Paradiso terrestre e paradiso celeste

 Paradiso terrestre e paradiso celeste

Una tesi estranea alla Rivelazione

Un mio recente articolo su questo blog dedicato alla condizione dei nostri progenitori nel paradiso terrestre ha dato occasione ad alcuni lettori di scrivermi per sostenere che avrei dovuto ricordare la teoria secondo la quale se Adamo ed Eva non avessero peccato, dopo un certo periodo sarebbero saliti al cielo a godere la visione di Dio.  A conforto di questa tesi sono stato rimandato al n.60 del Catechismo Maggiore di San Pio X, che si esprime in questo modo:

Domanda. Se Adamo ed Eva non avessero peccato, sarebbero stati esenti dalla morte?

Risposta. Se Adamo ed Eva non avessero peccato, ma si fossero mantenuti fedeli a Dio, dopo una dimora felice e tranquilla su questa terra, senza morire sarebbero stati trasferiti da Dio nel Cielo a godere una vita eterna e gloriosa.

Confesso che sono rimasto assai sorpreso nel leggere queste parole, che mi sono immediatamente apparse spurie, ovvero come un’infiltrazione gnostica surrettizia in un importante Catechismo approvato da uno zelantissimo custode e difensore della retta fede come San Pio X. Devo pensare che si tratti di un colpo di mano sfuggito al controllo del grande Pastore.

L’occasione per questo errore potrebbe essere stata offerta da San Agostino, il quale ne La città di Dio, afferma:

«All’uomo Dio diede una natura intermedia tra gli angeli e le bestie. Mantenendosi suddito al suo Creatore come a vero Signore, l’uomo doveva osservare con devota obbedienza i comandamenti e passare, senza la necessità di morire, all’unione con gli angeli e all’eterna beatitudine» (libro XII, cap.21).

Tuttavia di questo transito «all’unione con gli angeli e all’eterna beatitudine» il testo biblico non dice nulla. Quello che invece si può dedurre da esso è la permanenza in eterno dello stato edenico così come è descritto dallo stesso testo. Si suppone un’antropologia per la quale l’uomo viene per sua essenza innalzato da Dio alla pura vita spirituale. E che ne sarebbe del corpo e della terra? Sarebbe interessante sapere qual è l’origine di questa teoria, di sapore gnostico-platonico, che non è mai stata riconosciuta dalla Chiesa, la quale, come vedremo dai passi citati, implicitamente la esclude.

La dottrina della Chiesa

Occorre dire infatti che, stando alla descrizione biblica del paradiso terrestre e della condizione di Adamo ed Eva prima del peccato originale, nonché alle precisazioni fatte dalla Chiesa circa tale condizione, nulla troviamo di quella tesi, che, come dimostrerò, compromette la distinzione fra l’ordine naturale e quello soprannaturale. Che Dio lo destini alla beatitudine è vero; ma la coppia primigenia, da quanto risulta dal racconto genesiaco, era già beata sulla terra. La beatitudine celeste in compagnia degli angeli sarebbe stata un apporto di Gesù Cristo moltissimo tempo dopo.

Vediamo al riguardo alcuni pronunciamenti della Chiesa, che non fanno che confermare il racconto biblico, nel quale non c’è la minima traccia di quella tesi o che ne giustifichi la possibilità. Troviamo per esempio che il Concilio di Trento parla a proposito della coppia primitiva prima del peccato di «santità e giustizia» (Denz.1511), mentre San Pio V nella sua Bolla «Ex omnibus afflictionibus» del 1567 contro Baio parla, sempre a proposito dello stato d’innocenza dei progenitori, di «natura integra» (Denz. 1904), di stato di «grazia» (Denz. 1907, 1921), di «vita soprannaturale» (Denz. 1921), di «doni aggiunti alla natura» (Denz. 1924) e di «indebita elevazione della natura» (Denz. 1926). Egli parla bensì di «vita eterna» (Denz. 1905), ma per riferirsi al dono preternaturale dell’immortalità.

Da questi doni preternaturali e soprannaturali attribuiti dal Concilio di Trento e da San Pio V alla coppia primitiva prima del peccato si ricava che il loro stato di vita non era semplicemente quello di una pura natura umana, che avrebbe comportato la morte, ma era quello di una natura umana integrata dai doni preternaturali, ossia doni che rendevano la vita naturale perfetta secondo le esigenze e le forze della natura; ed inoltre, la coppia era stata dotata del  dono della grazia soprannaturale come partecipazione alla vita divina, per cui la Chiesa a suo proposito parla di «stato d’innocenza, di giustizia e di santità». Ma non si trattava ancora della grazia di Cristo, perché non era venuto e avrebbe potuto anche non venire.

 Adamo ed Eva, per essere più precisi, fruivano di una comunione soprannaturale con Dio, e dei suddetti doni preternaturali, quali l’immortalità, l’impassibilità, la salute fisica e psichica, la laboriosità, la piena conoscenza naturale di Dio, di se stessi e di tutto l’universo, la perfetta socialità, la somma virtù umana, la piena armonia della carne con lo spirito, l’unione fra uomo e donna, una felice riproduzione della specie, un’ottima alimentazione, il possesso ed uso giusto e tranquillo dei beni materiali, l’abitazione in un ambiente adatto, e il pieno dominio sulla natura, insomma tutte quelle qualità, potenze e capacità che fanno l’uomo pienamente felice.

L’intero universo era a disposizione dell’umanità e con ciò viene smentita l’ipotesi che vorrebbe altri pianeti abitati da esseri intelligenti. A parte il fatto che, se dovesse trattarsi di esseri umani, la cosa è impossibile perché escluderebbe l’origine dell’umanità da un’unica coppia, dato di fede affermato da Pio XII nell’enciclica Humani generis.

Quanto all’attuale Catechismo della Chiesa cattolica, esso si esprime in questi termini:

«Il primo uomo non solo è stato creato buono, ma è stato anche costituito in una tale amicizia con il suo Creatore e in una tale armonia con se stesso e con la creazione, che saranno superate soltanto dalla gloria della nuova creazione in Cristo» (n.374).

Similmente così si esprime il Catechismo Tridentino:

«L’uomo non sarebbe rimasto ozioso in tanta delizia, poiché Dio l’aveva collocato nel paradiso perché lavorasse: soltanto non sarebbe stato in alcun modo affannoso il suo lavoro, né alcuna sua occupazione sarebbe stata meno che gioconda, ottenendo continuamente dalla coltivazione degli orti felici dolcissimi frutti, senza il pericolo di essere mai deluso nella sua speranza o nel suo lavoro» (n.394).

«Dio trasse dal fango l’uomo, organizzandolo corporalmente in modo tale, da divenire suscettibile, non per forza di natura, ma per beneficio divino, d’immortalità e d’impassibilità. Creò poi la sua anima a immagine e similitudine propria, dotandolo di libero arbitrio e temperando in lui gli istinti e gli appetiti in modo che mai potessero sopraffare il dominio della ragione. Aggiunse il meraviglioso dono della giustizia originale e volle che l’uomo comandasse a tutti gli animali» (n.29).

In questi passi della dottrina della Chiesa non si parla di alcuna elevazione celeste dei progenitori. Qui appare evidente che lo stato edenico non doveva affatto essere elevato allo stato glorioso della figliolanza in Cristo, perché detto stato, ben lungi dal conseguire alla permanenza della giustizia originale,  avrebbe invece presupposto la caduta originale e quindi il battesimo, col quale l’uomo viene liberato dalla colpa originale e non riacquista la grazia edenica, ma acquista una grazia superiore, che è quella dei figli di Dio in Cristo, destinati alla gloria della risurrezione e alla visione beatifica in cielo.

La grazia edenica non prevedeva nessun innalzamento al cielo e nessuna visione beatifica, ma, come dice espressamente la Scrittura (Gen 3,8) una semplice amicizia sia pur soprannaturale col Dio Uno e non col Dio Trino, grazia che ci avrebbe conquistata Cristo con la sua Redenzione.

S.Tommaso, trattando della condizione di vita dei progenitori[1], riconosce che essi, benché dotati dell’immortalità, si mantenevano in vita cibandosi come facciamo noi adesso, con la differenza che noi comunque prima o poi moriamo, mentre loro sarebbero vissuti per sempre, possedendo il dono preternaturale dell’immortalità.

Tuttavia, Tommaso ammette effettivamente che essi ad un certo punto, per non dover continuare sempre a cibarsi, sarebbero stati «trasferiti ad una vita spirituale»[2] o «in uno stato di gloria»[3], dove non avrebbero più avuto bisogno di cibarsi. Tommaso in queste espressioni è molto vago. Ma evidentemente è stato frainteso perché egli non intendeva riferirsi alla vita dell’Eden, ma appunto allo stato della di gloria escatologica, dove anche noi non avremo più bisogno di cibarci, per giungere alla quale gloria, però, occorre all’uomo beneficare della Redenzione di Cristo.

Anche Adamo ed Eva sono stati trasferiti nello stato di gloria, come possiamo ben supporre, non però perché ciò sarebbe comunque avvenuto già nell’Eden se non avessero peccato, ma proprio perché hanno peccato e Dio nella sua misericordia li ha salvati con la grazia di Cristo Redentore.

Considerando quindi la situazione della coppia primitiva prima del peccato, non è difficile immaginare come sarebbero andate le cose se essa non avesse peccato: semplicemente avrebbero continuato ad andare come erano andate prima del peccato e quindi avrebbero continuato ad andare così.

Lo stato edenico, secondo la descrizione biblica, godeva già di un’altissima perfezione in se stesso. L’umanità avrebbe continuato a moltiplicarsi indefinitamente per l’eternità, mentre progressivamente avrebbe realizzato il suo dominio sull’universo. Tutto sarebbe avvenuto in modo pacifico nella piena concordia di tutti con tutti. Essendo tutti immortali, vi sarebbe stato un continuo aumento della popolazione mondiale e probabilmente in progressione geometrica.

Nessun bisogno di qualunque attività o istituzione finalizzata alla cura di qualunque carenza o forma di male di pena o di colpa: niente carceri, niente ospedali, niente tribunali, niente eserciti, niente case di riposo, niente cimiteri, niente assistenza poveri, niente scuole, ma solo tutto ciò che esprime vita, amore, libertà, gioia, pace, ordine, concordia, benessere, ricchezza e bellezza.

Ma da nessuna parte della Scrittura, del Magistero o della Tradizione troviamo un fondamento alla tesi del Catechismo di San Pio X. Nulla nelle fonti della Rivelazione ci autorizza ad ammettere una tesi del genere. Non solo, ma essa sembra credere che la grazia cristiana sia un perfezionamento necessario della grazia edenica, il che toglierebbe la gratuità di quest’ultima.

Al contrario, da come risulta dalla narrazione biblica, il progetto divino originario era che l’umanità avrebbe dovuto vivere felice per sempre nella terra edenica e non c’è il minimo accenno ad una sua elevazione alla gloria celeste e alla visione beatifica. Non è previsto cioè alcun passaggio automatico – una specie di «scatto di carriera» - dal paradiso terrestre a un paradiso celeste, e la cosa è del tutto logica, dato che, come sappiamo dalla Rivelazione, è Cristo che, sanando la natura ferita dal peccato, ha riaperto il paradiso terrestre ed elevando la natura umana alla dignità della figliolanza divina destinata alla visione in cielo della SS.Trinità, ci ha aperto il paradiso celeste, che non esisteva al tempo dei progenitori.

Il paradiso celeste, quindi è il dono che ci viene dall’Incarnazione e dalla Redenzione di Cristo, dopo il peccato e per riscattarci dal peccato.  È il dono e la prospettiva della gloria celeste, che è la gloria dei figli di Dio, prospettiva che non fu affatto quella del piano divino dell’Eden.

Riassume bene Michele Schmaus le condizioni dello stato edenico:

«il primo uomo ricevette i doni soprannaturali e preternaturali come un bene ereditario, ossia trasmissibile. Dio volle donarli all’umanità che allora era rappresentata solo da Adamo ed Eva. Mediante la generazione essi li avrebbero trasmessi ai loro discendenti; questa sarebbe stata strumento per perpetuare non solo la vita naturale, ma anche la soprannaturale ricevuta gratuitamente. Mediante la generazione, quasi fosse un sacramento, si sarebbe trasmesso di padre in figlio lo stato soprannaturale donato all’uomo»[4].

Significati di «cielo» e «terra» nella Scrittura

Terra e cielo in tutte le religioni e la Scrittura non fa eccezione, sono simboli rispettivamente dell’ambiente umano e dell’ambiente divino. Essi richiamano anche l’idea della materia e dello spirito o, se vogliamo, del profano e del sacro. Occorre aggiungere il primato del divino sull’umano e dello spirito sulla materia. Resta comunque il fatto che «cielo» significa anche il cielo in senso fisico.

Dio è nei cieli e l’uomo è sulla terra. Il rischio è quello di chiudersi nelle cose di quaggiù e non cercare le cose si lassù (cf Col 3,1). L’uomo pio pur restando sulla terra, eleva lo sguardo al cielo ed innalza le mani al cielo nella preghiera e nell’implorazione. A tal riguardo è importante l’immagine biblica del monte. Siccome Dio è in cielo, per avvicinarsi a Lui, è bene salire su di un monte. E d’altra parte Dio ama manifestarsi sul monte, perché così resta sempre in alto, ma nel contempo tocca la terra. L’essere terreno, per la Scrittura, è anche simbolo dell’uomo che si oppone a Dio, preferendo a Lui le cose terrene. Così Gesù polemicamente dice ai farisei e ai dottori della legge: «Voi siete di quaggiù. Io sono di lassù» (Gv 8,23).

Il paradiso terrestre, secondo il racconto biblico, è un luogo che nel piano originario del Padre, doveva essere definitivo. Non contiene in sé alcuna esigenza o prospettiva di essere superato, quasi fosse qualcosa di imperfetto, provvisorio o non abbastanza dignitoso o soddisfacente per l’uomo.

Un eventuale innalzamento al cielo dell’uomo non era affatto necessario ed anzi stanti le condizioni della grazia edenica, non era assolutamente in programma. Certo Dio sapeva dall’eternità ed anzi aveva deciso dall’eternità, prevedendo il peccato, l’invio del Figlio sulla terra per salvare l’uomo. Ma ciò non vuol dire assolutamente che di per sé il piano edenico prevedesse per sua essenza l’elevazione celeste dell’uomo.

Si può anche pensare, come ritenne il Beato Duns Scoto, che il Figlio di Dio si sarebbe incarnato anche se l’uomo non avesse peccato. Si può anche, per conseguenza, ipotizzare che la venuta sulla terra del Figlio non sarebbe stata redentrice ma solo glorificatrice dell’uomo già fruente della grazia adamitica.  Ma in tal caso, affinchè l’uomo potesse salire al cielo, occorreva sempre la grazia di Cristo. Quindi l’idea che la coppia primitiva sarebbe comunque salita al cielo prima e indipendentemente dalla grazia di Cristo, è offensiva dell’opera di Cristo, perché l’uomo non può salire al cielo se non grazie a Cristo.

Con la venuta di Cristo nel mondo, Dio, pur restando in cielo, è sceso come Dio Figlio sulla terra e in Cristo la terra sale al cielo. Dio certo rimane in cielo e l’uomo resta fatto di terra, benché divinizzato e reso celeste dalla grazia di Cristo. Il cielo è accessibile all’uomo, mentre la terra diventa celeste.

Occorre dunque dire che il paradiso terrestre era l’ambiente adatto alla perfetta felicità naturale dell’uomo, non essendo in programma alcuna successiva elevazione al cielo, anche se i progenitori non avessero peccato. L’elevazione al cielo non sarebbe avventa se l’uomo non avesse peccato, ma proprio in seguito peccato, come grandiosa opera della divina misericordia, che risponde al peccato con un amore più grande. Dal canto suo, il rapporto edenico con Dio era ottimo secondo le esigenze e la prassi della religione naturale. La coppia fruiva della grazia di unione col Dio Uno, essendo allora per loro ignoto il Dio Trino, perché non era ancora stato rivelato da Cristo.

Due significati dell’espressione «figli di Dio».

Volendo, non è proibito chiamare Adamo ed Eva, «figli di Dio», purché s’intenda questa espressione in un senso lato e simbolico, così come è usata dall’Antico Testamento, dove sono chiamati «figli di Dio» gli uomini di Dio, gli angeli, i re ed Israele. Ma è chiaro che questa figliolanza è puramente simbolica rispetto alla reale figliolanza divina, che caratterizza la vita cristiana e della quale nell’Eden c’è solo il velato annuncio da parte di Dio, allorché Egli avverte il serpente in questi termini: «porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gen 2,15).

Si tratta in realtà di una semplice condizione di natura, ben distinta da quella figliolanza, quel «rinascere dall’alto» (Gv 3,3), del quale parla Cristo con Nicodemo, quell’esser «realmente figli», del quale parla San Giovanni: «Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio e lo siamo realmente! Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è» (I Gv 3, 1-2).

Figli dell’uomo si nasce e in tal senso siamo tutti figli di Dio, indipendentemente dalla nostra volontà. Ma l’esser propriamente figlio di Dio, si diventa. In questo caso nasciamo col Battesimo, che consiste nel partecipare della natura divina del Figlio, così da essere annoverati come figli del Padre e guidati dallo Spirito Santo (Rm 8,14). Adamo ed Eva non furono assolutamente figli di Dio in questo senso, anche se dobbiamo pensare che lo siano diventati, forse inconsciamente, per un effetto retroattivo della Redenzione di Cristo.

Questo esser figlio è dunque effetto di una libera scelta mossa dalla grazia e fondata sulla fede in Cristo:

 «A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio; a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Gv 1, 2-3).

E San Paolo:

«Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare coloro che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli ne è la prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà! Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; se poi figlio, sei anche erede per volontà di Dio» (Gal 4, 4-7).

È interessante la sfumatura esistente fra Giovanni e Paolo sulla natura dell’esser figlio di Dio. Giovanni dice che lo siamo realmente, per sottolineare l’aspetto soprannaturale e divinizzante. Paolo parla di figli «adottivi» per mantenere le distanze fra Dio e la creatura.

 

La grazia non è conseguenza necessaria della natura,

ma libero dono di Dio che si aggiunge gratuitamente alla natura 

 

Occorre affermare con chiarezza che nel costituirsi della natura umana ad opera dell’atto creativo divino non è affatto necessario che alla natura si aggiunga la grazia così come è necessario che all’animalità si aggiunga la razionalità. Mentre è inconcepibile che Dio possa creare un uomo dandogli l’animalità senza creare congiuntamente la razionalità, è del tutto possibile che Dio crei l’uomo senza elevarlo allo stato di grazia. 

Così era del tutto possibile che Dio creasse la coppia primitiva lasciandola nello stato della grazia edenica senza elevarla alla grazia della figliolanza in Cristo. Per questo la grazia edenica non conteneva affatto in sé l’esigenza di essere innalzata alla grazia della figliolanza cristiana.

Adamo ed Eva avrebbero potuto benissimo vivere felici sulla terra edenica per l’eternità senza essere trasferiti in cielo a vedere Dio, perché la visione beatifica non era affatto prevista per lo stato edenico, dove la comunione con Dio era sì una comunione di grazia, ma non ancora la grazia cristiana della figliolanza divina, per la quale l’uomo è destinato a vedere in cielo la Santissima Trinità. E ciò per il semplice fatto che il mistero trinitario è stato rivelato da Cristo solo 2000 anni fa. Il che non vuol dire che adesso Adamo ed Eva in cielo non contemplino la Santissima Trinità, ma ciò è potuto avvenire solo per un effetto retroattivo della grazia della Redenzione.

L’arricchimento della natura ad opera della grazia non va paragonato al progresso che l’individuo compie passando dalla fanciullezza all’età adulta, ma al beneficio gratuito che un uomo può ricevere da un altro che così vuol mostrargli il suo affetto o la sua amicizia.

È vero che di fatto Dio ha voluto creare l’uomo per renderlo figlio di Dio e che il fine ultimo dell’uomo è un fine soprannaturale – la visione in cielo della Santissima Trinità -; ma se Dio di fatto ha voluto così non vuol dire che creando l’uomo non abbia potuto non volerlo figlio di Dio in Cristo, perché l’esser figlio dell’uomo non richiede necessariamente o di diritto l’esser figlio di Dio, così come l’esser uomo richiede necessariamente l’aggiunta della razionalità all’animalità. Se Dio crea, non crea necessariamente il figlio di Dio, come crede Rahner, ma può benissimo creare l’uomo senza renderlo figlio di Dio.

Su questa linea di pensiero Pio XII nell’enciclica Humani generis ebbe a dire che l’ordine soprannaturale sarebbe snaturato «sostenendo che Dio non può creare esseri intelligenti senza ordinarli e chiamarli alla visione beatifica». Una concezione del genere suppone un concetto dell’uomo, per il quale l’uomo non sarebbe pienamente uomo se non fosse figlio di Dio. Il che è falso, perché la grazia, benché perfezioni la natura e sia in armonia con essa e non contraria alle sue esigenze, tuttavia la supera e la sopraeleva, perché appartiene a un piano di vita divino infinitamente superiore a quello della natura e non necessario a che la natura raggiunga la sua naturale felicità.

Dio ha creato liberamente, «liberrimo consilio», dice il Concilio Vaticano I (Denz.3001), sia la natura umana che la grazia. Pertanto, creando la natura, non è stato necessitato a creare anche la grazia, così come creando l’animalità dell’uomo, Dio non può non creare anche la sua razionalità, o creando l’anima umana non può non creare anche il suo corpo, perché mentre l’essere umano è un unico essere animale e razionale, anima e corpo, natura e grazia sono due realtà distinte, benché tra di loro in armonia, l’una appartenente al piano dell’umano, l’altra appartenente al piano del divino, per cui la natura umana, in linea di principio, se Dio avesse voluto, potrebbe essere felice e completa anche senza la grazia.

Si trova in uno stato di miseria la natura priva della grazia, solo quando la natura, chiamata da Dio a vivere in grazia, rifiuta la grazia col peccato o perde la grazia col peccato. In questo caso sì che la grazia è necessaria per la sua felicità ed anzi per la sua salvezza, ma solo nel presupposto del progetto divino che l’uomo debba vivere in grazia.

 La natura in linea di principio, non è frustrata, non fallisce al suo fine, se non ha la grazia, perchè il fine della natura è semplicemente attuare le potenze e le forze della natura; non è essere in grazia. L’essere in grazia è un beneficio, è un fine superiore, soprannaturale, per raggiungere il quale la natura non ha la forza sufficiente e non dovuto alla natura per la sua felicità.

La natura di per sé, se fosse sana ed integra, non desidererebbe la grazia, se essa di fatto non fosse stata creata nell’Eden in grazia, per cui, sapendo con la fede che Dio vuol donarle la grazia ed immaginando la sua infinita desiderabilità e preziosità, viene a sentirne un bisogno assoluto, come di una vita della quale non può fare a meno. E difatti Dio le comanda di vivere in grazia, senza la quale per lei sarebbe la morte eterna.

Resta però che la grazia non è necessaria alla natura come tale, ma è necessaria alla natura decaduta e corrotta dal peccato, per attuare le virtù, liberarsi dal peccato e recuperare la sua originaria integrità ed innocenza.

 

Dallo stato di innocenza allo stato di natura gloriosa

secondo San Paolo

 

La storia biblica ci narra ciò che Dio ha fatto per l’uomo. E siccome lo ha fatto per libera scelta fra diverse possibilità, dobbiamo stare attenti a non credere che quello che ha fatto non poteva non farlo, mentre dobbiamo essere ben convinti che, se avesse voluto, poteva fare diversamente. Il chiarire che cosa Dio avrebbe potuto fare o non fare non è quindi un’indagine oziosa che ci porta fuori della realtà, ma al contrario ci fa capire meglio il mistero della libertà, dell’amore, dell’onnipotenza, e della misericordia di Dio.

Per quanto riguarda il passaggio dallo stato d’innocenza, protologico, allo stato di gloria, escatologico, nulla di meglio troviamo che nella descrizione che ce ne ha lasciata San Paolo, dove di un’elevazione celeste di Adamo ed Eva nemmeno l’ombra. Si dà invece il passaggio dall’umanità terrena edenica all’umanità celeste escatologica, che è ben altra cosa:

 

«Se c’è un corpo animale vi è anche un corpo spirituale, poiché l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo. Quale è l’uomo fatto di terra, così sono quelli di terra, ma quale è il celeste, così anche i celesti. E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste. Questo vi dico, o fratelli: la carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che è corruttibile può ereditare l’incorruttibilità» (I Cor 15, 44-50).

 

Paolo sembrerebbe parlare della sostituzione di un uomo celeste incorruttibile, puro spirito, che dovrebbe essere Cristo, all’uomo terreno, l’Adamo corruttibile. Ma non è così. Bisogna fare attenzione che qui Paolo incrocia due discorsi: da una parte il passaggio dall’attuale stato di natura corruttibile all’incorruttibilità della natura gloriosa, e dall’altra il passaggio dal primo Adamo, uomo terreno, al secondo Adamo, che è Cristo, uomo celeste ed è questo secondo discorso che c’interessa qui. 

Il primo passaggio lo si può chiamare, con termini paolini, passaggio dall’uomo carnale o uomo vecchio all’uomo spirituale o uomo nuovo. Qui si ha sostituzione: questo sostituisce quello. Invece nel passaggio dall’uomo edenico all’uomo cristiano questo non cancella quello, ma lo arricchisce, così come la grazia non sostituisce la natura, ma la suppone e la perfeziona, e le virtù teologali non sostituiscono quelle naturali, ma le perfezionano.

Il piano divino ha voluto certamente un passaggio dall’uomo edenico, appartenente alla terra, all’uomo cristiano, che ha dimora in cielo; ma questo passaggio non è immediato: se Adamo non avesse peccato, non doveva salire subito in cielo, ma, atteso che il Verbo volesse incarnarsi – il che è solo un’ipotesi – avrebbe dovuto attendere la sua venuta per ricevere la grazia della figliolanza.

Infatti Dio ha voluto che fra il terreno e il celeste ci fosse lo stato attuale della natura decaduta e redenta, abitante sulla terra ma con lo sguardo rivolto al cielo, per cui essa in Cristo si muove in due direzioni: una verso il passato, ossia il recupero del paradiso perduto e l’altra, superiore alla prima, proiettata sul futuro: la conquista del paradiso celeste.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 31 dicembre 2020

Infatti Dio ha voluto che fra il terreno e il celeste ci fosse lo stato attuale della natura decaduta e redenta, abitante sulla terra ma con lo sguardo rivolto al cielo, per cui essa in Cristo si muove in due direzioni: una verso il passato, ossia il recupero del paradiso perduto e l’altra, superiore alla prima, proiettata sul futuro: la conquista del paradiso celeste.

Pierluigi da Perugia (1595), Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso terrestre - immagine da internet

 

 



[1] Sum. Theol., I, qq.94-102.

[2] Ibid., q.97, a.4.

[3] De Malo, q.5, a.5, 9m.

[4] Dogmatica cattolica, Edizioni Marietti, Torino 1963, vol. I, p.714.

6 commenti:

  1. Caro Padre Giovanni,
    le sue argomentazioni sull’insostenibilità della risposta al n.60 del Catechismo Maggiore di San Pio X, mi sembrano del tutto condivisibili se non persino ineccepibili.
    Le segnalo tuttavia, nel caso avesse la bontà di commentarle, le parole che il padre domenicano Angelo Bellon scrisse nel 2010, in risposta a chi gli poneva proprio il quesito: “Nel caso che non vi fosse stato il peccato originale gli uomini ad un certo momento avrebbero lasciato la terra per il cielo?” (https://www.amicidomenicani.it/nel-caso-che-non-vi-fosse-stato-il-peccato-originale-gli-uomini-ad-un-certo-momento-avrebbero-lasciato-la-terra-per-il-cielo/)
    Padre Angelo accoglie la tesi di san Pio X della successiva ammissione dei progenitori alla visione beatifica di Dio in Paradiso (qualora non fossero incorsi nel peccato originale), affermando:
    “Tuttavia va ricordato che il senso della loro presenza in questo mondo era quello di preparare la Vita Eterna: la comunione perfetta con Dio, con la visione beatifica e il possesso di tutti i tesori del Cielo.
    Proprio per questo non sarebbero sempre rimasti di qua, ma sarebbe capitato qualcosa di analogo a quello che avvenne in Maria: che al termine dei suoi giorni, per un eccesso di amore, la sua anima e il suo corpo furono portati in cielo.”

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    1. Caro Bruno, la risposta di P.Bellon purtroppo non fa che commentare il Catechismo di San Pio X, a proposito del quale ho dimostrato che questa risposta non ha fondamento nella Rivelazione.

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  2. Se la risposta al n.60 del Catechismo Maggiore di San Pio X non può essere considerata vincolante per un cattolico; se anche l’altra tesi, dello stesso Papa, sulla destinazione al Limbo dei bimbi morti senza il Battesimo, è stata successivamente abbandonata dalla Chiesa; se pure il Catechismo della Chiesa Cattolica di san Giovanni Paolo II ha dovuto subire una modifica per quel che concerne la liceità della pena di morte… insomma, se nonostante le approvazioni papali, non tutte le affermazioni contenute nei vari Catechismi possono essere considerate Magistero infallibile, in che senso deve essere considerato l’attributo “vincolante” utilizzato nelle Comunicazioni finali del Congresso Catechistico Internazionale del 1997?
    In http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cclergy/documents/rc_con_cclergy_doc_14101997_cat-cong-fin_it.html
    si afferma infatti:
    “1.2 Il Catechismo della Chiesa Cattolica è il compendio dottrinale della fede cattolica ed è espressione dell'insegnamento autorevole del Magistero e, in questo senso, è vincolante per tutti i fedeli secondo i gradi di autorità delle rispettive dottrine.”

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    1. Caro Bruno, innanzitutto per quanto riguarda l'autorità dei Catechismi, essa non è assoluta, perchè si tratta di una compilazione, la quale, per quanto approvata dal Papa, dipende da qualche organo della Santa Sede, che di per sè non è infallibile. Per trovare veramente l'infallibilità dottrinale bisogna ricorrere al vero e proprio Magistero della Chiesa, la cui massima manifestazione sono i dogmi, al di sotto dei quali c'è il Magistero ordinario. Per quanto riguarda il Limbo, si può fare un discorso simile a quello che ho fatto al n. 60. Anche questa è una dottrina che la Chiesa non ha mai definito, ma era una opinione teologica che la Chiesa ha sempre accolto, ma senza impegnare il suo Magistero. Per quanto riguarda la questione della pena di morte, si tratta di una materia molto diversa e meno soggetta all'infallibilità, perchè tocca il campo delle scelte pastorali della Chiesa, dove la Chiesa può mutare le sue decisioni.

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  3. Marino O. Napolitano9 giugno 2021 19:57

    Caro Padre Cavalcoli,
    Vorrei farti una domanda relativa a questo articolo che solo ora, a distanza di mesi da te scritto, ho potuto scoprire e leggere. Sono rimasto molto sorpreso dall'errore del Catechismo di san Pio X, e la sua dimostrazione è convincente, a mio modesto parere.
    Ora, capisco che è un errore dottrinale nel Catechismo Maggiore, dell'inizio del secolo scorso.
    La mia domanda è la seguente: si può dire, allora, che il Catechismo della Chiesa, sia quello di Pio X, sia quello di Trento, sia quello di Giovanni Paolo II, non costituisca Magistero della Chiesa, e possa contenere errori dottrinali?
    Credo di ricordare che lei, in qualche altro articolo, ha indicato che un Catechismo della Chiesa non può essere considerato Magistero allo stesso valore di, ad esempio, un'Enciclica pontificia, ma, ciò che ora avverto, alla luce del suo articolo , è che un Catechismo non può in alcun modo essere considerato un Magistero della Chiesa.
    Quello che ho appena detto è corretto?

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    1. Caro Marino,
      i Catechismi della Chiesa sono molto utili ed autorevoli, come introduzione al dogma e al magistero della Chiesa.
      Essi certamente contengono tutte le verità di fede, però possono contenere anche certe opinioni teologiche molto autorevoli e durature, che vengono ospitate per riguardo a queste opinioni, benché non si tratti di dottrina infallibile.
      Ora, finché queste opinioni si trovano nel Catechismo, il comune fedele le può accogliere tranquillamente. Tuttavia egli è tenuto a distinguere queste opinioni dal dogma o dallo stesso magistero della Chiesa.
      Per operare questa distinzione, bisogna che il fedele nello stesso Catechismo raccolga quegli insegnamenti, che sono esplicitamente presentati come magistero della Chiesa, vale a dire come passi della Sacra Scrittura, della Tradizione o insegnamenti pontifici e dottrine dei Concili.
      Per quanto riguarda invece le opinioni, esse possono essere eliminate da un Catechismo successivo, come per esempio è successo per la dottrina del limbo e quella secondo la quale Adamo ed Eva, dopo un certo periodo passato nel paradiso terrestre, sarebbero saliti alla visione beatifica in paradiso celeste.

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