, la vita religiosa ha avuto sempre origine da un carisma profetico, suscitato dallo Spirito come critica e denuncia di una situazione ecclesiale poco evangelica. […] Johann Baptist Metz, per parlarne, usa l’espressione «uno shock ecclesiale terapeutico». Per questo la vita religiosa non nasce dall’alto del potere, ma dai margini, dal deserto, dalla periferia, dalla frontiera (Jon Sobrino).
    Tuttavia è indubbio che nel corso del tempo c’è stata […] una tentazione chiara, e non sempre vinta, di collocarsi al vertice del potere economico, sociale, ecclesiale e spirituale. Molte volte la comunità religiosa è divenuta una élite nel vero senso della parola, sempre più distante dal popolo, autoreferenziale, autosufficiente e isolata da altri carismi ecclesiali, con un certo orgoglio collettivo, rinchiusa in una specie di «splendido isolamento», e con l’innegabile rischio dell’imborghesimento, del porsi al di sopra di tutti.
    Ciò ha comportato conseguenze negative. Quando gli istituti religiosi con ministri sacerdoti, in nome della buona volontà di supplire alla scarsezza del clero e di sostenere la Chiesa diocesana, si fanno carico di parrocchie, corrono il rischio che la dimensione carismatica venga in qualche modo emarginata. Dov’è il loro profetismo carismatico, se alla fine i religiosi finiscono per essere parroci?
    […] un testo molto eloquente degli Atti degli Apostoli: lo Spirito Santo, Spirito di Gesù, impedisce a Paolo di predicare la Parola in Asia e in Bitinia. […] chiede loro di andare a evangelizzare la Macedonia (cfr At 16,6-12). In questo testo, appare in qualche modo sconcertante il fatto che lo Spirito di Gesù chiuda a Paolo le porte dell’evangelizzazione di certe zone, e invece gliene apra altre, inviandolo in un altro luogo.
    […] possiamo domandarci se anche noi non ci troviamo in una situazione in cui lo Spirito ci chiude alcune porte, mentre ce ne apre altre. Dobbiamo discernere se le strutture attuali della vita religiosa rispondano ai segni dei tempi odierni o, piuttosto, a epoche superate della cristianità. Lo Spirito ci chiude le porte di una vita religiosa numerosa, potente, forte, di élite, autosufficiente e autoreferenziale, ma forse ci apre quelle di un altro stile di vita religiosa più evangelico e povero, più conforme ai segni dei tempi odierni.
    […] oggi molte istituzioni religiose si stanno preoccupando più di riaprire le porte che si chiudono, che non di cercare le nuove porte che si aprono. E in molti casi le giovani vocazioni vengono destinate a spendere tante energie nel riaprire o nel tenere aperti dei battenti che ormai si stanno chiudendo […] Può esserci di esempio il testo del Primo libro dei Re in cui Elia comanda al suo giovane servo di salire per sette volte sul monte per vedere se dal mare appaia una nuvoletta annunciatrice di pioggia; nel frattempo lui, gettatosi a terra, rimane in preghiera (cfr 1 Re 18,41-46). Le vocazioni giovani devono scrutare l’orizzonte delle nuove possibilità, mentre gli altri pregano in silenzio.
    […] In qualche modo la sinodalità implica un protagonismo dei laici, che costituiscono la maggioranza del popolo di Dio, e dovremmo domandarci se la diminuzione delle vocazioni alla vita religiosa e al ministero ordinato non rientri forse nel misterioso disegno di Dio orientato a far sì che tutto il popolo di Dio cammini insieme verso la missione, verso il regno di Dio. Si deve allora parlare di missione condivisa con altri e con altre, dialogare tutti assieme su ciò che riguarda tutti, dove tutti insegniamo e apprendiamo e s’infrange il dualismo tra Chiesa docente e Chiesa discente”.

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    1. Il testo completo dell'articolo di Codina è reperibile su:
      https://www.laciviltacattolica.it/articolo/la-vita-religiosa-dal-caos-al-kairos/

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    2. Caro Bruno,
      condivido nell’insieme le considerazioni di questo teologo.
      Mi sembra che insista troppo sulla ricerca del nuovo, che è una tematica sulla quale stiamo insistendo da decenni e quindi è un discorso scontato.
      Io credo che oggi come oggi, in un clima ecclesiale e civile nel quale si sono perduti dei valori che stanno alla base della Chiesa e della civiltà – pensiamo per esempio alle radici cristiane dell’Europa – un importante lavoro da fare per i religiosi di oggi, ed eventualmente anche per la fondazione di nuovi istituti, sia quello di recuperare questi valori, ricordando peraltro che il vero rinnovamento, per non essere sovversione o decadenza, deve basarsi su questi valori, la cui vitalità è inesauribile.
      L’aspetto profetico della vita religiosa oggi deve costituire una denuncia dell’attuale potere modernista, legato al potere politico ed economico, potere che riesce ad attirare a sé larghe masse di cristiani, per cui la vita religiosa ha modo di conservare quelle forme di minoranza e di povertà che rappresentano quel piccolo gregge del quale parla Gesù Cristo, piccolo gregge che, mediante la propria sofferenza e patendo anche emarginazione, ha tuttavia nelle mani il futuro della Chiesa e dell’umanità.

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