Sulla questione della direzione spirituale - Prima Parte (1/3)

 Sulla questione della direzione spirituale

Prima Parte (1/3)

La disaffezione nei sacerdoti di oggi per la direzione spirituale

Oggi avviene spesso che per un’esagerata accentuazione del ruolo economico, umanitario, sociale e politico del sacerdote, in nome di una «misericordia» esclusivamente materiale, della psicologia di gruppo e di un cristianesimo sociologistico, si è dimenticato l’ideale del sacerdote come guida spirituale delle singole anime, soprattutto sacerdotali e religiose, sulla via della vita ascetica, della santità e della perfezione evangelica, per stimolarle alla pratica della penitenza, ad una sempre maggiore conoscenza della Parola di Dio, all’imitazione dei Santi, alla ricerca della sapienza, al progresso spirituale, all’amore per i sacramenti, soprattutto per la Messa e l’Eucaristia, al dono della propria vita per il prossimo (cf Gv 15, 13ss), alla comunione col Corpo mistico di Cristo e al desiderio della contemplazione e dell’unione mistica con la Santissima Trinità.

Si è oggi diffuso un concetto collettivistico della salvezza e si è perso quello personalistico, che invece è primario e fondamentale, dal quale deriva quello collettivo come l’effetto deriva dalla causa. Si concepisce la società o la Chiesa non come un insieme ordinato ed organizzato di persone, ma come un unico blocco, al quale le singole parti, cioè gli individui, sono totalmente ed esclusivamente finalizzati.

Si sente spesso dire oggi: «o ci salviamo assieme o non ci salviamo», il che è anche vero, purché inteso bene, cioè nel senso che ognuno di noi non può salvarsi se non opera per la salvezza degli altri, se non opera in un clima di fraternità e di comunione ecclesiale. 

È un detto falso e ingannevole, invece, se si tiene conto solo della responsabilità collettiva e si trascura la diversa responsabilità dei singoli, per cui uno si salva e l’altro no. Il viaggio verso il regno dei cieli non è come quello di un gruppo di pellegrini che vanno a Lourdes in autobus, per cui o ci arrivano tutti assieme o non ci arrivano. È invece piuttosto simile all’esodo di Israele dall’Egitto, per il quale alcuni perseverarono fino a giungere alla terra promessa, mentre altri, per mancanza di fede in Mosè, «caddero cadaveri nel deserto» (Eb 3,17).

D’altra parte, esistono anche l’individualismo e il soggettivismo. Sono infatti sempre esistiti ed esistono anche oggi soggetti autoreferenziali e presuntuosi, i quali, non senza doti speciali, accentuando esageratamente la propria iniziativa personale, presentandosi come profeti o  riformatori, disobbediscono ai pastori e si separano dalla comunione ecclesiale, attirando seguaci, ed operando la salvezza non come l’intende la Chiesa, ma come l’intendono loro: sono gli eretici, gli scismatici e i settari, che hanno capito del tutto alla rovescia quella che è la responsabilità personale nell’operare la propria salvezza e nel praticare la guida delle singole anime.

Ma oggi prevale il concetto collettivistico di salvezza, di cui sopra, il quale non deriva dalla Bibbia, ma dal marxismo e dal socialismo, che risolvono la persona nell’essere sociale o nella relazione sociale, per cui o il singolo è la fotocopia delle consegne del partito e l’ingranaggio della macchina o non è nulla. Così questi eretici, come per esempio i modernisti, intendono la comunione ecclesiale come comunione con loro, per cui chi non è al loro servizio o non la pensa come loro, non è cattolico e non è in comunione con la Chiesa. A questo punto si potrebbe anche capire Nietzsche, quando parla di «spirito pecorinico» del cristiano.

In questo clima di pensiero si comprende come si perde del tutto di vista l’importanza della direzione spirituale e in particolare del lavoro paziente e nascosto del confessionale. Il prete dev’essere bene in vista, in mezzo alla gente, soprattutto i giovani, popolare, dinamico, simpatico, applaudito, alla mano, dialogante, chiacchierone, scherzoso, sorridente ed attivo.

Giustissima l’attenzione ai poveri, ai malati, ai sofferenti, ai bisognosi, agli emarginati. Ma quanti sono quelli che l’hanno sul serio pagando di persona, con intelligenza, spirito di sacrificio e rischio personale?  Sì, certo, ci sono, ed è bene farli santi subito. Ma il prete non ha altro da fare? Non esistono più i santi teologi, i santi guide spirituali, i santi confessori, i santi contemplativi, i santi monaci, i santi predicatori? I missionari devono fermarsi alle opere sociali o devono fare qualcos’altro?

Ma soprattutto quello che non va è la laicizzazione del prete, tanto deplorata da San Paolo VI, il «prete fatto uomo», per dirla con Mons. Luigi Bettazzi. Come se il vero problema del prete non fosse quello di elevarsi al divino al di là dell’umano. Infatti, il prete non è semplicemente l’uomo che dona l’umano all’uomo.

Certo non è concepibile un prete che manchi di virtù umane. Ma anche la massoneria apprezza le virtù umane. Che cosa differenzia il prete dal massone? Che il prete è l’uomo di Dio, il ministro di Dio, che dona, in Cristo, il divino all’uomo. Per occuparsi dell’umano ci sono già i filosofi, i politici, gli psicologi, i medici, gli economisti, i sindacalisti, gli ecologi, gli operatori sociali.

Il risolvere il prete nell’«uomo-per-gli-altri», nello show-man televisivo, nell’operatore sociale e sanitario, così come nella liturgia il concepire il celebrante come fosse il gestore o l’attore creativo di un pubblico spettacolo, vuol dire non aver capito nulla della missione specifica ed insostituibile del prete.  In particolare l’assemblea eucaristica non è una manifestazione di scioperanti; non è una spontanea, scomposta ed improvvisata goduria sensuale collettiva fatta di libere esternazioni verbali, di agitazioni corporee, di canti e danze sullo stile di Kiko Arguello.

La Messa non è l’occasione data al teologo rahneriano per far sfoggio della sua genialità filosofica o al liberazionista per inveire contro il capitalismo americano o all’estroso sacerdote per esprimere la sua creatività poetica, ma è azione sacra di Gesù Cristo, nella cui Persona agisce il prete per offrire incruentemente al Padre il sacrificio del Figlio per la remissione dei peccati.

La Messa non è essenzialmente un’azione collettiva, ma un atto del sacerdote, sia o no presente il popolo, la cui presenza è certo raccomandata, ma non necessaria alla validità della Messa. L’aspetto sociale della Messa non è necessariamente dato dalla presenza dei fedeli, ma dal fatto che ogni Messa con o senza popolo, è celebrazione del sacerdote al quale si unisce l’intero Corpo mistico di Cristo, in cielo e sulla terra.

È vero che la direzione spirituale non è parte essenziale dell’esercizio del ministero sacerdotale. Si può essere ottimi e santi sacerdoti senza avere attitudini o tempo per la direzione spirituale. Molti sacerdoti si troverebbero a disagio come confessori e guide di monache o anime contemplative. Non parliamo poi della guida delle anime dotate di doni straordinari, dove possono sbagliare anche i più esperti direttori.

A volte quei sacerdoti non hanno sufficiente stima dei religiosi, soprattutto se donne e, con frequenti ironie o punte di antifemminismo, le considerano persone infantili o immature, per cui ritengono di dover impiegare il loro ministero in attività che considerano più importanti e redditizie, più urgenti e pastoralmente fruttuose.

È anche vero che la guida spirituale, non essendo necessariamente legata al sacerdozio, può essere esercitata altrettanto bene e anche meglio, se si esclude il sacramento della penitenza, dalla donna, dal maestro verso il discepolo, dal marito verso la moglie, dall’amico all’amico, dal padre al figlio e così via. Stante poi l’attuale dialogo interreligioso, non si può escludere che un cattolico trovi spunti di spiritualità tra gli ortodossi, nel protestantesimo, nell’islam, nell’ebraismo o addirittura nello stesso induismo o nel buddismo.

Purtroppo oggi la formazione seminariale spesso non prevede più la teologia spirituale o quella ascetico-mistica tra le materie di studio. I sacerdoti, già scarsi, sono per lo più superoccupati nella gestione di parrocchie spesso immense e a volte devono accudire anche più parrocchie, per cui, implicati in vari doveri urgenti di tipo ecclesiale, civile o amministrativo, non hanno certo tempo per studiare l’ascetica e la mistica applicandole a quelle pochissime persone che oggi chiedono una direzione spirituale, dato che molti non sanno più neanche che cosa sia o la disprezzano o a loro  vanno bene i preti amiconi o sociologi o, come alcuni dicono, i «preti di strada». Certi monasteri devono gestire parrocchie, oltre ad avere pochissimi monaci.  

Preti, dunque, che si dedicano alla direzione spirituale sono pochissimi, per cui sono alquanto diminuiti quelli che si curano di formare i loro successori o comunque di suscitare nei seminaristi o in altri sacerdoti l’interesse per la direzione spirituale. Rari sono gli istituti che formano i direttori spirituali rilasciando appositi titoli.  È diffuso il disamore per il silenzio, per la solitudine con Dio, per la meditazione e c’è troppo la ricerca del rapporto sociale. Si è perduta la stima per la guida della singola anima, temendo irragionevolmente di praticare e favorire una spiritualità di evasione, intimistica ed individualistica.

Ma il guaio è che scarseggiano anche i preti che amministrano il sacramento della Penitenza. Quante volte, nella mia quarantennale pratica del confessionale, ho sentito lamentele di fedeli che non riescono a trovare un prete per confessarsi. E quei pochi preti che confessano, spesso confessano male. L’ho visto un’infinità di volte nei penitenti che non sanno confessarsi, segno evidente che sono stati abituati male dai confessori, giacché, se non siamo noi sacerdoti ad insegnare ai fedeli come ci si confessa, da chi devono impararlo?

L’importanza e la funzione del direttore spirituale

1.La direzione spirituale è l’azione pastorale più elevata del ministero sacerdotale e la più alta espressione della carità sacerdotale a servizio delle singole anime col fine di guidarle non solo alla salvezza, ma alla santità e alla più alta perfezione spirituale ad ognuna possibile.

Tale direzione serve alla persona diretta per farle praticare al meglio le virtù cristiane, farle fruttare al massimo i talenti ricevuti da Dio, purificarne perfettamente la vita e la coscienza, facilitarle la via della perfezione, alleggerirne i pesi, eccitare l’amore di Dio e il desiderio della santità, condurla all’esperienza e alla pratica della massima comunione ecclesiale a lei possibile, fornirla di armi potenti contro il demonio, e porla sotto la guida dello Spirito Santo, così da farle vivere in pienezza la sua condizione di figlia di Dio, facendole pregustare sin da adesso le «primizie dello Spirito Santo».

2. Il modello del direttore spirituale è lo stesso Gesù Cristo nostro Signore, buon pastore, maestro e sacerdote, «vescovo delle nostre anime» (I Pt 2,25), mite «Agnello immolato» (Ap 5,6), per la remissione dei nostri peccati, «venuto non per essere servito, ma per servire» (Mt 20,28). Ed è Cristo non nella sua azione pubblica e sociale, come predicatore alle folle, e capo della Chiesa, ma Cristo in quanto sposo delle singole anime, in quanto si offre e desidera entrare con ciascuna, a tu per tu, in un dialogo e in una comunione intimi, nel deserto, per «parlare al nostro cuore» (Cf Os 2,16).

3. Il direttore spirituale si dedica soprattutto ai religiosi, e in modo speciale alla guida delle religiose. Se il direttore deve guidare le anime particolarmente desiderose della perfezione e della santità, è logico che egli abbia un occhio speciale per queste anime e sia ricercato soprattutto da esse. Non è necessario che sia egli stesso un religioso, ma è estremamente conveniente, e il motivo si capisce bene.

In particolare deve saper perfezionare i religiosi nella pratica dei voti di povertà, castità e obbedienza non peraltro in un senso generico, ma in relazione al modo di determinarne la pratica dettato dalla regola del proprio istituto. Diverso infatti è il modo di praticare i voti da istituto a istituto.

Al riguardo è importante far capire ai religiosi che la pratica dei voti comporta sì disciplina e mortificazione, motivate però da un superiore bisogno di libertà spirituale e quindi in vista di raggiungere quella «libertà» dei figli di Dio, della quale parla San Paolo (Gal 5,13).

Al riguardo, ricordo che molti anni fa fui invitato da un Monsignore che aveva fondato un istituto di suore a predicare gli esercizi alle sue suore.  Io pensai di porre a tema degli esercizi appunto l’ideale della libertà cristiana come effetto della pratica dei voti. A metà esercizi mi disse: «Padre, lei deve predicare l’obbedienza, non la libertà». Questi sono gli inconvenienti dei preti che vogliono farsi fondatori di istituti religiosi e soprattutto di suore, pensando che esse, più dei frati, in quanto donne obbediscano di più a loro.

Non hanno capito che cosa è la libertà cristiana, così come non lo capì Lutero, a causa della stessa legalista concezione dei voti che si era fatta quel buon Monsignore: per costoro essere religiosi non vuol dire essere più liberi dei laici, ma obbedire a una regola stabilita dal Fondatore o eventualmente obbedire al Fondatore stesso, se è ancora in vita.

Ma questo vuol dire partire col piede sbagliato. Bisogna invece, perché un istituto di suore viva la vera vita religiosa e non sia un gruppo di pie donne al servizio del parroco, che  l’istituto sia fondato da un uomo di Dio  che per primo vive quell’ideale di vita religiosa che intende istituzionalizzare, come fecero per esempio un San Basilio, un San  Benedetto o un San Domenico o un San Francesco o un San Giovanni Gualberto o un San Bernardo o un Sant’Ignazio di Loyola e mille altri e, in tempi più recenti, una Madre Rosa Brenti o una Madre Luigia Tincani o un Padre Giuseppe Lataste o un Venerabile Giocondo Pio Lorgna o il Servo di Dio Padre Domenico Galluzzi[1].

Come infatti può fare un semplice prete, che per esempio non conosce e non pratica la regola di San Domenico, di un San Francesco, del Carmelo, di un Sant’Ignazio di Loyola o dei Trappisti o di San Brunone, ad essere all’altezza di insegnare ad essi la perfezione della loro vita religiosa, senza che egli ne abbia la minima esperienza?

Il prete va bene per i preti e per i laici. Ma, a meno che non sia egli stesso dotato di una grande spiritualità - ammesso che i religiosi lo accettino – finirà per intiepidire il loro fervore religioso o per essere cercato da religiosi che mirano al ribasso.

Occorre però tener presente che in questo campo dei carismi, l’andamento delle cose non dipende certo in fin dei conti dai ragionamenti umani, seppur supportati dalla teologia o dal diritto, ma dalla libera sovrana azione dello Spirito Santo, che si compiace di operare quando vuole e come vuole in modo meraviglioso e straordinario, al di là delle comuni ed ordinarie leggi e consuetudini delle forze umane anche in grazia, per elargire ad alcune anime privilegiate o privilegiatissime da Lui scelte forze spirituali atte al compimento di opere grandiose, che coprono lo spazio dei secoli e la vastità della terra.

 Così, senza smentire che il semplice presbitero appare generalmente  inadatto e incompetente a guidare religiosi ed ancor più a fondare istituti religiosi, dobbiamo constatare eccezioni notevolissime e numerose, come per esempio quelle di San Giovanni Bosco o del Beato Giacomo Alberione, così come pure appare sorprendente il fatto che San Camillo de’ Lellis abbia potuto ancora da laico sentirsi ispirato a fondare quello che poi sarebbe stata la Congregazione dei Ministri degli infermi contro il parere di un altro santo, il suo direttore spirituale San Filippo Neri.

E c’è infine da ricordare che se il ministero presbiterale ha quelle limitazioni che ho detto, queste sono del tutto assenti nel Vescovo, la cui pienezza del sacerdozio, come osserva San Tommaso, lo rende maestro e garante, se non modello in senso giuridico, della vita religiosa.

Come infatti dice San Tommaso, il religioso è colui che è perfezionato dal Vescovo, il perfectus, mentre il Vescovo è il perfezionatore, il perfector del religioso. Egli pertanto è pienamente in grado non solo di dirigere convenientemente anime consacrate, ma ha il potere di approvare nuovi istituti religiosi[2] o di fondarne lui stesso, come è provato da moltissimi esempi della storia.

4. Quanto alla guida delle religiose, il direttore deve avere sufficienti stima e rispetto della dignità e della personalità della donna e quindi dev’essere aggiornato sui dati più recenti in materia, reperibili soprattutto negli insegnamenti di S.Paolo VI e S.Giovanni Paolo II[3].

 In particolare, bisogna che conosca i caratteri e il dinamismo della reciprocità psicospirituale fra uomo e donna, che sia al corrente delle grandi maestre di spiritualità della Chiesa, per esempio Santa Caterina da Siena, Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, Sant’Angela da Foligno, Santa Caterina de’ Ricci, Santa Caterina da Genova, Santa Teresa di Gesù, Santa Teresa di Gesù Bambino, Santa Teresa Benedetta della Croce, Raissa Maritain o la Serva di Dio Chiara Lubić.

5. Occorre stare attenti a non secolarizzare la missione del direttore. Egli non è «direttore» come può esserlo un direttore d’azienda o un direttore di banca. Non è un semplice istruttore o precettore; non è un burocrate, non è un impiegato del fisco, non è un controllore o un supervisore, benché debba sorvegliare diligentemente ed assiduamente con fine discernimento l’andamento del cammino della persona diretta, ma è un padre amorevole e provvidente, è una guida sicura, è fedele amico, è un umile fratello, un dotto maestro, un giusto giudice, un soccorritore paziente, zelante e misericordioso, un servitore premuroso, un medico attento e prudente.

6. Il direttore deve avere l’umiltà di riconoscere e pentirsi di falli o di peccati commessi ai danni del discepolo e deve chiedergli perdono. Deve pertanto permettere che il discepolo gli faccia delle rispettose osservazioni e, se sono giuste, deve tenerne conto.  È perfetta la direzione spirituale quando entrambi mettono in pratica il precetto paolino: «perdonandovi scambievolmente» (Ef 4,32).

Al riguardo, allora, non pare opportuno il precetto di Sant’Agostino secondo il quale il superiore non deve chiedere perdono al suddito perché ne scapiterebbe della sua autorità. È invece vero il contrario: il direttore che dà esempio di umiltà aumenta la forza della persuasività della sua autorità morale e giuridica nei confronti del suddito, dandogli un esempio da seguire e facendogli capire che il suo comandare non è un voler imporsi, ma un servire.

7. Il direttore deve saper liberare il diretto dagli inganni del demonio. Egli per primo deve premunirsi contro questi gli inganni, benché Dio possa permettere che egli momentaneamente cada in una sua trappola, come accadde al Padre Surin, grande guida spirituale gesuita del sec. XVI, il quale fu addirittura posseduto dal demonio.

Queste sconvolgenti esperienze servono al direttore per diventare più umile, stare maggiormente in guardia e confidare maggiormente nell’aiuto di Dio. Sono esperienze che lo maturano, gli fanno capire meglio le arti del demonio e quindi come meglio servire e disingannare le anime che fossero illuse o sedotte dalle menzogne o dai falsi ideali del demonio.

8. Non è escluso che il demonio possa ingannare lo stesso discepolo presentandogli il direttore sotto una cattiva luce. Il direttore non tarderà ad accorgersene dal fatto che il discepolo si incupisce nei suoi confronti, cala il suo impegno spirituale, comincia a mancargli di rispetto e a mostrargli diffidenza, lo maltratta o lo tratta con arroganza o con ironia, e gli fa delle false accuse. Il direttore freni lo sdegno che sente sorgere in lui e porti pazienza, continui lui a trattare bene il discepolo con dolcezza, carità ed umiltà come se niente fosse.

Non gli chieda spiegazioni del suo comportamento, perché facilmente il discepolo ribelle gli sputerebbe addosso il veleno che ha preso dal diavolo. Può eventualmente fargli un dolce rimprovero facendogli capire di aver capito tutto.

Preghi per il discepolo, offra sacrifici per lui e sappia attendere. Il discepolo onesto prima o poi s’accorge di essere ingannato dal diavolo e recupererà il rispetto per il direttore. Se invece cede alla tentazione del demonio, il direttore non ha che da ritirarsi «scuotendo la polvere dei suoi sandali» (cf Mt 6,11) continuando a pregare per la sua anima affinchè non si danni.

9. Il direttore può essere chiamato a fare discernimento e a guidare anime eccezionalmente dotate, dove non è facile distinguere le ispirazioni, come successe per esempio al Beato Raimondo da Capua, che fu incaricato addirittura da un Capitolo generale dell’Ordine Domenicano di guidare Santa Caterina da Siena, dove risultò poi che, a parte il sacramento della Confessione, non fu lui a dirigere lei, ma fu lei a dirigere lui. Oppure il caso di Mons. Volpi e Padre Germano, chiamati alla difficilissima guida di Santa Gemma Galgani.

10. Insomma, le qualità richieste per essere un buon direttore spirituale sono sapienza, prudenza, ascolto dello Spirito Santo, intuito, amore alla preghiera, devozione ai Santi, alla Madonna e all’angelo custode, frequente lettura della Scrittura e degli scritti degli autori spirituali, lettura del cuore, quella che Santa Teresa Benedetta della Croce chiama Einfühlung (empatia), spirito di sacrificio, onestà, religiosità, pazienza, fedeltà, umiltà, autorevolezza, larghezza di vedute, capacità argomentativa, obbiettività, sincerità, schiettezza, disinteresse, comunione con la Chiesa, disponibilità, dominio di sé, carità, castità, mortificazione, maniere gentili, sano umorismo, affabilità, duttilità, dolcezza, generosità, linguaggio evangelico, magnanimità, giustizia, mitezza, misericordia, apertura al dialogo, modestia, fermezza, discrezione, esempio di via serena, povera, semplice, disciplinata, sobria, austera, retta e penitente. È chiaro che per descrivere tutte queste virtù ad una ad una occorrerebbe scrivere un intero libro. Lascio al lettore prenderle in considerazione ciascuna.

11. Il direttore comanda per salvare; consiglia per migliorare; interroga per curare; esorta, avverte, ammonisce e rimprovera per svegliare, per correggere e per guarire; illumina per far riflettere; istruisce ed argomenta per motivare, persuadere, stimolare, consolare, confortare, far comprendere, entusiasmare e far gustare. Il direttore dev’essere promotore di libertà cristiana nel diretto.

Fine prima Parte

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 22 gennaio 2021


In questo clima di pensiero si comprende come si perde del tutto di vista l’importanza della direzione spirituale e in particolare del lavoro paziente e nascosto del confessionale. Il prete dev’essere bene in vista, in mezzo alla gente, soprattutto i giovani, popolare, dinamico, simpatico, applaudito, alla mano, dialogante, chiacchierone, scherzoso, sorridente ed attivo.

 

La confessione, Giuseppe Molteni

Immagine da internet 

 

 

 


[1] Per quanto riguarda la Madre Brenti, la Madre Tincani e il Padre Galluzzi, vedi il mio libro Siate santi! Domenicani alla ricerca di Dio, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2008.

[2] «AUTHENTICUM CHARISMATIS» - CON LA QUALE SI MODIFICA IL CAN. 579 DEL CODICE DI DIRITTO CANONICO - http://www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/papa-francesco-motu-proprio-20201101_authenticum-charismatis.html

[3] Cf il mio libro La coppia consacrata, Edizioni Viverein, Monopoli (BA) 2008.

2 commenti:

  1. Padre, lei ha perfettamente ragione. Immagini le povere anime mistiche abbandonate a loro stesse perché oggi le anime mistiche sono 'rogne' da rimandare al mittente, e se poi l'anima mistica ha delle rivelazioni in contrasto con il modernismo?! Apriti cielo... È guidata da satana!

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    1. Caro Anonimo, effettivamente per un direttore spirituale è molto difficile discernere se un'anima, che presenta fenomeni straordinari, come per esempio potrebbe essere il fatto che riceve rivelazioni soprannaturali, è o non è veramente un'anima dotata di doni straordinari oppure se è un'anima mistica. Effettivamente oggi è difficile trovare sacerdoti sufficientememnte preparati per questo discernimento. Ma il fatto è che purtroppo pullulano persone che si spacciano per profeti, magari attaccando il Santo Padre o la Chiesa. Ora è evidente che queste persone devono essere dovutamente corrette. E' anche vero che ci sono anime sante, che denunciano con sincerità i mali della Chiesa, senza mancare di rispetto al Papa, e che vengono disprezzate da preti di tendenza modernista.

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