Il principio del terzo escluso - Terza Parte (3/4)

Il principio del terzo escluso

Terza Parte (3/4)

È la realtà ad essere contradditoria

o la contraddizione è un difetto del nostro pensiero?

Cristo ci propone una sua logica, che, per sua dichiarazione, è l’opposto di quella del demonio: mentre la logica cristiana, che poi è quella della retta ragione e dell’onestà, oppone nettamente il sì al no, la logica del demonio congiunge e confonde il sì col no.

D’altra parte Cristo ci dice chiaramente che chi vuole raccogliere un senso valido dalla vita, deve raccogliere con Lui, perché chi non raccoglie con Lui, disperde (cf Mt 12,30). Chi crede in Lui si salva, chi non crede si danna. Occorre scegliere: o Lui o Beliar; non possiamo servire l’uno e l’altro simultaneamente.

Gesù ci dice che non possiamo servire a due padroni. Chi si palleggia o si barcamena fra l’uno e l’altro, si perde. Non possiamo stare in mezzo fra i due.  Stare con Cristo solo quando ci conviene, vuol dire già essere dalla parte del demonio. Non è facoltativo scegliere o non scegliere Cristo come guida della nostra vita: ne va del nostro destino eterno.  Non è che possiamo cavarcela lo stesso, anche seguendo un’altra guida, no. Siamo eternamente perduti.

L’assoluto non può che essere uno solo. Occorre però vedere qual è il vero assoluto. Il rischio è quello di barcamenarci tra quello vero e un falso assoluto. «Non potete servire a due padroni» vuol dire che non è lecito, non vi è moralmente consentito. Ma non si tratta di un’impossibilità logica, di qualcosa di contradditorio. Purtroppo la cosa è possibile nella prassi.

Ciò che nel principio del terzo escluso viene escluso è l’idea di poter affermare e negare simultaneamente, è l’idea di poter sostituire il principio di non-contraddizione con un impossibile principio di contraddizione. Il principio della nostra logica non è più il dire, ma il contraddire. Veniamo nell’idea che il contraddirsi possa essere utile e vantaggioso. E questo perché? Perché pensiamo che sia la realtà stessa ad essere contradditoria. Il divenire, il concreto è contraddizione. Il conflitto è sorgente di vita e di progresso. Non si deve tentare di risolverlo: sarebbe creare la stasi e la morte.

In questa visione, che è quella hegeliana, la realtà stessa e quindi la società umana sono costituite da opposizioni antitetiche. La tesi oppone a sé un’antitesi, la quale, opponendosi alla tesi, costituisce il reale, che è sintesi di tesi ed antitesi. Sarebbe inconcepibile una tesi senza la sua antitesi: l’essere senza il non-essere, il vero senza il falso, il bene senza il male, la vita senza la morte, la giustizia senza l’ingiustizia. Il vero amore, in questa visuale, l’amore veramente inclusivo, che non esclude nulla, sarebbe l’amore non solo del vero ma anche del falso, non solo della giustizia ma anche del peccato, non solo della vita ma anche della morte.

Ammettiamo pure – continuano gli hegeliani - la scelta fra il sì e il no; ma perché mai, quando ci conviene, dovremmo escludere la possibilità e la legittimità di ammetterli anche assieme? Tra le due alternative o così o non così, perchè dovremmo escludere una terza: così e non così? Non esiste una mediazione? Teniamoci buone entrambe le possibilità; non ci conviene tenercele buone entrambe? Non si sa mai! Il sì è separabile dal no? L’essere è separabile dal non-essere? Siamo certi che vi sia una vera e propria opposizione? E se la totalità fosse la loro sintesi? Non è questa l’idea di Hegel?

Osserviamo che indubbiamente nella realtà, nella vita o nella società esistono opposizioni polari naturali o artificiali, come dice Romano Guardini, create da Dio o dall’uomo, che comportano una complementarità reciproca: il polo nord e il polo sud, il polo positivo e il polo negativo, il maschio e la femmina, la destra e la sinistra. Non sono opposizioni reciprocamente esclusive, come quella tra il bene e il male, ma che si richiamano a vicenda.

Solo che Guardini sembra perdere di vista l’aspetto conflittuale della vita cristiana, che egli risolve nell’alterità o nella diversità o nella pluralità, legalizzandola. L’aut-aut sembra perdere il veleno e si addolcisce nell’et-et. Egli parla di un «contrasto» e di una «tensione feconda» dove scompaiono l’avversario e la «lotta contro un nemico», per cui la «tesi e la sintesi vengono portate all’unità»[1].

La dialettica di Jorge Mario Bergoglio non è quella di Hegel

Papa Francesco, prima di salire al soglio pontificio, si dedicò a studiare il pensiero di Guardini, perché trovò in esso una teoria delle opposizioni polari, che soddisfaceva al suo interesse per la comprensione e la soluzione dei conflitti sociali ed ecclesiali e per quelli dottrinali. Bergoglio però distingue nettamente la dialettica del diverso, che rimanda al principio dell’analogia di Aristotele e di San Tommaso, dalla dialettica della contraddizione, che suppone l’univocismo e l’equivocismo hegeliano. Il diverso dev’essere salvato, rispettato ed incluso; il divisivo e il conflittuale dev’essere tolto ed escluso. L’antinomia dialettica non esclude ma suppone la coerenza e l’unità del pensiero e dell’azione. L’opposizione delle opinioni e delle legittime scelte non esclude ma suppone il valore universale, la comunione e la fraternità.

Papa Francesco utilizza adesso questa preparazione filosofica, logica ed epistemologica per lo svolgimento del suo alto ufficio di Pastore universale della Chiesa, in una situazione ecclesiale lacerata da irreconciliabili estremismi ed ostinate contrapposizioni, nonché nel suo compito del dialogo ecumenico ed interreligioso e con i potenti di questa terra e nell’affrontare i problemi morali del nostro tempo.

Al riguardo, è interessante notare che si ferma a lungo con dovizia di documentazione su questo interesse del Papa per il pensiero antinomico Massimo Borghesi in un suo recente libro[2]. Questo però non vuol dire, come crede Borghesi, che il pensiero stesso di Bergoglio sia «antinomico», perchè questo non sarebbe un pregio, ma un difetto. Sarebbe doppiezza. È sbagliato definire «antinomico» il pensiero di Bergoglio. Ciò andrà bene per Hegel, o forse per Guardini, ma non certo per Bergoglio.

Si deve dire semmai che Bergoglio presta una speciale attenzione alla realtà dei conflitti siano essi sociali o siano ideologici, ma non per implicarsi in essi, bensì per cercare una via di pacificazione e di conciliazione. Nessun pensatore che si rispetti tiene ad essere antinomico, ma anzi si guarda bene dall’incoerenza, denuncia come errori le contraddizioni e si sforza egli stesso di evitarle.

Inoltre si può semmai parlare di stile paradossale. Questo sì che si può notare nei discorsi di Bergoglio, anche da Papa. Ma lo stile paradossale è comunque altra cosa dal pensiero antinomico, sebbene anch’esso abbia relazione col contradditorio e possa ingenerare equivoci o fraintendimenti. Per questo non è raccomandabile e solo gli scrittori ed oratori esperti lo sanno usare. Tuttavia nel paradosso il contrasto non è fra concetti, ma fra modi espressivi. Dire per esempio che Gesù fanciullo, passando tre giorni nel tempio «ha commesso una marachella» o che «la Madonna non è nata santa e non è corredentrice» o che «Cristo è stato fatto peccato» o che «Lutero ha offerto la medicina», sono espressioni che indubbiamente non suonano bene. Tuttavia, dovutamente contestualizzate con le opportune precisazioni e gli opportuni distinguo, appaiono accettabili.

Ma il pensiero antinomico è un pensare volutamente fuorviante e concettualmente incoerente. Se lo stile paradossale è permesso – pensiamo per esempio allo stile di San Paolo o a certe espressioni di Cristo stesso - nessun pensatore onesto si propone a modello il pensare antinomico. Potrà averlo fatto Hegel, potranno averlo fatto gli scribi e i farisei, ma non è certo nelle intenzioni di Bergoglio, benché possa capitargli incidentalmente[3]. Per questo Schopenhauer chiamava Hegel «il grande impostore». Dovere infatti del pensatore è quello di essere coerente e di evitare la contraddizione, non quello di cercarla di proposito, come fa Hegel con la sua dialettica spacciandola per verità.

La scienza non si identifica con la dialettica, ma ne è la correzione e il superamento, perché mentre la dialettica si ferma all’opposizione fra il sì e il no, la scienza stabilisce il sì. Non esiste, come credeva Kant, una «dialettica trascendentale», quella che egli chiamava «illusione della pura ragione». Nel campo del trascendentale, come hanno dimostrato inconfutabilmente Aristotele e San Tommaso, la ragione percepisce infallibilmente le prime certezze, sulle quali fonda tutto il sapere. Una ragione che s’ingannasse nel campo del trascendentale, ossia dell’essere, non sarebbe affatto «pura» ma impura, perché sarebbe irrimediabilmente falsa senza la possibilità di accorgersene e di correggersi, perché le mancherebbe il criterio per farlo, che è appunto il trascendentale.

Occorre ricordare infatti che la mente umana ha bisogno di certezza. Il suo rischio è quello di avere troppa fretta nel volerla trovare e di credere di averla trovata laddove non c’è. Qui sono caduti in molti, come per esempio Cartesio col suo cogito. Il problema è quello di superare le opinioni contrastanti per raggiungere la scienza, perché solo con essa si raggiunge una certezza assoluta, oggettiva ed incrollabile.

L’errore e il vizio di uno Hegel, invece, è stato quello di non essere riuscito a superare le apparenze e i conflitti di opinione e di aver pensato quindi che la scienza consista nel mettere assieme ciò che non può stare assieme e nell’assolutizzazione dell’opinabile, facendo oggetto del sapere la conflittualità e contradditorietà irrisolta delle contingenti e soggettive opinioni e quindi l’incompossibile anziché il possibile.

Il pensiero antinomico hegeliano, cosiddetto «dialettico» non denota affatto una ragione solida e robusta, come molti credono, ma al contrario nasce da una ragione rinunciataria e al contempo astuta e presuntuosa, che, a causa del suo idealismo, ritiene impossibile sapere come stanno realmente le cose, che occorre fermarsi all’apparenza e che pertanto bisogna fermarsi all’accettazione delle opinioni contrastanti immaginando che il sapere sia la sintesi del contradditorio.

Invece Bergoglio, pur essendo ben consapevole della contrarietà reciproca delle opinioni umane, non si arrende affatto e non si rassegna a questa situazione sconfortante, che può far piacere solo ai furbi e agli ipocriti, ma da buon realista che sa di poter raggiungere le cose come sono, prende atto senza paura e senza falsi irenismi dei conflitti ideologici e sociali e si sforza di mostrare, per mezzo di una buona dialettica, la conciliabilità e la sintesi di posizioni apparentemente inconciliabili.

La dialettica, dunque, come già dimostrò Aristotele, intesa come confronto degli opposti opinabili, ha certo una sua utilità, non però come scienza, ma come preparazione o introduzione alla scienza. Essa è inevitabile a causa della debolezza della ragione umana, che scopre la verità solo a prezzo dell’errore e del dibattito fra tesi opposte, ma non è ancora un sapere, bensì un pensare ipotetico e provvisorio che si divide fra tesi opposte della quali non sai qual è quella vera.

È solo la dimostrazione scientifica che distingue la tesi vera da quella falsa, perché non possono essere entrambe vere due tesi in contrasto fra di loro. E non si tratta tanto di raggiungere una sintesi o un’unità, quanto piuttosto la verità in opposizione al falso, perché la vera unità è basata sulla verità, la quale non può non respingere la falsa tesi contraria. E così pure il vero progresso filosofico e dogmatico non avvengono per rotture e contraddizioni, ma nella continuità e nell’identità dell’unico soggetto, che si sviluppa e cresce mantenendo nel tempo la medesima identità, senza mai negare nulla di ciò che gli è essenziale, ma rimanendo sempre essenzialmente lo stesso.

Infatti, come già stabilì Aristotele, gli opposti dialettici come tali, non danno la verità, che è una sola, non è sì-e-no, ma danno l’apparenza, perché è impossibile che due tesi antinomiche siano vere simultaneamente. Dovere del pensiero, allora, non è quello di sintetizzare le due tesi, ma di distinguerle, è quello di chiarire quale delle due tesi è quella vera oppure di chiarire come possono stare assieme senza che si abbia contraddizione.

Il bisogno dell’unità è più che giusto. Ma appunto esso è legittimante soddisfatto solo se le due tesi si liberano dall’errore e splende in ciascuna la luce della verità. Dovere dunque del pensatore onesto non è quello sornione, rinunciatario ed opportunista di lasciare in piedi la contraddizione spacciata per verità, per accontentare Dio e mammona, ma è quello di operare un saggio discernimento critico, che denunci o sciolga le apparenti contraddizioni, pronto a pagare di persona, in modo tale che il sì sia accolto e si unisca a un altro sì e il no sia respinto.  Le benedizioni e le maledizioni pronunciate da Cristo al giudizio universale non sono che le conseguenze ultime di quest’opera di discernimento e di separazione, che è opera di giustizia, che il pensiero deve fare.

Il pensiero non ha solo il compito di unire ciò va unito, ma anche il dovere di separare i termini che non possono e non devono stare assieme. È vero che Dio ordina di non separare ciò che Egli ha unito. Ordina però anche di non confondere ma di distinguere ciò che va distinto, soprattutto il bene dal male (II Sam 14,17; I Re 3,9; Eb 5,14). Non si dà vera unità e vera sintesi senza l’assoluta separazione o esclusione reciproca dei termini assolutamente incompatibili o incompossibili.

Ora Bergoglio afferma certamente di prendere in considerazione le antinomie e le contraddizioni, non però per farne una bandiera o un programma d’azione o per acquietarsi su di esse o perché gli piaccia la doppiezza. Egli infatti ha ben presente il principio evangelico del «sì, sì, no, no». Sa bene che non ci è consentito servire due padroni. Suo intento dichiarato infatti è solo quello di trovare l’unità del pensiero e non di lasciarlo diviso.

Ma questo fine si può ottenere non ignorando o cancellando l’esistenza del nodo da sciogliere. Non è quello di evadere dalle difficoltà ma di affrontarle, almeno se non superano le nostre forze. È quello di guardare in faccia alla realtà, è quello di considerare realisticamente l’esistenza e la qualità del nodo da sciogliere e in base alla conoscenza della verità, smascherare e denunciare l’apparenza ingannevole sintetizzando ciò che appariva contradditorio e che invece è semplicemente diverso o reciprocamente complementare.

O per Cristo o contro Cristo

Allora dunque, per quanto riguarda l’alternativa tra l’essere per Cristo o contro Cristo, quale terza possibilità ci può essere? Quale sintesi o quale unità ci può essere tra chi è per Cristo e chi è contro Cristo? (Mt 12,30)? Giustamente ci chiede San Paolo: «Quale intesa fra Cristo e Beliar?» (II Cor 6,15). Quale accordo fra i «figli di Dio» e i «figli del diavolo» (I Gv 3,10)? Possiamo sospendere il giudizio? Esiste un punto di vista superiore dal quale operare un arbitraggio? Si può restare neutrali o indifferenti? Un po’ per l’uno e un po’per l’altro? Né l’uno né l’altro? E per chi allora?

Soprattutto in un affare come questo che mette in gioco il senso della nostra vita dovremmo avere ben presente, se non siamo dei burattini o delle canne sbattute dal vento, che il contrasto fra l’una e l’altra possibilità, fra il sì e il no è irresolubile e quindi non si può risolvere affatto con la semplice giustapposizione del sì al no. Questo non è accordo. Questa non è sintesi. Questa è doppiezza.

Occorre sì promuovere la concordia e la pace fra i nemici. Ma questa si può fare solo attorno a Cristo e alle condizioni che Cristo pone. Essa non è possibile fra Cristo e i suoi nemici. Certamente il cristiano deve amare i nemici, certamente può convertirli in amici. Ma ciò non vuol dire che non debba combatterli finchè sono nemici. Il cristiano non può sottrarsi al combattimento, perché egli, se non vuol restare vinto dal nemico che lo combatte, deve combatterlo e vincerlo.

Mentre il rapporto con qualsiasi persona umana si pone sul piano del semplice et-et ossia della diversità, che può aggiungere un terzo e un quarto, il rapporto con Cristo si pone sul piano dell’aut-aut, mette in gioco l’alternativa di fondo: o salvezza eterna o perdizione eterna. Tertium non datur.

Se io scelgo come amico Paolo anziché Francesco non cambia nulla di sostanziale nella mia vita e non divento perciò nemico di Paolo. Ma se invece di Cristo scelgo Budda o Maometto, ciò mi rende nemico di Cristo, con la conseguenza della mia dannazione eterna. Posso essere amico di Paolo ed ugualmente di Francesco e di Giovanni. Invece non è la stessa cosa con Cristo. Non posso ad un tempo essere amico di Cristo e di Budda o di Maometto, perché o sono amico di Cristo o gli sono nemico, aut-aut, tertium non datur.

Le reciprocità invece esprimono indubbiamente la ricchezza e la verità dell’esistenza e come ogni ente abbia bisogno, all’occorrenza, di un suo opposto per realizzarsi. Il soldato ha bisogno del nemico per giungere alla vittoria. Il medico ha bisogno della malattia per guarire i malati. Il predicatore ha bisogno dell’eretico per far brillare la verità della fede. La virtù ha bisogno della prova per rafforzarsi. Il piacere ha bisogno del dolore e della rinuncia per redimersi e purificarsi.  La vita ha bisogno della morte per risorgere.  L’uomo ha bisogno del sacrificio della croce per salvarsi.

Ma un conto è fomentare il conflitto o rassegnarsi al conflitto perchè lo si ritiene inevitabile o vantaggioso e un conto è sopportarlo e adoperarsi per trovare un punto di contatto fra gli avversari. Un conto è la pretesa di conciliare l’inconciliabile e un conto è lo sforzo di mettere d’accordo chi può andare d’accordo. Un conto è la pace che dà il mondo, fondata sull’ambiguità e la doppiezza, e un conto è la pace che dà Cristo, che non teme di prendere la spada per la difesa della giustizia. Un conto è l’odio per il diverso e un conto l’odio per il male.

Così similmente alcuni amano concepire la Chiesa come coincidentia oppositorum, secondo la famosa formula di Nicolò Cusano, formula che però è ambigua, perché se con essa intendiamo riferirci al semplice scontro delle opinioni, all’opposizione polare di Guardini, alle opposizioni relative o reciprocamente complementari, nulla in contrario ad ammetterle nell’essenza della Chiesa. Ma se con quella formula intendiamo la coincidenza del sì e del no, allora siamo daccapo. Che di fatto nella Chiesa fazioni, litigi, estremismi, divisioni e conflitti siano inevitabili, questo è chiaro. Che esse diano occasione ai buoni per esercitare la pazienza, la speranza, la carità, la giustizia e la misericordia, è altrettanto chiaro.

Ma nessuna ecclesiologia cattolica potrà mai farsi una tale idea di Chiesa e nessun cattolico amante della concordia e della pace potrà mai rassegnarsi ad accettare tranquillante quei fenomeni e si adopererà sempre con tutte le sue forze per appianare i contrasti, per sanare i conflitti, per mettere d’accordo gli avversari, per riconciliare i nemici.

L’errore di Giaccardi e Bagatti

Due sociologi, Chiara Giaccardi e Mauro Bagatti hanno di recente pubblicato un libro, La scommessa cattolica[4],  col proposito in sé certamente generoso di offrire un programma di azione per il cattolico di oggi in relazione alla situazione socio-culturale ed ecclesiale di oggi. Il libro, però, insieme a molte osservazioni, critiche giuste e suggerimenti validi, soffre di un grave vizio per quanto concerne la valutazione che il cattolico deve dare del principio di non-contraddizione e del terzo escluso.

Da come gli Autori ne parlano, si vede che essi li hanno completamente fraintesi e scambiati per metodi generatori di pericolose astrazioni, dannose separazioni, nonché  false unità, che condurrebbero al «dualismo», all’esclusivismo, alla costruzione di fittizi nemici, alla chiusura all’altro e al diverso e quindi condurrebbero alla violenza e alla distruzione, fino ad insinuare che l’applicazione di quei princìpi avrebbe condotto i nazisti allo sterminio degli Ebrei, quando, semmai, è vero tutto l’opposto, giacchè, come è noto, la dottrina del nazismo era fondata sul concetto totalitaristico hegeliano dello Stato e del primato del Tedesco teorizzato da Nietzsche, mentre la dottrina hegeliana dell’essere, fondamento della sua etica, è espressamente basata sulla negazione del principio di non-contraddizione.

Ora è vero che l’astrazione separa, ma senza creare dualismi o false contrapposizioni. Separa per unire nella sintesi del giudizio distinguendo i diversi aspetti dell’ente. È vero che l’astrazione non coglie il concreto singolo vivente esistenziale nel suo divenire; questo lo coglie il senso e l’intuizione intellettuale; e tuttavia l’astrazione ha il pregio impagabile che ci fa cogliere l’essenza della cosa e ci consente di capire la verità del principio di non contraddizione, se non capissimo il quale, come ci avverte Cristo, il nostro pensare sarebbe distrutto o consegnato nelle mani del diavolo.

Qui sta il gravissimo errore, nel quale cadono gli Autori; errore che si spiega col fatto che essi dimostrano di ignorare completante il valore dell’astrazione metafisica, che è alla base della logica evangelica[5], la quale è fondata, come abbiamo visto, su princìpi enunciati da Cristo stesso, princìpi trasgredendo i quali, non siamo più dalla parte di Cristo, ma dalla parte del diavolo. Quindi non si scherza. Questo dei due Autori è dunque un enorme equivoco. E ciò lascia supporre che essi non abbiano le idee chiare neppure su quella che è la vera natura ed importanza del processo astrattivo del pensiero umano.

Già nello stesso funzionamento della conoscenza animale è possibile constatare l’esistenza di un certo processo astrattivo, che coglie l’universale a prescindere dal singolare: se un leone assale una gazzella, non è perché è quella data gazzella, ma perchè è la gazzella. Il concreto non c’entra niente. Qui c’entra l’universale. E ciò allora è segno che il leone in qualche modo coglie l’universale. Dunque, in qualche modo astrae l’immagine della gazzella. Per questo, altrettanto bene quel leone avrebbe assalito un’altra gazzella. Ciò vuol dire che il leone, seppure senza usare un’immagine concettuale così astratta come la nostra, sa che cosa è la gazzella.

Invece nei due Autori si nota un’esagerata apologia del «concreto» come se esso fosse l’unico oggetto della mente e dimenticando l’aspetto di universalità della realtà. E per converso gli Autori si scagliano ripetutamente ed irragionevolmente contro l’«astrazione», che, stando alle loro affermazioni allarmate, sembrerebbe essere la maggiore responsabile dei mali della società, della cultura, del costume e della Chiesa attuale. Siamo evidentemente davanti ad un’idea ossessiva e ad un fantasma spaventoso che gli Autori stessi si sono creati e che turba i loro sonni notturni.

In realtà, i mali che oggi affliggono la società e la Chiesa hanno la loro radice teoretica prima in un’insufficiente attività razionale e quindi nella mancanza di punti di riferimento certi ed universali, il che succede proprio per l’incapacità di esercitare adeguatamente la facoltà astrattiva del pensiero speculativo e pratico e proviene dalla voglia maniacale di aggrapparsi ad un «concreto», che delude ed amareggia il nostro spirito, tanto più quanto più lo cerchiamo spasmodicamente o lo divoriamo con voracità insaziabile.

Se l’astrazione metafisica e logica, se il principio di non-contraddizione non ci danno la realtà oggettiva né la verità sulla morale, sull’uomo e su Dio, allora tutto il Magistero della Chiesa su questi temi diventa un castello di carta o una favola per minorati mentali.

Allora quando Papa Francesco, nella sua poderosa enciclica Fratelli tutti ci parla di «verità oggettiva», di «natura umana», di «scrutare nella realtà delle cose», della «validità universale dei princìpi etici basilari e non negoziabili» (n.213) o ci parla della «verità trascendente, obbedendo alla quale l’uomo acquista la sua piena identità», senza la quale «non esiste alcun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini» (n.273), è un imbonitore che ci racconta delle balle o un sognatore che vaga fra le nuvole?

Fine Terza Parte

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 12 aprile 2021

Se l’astrazione metafisica e logica, se il principio di non-contraddizione non ci danno la realtà oggettiva né la verità sulla morale, sull’uomo e su Dio, allora tutto il Magistero della Chiesa su questi temi diventa un castello di carta o una favola per minorati mentali.

Allora quando Papa Francesco, nella sua poderosa enciclica Fratelli tutti ci parla di «verità oggettiva», di «natura umana», di «scrutare nella realtà delle cose», della «validità universale dei princìpi etici basilari e non negoziabili» (n.213) o ci parla della «verità trascendente, obbedendo alla quale l’uomo acquista la sua piena identità», senza la quale «non esiste alcun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini» (n.273), è un imbonitore che ci racconta delle balle o un sognatore che vaga fra le nuvole?



 

Occorre ricordare infatti che la mente umana ha bisogno di certezza. Il suo rischio è quello di avere troppa fretta nel volerla trovare e di credere di averla trovata laddove non c’è. Qui sono caduti in molti, come per esempio Cartesio col suo cogito. Il problema è quello di superare le opinioni contrastanti per raggiungere la scienza, perché solo con essa si raggiunge una certezza assoluta, oggettiva ed incrollabile. 

Immagini da internet


[1] Cf Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz, Romano Guardini. La vita e l’opera, Morcelliana, Brescia 2018, p.306.

[2] Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale, Jaca Book, Milano 2017.

[3] Alcune espressioni che potrebbero farci pensare ad un influsso hegeliano le troviamo in un breve manoscritto del 1987-88 pubblicato da La Civiltà cattolica del 3/17 aprile scorso: «l’antinomia è un sistema di concetti in tensione». «Come genere espressivo è il modo adeguato di contenere tutta la vitalità di una realtà, senza ridurla». D’altra parte nel medesimo scritto Bergoglio fa’ l’elogio della «consonanza tra la realtà in sé e la realtà come è conosciuta. Quando c’è dissonanza non c’è adeguatezza e ciò significa che la realtà non è stata colta» (pp,10-11). Del resto è chiaro che qui abbiamo a che fare con semplici opinioni private che nulla hanno a che vedere con l’autorità dell’attuale Magistero di Papa Francesco.

[4] Edizioni Il Mulino, Bologna 2019.

[5] Espongo i princìpi di questa logica nel mio libro Gesù Cristo fondamento del mondo. Inizio, centro e fine ultimo del nostro umanesimo integrale, Edizioni L’Isola di Patmos, Roma 2019.

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