La resurrezione della vita fisica nel mondo nuovo redento da Cristo

 La resurrezione della vita fisica

 nel mondo nuovo redento da Cristo

 

Renovabis faciem terrae

 

Siamo in clima pasquale e la mente di noi cristiani va alla futura vita eterna che ci attende, ci spinge ad interrogarci su come saranno i viventi della terra nuova nella quale speriamo di essere ammessi.  A proposito dunque mi è giunta la proposta di una Lettrice, la Signora Carla D’Agostino Ungaretti di Roma, la quale ci offre alcune sue considerazioni concernenti l’interessante questione se nella terra nuova della futura risurrezione saranno presenti gli animali e le piante. La risposta è indubbiamente sì per le ragioni che Carla espone. Ben volentieri, pertanto, pubblico lo scritto di Carla e colgo l’occasione per approfondire il discorso con ulteriori considerazioni e precisazioni.

Su questo punto esiste una risposta di S.Tommaso d’Aquino, che tuttavia è inadeguata. Egli sostiene[1] infatti che nel mondo futuro animali e piante non esisteranno perché la loro anima è mortale, per cui non può risorgere; ed inoltre per il fatto che questi viventi servono per l’alimentazione dell’uomo. Ma nel mondo futuro il corpo umano sarà immortale, per cui non avrà più bisogno di alimentarsi.

Ora però la Scrittura ci promette una terra nuova come effetto della resurrezione di Cristo (Sal 104,30; Is 65,17; 66,22; II Pt 3,13; Ap 22,1). Paolo, dal canto suo, parla di una nuova creazione: «Tutta la creazione soffre e geme nei dolori del parto» (Rm 8,22). Ma evidentemente i viventi infraumani, creati da Dio, fanno parte della natura fisica. Paolo parla di una resurrezione dell’intera creazione. Per questo, non c’è motivo di credere che nella resurrezione la vita fisica infraumana non ci sarà. Non è credibile che il mondo della futura risurrezione, che sarà molto più ricco del paradiso terrestre, che pur conteneva animali e piante, debba essere di esso meno ricco per la loro assenza.

Per questo il Concilio prevede che nella terra dei risorti «i beni, quali la dignità dell’uomo, la fraternità e la libertà e cioè tutti i buoni frutti della natura», e cioè gli animali e le piante, «e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, purificati da ogni macchia, illuminati e trasfigurati, allorquando Cristo rimetterà al Padre il regno eterno di santità e universale, che è “regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace”»[2] .

Tuttavia, non mancano le difficoltà che ci spingono a domandarci come questa risurrezione degli animali e delle piante sia possibile e quali forme avrà. Tommaso dice che, «dato che la forma di questi viventi quaggiù cade nel nulla, non può risorgere la medesima di numero», come a dire che Dio non può ricreare il medesimo individuo.

Quindi non si tratta propriamente di una risurrezione come avviene per noi, in quanto resta la nostra anima, la quale riprende il proprio corpo, ma occorre ammettere una vera e propria ricreazione, in quanto in questo caso il soggetto è caduto nel nulla.

Ma forse qui Tommaso non ha riflettuto abbastanza su quella che è la potenza creatrice e ricreatrice divina. Tommaso sta fermo sul principio metafisico innegabile che l’individuo per sua essenza è unico e irripetibile, non può essere riprodotto identico; non può essere riprodotto in serie. La tecnica moderna, con la sua perfezione, può darci l’impressione illusoria di questa perfetta ripetitività. Ma se noi confrontiamo attentamente tra loro due automobili prodotte dalla FIAT, vedremo che sono diverse tra loro.

Insomma, non possono esistere concretamente e simultaneamente due individui assolutamente uguali e identici, perchè l’individuo è caratterizzato dalla diversità: ogni individuo è diverso dall’altro, se no, non sarebbe un individuo.  Per questo è inconfondibile e non può essere scambiato per un altro. È in astratto, nell’immaginazione, in geometria, che noi possiamo immaginare due triangoli uguali. Ma questo appunto è l’astratto, è l’immaginato, non è la realtà concreta e sensibile. Neppure Dio può far sì che esistano simultaneamente due individui identici.

Tuttavia a Tommaso è sfuggita una considerazione: questo principio vale solo per la simultaneità, non per la successione temporale. Se un artigiano può rifare un vaso riuscito male o un architetto può ricostruire un edificio distrutto, vorremo che Dio onnipotente creatore dell’essere concreto non sia capace di ridare il suo essere a ciò che è distrutto o annullato? A un gatto morto o a un cane morto?

Inoltre, perché il principio dell’irripetibilità dell’individuo dovrebbe valere solo per il corpo di un cane o di un gatto e non anche per il corpo umano? Invece che cosa insegna il dogma della risurrezione? Ce lo dice il Concilio Lateranense IV del 1215: «tutti risorgeranno col loro proprio corpo che hanno adesso» (Denz.801).

E allora perché questo dovrebbe valere per il corpo umano e non per il corpo dei viventi infraumani? Una risposta sembrerebbe essere questa: perché l’anima umana, individuata in se stessa, è immortale e quindi ha in se stessa il principio formale ed attivo dell’individuazione del proprio corpo. Per questo c’è la esatta ripetizione o riproduzione del medesimo individuo umano precedentemente dissolto dalla morte.

Ma perché questo non dovrebbe valere anche per i viventi inferiori? Perché – così potrebbe apparire – la loro anima è mortale, si dissolve nel nulla e non può quindi far da principio informatore del corpo risorto. Va bene: ma non può Dio ricreare la medesima anima di quel medesimo gatto o cane rendendola forma del loro corpo? Certo che lo può. Da qui l’esistenza nella terra futura dei medesimi individui viventi che vivono o sono vissuti qui.

Assai misteriosa invece è la sagoma o la configurazione fisica dei corpi risorti umani ed infraumani. Sappiamo che ci sarà la distinzione dei sessi, ma non esattamente che forma avranno, perché quaggiù il sesso è ordinato alla generazione, mentre di là ci sarà solo un sesso che esprime l’amore, ma che non procrea più perché sarà cessato l’aumento numerico degli individui delle specie viventi.

Quanto al fatto che di là non avremo bisogno di nutrirci perché l’alimentazione serve a ricreare le forze che si indeboliscono, mentre di là il corpo sarà immortale, questo è vero. Ma Dio non ha creato la vita infraumana solo per scopi alimentari, ma anche perché ne ammirassimo e godessimo esteticamente ed affettivamente la meravigliosa ed inesauribile bontà, varietà e bellezza. E «vide che era cosa buona».

Chi va al giardino zoologico non pensa di mangiare i leoni e le tigri, ma ad ammirarli nella loro terribile bellezza. L’infinita armonia e varietà di linee, colori e di forme degli uccelli, dei pesci e dei fiori non ha finalità nutrizionali, ma puramente estetiche.

Gli ornamenti femminili non hanno solo finalità procreative, ma anzitutto estetiche. Dio, sommo Artista e somma Bellezza spirituale, vuole essere ammirato, adorato, contemplato e lodato attraverso la bellezza fisica delle sue opere e delle sue creature.

Che faremo in cielo se non contemplare la Bellezza e gioire della Bellezza? Bellezza di Dio, certo, anzitutto, ma anche bellezza del corpo umano maschile e femminile, bellezza dei corpi e degli spiriti, bellezza di Cristo e della Madonna, degli angeli e dei santi, degli animali e delle piante, della natura, degli astri e delle stelle!

Infine, la questione della morte degli animali e delle piante. Qui le cose vanno diversamente da ciò che riguarda l’uomo. È chiaro che nei viventi inferiori c’è una volontà di vivere e un rifiuto della morte, tanto che essi si difendono fino allo stremo delle forze contro le forze ostili.

Senonchè, però, mentre nel mondo della vita infraumana la sofferenza e la morte sono fisiologiche e naturali, perché naturalmente corruttibili, come appare chiaramente nell’Eden dove Dio stesso comanda all’uomo di nutrirsi di questi viventi inferiori, per l’uomo la sofferenza e la morte sono il castigo del peccato originale. Per questo non si può dire che la morte nel regno dei viventi inferiori sia una conseguenza del peccato originale, perché questo mondo, non essendo dotato di libero arbitrio, non ha nessuna colpa del peccato originale.

Dio è il Dio della vita, Che non vuole solo la vita mortale, ma la vita immortale, la vita eterna per tutti, animali e piante compresi e l’eterna esistenza del mondo fisico minerale inanimato.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 14 aprile 2022

 

                                                

 

CHE NE SARA’ DEGLI ANIMALI E DELLE PIANTE QUANDO VEDREMO IL “CIELO NUOVO E LA TERRA NUOVA”?

“Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1, 31).

“ … dico enim vobis quia potest Deus de lapidibus istis suscitare Abrahae filios” (Lc 3, 8).

Alcuni anni fa lessi una notizia che, se da un lato mi stupì, dall’altro mi rallegrò perché coincideva perfettamente con una convinzione e una speranza che io ho sempre nutrito nel mio cuore, anche se alcuni (tra i quali il mio parroco) le ritengono troppo azzardate e progressiste. Ebbene: nell’Università filosofico – teologica dei Cappuccini di Münster, in Germania - nella quale dal 1963 al 1966 ha conseguito il dottorato Benedetto XVI – era stato fondato l’Istituto di Zoologia Teologica, con lo scopo di vagliare teologicamente la possibilità che Dio abbia attribuito ad alcune specie animali un ruolo preciso nel Suo piano salvifico[3]. Il loro logo derivava da un’incisione medioevale in rame raffigurante S. Girolamo in compagnia di un leone che poggia le sue zampe anteriori sullo scrittoio del Santo. “Il leone potrebbe rappresentare il mondo animale che chiede a Girolamo, Padre e Dottore della Chiesa, traduttore delle Sacre Scritture in latino, di essere ammesso alle dispute filosofiche” ha detto il fondatore e direttore dell’Istituto Rainer Hagencord. Devo dire che questa osservazione mi è piaciuta e la condivido.      

Non ho più saputo poi quale seguito abbia avuto questa iniziativa dell’Università tedesca, se essa abbia avuto successo e seguito presso gli studiosi e presso il popolo cattolico ma io - che fin da bambina ho sempre amato gli animali (e in questa mia riflessione voglio aggiungere anche le piante) senza peraltro essere “animalista” nel senso politico moderno, né vegetariana e tanto meno vegana - ho apprezzato questa novità perché mi sono spesso domandata che cosa pensasse Gesù delle creature di Dio diverse dagli uomini, come gli animali e le piante. La constatazione che mi è sempre sorta in mente come risposta è che Egli amava e ammirava il creato, opera di Suo Padre che, per primo, ne era rimasto soddisfatto riconoscendo che si trattava di “cosa molto buona” (Gen 1, 31).

Nascendo, il Figlio di Dio, che ebbe come prima culla una mangiatoia, non disdegnò di essere riscaldato dal respiro di un bue e di un asinello, animali umili, miti e fedeli collaboratori dell’uomo nel faticoso lavoro agricolo quotidiano[4]. Più tardi Gesù manifestò ammirazione per i gigli del campo che vivono e crescono senza lavorare e senza filare, riconoscendo che “neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro” (Mt 6, 26 – 29; Lc 12, 27); ammirò i liberi voli degli uccelli del cielo, anch’essi amati dal Padre, loro Creatore, che li nutre anche se neppure essi lavorano. Ancora: di un asinello ebbe bisogno Gesù al momento di entrare a Gerusalemme pochi giorni prima della Sua Passione. Nonostante fosse festeggiato dalla folla entusiasta che lo acclamava “Figlio di Davide”, Egli ritenne di non aver bisogno di un cavallo, animale nobile più adatto ai re e ai condottieri che a Colui che aveva scelto come compagni privilegiati i poveri, gli umili e i puri di cuore.            

Tuttavia l’evangelista Marco riporta un episodio che mi disorienta un po’ perché sembra contraddire la simpatia e il rispetto che Gesù nutre per la natura. Un giorno, mentre Lui e i suoi Discepoli uscivano da Betania, Lui (vero uomo, oltre che vero Dio) ebbe fame e, visto un albero di fico, “si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie … Rivolto all’albero, disse: “Nessuno possa più mangiare i tuoi frutti!”. (Mc 11, 12 – 14). E il fico si seccò fin dalle radici. Come spiegare questo segno prodigioso di Gesù, l’unico tra quelli da Lui compiuti, caratterizzato da un esito negativo per una creatura di Dio, sia pure un albero? Non mi voglio addentrare in spiegazioni teologiche o esegetiche che non mi competono; preferisco pensare, da cattolica “bambina” quale io sono, che Gesù, affamato, sia rimasto un po’ deluso e, date le sue parole, forse anche un po’indispettito (sentimento molto umano che avremmo provato tutti noi) per non poter soddisfare la fame che lo aveva colto. Se fu così, allora sono indotta ad amare ancora di più la reale e santissima umanità del Figlio di Dio perché anche Lui, che era vero uomo, poteva aver dimenticato che non era stagione di fichi, come si preoccupa di sottolineare l’Evangelista.

A questo punto devo chiarire perché abbia apprezzato tanto l’iniziativa dell’Università di Münster. Infatti io mi sono sempre detta: se è vero che Dio è Amore e per amore ha creato l’universo e tutto ciò che esso contiene; se è vero che Egli ama incondizionatamente tutte le Sue creature e provvede paternamente ad esse; se è vero che l’armonia primordiale della natura da Lui progettata è stata incrinata dalla disobbedienza dell’uomo che, essendo il vertice della creazione, col peccato originale ha travolto e trascinato dietro di sé il creato introducendovi la morte; se è vero che Cristo, col Suo sacrificio, ha riconciliato l’umanità con Dio riaprendole le porte del Paradiso, allora sono propensa a ritenere impossibile che “l’Amor che move il sole e l’altre stelle” possa, alla fine dei tempi, accogliere presso di sé soltanto gli esseri umani, respingendo nel nulla tutte quelle altre Sue creature, animali e piante (completamente innocenti) alle quali Egli ha ritenuto “cosa buona” donare la vita ma non la consapevolezza di sé.

I teologi obiettano: gli animali e le piante non conoscono, come gli uomini, l’aspirazione all’Assoluto, quindi non possono ricambiare l’amore di Dio, né aspirare alla comunione escatologica con Lui. È vero, ma anche essi amano la vita e cercano di preservarla, pur senza rendersene conto[5]. E’ vero che le piante, in particolare, a differenza degli uomini e degli animali, sono prive del sistema nervoso e questo impedisce loro di provare dolore quando vengono recise o maltrattate, ma sono pronte a riprodursi e ad allignare ovunque trovino un anfratto con una briciola di terreno utile. E non è questo amore per la vita, sia pure inconsapevole? Gli animali di qualunque specie si riproducono regolarmente quando è il momento stabilito da Dio. Questa è stata la volontà del loro Creatore ed è giusto che sia così, ma chi ci dice che l’Amore supremo non abbia progettato una forma di riscatto anche per loro - caduti nei lacci della morte non per loro colpa, ma per l’arrogante superbia umana - senza ritenere necessario rivelarlo agli uomini? L’Apocalisse (21, 1) ci dice che alla fine dei tempi vedremo “un nuovo cielo e una nuova terra”, che tutti potranno riconoscere, ma dove non esisterà più alcuna ombra di Male. Poiché il progetto dell’Onnipotente è una proposta di salvezza per tutti, a mio giudizio è impossibile che il Suo piano si realizzi consentendo l’annullamento di una parte delle Sue creature, come mi sembra che avverrebbe con la loro “perdita” escatologica, ma debba necessariamente avvenire con il rinnovamento di tutto il Creato, comprese le creature di Dio più umili, indifese e innocenti. 

Mi sembra di vedere tanti “sapienti” (tra i quali il mio amico parroco) scuotere il capo in segno di disapprovazione, ma io so che una volta il Santo Papa Paolo VI consolò una bambina che piangeva la morte del suo cagnolino dicendole: “Un giorno lo rivedrai in Paradiso. Personalmente ricavo un grande conforto da queste parole perché ritengo impossibile che colui che è stato appena proclamato Santo possa sbagliarsi su questo argomento. Perciò, come quella bambina, io non posso pensare di non rivedere più il mio vecchio simpaticissimo gattone soriano[6], morto di vecchiaia pochi mesi fa il quale, quando mi vedeva intenta a scrivere sul mio PC, saltava accanto alla tastiera senza disturbarmi ma facendomi le fusa che, nella sua lingua “gattese” che io comprendevo benissimo, intendeva dire: “Carla, sono contento di vivere con te e di tenerti compagnia[7]. 

Naturalmente non si trattava di affetto come lo intendiamo in senso umano, ma quelle fusa erano foriere di tanta compagnia e tanta allegria, tali da aiutarmi a superare i momenti di tristezza. Per questo il Signore ha creato gli animali e le piante: per aiutare il genere umano in ciò in cui essi possono essergli utili secondo la loro specie e la loro natura, per il lavoro quotidiano, per l’alimentazione e per il mantenimento di un giusto equilibrio della natura stessa, anche se purtroppo gli uomini spesso dimenticano quest’ultimo importante compito affidato loro dal Creatore: quello di avere cura del Creato. In una parola: perché sono “cosa buona”. Come posso pensare allora che l’aiuto, la gioia e il conforto che tanti animali sono capaci di dare agli uomini si perda nel nulla?  

Fontanellato, 14 aprile 2020

Carla D’Agostino Ungaretti

                                                 

L’anima umana, individuata in se stessa, è immortale e quindi ha in se stessa il principio formale ed attivo dell’individuazione del proprio corpo. Per questo c’è la esatta ripetizione o riproduzione del medesimo individuo umano precedentemente dissolto dalla morte.

Ma perché questo non dovrebbe valere anche per i viventi inferiori? Perché – così potrebbe apparire – la loro anima è mortale, si dissolve nel nulla e non può quindi far da principio informatore del corpo risorto. Va bene: ma non può Dio ricreare la medesima anima di quel medesimo gatto o cane rendendola forma del loro corpo? Certo che lo può. Da qui l’esistenza nella terra futura dei medesimi individui viventi che vivono o sono vissuti qui.

Assai misteriosa invece è la sagoma o la configurazione fisica dei corpi risorti umani ed infraumani. Sappiamo che ci sarà la distinzione dei sessi, ma non esattamente che forma avranno, perché quaggiù il sesso è ordinato alla generazione, mentre di là ci sarà solo un sesso che esprime l’amore, ma che non procrea più perché sarà cessato l’aumento numerico degli individui delle specie viventi.

Dio è il Dio della vita, Che non vuole solo la vita mortale, ma la vita immortale, la vita eterna per tutti, animali e piante compresi e l’eterna esistenza del mondo fisico minerale inanimato.

Immagini da internet


[1] Summa Theologiae, Supplementum, q.95, a.5.

[2] Gaudium et spes, n.39.

[3] Cfr. AVVENIRE, 21.7.2010, pag. 24.

[4] Il tenero accenno al bue e all’asinello del presepio non è riportato da Luca nel suo Vangelo, ma solo dai Vangeli apocrifi.  Tuttavia, dato che la prima culla di Gesù fu una mangiatoia, siamo autorizzati a pensare che il luogo della sua nascita fosse effettivamente una stalla e quindi possiamo credere alla effettiva presenza dei due animali in quel tipo di ricovero.

[5] Giorni fa mi sono imbattuta in un piccolo ragno che passeggiava sul pavimento del mio terrazzo. Istintivamente ho cercato di calpestarlo, ma non ci sono riuscita perché il poveretto mi sfuggiva in tutte le direzioni, riuscendo poi a rifugiarsi in una crepa tra il muro e il pavimento. Mi sono sentita un po’ in colpa per la mia inutile crudeltà. 

[6] Vero gatto “romano” perché, a quanto pare, nella famosa colonia felina di Largo Argentina a Roma i soriani sono i più numerosi.

[7] Sono sicura che i “gattofili” che leggeranno queste mie parole saranno d’accordo con me.

8 commenti:

  1. Caro Padre Cavalcoli,
    bella riflessione teologica, e che ci offre grande consolazione a tutti coloro che nella nostra vita, come è il mio caso personale, hanno nutrito l'affetto per le piante e gli animali, fin dalla nostra infanzia, sono anche compagni del nostro cammino di vita.
    Dico di grande consolazione, perché come è rispettabile la conclusione teologica di san Tommaso d'Aquino, contraria a queste sue conclusioni; bisogna però considerare proprio questo: conclusioni teologiche, che possono essere più o meno certe, ma di una certezza ben diversa dalla certezza della fede. Altrettanto certe (teologicamente) le certezze di Tommaso come le loro.
    In merito alle riflessioni, anche belle ed emozionanti, della signora Carla D'Agostino Ungaretti, vorrei chiederle se non condivide con me due obiezioni o, meglio, preoccupazioni:
    1) Dice la signora Carla D'Agostino Ungaretti che "E’ vero che le piante, in particolare, a differenza degli uomini e degli animali, sono prive del sistema nervoso e questo impedisce loro di provare dolore quando vengono recise o maltrattate...".
    Mi permetto di obiettare che questa mancanza di vita "sensibile" nel regno vegetale è stata oggi messa in discussione, ad esempio dal danno che le piante subiscono "a distanza", monito di pericolo. Questo è qualcosa di ben dimostrato da esperimenti scientifici, botanici, ben dimostrato.
    2) D'altra parte, va fatta una distinzione riguardo all'animismo, ai suoi rischi e pericoli. Non mi riferisco all'idolatria, ma semplicemente all'animismo (come si può vedere nell'attuale new age).

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    1. Caro Ross,
      dal punto di vista empirico è a volte molto difficile distinguere l’animale dalla pianta, perché esistono dei viventi che sembrano piante e invece sono animali o viceversa altri viventi che sembrano animali ed invece sono piante.
      Esiste un criterio filosofico che distingue la vita vegetativa dalla vita animale. La vita vegetativa comporta le funzioni vegetative, l’autodifesa, l’autoconservazione, l’alimentazione, la riproduzione della specie e il movimento. La vita sensitiva o animale aggiunge a queste funzioni la conoscenza, l’appetito sensitivo, le emozioni o passioni e il linguaggio.
      Per distinguere concretamente, in base all’esperienza, se un dato vivente è un animale o una pianta occorre tener presenti questi criteri. Essi sono per lo più di facile utilizzazione. Per esempio, è evidente che una pianta non esercita l’attività conoscitiva e per conseguenza non possiede un appetito sensitivo basato sull’immaginazione. È altrettanto evidente che una pianta non comunica mediante un linguaggio. Invece un punto che crea difficoltà nel discernimento è il processo di autodifesa e di autoconservazione.
      A questo punto alcuni parlano di sensibilità. Ma la vera e propria sensibilità è il livello più basso della conoscenza, la quale comporta una rappresentazione intenzionale dell’oggetto conosciuto. Questa rappresentazione viene conservata nella memoria. Per esempio, il soggetto, dopo l’esperienza fatta, si allontana nello spazio conservando nella memoria l’immagine stimolante, la quale spinge il soggetto a ritornare sull’oggetto piacevole. Tutto questo le piante non lo fanno, perché non danno segni di esercitare la conoscenza mediante il linguaggio, suoni e gesti, e perché non sono capaci di muoversi nello spazio.
      In secondo luogo, un punto di somiglianza tra animali e piante è un comportamento che nelle piante assomiglia all’espressione di una emotività. Per esempio, se l’ambiente è favorevole, si sviluppano; invece, se è sfavorevole, intristiscono. Qui, però, non entrano in gioco delle vere e proprie passioni, perché esse suppongono la conoscenza, che invece nelle piante è esclusa. Di che cosa si tratta, allora? Di una forma di irritabilità sia nel senso di un incremento vitale e sia nel senso di un deperimento.
      Altro punto di contatto tra l’animale e la pianta è il sistema di autodifesa, che rientra nel processo di autoconservazione e di autoriparazione.
      Per quanto riguarda l’animismo, si tratta di tutt’altra questione, ossia di quella concezione per la quale ogni ente sarebbe animato. Per quanto riguarda le piante e gli animali, già Aristotele aveva scoperto che le une e gli altri hanno un’anima, tuttavia ben diversa dall’anima umana. Infatti, che cos’è l’anima? L’anima è il principio della vita immanente al soggetto vivente e tale da renderlo vivo, a differenza dei non viventi, come i minerali. Che differenza c’è tra l’anima delle piante e quella degli animali? È quella differenza che noi scopriamo quando notiamo la differenza del loro livello di vita, così come lo ho esposto sopra.
      Per quanto riguarda la differenza con l’anima umana, mentre questa sopravvive alla morte del corpo, perché spirituale, l’anima delle piante e degli animali si dissolve al momento della morte, perché non è spirituale, ma è semplicemente il vertice vitale della materia vivente, per cui, al momento della morte, rientra nella potenzialità della materia.

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  2. Caro Padre Cavalcoli,
    Mi scuso per la mia confusione sull'animismo. L'ho capito riferendosi non all'anima in senso generale (che include, ovviamente, il vegetativo e il sensibile) ma come anima cosciente.
    Rimpiango anche di non essermi espresso bene sulla vita senziente nelle piante e, infatti, dopo aver scritto il commento precedente, ho avuto il dubbio che forse non mi ero spiegato bene, e tu non mi hai capito.
    Non mi riferivo ai casi limite, o ai confini tra regno vegetale e regno animale, dove è difficile discernere se si tratta di una pianta o di un animale. Li sei spiegato bene.
    Mi riferivo a esperimenti che sono stati fatti con i vegetali veri e propri, in cui è stata rilevata anche una sorta di "percezione extrasensibile", se posso usare il termine.
    Non credo di essere in grado di spiegarmi brevemente.
    Mi riferisco a un famosissimo libro di divulgazione scientifica scritto da Peter Tompkins e Christopher Bird, intitolato "The Secret Life of Plants", pubblicato nei primi anni '70.
    Non sono riuscito a trovare una versione italiana.
    Se sei interessato ti passo i link delle versioni che conosco:
    Inglese:https://archive.org/details/secretlifeofplan00pete
    Spagnolo:https://archive.org/details/LaVidaSecretaDeLasPlantasTompkinsBirdCopy
    Francese:https://archive.org/details/laviesecretedesp0000tomp

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    1. Caro Ross,
      devi tenere presente la dettagliata e ben fondata distinzione che ho fatto tra l’essenza della vita vegetativa e l’essenza della vita sensitiva o animale.
      Ho già detto che se un vivente dimostra di possedere una conoscenza sensibile non può essere una pianta, ma è un animale.
      Non mi sembra il caso di parlare di vita segreta delle piante, se per vita segreta intendiamo una vita interiore immateriale, risultato di un atto riflessivo che possiamo chiamare coscienza. Infatti, questo atto riflessivo suppone la conoscenza sensibile, che abbiamo detto essere propria dell’animale e non della pianta. E con la conoscenza sensibile si raggiunge il piano dell’immaterialità, che non è ancora il piano della spiritualità.
      Se invece per vita segreta intendiamo l’attività fisica interna alla pianta stessa, causata dalla sua anima vegetativa al fine di organizzare e di dare impulso alla vita della pianta stessa nella sua autoconservazione, nella sua identità, nel suo sviluppo, nella sua differenziazione interna, nella sua autodifesa e nella sua autoriproduzione, allora, in questo senso, si può parlare di una vita segreta ed intima della pianta, in quanto le sue manifestazioni immediatamente empiriche nascondono una interiorità fisica, che è l’attività dell’anima, la quale attività non è immediatamente percepibile, perché resta segreta ad uno sguardo superficiale.
      Questa vita interiore si manifesta in vari modi, a seconda dell’ambiente favorevole o sfavorevole, o del fatto che sia coltivata o non coltivata, rispettata o non rispettata. Questi elementi di solito dipendono dalla natura. Tuttavia l’uomo ha in ciò una grande responsabilità, perché è in suo potere piantare una pianta nel terreno adatto e in un clima adatto. È in suo potere coltivarla, nutrirla, difenderla da agenti nocivi, farla crescere, collocarla in un ambiente adatto, utilizzarla a scopo medico o per il proprio nutrimento o per abbellire l’ambiente.
      Inoltre c’è da notare che il progresso della botanica ci conduce ad una conoscenza sempre più approfondita del mondo vegetale, conoscenza che ci consente di valorizzarlo sempre meglio, di averne maggior rispetto e di saperlo meglio utilizzare per i nostri bisogni fisici ed anche dal punto di vista estetico o addirittura religioso, in quanto la pianta più essere simbolo di valori morali e spirituali.

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  3. Caro Padre Cavalcoli,
    non volevo perdere altro tempo per ringraziarli ancora per i suoi due commenti sui miei commenti e per il tempo e la dedizione che hai dedicato a questo compito. Né volevo fargli capire con il mio silenzio che io, da parte mia, sarei rimasto contrario alle sue opinioni. Al contrario, riconosco la mia confusione e credo di aver compreso abbastanza le sue argomentazioni per poter dire che ora sono d'accordo con i suoi commenti.
    Le sue due risposte mi hanno costretto a fare due cose: 1) da un lato, recensire il libro che ti ho citato (The Secret Life of Plants), che avevo letto molti anni fa, e 2) dall'altro, recensire nel mio vecchi libri di antropologia filosofica e miei appunti, ciò che decenni fa avevo studiato sulla differenza tra vita vegetativa e vita senziente o animale.
    È possibile che i miei vecchi studi sulla differenza tra piante e animali siano stati troppo elementari e, rileggendo i suoi due commenti, vedo che, anche nella loro sintesi, rispondono alle moderne domande sull'argomento derivate da recenti esperimenti, di cui si parla nel libro citato.
    Grazie, ancora, per il suo tempo.

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    1. Caro Ross,
      sono contento che lei sia soddisfatto. Le sue buone parole mi incoraggiano a proseguire nel lavoro con zelo e desiderio di servire il prossimo.

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  4. Caro Padre Cavalcoli,
    vorrei aggiungere alle suggestive e belle considerazioni di questo articolo, e dei successivi commenti, qualcosa che potrebbe ampliare un po' di più il dibattito su questo stesso argomento.
    Mi riferisco all'enciclica "Laudato si'" del 2015. Francamente, sono passati alcuni anni da allora, e personalmente non riesco a interpretare alcune cose nel loro vero significato docente, da parte del Romano Pontefice. Ci tengo a dire: che personalmente dubito dell'opportunità e dell'utilità del Santo Padre, avendo inserito troppi passaggi con opinioni eccessivamente personali, discutibili, ma non insegnamenti di fede o che derivano dalla fede e dalla sana ragione.
    In questo contesto, che negli anni non ha smesso di preoccuparmi, per il quale personalmente non valuto adeguatamente tale enciclica, permettetemi di citare il numero 33, dove il Papa si interroga sulle specie estinte, e che non si vedono più dall'uomo.
    Il passaggio è: "Ma non basta pensare alle diverse specie solo come eventuali “risorse” sfruttabili, dimenticando che hanno un valore in sé stesse. Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere, perse per sempre. La stragrande maggioranza si estingue per ragioni che hanno a che fare con qualche attività umana. Per causa nostra, migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza né potranno comunicarci il proprio messaggio. Non ne abbiamo il diritto".
    Dopo aver visto ciò che è stato esaminato nel suo articolo: non possiamo pensare che specie estinte possano essere resuscitate anche nei nuovi cieli e nella nuova terra? La risposta mi sembra logica: certo!

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    1. Caro Aureliano,
      non dubito neanch’io che, alla risurrezione, anche queste specie, che Dio aveva creato per abbellire il mondo, per manifestare la sua potenza creativa e soprattutto per la gioia e l’attività dell’uomo, le potremo vedere e avere da esse quel godimento estetico del quale in questa vita ci siamo privati.

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