Visualizzazione post con etichetta Libero arbitrio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Libero arbitrio. Mostra tutti i post

21 ottobre, 2026

Arte e natura. Rapporto interumano e rapporto con la natura - Quarta Parte (4/5)

 

Arte e natura

Rapporto interumano e rapporto con la natura

 Quarta Parte (4/5)


L‘arte e la poesia

Come Dio nel creare produce dal nulla un’infinità di forme diverse, così l’uomo, qui pensiamo all’artista e al poeta, ha una natura tale, per la quale gli individui di questa natura posseggono ciascuno una propria inventiva e un proprio modo di produrre, uno stile proprio, originale, diversificato ed irripetibile, di esprimersi e di produrre opere di pensiero ed opere d’arte e di poesia, utilizzando ed ordinando di proprio gusto e di proprio genio, certi elementi della natura con i quali si sentono in sintonia o che a loro suggeriscono o ispirano l’opera stessa che poi essi producono.

Maritain distingue giustamente l’arte dalla poesia. Tratta dell’arte in Art et scolastique commentando la definizione data da San Tommaso, recta ratio factibilium, il giusto criterio delle opere fattibili. Tratta della poesia in alcune opere.

Per San Tommaso, l’artista, che allora era chiamato «artefice» (artifex) è un soggetto che agisce a somiglianza dell’agire della natura. In tal senso Aristotele diceva che l’arte imita la natura, quindi non nel senso che alcuni gli attribuiscono, secondo il quale l’artista dovrebbe limitarsi a a copiare le cose della natura. Dice infatti Tommaso: «come la cosa fisica agisce per mezzo della sua forma, così l’artefice agisce per mezzo dell’intelletto e della volontà».

Continua a leggere:

 https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/arte-e-natura-rapporto-interumano-e_0984802311.html

Il sorgere della riflessione sul proprio io e sulle proprie capacità produttive nel campo del pensiero e dell’azione in rapporto alla natura, iniziato col Rinascimento italiano, e sviluppato da Lutero e da Cartesio, ha condotto l’umanità nei secoli successivi a prender sempre maggior coscienza della natura e dello scopo dell’operare artistico, poetico e tecnico, cioè delle possibilità delle quali l’uomo dispone nell’utilizzare, modificare e perfezionare la natura sia per soddisfare ai suoi bisogni – ecco la tecnica – e sia per soddisfare il suo gusto estetico  - ecco le belle arti -.

Il bello, come spiega San Tommaso, ha propriamente a che fare col vedere; è ciò che piace al vedersi. Il piacere riguarda l’affetto, e quindi il bello coinvolge anche la volontà e l’affetto. Ora, oggetto della volontà è il bene. Quindi il bello è buono. Se però piace al vedersi esso riguarda l’intelletto, cui oggetto è il vero. Dunque il bello è anche il vero. Da qui vediamo che il vero, il buono e il bello sono connessi fra di loro e si richiamano l’un l’altro. La scoperta e l’apprezzamento di questi tre valori, come ci insegna Platone, dipende dalla collaborazione reciproca dell’intelletto e della volontà.

Oggi apprendiamo comodamente e immediatamente dal computer un’infinità di notizie utilissime e culturalmente formative che in passato occorreva cercare nelle biblioteche spesso con fatica e dispendio di tempo e denaro. Oggi col computer facciamo lezioni e conferenze che si diffondono nel mondo stando davanti al computer senza bisogno di prendere l’areo per andare in Australia o in Nuova Zelanda.

È comunque evidente che non possiamo attenderci dal computer e dall’IA le manifestazioni del cuore, delle quali ho parlato sopra e che noi non possiamo aprire il nostro cuore al computer o all’IA. È qui che percepiamo l’infinita differenza, pur nelle analogie impressionanti, fra la persona umana e la macchina, fra il comportamento etico o l’agire morale da una parte e la tecnica, il lavoro, l’arte e la poesia dall’altra.

L’IA è un semplice recettore, calcolatore, memorizzatore, informatore e produttore meccanico e automatico. Non possiamo prenderlo come consigliere in questioni morali, come guida spirituale o come potenziatore della nostra personalità. Non esiste e non può esistere nulla al di là dell’umano fissato da Dio come natura umana, che possiamo ottenere noi con l’uso della più raffinata tecnica. Sarebbe, questa, una prospettiva, magari inconsapevole, di operazione magica. L’unica via per superare l’umano è quella indicata da Cristo: diventare, con la sua grazia, figli di Dio. Il vero transumanesimo o sopraumanesimo non è l’empia stoltezza di Nietzsche, ma è l’umanesimo cristiano.

Immagini da Internet:
- Dettaglio di Las Meninas, autoritratto di Diego Velázquez
- Saturno vista da Titano, del 1944, di Chesley Bonestell

14 settembre, 2026

I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio - Quinta Parte (5/8)

 

I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio

Quinta Parte (5/8) 

 

Il conflitto delle idee trascendentali

(pp.362-409)

La prima antinomia riguarda il mondo nello spazio e nel tempo. Essa si divide in due: il mondo nello spazio e il mondo nel tempo. Per quanto riguarda la prima, Kant dice che è possibile sostenere tanto che il mondo è racchiuso in uno spazio limitato, quanto che lo spazio è illimitato. 

Kant non chiarisce il significato delle dimensioni dell’universo, circa la nostra conoscenza del quale la scienza progredisce continuamente nella scoperta del sempre più piccolo e del sempre più distante. Sotto questo punto di vista noi non arriviamo mai a scoprire un confine invalicabile, un limite definitivo, ma a ogni limite che scopriamo, proseguendo nell’indagine, ne scopriamo un altro ulteriore e così via senza fine. Le dimensioni dell’universo ci appaiono sempre più grandi e i suoi componenti sempre più piccoli di quelli che avevamo scoperto in precedenza. Kant tiene conto di questa infinità materiale e trascura la finitezza ontologica dell’universo. 

Continua a leggere:


https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/i-sofismi-di-kant-riguardo-allesistenza_0339280874.html


 

 

Tommaso osserva in primo luogo che nella ricerca delle cause, si può retrocedere all’infinito nei legami accidentali fra cause ed effetti, ma non nella concatenazione causale razionalmente motivata e ordinata o nelle cause di per sé, realmente esplicative. … Tommaso osserva pertanto che il processo all’infinito impedisce l’affermazione della causa prima, se si tratta di una retrocessione nell’essere, non nel divenire. Nell’essere causato occorre fermarsi alla causa prima: ananke stenai, come diceva Aristotele, altrimenti tutto perde di senso. ... In secondo luogo Tommaso distingue le cause del divenire dalle cause dell’essere. Il divenire è nel tempo, ma non necessariamente l’essere. Ora qui il problema è la causa dell’essere. Per questo, osserva l’Aquinate, nulla impedisce l’ipotesi di una serie causale infinita nel divenire indipendentemente dal tempo che può essere finito come può essere infinito. Invece nel retrocedere nelle cause dell’essere, occorre fermarsi e non si può retrocedere all’infinito, ma bisogna fermarsi ad una causa prima, altrimenti tutto perde di senso.

La differenza tra la forma spirituale – l’anima umana - e le forme inferiori è data solo dal fatto che mentre la forma umana sussiste da sé, le forme inferiori provengono dalla materia e, alla corruzione dell’individuo, tornano nella materia. Se la loro forma si estingue – per esempio la forma del legno è sostituita dalla forma della cenere – non è perché sia composta e si disintegri, ma perché perde la sua immaterialità e discende al livello della materia. ... Per questo non è vero che, per il fatto che la sostanza materiale è indefinitamente scomponibile, dissolubile, disintegrabile e divisibile, nel mondo non esiste nulla di semplice. Di semplici ci sono le forme, siano esse sussistenti e spirituali, come le anime umane o siano forme materiali, come quelle dei corpi infraumani. Certamente gli atomi democritei come le monadi leibniziane puntuali e senza dimensioni non esistono, perchè anche gli atomi si sono rivelati composti e il punto è un ente matematico immaginario e non reale od ontologico.


La terza antinomia pone due tesi opposte estremistiche ed entrambe false. Essa vorrebbe lasciare indeciso se nel mondo esiste l’azione libera o tutto è determinato secondo necessità come credeva Democrito, per cui quegli atti umani che sembrano liberi nel bene come nel male esprimono il Destino della necessità come in Emanuele Severino o sono voluti dal Destino e dalle inflessibili leggi di natura, come nel positivismo di Auguste Comte. … La vera libertà sta nell’obbedienza alla legge. Il necessitarismo e determinismo, dal canto loro, sono una forma di comodo o viceversa un disperante fatalismo materialista, che ignora la libertà dello spirito e la responsabilità degli atti morali.

Il concetto di ente necessario non è una nozione di partenza nella dimostrazione dell’esistenza di Dio, così che questa esistenza possa essere dimostrata solo perchè abbiamo questo concetto, come erroneamente fece Sant’Anselmo, ma è una nozione di arrivo, giustificata dall’esperienza delle cose contingenti, la nozione che ci facciamo di Dio solo dopo aver considerato il fatto che se esiste, come esiste, quell’ente contingente del quale abbiamo esperienza. Deve per conseguenza necessariamente esistere, non nella mia mente ma nella realtà, per spiegare l’esistenza del contingente, quell’ente assolutamente necessario che chiamiamo «Dio».

Immagini da Internet: Autoritratto e La Gioconda, Leonardo da Vinci

07 maggio, 2026

Immutabilità e causalità in Dio - Terza Parte (3/3)

 

Immutabilità e causalità in Dio

Terza Parte (3/3)

Dio creatore o Dio ordinatore?

Bontadini pensa che per assicurare l’immutabilità divina bisogna togliere a Dio la causalità efficiente e motrice e lasciargli solo l’intellegibilità, la razionalità o il pensiero o l’identità. Hegel, al contrario, ritiene che per garantire che Dio agisca, occorre renderlo fluido, agitato e mutevole. Né l’uno né l’altro hanno capito come si devono accordare in Dio la sua immutabilità con la sua onnipotenza o forza attiva e causativa.

Occorre invece tener presente che quanto più un ente è saldo, ben fondato, fermo, solido, irremovibile, robusto, stabile e forte, tanto più è sicuro, duttile, agile, sciolto, potente. diversificato e vasto nell’azione.  Immutabile non vuol dire inerte o rigido come un sasso o come un morto. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/immutabilita-e-causalita-in-dio-terza.html

Bontadini, credendo per influsso di Severino che il concetto del nulla sia contradditorio e quindi nichilistico, si sforza di escogitare un concetto di creazione che faccia a meno di fare riferimento al nulla (ex nihilo), per cui concepisce la creazione non come produzione o causazione del finito da parte dell’infinito efficiente, ma come semplice relazione di dipendenza della creatura dal creatore ovvero del finito dall’infinito, semplice relazione del relativo all’Assoluto all’interno dell’Assoluto o, prendendo spunto da Hegel e da Spinoza, come determinazione o finitizzazione finita dell’infinito, in modo tale che Dio non produca o non causi nulla al di fuori di sé, ma solo agendo all’interno della propria essenza, la quale, coincidendo con l’essere come tale, non ammette nulla al di fuori di sé, giacchè al di fuori dell’essere non c’è che il nulla. 

Osservo che se da Dio togliamo la causalità efficiente come fa Bontadini, resta un Dio inerte e inattivo come una figura geometrica, dove l’ordine è puramente intellegibile, formale e strutturale, ma astratto, privo di vita e di dinamicità. Se d’altra parte, come fa Hegel, da Dio togliamo l’immutabilità, il movimento che da essa scaturisce perderebbe il fondamento del suo impulso e la sua stessa esistenza, perderebbe il suo esser causa dell’effetto. Il vero Dio è congiunzione di agente e di azione, di movente e movimento, di amante e di amore, è forza genitrice di forza, roccia sulla quale costruire la casa.

Bontadini non riesce a darci l’idea di un Dio vivente, che interviene ad operare meraviglie, quel «fuoco divorante» (Dt 4,24), del quale parla la Scrittura, il Dio che «scuote cieli e la terra» (Eb 12,26).  San Tommaso da par suo spiega magnificamente come in Dio si riveli la congiunzione dell’immutabilità del suo essere col mutare delle libere scelte.

Tommaso vuol farci capire che l’azione in Dio non va intesa come qualcosa che passa, ossia con la categoria del divenire, come accade in noi e come l’intende Hegel, ma con quella dell’essere, e addirittura dell’atto d’essere (atto secondo), della perfezione assoluta e del complemento ultimo. L’agire divino, pertanto, non è come nella creatura atto imperfetto di una potenza mista di attività e di passività, ma atto istantaneo atemporale, senza divenire e senza potenzialità. In tal modo l’agire, il causare e il produrre divini (barà) non compromettono affatto l’immutabilità divina, che giustamente sta a cuore a Bontadini.

Né il mobilismo irrequieto hegeliano-rahneriano, né l’eternalismo glaciale severiniano-bontadiniano riescono a spiegare l’esistenza pluralistica e diversificata del mondo, dell’ente contingente e  diveniente, perchè sia nell’uno che nell’altro manca, al di là dell’attenzione lodevole all’Assoluto, la sintesi in Dio tra l’essere e l’agire, il pensare e il fare, l’atto d’essere e la potenza attiva, sicchè il Dio di Bontadini, nonostante lo sforzo di Bontadini di elaborare un concetto di creazione, è un Dio chiuso in se stesso, che non produce niente, mentre il Dio di Rahner è un agitato rivoluzionario immerso nel tempo, che disfa quello che fa, eterno suscitatore di conflitti e di guerre.

Immagini da Internet:
- La Pietà e il Giudizio Universale, Michelangelo

14 aprile, 2026

Padre Tomas Tyn sulla libertà - Parte Seconda (2/2)

 

Padre Tomas Tyn sulla libertà

Parte Seconda (2/2)

 

Penso di fare cosa gradita ai Lettori presentare alcune mie considerazioni sulla libertà in relazione all’insegnamento di Padre Tomas Tyn relativo alla natura della libertà cristiana, della quale egli dette eroico esempio offrendo la propria vita per la liberazione della sua Patria da un regime tirannico.

Il libro da cui attingo si intitola “La liberazione della libertà – Il messaggio di Padre Tomas Tyn ai giovani”, ed. Fede&Cultura, Verona, 2008.

Questo libro contiene, oltre al mio scritto, anche una raccolta di scritti del Servo di Dio.

...

Non c’è dubbio che tutto il creato è ordinato finalisticamente a Dio, ma in modo particolare l’uomo. L’uomo non solo ha in sé un principio ordinato al fine, ma è egli stesso che si ordina al fine. Questa capacità di assegnare a se stesso dei fini, che è propria dell’uomo, è una espressione della sua libertà, la quale a sua volta è profondamente radicata nella sua razionalità. Non c’è libertà senza razionalità, parlando degli uomini, ossia senza il pensiero astratto.

Continua a leggere: 

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/padre-tomas-tyn-sulla-liberta-parte_14.html 

 

San Tommaso circa l'atto libero fa due precisazioni. La prima: dice che le creature razionali governano in parte se stesse. Che meraviglia questa! È una cosa difficile da spiegare, ma è molto bella a pensarci; cioè il mondo è governato dalla mente divina; le creature irrazionali non si governano, ma sono passivamente governate. Ora, in mezzo a tante creature passivamente governate, il Signore ha fatto emergere una similitudine di sé in alcune creature che non sono solo governate ma governano anche se stesse.

Cioè sono da Lui governate in modo tale però che governino se stesse: questa è la realtà delle cose. Quindi in qualche modo noi siamo simili a Dio, perché siamo per così dire monarchi, sovrani e re. ... nel senso che ciascuno di noi è chiamato a governare se stesso.

Questo è il mistero della nostra libertà. Quindi, in qualche modo le creature razionali, pur non cessando di essere governate, governano anche se stesse. Questo è il mistero. È qui la tentazione dell'ateismo, perché l’ateo si accorge della sua sublime dignità, cioè di essere governatore di se stesso; ma quel pensiero gli dà tanto alla testa, - non trovo un altro paragone - l'ubriaca fino a tal punto, che dimentica che pur essendo governatore di sé, è però anche governato da Dio e che anzi non potrebbe governarsi se non gli fosse dato dall'alto, come dice Gesù a Pilato: “Tu non avresti nessun potere su di me se non ti fosse stato dato dall'alto”.

Immagine da Internet: 1968, La Primavera di Praga

13 aprile, 2026

Padre Tomas Tyn sulla libertà - Parte Prima (1/2)

 

Padre Tomas Tyn sulla libertà

Parte Prima (1/2)

 

Penso di fare cosa gradita ai Lettori presentare alcune mie considerazioni sulla libertà in relazione all’insegnamento di Padre Tomas Tyn relativo alla natura della libertà cristiana, della quale egli dette eroico esempio offrendo la propria vita per la liberazione della sua Patria da un regime tirannico.

Il libro da cui attingo si intitola “La liberazione della libertà – Il messaggio di Padre Tomas Tyn ai giovani”, ed. Fede&Cultura, Verona, 2008.

Questo libro contiene, oltre al mio scritto, anche una raccolta di scritti del Servo di Dio.

...

La sete di libertà è una delle grandi caratteristiche dell’età moderna. Però oggi, soprattutto negli ambienti che coltivano le scienze sperimentali, esiste un diffuso scetticismo circa l’esistenza della libertà, per cui si tenta di accantonare questo ideale per sostituirlo con il soddisfacimento dei propri istinti o col chiudersi entro orizzonti meschinamente egoisti o individualisti.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/padre-tomas-tyn-sulla-liberta-parte.html


Non è facile il concetto della libertà, perché suppone altri concetti assai impegnativi, come quelli metafisici del bene, del fine, del valore, dell’azione, dello spirito, dell’anima, della persona e suppone inoltre la conoscenza del rapporto dell’uomo con Dio.

C’è una parte di verità tanto nelle concezioni liberali e idealistiche, le quali ci ricordano la grandezza del valore della libertà, quanto in quelle materialiste e spontaneiste, che ci ricordano invece i limiti e i condizionamenti umani della libertà.

Occorre una sintesi tra queste verità parziali, respingendo insieme gli errori di entrambe le correnti. Avremo per guida la psicologia tomista illuminata dai dati della fede cristiana, così come sono interpretati dal Magistero della Chiesa cattolica.

Immagine da Internet: ‘Birds of No Nation’,  Shamsia Hassani

07 marzo, 2026

San Tommaso ci parla del male - Terza Parte (3/3)

 

San Tommaso ci parla del male

 

Terza Parte (3/3)

Prima e Seconda Parte:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/2026/03/san-tommaso-ci-parla-del-male-prima.html

https://padrecavalcoli.blogspot.com/2026/03/san-tommaso-ci-parla-del-male-seconda.html 

***

 

3.    La posizione perdonista

La posizione perdonista sembra essere rappresentata da Marcello Bordoni. In una voluminosa opera dal titolo Gesù di Nazaret - Signore e Cristo, vol. III, Ed. Herder-P.U.L., Roma 1986, pp. 500-51l, egli propone due “modelli interpretativi” della passione di Cristo: uno di tipo “profetico”, manifestazione del perdono divino; l’altro di tipo “redentivo”, inteso come opera soddisfattoria o espiatrice. Egli li dichiara entrambi legittimi, come se si potesse scegliere liberamente fra i due, lasciando intendere la sua preferenza per il primo, in base all’idea secondo la quale il secondo modello sarebbe difficilmente accessibile alla sensibilità dell’uomo contemporaneo. Egli dimostra però di fraintendere la nozione tradizionale della “sostituzione vica­ria” assimilandola ai riti pagani del “capro espiatorio”, sicché il significato del sacrificio di Cristo pare essere svuotato dal suo signi­ficato soddisfattorio, e ciò anche a causa della tendenza del Bordoni a minimizzare le esigenze della giustizia riparatrice, per ricondurre anche il sacrificio redentivo a una pura dinamica di misericordia.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/san-tommaso-ci-parla-del-male-terza.html



Il problema del male, nella nostra condotta, ha anche stretta relazione col demonio, perché il demonio, come abbiamo già accennato, ci isti­ga a peccare, può tormentarci con le sue suggestioni, vessazioni o possessioni, e può essere strumento della divina giustizia in questa vita come nell’inferno.

Anche su questo argomento, purtroppo, si notano incertezze, errori e superficialità anche in teologi preparati e famosi. La tendenza è quella di negare l’esistenza del demonio inteso come persona, per ridurre la sua figura a una “personificazione” del male o a un “simbolo” del male. Questa vanificazione dell’esistenza di Satana, e della sua azione e funzione nel piano della salvezza e nell’attuazione della giustizia divina, è molto pericolosa, perché porta i fedeli a non occuparsi del­l’azione del demonio.



Immagine da Internet:
- San Michele Arcangelo schiaccia il demonio, miniatura, Museo San Marco, Firenze

06 marzo, 2026

San Tommaso ci parla del male - Seconda Parte (2/3)

 

San Tommaso ci parla del male

 

Seconda Parte (2/3)

Prima Parte:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/2026/03/san-tommaso-ci-parla-del-male-prima.html

 ***

 SECONDA PARTE

 

Alcuni errori moderni

al vaglio della dottrina tomista

 

Presentazione

A dimostrazione dell’utilità di questo trattato tomistico e in generale della dottrina tomista sul problema del male, concludiamo questa Introduzione presentando una serie di tesi attualmente in circolazio­ne, la cui erroneità può essere mostrata alla luce dei criteri tomistici.

Possiamo costatare oggi l’esistenza di quattro gruppi di errori concer­nenti il problema del male da un punto di vista filosofico e cristiano: a) errori metafisici; b) errori concernenti il rapporto del male con Dio; c) errori cristologici, ossia concernenti il rapporto di Cristo col male; d) errori antropologico-morali, ossia riguardanti il rapporto della vita umana colmale.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/san-tommaso-ci-parla-del-male-seconda.html

 

È vero che la sofferenza di Cristo è un valore altissimo, è vero che il Verbo, assumendo una natura umana, ha assunto la sua sofferenza, è vero che noi ci salviamo grazie alla sofferenza di Cristo. Ma non è la sofferenza come tale che salva. Nella concezione cristiana che voglia evitare un morboso dolorismo, la sofferenza, di per sé, resta un difet­to che non può convenire alla perfettissima natura divina, resta una sventura che non può convenire a un Dio infinitamente beato. Nella concezione cristiana la sofferenza diventa potenza di vita e liberazio­ne da ogni male di pena o di colpa proprio perché è la sofferenza assunta da un Dio che non può soffrire, e proprio per questo guarisce dalla sofferenza. La sofferenza non si muta in salute, se non è elimi­nata dalla forza della salute.



Immagine da Internet: Miniatura, Museo San Marco, Firenze

05 marzo, 2026

San Tommaso ci parla del male - Prima Parte (1/3)

 

San Tommaso ci parla del male

 

Prima Parte (1/3)

 

Ho pensato di rendere un utile servizio ai Lettori pubblicare una mia introduzione ad un Trattato di San Tommaso sul tema del male.

Il Lettore, che avrà la possibilità di leggere il testo dell’Aquinate, ne potrà trarre grande frutto spirituale.

Io qui mi limito a presentare la mia introduzione, che in qualche modo riassume i temi trattati da San Tommaso.

La traduzione in italiano è opera di P. Roberto Coggi, che è stato mio docente in teologia nello Studio Domenicano di Bologna.

 

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 28 Febbraio 2026 

 ***

 https://www.edizionistudiodomenicano.it/prodotto/le-questioni-disputate-7/ 

 

Le Questioni Disputate di Tommaso d’Aquino, ESD, 2002 

Il volume 6 corrisponde alle Questioni Disputate De malo 1-6.

Gli argomenti trattati sono:
1 – il male in generale
2 – i peccati
3 – la causa del peccato
4 – il peccato originale
5 – la pena del peccato originale
6 – la scelta umana.

Introduzione di Giovanni Cavalcoli.

Testo latino critico dell’Edizione Leonina.
Traduzione italiana a fronte di Roberto Coggi.

 

 

***

INTRODUZIONE

Continua a leggere: 

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/san-tommaso-ci-parla-del-male-prima.html  


Il problema del male, della sua essenza, delle sue forme e dei suoi rimedi, è un problema di sempre, di tutti i giorni, di tutte le civiltà e di tutti i tempi.

 


Immagine da Internet:
- "Tommaso d'Aquino", miniatura tratta dal manoscritto "Summa theologiae", inizio del XIV secolo, Bibliothèque municipale, Troyes.
 
 

28 febbraio, 2026

La metafisica in San Tommaso e nel Beato Giovanni Duns Scoto - Sesta Parte (6/6)

 

La metafisica

in San Tommaso e nel Beato Giovanni Duns Scoto

Sesta Parte (6/6)

 

Ockham prepara Lutero

Gli errori di Ockham furono condannati nel 1328 da Giovanni XXII; ma ciò non impedì il permanere nella teologia scolastica, della scuola occamista, tollerati dalla Chiesa, tanto che nel sec. XV sorge in Germania un suo importante seguace, Gabriel Biel, che dichiarò apertamente di seguire in teologia Ockham pur mitigando gli errori ed avvicinandola alla dottrina della Chiesa. Biel, però, a differenza di Ockham, che accusò di eresia il Papa, fu in comunione col Papa, sicchè non fu mai condannato. Tuttavia ciò fu forse un’imprudenza perché svvenne che gli errori occamisti continuassero ad essere accolti nelle Università della Chiesa. Cosicchè Lutero assunse all’Università le idee occamiste, che lo portarono ad affermare esplicitamente di essere del partito di Ockham.

In tal modo  gli errori di Ockham riappaiono in Lutero come la sua sfiducia nella ragione, il suo disprezzo per la metafisica di Aristotele e di San Tommaso, il suo concetto di un Dio spaventoso e ad un tempo connivente col peccato, col suo concetto anarchico e individualistico della libertà cristiana, il suo concetto di fede come esperienza immediata, il primato della salvezza sulla contemplazione, il rifiuto dell’analogia per l’equivocità, la concezione di Dio non come ipsum Esse, ma come il Dio-per-me. 

 Continua a leggere:

 https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/la-metafisica-in-san-tommaso-e-nel_28.html


Francesco Suarez è sorto nel periodo della riforma tridentina, periodo nel quale il tomismo, che già da tempo era raccomandato dai Papi, dovette affrontare il confronto con Lutero, che filosoficamente, per sua stessa dichiarazione, era discepolo di Ockham.

Suarez affronta la questione luterana in modo diverso da quello che fu l’atteggiamento dei tomisti domenicani. … Il suo errore però, a quanto sembra, è stato quello di voler creare una sintesi superiore e più comprensiva di quella creata da Tommaso, che includesse anche scotisti ed occamisti. Nella famosa controversia De auxiliis tra Gesuiti e Domenicani della fine del ’500, i suareziani ebbero come loro campione Molina, mentre i Domenicani in quell’occasione ebbero Domingo Bañez. La cosa curiosa fu che in quell’occasione i Domenicani apparvero vicini a Lutero nel sostenere la causalità della grazia, i Gesuiti si avvicinarono a Pelagio esagerando la potenza del libero arbitrio. 

 

Da Suarez deriva il disprezzo di Rahner per l’essenza vista da lui come semplice possibilità astratta, mentre la realtà per lui si esaurisce in ciò che con linguaggio heideggeriano chiama l’«esistenziale». In tal modo Rahner confonde la natura umana come tale con la natura umana nelle condizioni storico-esistenziali della vita presente conseguente al peccato originale, sicchè viene compromessa l’universalità ed immutabilità della legge morale e sembra che la vita soprannaturale sia la semplice attuazione delle possibilità insite nella pura natura. 

Altro difetto che da Scoto passa a Suarez è il modo di impostare la questione dell’esistenza di Dio. … Certamente possiamo passare dal concetto del finito a quello dell’infinito. Ma questo non è ancora dimostrare che Dio esiste. Lo abbiamo dimostrato invece quando ci rendiamo conto che il mondo non può non avere una causa della sua esistenza. Allora certo ci renderemo conto che questa causa è un ente infinito, ma solo adesso e non prima di considerare che è causato. … La stessa cosa dicasi per la nozione dell’ente. Allora, se Dio non è il primo e sommo ente, che mi trascende e mi ha creato, Dio sono io.

Immagini da Internet: Lutero e Rahner

27 gennaio, 2026

Il confronto del bene col male - La volontà umana e la volontà divina - Sesta Parte (6/6)

 

Il confronto del bene col male

La volontà umana e la volontà divina

 

Sesta Parte (6/6)

Che cosa è l’eresia?

Dell’eresia si potrebbe dare una definizione semplicissima: è il rifiuto in un cristiano di una verità di fede ovvero di una dottrina di Cristo interpretata dalla Chiesa nel dogma.  Oppure più semplicemente si tratta di una dottrina falsa in materia di fede. Questo rifiuto può venire da un non cristiano o da un cristiano. Nel primo caso può essere incolpevole. Si tratta della cosiddetta «eresia materiale». Nel secondo esso invece è facilmente colpevole.  Qui abbiamo l’«eresia formale».

L’eresia, oltre ad essere una proposizione errata nel campo della fede e a rivestire una connotazione di colpa morale, si configura anche nel campo del Diritto canonico (can.1364) come un delitto penalmente perseguibile.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/il-confronto-del-bene-col-male-la_27.html


Secondo San Tommaso l’eresia è «quella specie di infedeltà che riguarda coloro che professano la fede di Cristo, ma corrompono i suoi dogmi». L’eresia, spiega l’Aquinate, «è una falsa opinione concernente le verità di fede. Ad essa qualcosa può riferirsi in due modi: o direttamente e principalmente, come quando c’è in gioco un articolo di fede oppure indirettamente e secondariamente, quando si tratta di cose alle quali segue la corruzione di qualche articolo di fede».

Tommaso fa notare che circa le questioni di fede, quando non è certo se una cosa è o non è di fede, c’è libera discussione fra i teologi. Se invece uno mantiene il proprio parere contro la sentenza pronunciata dalla Chiesa, in tal caso è eretico.

La più grande disgrazia che ci possa capitare è quella di sbagliarci in materia di fede. Il più grave danno che possiamo fare al prossimo è quello di ingannarlo in materia di fede. Come dice San Tommaso, la più grande opera di misericordia che possiamo fare a favore del prossimo è quella di condurlo dalle tenebre dell’errore alla luce della verità.

Per amore o per forza l’intera umanità un giorno sarà soggetta alla regalità di Cristo, per amore, quelli che sono in paradiso, per forza quelli che sono nell’inferno. Dio ha voluto non impedire l’esistenza del male.

Aristotele ebbe una profonda intuizione quando pose il bene nella categoria della sostanza e il male nella categoria dell’accidente. … Egli pose le basi metafisiche che costituiscono la condizione di possibilità della dottrina cristiana della vita eterna, della vittoria del bene sul male e della liberazione dell’umanità dal dominio fatalistico del male.

Il cristianesimo ci chiarisce la differenza tra il bene e il male, distingue male di colpa e male di pena, ci spiega l’essenza dell’uno e dell’altro, le cause e le origini del bene e del male, ci insegna come togliere il male e potenziare il bene, come fare il bene ed evitare il male.

Con tutto ciò il tema del male riserva un margine di mistero che Cristo non ci ha rivelato e questo mistero consiste nel fatto che noi non sappiamo perché Dio ha voluto non impedire il male, quando, se avesse voluto, avrebbe potuto farlo. Infatti, se Dio avesse voluto, avrebbe potuto creare un mondo felice, nel quale il male sarebbe stato assente.


Immagini da Internet:
- Corale. Miniatura di scuola fiorentina - sec. XV - Firenze, Chiesa di Santa Croce
- Codice Aureo. Miniatura di scuola tedesca - sec XVI - El Escorial, Madrid


26 gennaio, 2026

Il confronto del bene col male - La volontà umana e la volontà divina - Quinta Parte (5/6)

 

Il confronto del bene col male

La volontà umana e la volontà divina

 

Quinta Parte (5/6)

 

Seconda parte - I dati della divina rivelazione

Il piano divino della salvezza

La salvezza dell’uomo secondo la concezione cristiana consiste nel fatto che l’uomo, che a causa del peccato si trova in una condizione di miseria dalla quale non riesce a liberarsi con le sole sue forze indebolite appunto a causa del peccato, riceve da Dio Padre onnipotente e misericordioso, per mezzo della croce di Cristo nella potenza dello Spirito Santo e per l’intercessione della Beata Vergine Maria la possibilità di essere perdonato dei suoi peccati, risollevato dalla sua miseria, liberato dalla sofferenza, dalla morte e dal dominio di Satana, nonché elevato allo stato soprannaturale di figlio di Dio, a somiglianza del Figlio, erede della vita eterna.

Dio vuol salvare tutti; eppure non tutti si salvano.  L’uomo può volere ciò che Dio non vuole. Ciò non vuol dire che sia più forte la volontà umana nel volere il male che la volontà divina nel volere il bene. Il peccato dell’uomo non esercita su Dio alcun potere malefico. Se chiamiamo «offesa a Dio» il peccato, si tratta di una metafora presa da quanto avviene tra di noi, dove il ladro ruba a un tale il portafoglio. Lo stesso vale per la cosiddetta «ira divina». Dio è puro spirito e non ha passioni. Quell’espressione significa semplicemente che siamo noi a non essere in pace con Dio a causa della nostra colpa, che Egli disapprova.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/il-confronto-del-bene-col-male-la_26.html



Al contrario, per Tommaso l’essere divino è assolutamente necessario come causa prima di tutte le cose, ma è il presupposto della volontà divina. È assurdo pensare un puro volere senza il soggetto volente e questi come effetto di un puro volere senza soggetto volente. Per Tommaso invece in Dio il volere coincide con l’essere, in quanto Dio è atto puro di essere, è l’essere sussistente, per cui non è l’essere che è volere, ma è il volere che è essere. Insomma, Dio è essere, non è volere, anche il suo essere coincide col suo volere.

Con tutto ciò noi con San Tommaso possiamo distinguere in Dio una volontà antecedente alla decisione umana, volontà per la quale Dio vuol salvare tutti e propone a tutti la possibilità di salvarsi, da una volontà conseguente, per la quale salva solo alcuni, ossia coloro che hanno accettato la proposta, mentre coloro che la rifiutano si dannano. 

Non si tratta evidentemente di due atti divini successivi nel tempo, come se fosse possibile nell’agire divino tale successione. In realtà tale successione è solo una distinzione concettuale di comodo da noi fatta, che nulla ha a che vedere con l’inseità divina, semplicissima e indivisibile, ma che funziona solo in rapporto a noi che agiamo nella durata temporale, distinzione concettuale benchè fondata sulla realtà divina, per capire come conciliare l’apparente contraddizione col fatto che da una parte Dio vuol salvare tutti, ma che poi di fatto si salvano solo alcuni. Certo i buonisti non hanno questo problema, perchè per loro si salvano tutti. L’unico inconveniente, che non è da poco, è che questa tesi è eretica.

Immagine da Internet:
- Santissima Trinità, in capolettera B, miniatura, codice di S. Miniato al Monte (Firenze)

25 gennaio, 2026

Il confronto del bene col male - La volontà umana e la volontà divina - Quarta Parte (4/6)

 

Il confronto del bene col male

La volontà umana e la volontà divina

 

Quarta Parte (4/6)

Lo scopo della vita

Ogni agente agisce per un fine e al di là di questo fine, agisce per un fine ultimo. Una ricerca di un fine finito uno dopo l’altro, all’infinito, senza mai giungere a una meta definitiva, credendo che ciò sia un progresso, in realtà è una cosa frustrante, esasperante e disperante, che porta a fallire lo scopo della nostra vita, che è sì il progredire ma progredire verso il bene che ci soddisfi completamente, che è solo Dio.

Se tutto deve finire nel nulla, come credeva il povero Leopardi, a che pro tante fatiche, tanti lavori, tanti sforzi? Tanto vale farla finita subito. Bisognerebbe abolire dalle scuole la lettura di Leopardi, perché spinge al suicidio. Per questo tanti giovani oggi si uccidono, nonostante il benessere del quale godono: credono che il vivere non abbia senso o che non valga la pena faticare per qualcosa. Certo molti sono mantenuti in vita dall’attrattiva dei piaceri. Essi sembrano anche felici. Ma hanno nel cuore il vuoto e forse l’inferno.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/il-confronto-del-bene-col-male-la_25.html

 


Se il moto dello spirito nel finito e nel contingente può continuare e progredire indefinitamente, nel moto che riguarda il senso ultimo, quando c’è in gioco il problema dell’assoluto e del bene infinito, non può non fermarsi. Ananke stenai, diceva Aristotele, bisogna fermarsi. Questo detto corrisponde esattamente alle parole della Scrittura: «Fermatevi, e sappiate che io sono Dio» (Sal 46,11).

Se non ci fermiamo nel possesso di questo bene o nel nostro riferirci a questo bene, cadiamo nell’abisso o, come si esprime Kant, la ragione cade nel «baratro». L’assenza del bene infinito, del quale abbiamo bisogno e per il quale siamo fatti, è l’inferno, che significa appunto luogo basso e oscuro, come può essere un pozzo. Pensiamo al «pozzo dell’abisso», del quale parla l’Apocalisse (Ap 9,1).

Viceversa, raggiungendo Dio il moto agitato dello spirito si ferma nella pace, nella quiete e nella soddisfazione. Questa è la meta ultima dell’uomo.

 

Infatti ogni bene causato è creato da Dio, sommo bene e fine ultimo dell’universo e di tutti gli agenti che agiscono nell’universo. La provvidenza divina muove tutti gli agenti ad agire in vista di conseguire il loro fine, che è la felicità della loro vita. 

 Le creature spirituali, angeli e uomini sanno qual è il loro fine ultimo e il loro sommo bene. Esso è Dio stesso, loro creatore e Signore, il quale fa loro conoscere che cosa devono fare per raggiungere il loro fine, compiere quegli atti per i quali soddisfano alle esigenze della loro natura e mettono in atto le sue inclinazioni, tra le quali quella fondamentale è quella di conoscere Dio, di amarlo e servirlo, per godere dell’unione con Lui nell’eterna beatitudine celeste. Lo scopo della vita dell’uomo e dell’angelo è l’incontro immediato con Dio avendo eseguito i comandi da lui impartiti, la cui esecuzione è appunto la condizione necessaria per questo incontro beatifico.


Immagini da Internet:
- reazione del mondo, I e III giorno, miniatura Bibbia di Guyart des Moulins, Montpellier