La guerra escatologica secondo l’Apocalisse - Seconda Parte (2/2)

 La guerra escatologica secondo l’Apocalisse 

Seconda Parte (2/2)

Per la Bibbia la storia dell’umanità si risolve

in una guerra di Cristo contro Satana

Il primo accenno che l’Apocalisse dà al fatto che la storia sacra è la una storia guerresca, lo troviamo laddove essa parla della lotta che Cristo, alla guida dei santi, ingaggia contro Satana e i suoi accoliti. Tale accenno si trova al c.6, dove Giovanni vede un «cavallo bianco e colui che lo cavalcava aveva un arco, gli fu data una corona e poi egli uscì vittorioso per vincere ancora» (v.2).

È subito chiaro contro chi combatte questo misterioso cavaliere, che certamente è Cristo. Giovanni infatti vede anche «un cavallo rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra perché si sgozzassero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada» (v.3). Chi è questo orribile cavaliere sanguinario e distruttore della pace? Evidentemente il demonio, capo degli angeli ribelli. 

A ciò, al c.12, segue la visione di una misteriosa «Donna vestita di sole» (v.1), la quale «partorisce un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro» (v.5). Si tratta evidentemente di una visione della Chiesa che dona Cristo al mondo. All’apparizione della Donna, fa seguito l’apparizione di «un enorme drago rosso, che trascina un terzo delle stelle del cielo e le precipita sulla terra. Il drago si pone davanti alla Donna che sta per partorire per divorare il bambino appena nato» (vv.3-5).

Ma il drago viene precipitato sulla terra (v.9). «Or quando il drago si vede precipitato sulla terra, si avventa contro la Donna che ha partorito il figlio maschio» (v.3). Ma ecco che forze divine vengono in soccorso della Donna. Il drago però non si dà per vinto, ma «s’infuria contro la Donna e se ne va far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù» (v.17).

 Segue la narrazione di questa lotta del demonio contro la Chiesa fino al c.19, dove appare Cristo stesso a capo delle forze umane ed angeliche a lui fedeli, per la battaglia finale contro Satana e i suoi seguaci. Questa battaglia viene descritta in due tempi, come vedremo sotto, al c.19, 9-22 e al c.20, 7-10.

Ci potremmo chiedere come mai la narrazione della fondazione della Chiesa al c.12, 1-2 si trova prima della narrazione della guerra protologica fra gli angeli fedeli e quelli ribelli (vv.7-9). La risposta può essere che Giovanni qui non intende fornirci informazioni storiche in ordine di tempo, ma delle visioni di valori col loro nesso logico. Vuol collegare la protologia con l’escatologia passando dall’effetto (la Chiesa) alla condizione (la battaglia angelica): un procedimento, potremmo dire, a posteriori.

È evidente che la battaglia protologica degli angeli è avvenuta un lunghissimo tempo prima della fondazione della Chiesa. Ma ciò che qui sta a cuore a Giovanni non è il presentarci una successione di fatti storici, quanto piuttosto in un quadro teoretico i fattori fondamentali della salvezza: egli vede la Chiesa guidata da Cristo come rimedio alla ribellione protologica degli angeli.

Al c.12 abbiamo dunque la descrizione della grandiosa scena di guerra protologica, ossia la guerra che scoppiò in cielo fra angeli fedeli ed angeli ribelli ai primordi della creazione:

«scoppiò quindi una guerra nel cielo. Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli: ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli» (Ap 12, 7-9).

Si tratta con ogni probabilità della guerra scoppiata fra gli angeli all’inizio della creazione, dopo esser stati sottoposti da Dio ad una prova di fedeltà.  Alcuni non la superarono e si ribellarono a Dio; invece, quelli che restarono fedeli e diventarono ministri di Dio (àngheols=annunciatore), ingaggiarono una battaglia contro i ribelli cacciandoli dal cielo.

Chiediamo ci ancora perchè l’Apocalisse pone la visione della battaglia protologica dopo la visione di 12, 1-6 della Chiesa partoriente il «figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro» (v.5). Infatti, la Chiesa è stata fondata da Cristo molto tempo dopo la battaglia protologica degli angeli. Probabilmente Giovanni vuol farci capire che la fondazione della Chiesa sotto la guida di Cristo ha per scopo quello di vincere le schiere sataniche vogliose di trascinare gli uomini nella loro stessa perdizione con l’indurli a ribellarsi a Dio. Ma ecco che i discepoli di Cristo vincono il demonio «per mezzo del sangue dell’Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio» (v.11). Per questo Giovanni canta esultante:

«Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, poiché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte. Ma essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio» (vv. 10-11).

Si tratta di una vittoria ottenuta non con la forza delle armi, ma col coraggio del martirio. Di questo conflitto delle origini parlano San Giuda e San Pietro. Giuda (v.6) parla degli «angeli che non conservarono la loro dignità, ma lasciarono la propria dimora, i quali sono tenuti da Dio in catene eterne, nelle tenebre, per il giudizio del gran giorno», ossia in vista del Giudizio universale.

Pietro invece si esprime così: «Dio non risparmiò gli angeli che avevano peccato, ma li precipitò negli abissi tenebrosi dell’inferno, serbandoli per il giudizio» (II Pt 2,4). L’Apocalisse parla in altri luoghi (cc.12,12 e 20,9) del demonio che viene precipitato sulla terra, ma qui, come appare chiaro dal contesto, si tratta di assalti escatologici. Al c.19 dell’Apocalisse ricompare il misterioso cavaliere su cavallo bianco del c.6. Qui appare più chiaramente che si tratta di Cristo:

«Vidi il cielo aperto ed ecco un cavallo bianco: colui che lo cavalcava si chiamava “Fedele” e “Verace”; egli giudica e combatte con giustizia. I suoi occhi sono come una fiamma di fuoco; ha sul suo capo molti diademi: porta scritto un nome che nessuno conosce all’infuori di lui. È avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è il Verbo di Dio. Gli eserciti del cielo lo seguono su cavalli bianchi, vestiti di lino bianco e puro. Dalla sua  bocca gli esce una spada affilata per colpire con essa le genti. Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell’ira furiosa del Dio onnipotente. Un nome porta scritto sul mantello e sul femore: Re dei re e Signore dei Signori. … Vidi allora la bestia e i re della terra con i loro eserciti radunati per muover guerra contro colui che era seduto sul cavallo e contro il suo esercito. Ma la bestia fu catturata e con essa il falso profeta, che alla sua presenza aveva operato quei portenti con i quali aveva sedotto quanti avevano ricevuto il marchio della bestia e ne avevano adorato la statua. Ambedue furono gettati vivi nello stagno di fuoco, ardente di zolfo. Tutti gli altri furono uccisi dalla spada che usciva di bocca al Cavaliere e tutti gli uccelli si saziarono delle loro carni» (vv.11-21).

Ma questa è solo la prima fase del combattimento finale. La fase conclusiva appare nel c.20:

 «Quando i mille anni saranno passati – simbolo di tutta la storia della Chiesa – Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magog, per radunarli per la guerra; il loro numero sarà come la sabbia del mare. Marciarono su tutta la superficie della terra. Ma un fuoco scese dal cielo e li divorò. E il diavolo, che li aveva sedotti, fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta: saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli» (vv.7-10).

San Paolo annuncia questo momento del trionfo finale di Cristo con aspetti diversi da quelli indicati dall’Apocalisse, sottolineando che lo scontro finale sarà contro i nemici della verità, e per conseguenza della giustizia, ossia coloro che si sono lasciati ingannare dal demonio per erigersi contro Dio. Non è difficile scorgere i prodromi di questo dramma finale dell’ateismo, nel panteismo e nello gnosticismo contemporanei. La vittoria di Cristo è dunque vittoria

 

sull’«uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio, o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio» (II Ts 2,4). «Il mistero di iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo ciò che lo trattiene» (il misterioso katèchon del v.6). «Solo allora sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all’apparire della sua venuta, l’iniquo, la cui venuta avverrà nella potenza di Satana, con ogni specie di portenti, di segni e di prodigi menzogneri e con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina, perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi. E per questo Dio invia loro una potenza d’inganno perché essi credano alla menzogna e così siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità» (vv.7-12).

Nelle parole dell’Apocalisse, per quanto differenti siano i contenuti, una cosa loro comune, che del resto è l’essenziale, balza all’occhio. Si tratta dello scontro finale e decisivo tra i discepoli di Cristo e i seguaci del diavolo. La storia sacra narrata dalla Bibbia è tutta qui: uno scontro tra Cristo e Satana, dove alla fine vince Cristo.

Nello stato di natura decaduta è impossibile evitare la guerra

C’è da notare che per la Bibbia esistono differenti livelli di pace e di guerra. Si può essere intimamente nella pace pur compiendo un’operazione militare. Si può fare una dimostrazione pacifista lanciando invettive ai militari impegnati nella guerra ed avere la guerra nell’anima. Ora, il soldato cristiano sul campo di battaglia non combatte sopraffatto dall’ira, mosso dall’odio, anzi pratica l’amore evangelico per il nemico, non si abbandona ad eccessi e crudeltà, rispetta la disciplina militare ed anche nel pieno della battaglia il suo cuore è nella pace ed unito a Dio perchè sa di compiere il suo dovere.

Inoltre la Bibbia, e specialmente l’Apocalisse, insegna che l’umanità è attualmente in guerra, una guerra alla quale nessuno si può sottrarre. Occorre soltanto scegliere da che parte stare: o con Cristo o con Satana. Non è possibile essere neutrali. Chi pretende di esserlo si mette necessariamente dalla parte del diavolo, perché è una persona doppia, del sì-no. E sappiamo da che parte Cristo mette persone di tal fatta.

Non esiste un punto di vista superiore, una specie di suprema imparzialità, come vogliono Hegel, Nietzsche, gli gnostici e la massoneria, che faccia da giudice conciliatore di pace fra Cristo e Beliar. Il giudice supremo della pace e della riconciliazione è Cristo; non sono loro, i quali, in fin dei conti, con la loro superbia e presunzione, sono servi del demonio. Non esistono mediatori di pace che non siano Cristo e il cristiano.

Cristo non va messo d’accordo con nessuno, perché è Lui che mette d’accordo tutti tra di loro e con Se stesso. Solo Cristo ci indica le vie della pace e come impedire le guerre ed estinguerle, una volta che sono scoppiate. Ma che esse scoppino, entra nelle attuali condizioni della natura decaduta, benché sia stretto obbligo impegnarsi al massimo perchè non nascano, ed adoperarsi con ogni mezzo affinchè si estinguano quanto prima, una volta scoppiate; ed inoltre per prendere occasione dal loro persistere per esercitare la pazienza, la penitenza, il ravvedimento e l’espiazione di nostri peccati.

Ho spiegato questo aspetto di scontro Cristo-Demonio nel mio recente opuscolo Il progetto del demonio. La prospettiva di Satana e quella di Gesù Cristo[1]. Qui le soluzioni pacifiche sono impossibili. «Non si dialoga col demonio», ci ha avvertiti più volte Papa Francesco. Qui il pacifismo buonista non funziona, perché tra Cristo e Beliar l’accordo è impossibile. Tutto il problema allora è combattere mettendosi dalla parte del vincitore.

La Bibbia dunque concepisce questa vita come una lotta, nella quale bisogna combattere e l’alternativa è che o vinceremo con Cristo o saremo sconfitti col demonio. Nel mondo animale vediamo questa legge inesorabile della vita: o si vince o si è vinti. Gli animali dispongono di apparati di attacco e di difesa. L’uomo fisicamente è privo di tali apparati. E tuttavia ne possiede nel suo intimo, nel suo cuore, di ben più potenti di quelli degli animali. Già Aristotele osservava che l’uomo può fa molto più danno degli animali, perché nel fare il male mette in opera un cattivo uso della ragione. Ma, grazie a Dio, la stessa ragione, se ben usata, può creare una pace interiore immensamente più preziosa di quella puramente psicofisica degli animali.

Esistono oggi due atteggiamenti mentali semplicistici e sbrigativi nei confronti della guerra, diametralmente opposti, entrambi sbagliati: o il considerare la guerra come una specie di calamità naturale, nei confronti della quale nulla può fare la nostra volontà, quasi fosse uno tsumami o una siccità; oppure, all’opposto, come se si trattasse di un’azione umana del tutto dipendente dalla volontà, che sia possibile far cessare in qualunque momento.

Occorre invece osservare che nella vita presente, segnata dalle conseguenze del peccato originale, anche con tutta la buona volontà e in possesso della grazia di Cristo, come anche i più virtuosi tra noi, non riescono sempre ad evitare il peccato, almeno veniale, così è impossibile che non si dia prima o poi il peccato di omicidio connesso col muover guerra.

Infatti, per scender nel particolare, in noi dobbiamo osservare che la passione dell’ira è spesso esagerata e ci spinge ad offendere il prossimo, fino ad ucciderlo; il vizio della superbia ci spinge a volerlo dominare, ad imporgli le nostre idee, fino ad ucciderlo se non lae pensa come noi o non fa quello che vogliamo noi; l’avarizia e la gola, che ci rende eccessivamente avidi di beni terreni, ci spinge ad impossessarci dei beni degli altri, fino ad ucciderli, se non ci cedono i loro beni.

L’invidia ci spinge a disprezzare e ad escludere coloro che danno ombra al nostro desiderio di primeggiare o che denunciano le nostre truffe, ad ostacolarli, a denigrarli, a calunniarli e a diffamarli, fino ad ucciderli, se sono di ostacolo sul nostro cammino. La lussuria e l’accidia, spregiatrici dei valori spirituali e quindi della giustizia, egoisticamente amanti del quieto vivere per poter godere in pace i piaceri di questo mondo, snervano il carattere, lo rammolliscono, rendono pavidi ed opportunisti, per cui, in nome di un pacifismo utopistico ed imbelle, per non avere noie, si fanno i grandi paladini della pace, lasciando però che i poveri siano sfruttati e oppressi dai ricchi, e derubati dai ladri,  i deboli schiacciati dai forti, i giusti dagli ingiusti, gli innocenti dai peccatori, i popoli dai tiranni. Quindi questi falsi pacifisti, ben lungi dallo spegnere o impedire le guerre, le rendono possibili e le attizzano.

Altra confusione frequente che si fa quando si parla della guerra è quella tra violenza ed uso della forza militare, come se ogni uso della forza fosse violenza. Allora, si dice, siccome la violenza è danno al prossimo, aboliamo l’uso delle armi e la coercizione ad esse annesso. Ma siamo sempre lì: ci si dimentica che un uso moderato della forza militare, quando i mezzi pacifici si rivelano inefficaci, ristabilisce effettivamente la pace, come dimostra la storia di sempre.

L’uso moderato della forza militare, legalizzato dall’autorità di uno Stato democratico, non è di per sé violenza, ma può aver per risultato ed effetto la rivendicazione del diritto conculcato, l’evacuazione di territori ingiustamente occupati, la liberazione di un popolo dalla tirannide, l’annullamento di un’invasione militare, la conquista di beni che ci spettano, il ristabilimento della pace grazie all’eliminazione dei guerrafondai.

Perché ci sia la guerra non occorre il fragore delle armi, ma è sufficiente il turbamento interiore del peccato, lo scisma, l’eresia, il tradimento, l’odio e l’invidia reciproci, è sufficiente il mentirsi a vicenda, la volontà di prevalere gli uni sugli altri, il disprezzo gli uni degli altri, il rifiuto di pentirsi, di perdonare e chiedere perdono, di comprendersi e di ascoltarsi reciprocamente, la ribellione al Papa, il conflitto ostinato e settario delle volontà e lo scambio di insulti e di calunnie, come avviene nella Chiesa da 60 anni fra modernisti e passatisti.

I pacifisti buonisti si rifanno alle parole del Signore a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada» (Mt 26,52). Ma trascurano di collegarle con quanto Gesù in Giovanni dice a Pilato: «Il mio regno non è di questo mondo: se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perchè non fossi consegnato» (Gv 18,36). Qui appare evidente che Gesù distingue i regni terreni dal suo: questo è un regno spirituale, dove non ha senso combattere per obbiettivi mondani, per quanto giusti. Gesù invece chiaramente approva la liceità di far guerra per scopi di giustizia o libertà dei popoli di questo mondo.

Quanto al detto sulla spada, Gesù ci avverte che coloro che col loro odio o cupidigia di ricchezze o per volontà di dominio, scatenano guerre, si aspettino di essere sconfitti o distrutti da quello stesso odio che hanno scatenato negli altri, come è successo ad Hitler e a Mussolini. Ed è anche ingloriosa la fine di quei dittatori come Stalin o condottieri come Napoleone, che o con le guerre o  con le congiure hanno provocato in altri paesi e popoli immense sofferenze, sovversioni, distruzioni, ruberie, sedizioni, rovesciamento di governi, scompiglio nazionale, lotte intestine, la diffusione di perniciosi errori e la soppressione della libertà religiosa.

Come por fine alla guerra

L’immagine della guerra dei buoni contro i cattivi l’abbiamo tutti in mente come un ricordo dell’infanzia, ma, col maturare dell’età, accorgendoci di come le cose sono complesse, ci pare semplicistica, ingenua e appunto infantile, puerile. Eppure la Bibbia, Parola di Dio, presenta un’immagine della guerra proprio in questi termini, come lotta fra i figli di Dio e i figli del demonio (cf Mt 13,38; Gv 8,44; At 13,10; I Gv 3,10).

Nell’Antico Testamento si distinguono certamente i giusti dagli empi, ma non si parla di una guerra tra di loro. Balzano invece in primo piano le guerre di Israele contro i popoli circostanti, non sempre volute da Dio, e alle quali non sempre Dio concede la vittoria; altre volte esse nascono da semplice volontà umana e non sono gradite a Dio. Israele, con la benedizione di Dio, muove sia guerre di difesa che guerre di conquista.  La vittoria è considerata segno della protezione di Dio. La disfatta può essere segno che Israele ha peccato.

Già l’Antico Testamento tuttavia presenta un duplice concetto della guerra: la guerra come cosa cattiva segno della malvagità ed ingiustizia umane, un male che non esisterà più nel regno messianico, e la guerra come voluta da Dio, quindi la guerra giusta o per la conquista della terra promessa o come difesa da nemici o aggressori.

Nel Nuovo Testamento compare un concetto di guerra o di combattimento che riguarda la vita dello spirito, dove il nemico da sconfiggere è il peccato, il vizio, la carne, il demonio. Il Vangelo parla chiaramente di uno scontro di Cristo contro demonio. In particolare l’Apocalisse si ferma a lungo sulla guerra dei discepoli di Cristo con i nemici di Cristo.

È evidente che se la Bibbia giustifica la guerra di Cristo contro Satana, essa è assolutamente contraria ad una concezione della vita basata sull’uso sistematico della forza o nella quale il conflitto è eretto a sistema, come troviamo per esempio nella concezione massonica «vita-morte» o nella dialettica hegeliano-marxista, che si esprime nei regimi dittatoriali  e totalitari apologeti della guerra.

Per la Bibbia il mondo è stato voluto da un Dio infinitamente buono e quindi amante della bontà, dell’amore, dell’armonia, della bellezza, della concordia, dell’unione nella reciprocità, insomma della pace universale. Egli ha permesso che il peccato e il male entrassero nel mondo, e quindi la guerra, perché, nella sua onnipotente misericordia e bontà, ha voluto trarre un maggior bene – la vita eterna per l’uomo - dal male di pena conseguente al peccato come castigo del peccato, e quindi dalla stessa guerra, mediante il sacrificio dell’Innocente suo Figlio incarnato, Nostro Signore Gesù Cristo, il quale sulla croce ha soddisfatto per noi presso il Padre per l’offesa del peccato, ottenendoci dal Padre il perdono e la pace.

Per questo, Dio ha progettato un piano di salvezza per l’uomo, che ha previsto il ripristino della pace e dell’armonia originarie mediante l’opera redentrice del Figlio, il quale ha ingaggiato una guerra vittoriosa contro Satana, che, avendo fatto cadere Adamo ed Eva, aveva assoggettato a sé l’umanità peccatrice e ribelle a Dio.

L’impresa di Cristo ci insegna dunque che per por fine alla guerra, bisogna liberarsi dall’oppressione del demonio, difendersi dal suo assalto e dalle sue insidie, dal nemico della pace e fautore della guerra, bisogna sconfiggerlo in una durissima e rischiosa lotta sotto il comando di Cristo, lotta che comporta anche un aspetto ascetico di lotta contro i vizi e le cattive passioni.

Certamente la battaglia contro Satana non è uguale allo scontro con gli uomini. Con questi si può trattare anche nel corso dei combattimenti. Col demonio, invece, come c’insegna Papa Francesco, dietro l’esempio di Cristo, non si tratta, perché il demonio non ascolta ragione, essendo assolutamente sordo alla verità e falso nei suoi pensieri, per cui è assolutamente ostinato nella sua volontà di nuocerci.

Del resto egli non ha alcuna ragione che lo giustifichi e lo sa benissimo. Invece con avversari umani è possibile trattare, perché qualche torto possiamo averlo anche noi e qualche ragione possono averla anche loro. Inoltre, anche supponendo che siano mossi da cattiva volontà, possono sempre ravvedersi e cessare di combatterci.

Per questo, il grido di San Giovanni Paolo II: «Mai più la guerra!» lo facciamo certamente nostro, come anelito e desiderio ineliminabile, come speranza indefettibile, come meta irrinunciabile. Tuttavia, la piena realizzazione di questo voto non appartiene alla vita presente, ma alla futura terra dei risorti, a patto che per adesso non ci sottraiamo al combattimento, ma combattiamo con coraggio, secondo le regole, con spirito di sacrificio e perseveranza, ponendoci dalla parte giusta.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 30 marzo 2022

Luca Giordano, San Michele Arcangelo

 

 

È evidente che la battaglia protologica degli angeli è avvenuta un lunghissimo tempo prima della fondazione della Chiesa. Ma ciò che qui sta a cuore a Giovanni non è il presentarci una successione di fatti storici, quanto piuttosto in un quadro teoretico i fattori fondamentali della salvezza: egli vede la Chiesa guidata da Cristo come rimedio alla ribellione protologica degli angeli.

 

 

 

 

La Bibbia dunque concepisce questa vita come una lotta, nella quale bisogna combattere e l’alternativa è che o vinceremo con Cristo o saremo sconfitti col demonio. Nel mondo animale vediamo questa legge inesorabile della vita: o si vince o si è vinti. Gli animali dispongono di apparati di attacco e di difesa. L’uomo fisicamente è privo di tali apparati. E tuttavia ne possiede nel suo intimo, nel suo cuore, di ben più potenti di quelli degli animali. Già Aristotele osservava che l’uomo può fa molto più danno degli animali, perché nel fare il male mette in opera un cattivo uso della ragione. Ma, grazie a Dio, la stessa ragione, se ben usata, può creare una pace interiore immensamente più preziosa di quella puramente psicofisica degli animali.

 

Ciro Ferri, La fortezza e la pace


Certamente la battaglia contro Satana non è uguale allo scontro con gli uomini. Con questi si può trattare anche nel corso dei combattimenti. Col demonio, invece, come c’insegna Papa Francesco, dietro l’esempio di Cristo, non si tratta, perché il demonio non ascolta ragione, essendo assolutamente sordo alla verità e falso nei suoi pensieri, per cui è assolutamente ostinato nella sua volontà di nuocerci.


Immagini da Internet


[1] Chora Books, Hong Kong 2021

15 commenti:

  1. Caro Padre Giovanni,
    questo nostro tempo funestato da una guerra così vicina, potenzialmente foriera di sciagure di dimensioni ancor più gravi di quanto accaduto sinora, sono anche tempo di Quaresima, e tra i vari episodi della Scrittura che si meditano in questi giorni, mi vorrei soffermare sulla cacciata dei mercanti dal tempio:

    “Giunsero a Gerusalemme. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio” (Mc 11, 15-16).

    L’episodio è presente sia nei tre sinottici che in Giovanni, il quale aggiunge alla scena un particolare, forse non secondario, sul modo di agire di Gesù:

    “Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi […]” (Gv 2, 15).

    Mi chiedo: questo episodio dei Vangeli può suggerirci qualcosa anche riguardo al tema della guerra, della violenza, della diplomazia, delle armi?
    Sarebbe ardito affermare che nostro Signore, in prima persona, col suo stesso operare durante la vita terrena, abbia voluto indicarci che esistono situazioni eccezionali dove non solo un certo tipo di violenza non è peccato, ma è addirittura doverosa?
    E sarebbe ancor più ardito affermare che nostro Signore non ha disprezzato il ricorrere alle armi, quando necessario, al punto addirittura di fabbricarne una (pur se a scopo intimidatorio, e non di uccidere)?

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    1. Caro Bruno,
      l’episodio della cacciata dei venditori dal tempio manifesta indubbiamente che in certi casi è lecito usare la forza per punire o fermare i peccatori. Non si tratta di violenza, perché essa per definizione è l’uso illecito della forza. Al contrario, questo intervento è regolato dalle virtù della giustizia, del coraggio e della prudenza.
      Per quanto riguarda l’uso delle armi, Cristo non è contrario (cf Gv 18,36) ed anzi è favorevole, però soltanto in relazione alla difesa dei regni di questo mondo. Invece, per quanto riguarda il suo regno, che è un regno spirituale, Gesù comanda soltanto l’uso delle armi spirituali, come appare evidente dall’insegnamento di San Paolo (cf. Ef 6,11-17), perché il combattimento cristiano non è tanto contro nemici visibili, ma contro il demonio.
      Al riguardo, l’Apocalisse, come ho illustrato nel mio recente articolo, mostra con chiarezza come il destino della storia si risolve in uno scontro bellico escatologico tra i seguaci di Cristo e quelli di Satana, dove i fedeli di Cristo sono vittoriosi.

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  2. Molti, anche cattolici, sostengono l’inopportunità, se non proprio l’immoralità, di fornire armi all’Ucraina. Per esempio, Alessandro Rimoldi su “La nuova Bussola” (https://lanuovabq.it/it/armi-allucraina-una-decisione-legittima-ma-inopportuna):

    “[…] al di là delle buone ragioni che possono animare il sostegno militare in difesa dell’indipendenza e della sovranità del popolo ucraino, è evidente che un intervento militare - anche indiretto come la fornitura di armi - può essere l’inizio di una escalation di eventi che può condurre ad una terza guerra mondiale atomica […] La reazione ad un male (aggressione ad uno stato) non deve condurre ad un male più grande (conflitto mondiale con l’utilizzo di armi nucleari), altrimenti la scelleratezza dell’attacco militare russo viene superata dalla scelleratezza di chi provoca un male ancora peggiore (e mille volte peggiore!) di quello subito, in termini di pace e sicurezza fra le nazioni”.

    Mi sembra che il presupposto morale, soggiacente a queste posizioni, sia che risparmiare il maggior numero di vite umane sia un valore assoluto, ovvero un valore che debba essere sempre salvaguardato, e a cui non si possa mai contrapporre un valore ancora superiore.
    Ma, cristianamente parlando, la salvaguardia della vita umana, che pure è sacra, non è sempre il valore assoluto a cui si debba necessariamente sacrificare tutto il resto. Altrimenti, gli stessi santi martiri che hanno rinunciato a salvarsi la vita pur di non rinnegare la fede, dovrebbero paradossalmente essere considerati dei peccatori “contro” la vita.
    Ed anche valori meno importanti della fede cristiana, possono motivare la rinuncia alla vita. Pensiamo, ad esempio, a donne, a ragazze come santa Maria Goretti, che hanno scelto di resistere sino alla morte pur di non essere violate nella loro intimità sessuale.

    Ma si può obiettare legittimamente: un conto è sacrificare la propria vita, un altro è causare, sia pur indirettamente, la morte di tante altre persone che non avevano intenzione di compiere tale supremo sacrificio. Non si può “obbligare” al martirio, pur se non possa considerarsi scontato che la conseguenza del fornire armi all’Ucraina sia la terza guerra mondiale nucleare.

    D’altro canto, se riconosciamo il legittimo diritto degli ucraini a difendersi militarmente, come si fa, al tempo stesso, a rifiutarsi di accogliere la loro richiesta di fornirgli armi, quando sappiamo bene che il loro aggressore, per dimensioni e potenza militare, è come un Golia mentre loro sono come un Davide disperatamente bisognoso di fionde più efficaci?

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    1. Caro Bruno,
      l’ipotesi di rinforzi militari forniti all’esercito ucraino può essere presa in considerazione. Tuttavia, conoscendo bene la grande superiorità di potenza dell’esercito russo, c’è il timore che esso non solo non possa essere cacciato dal territorio ucraino, ma che rafforzi la sua presenza in Ucraina.
      Per quanto riguarda il passare dall’uso di armi convenzionali ad armi atomiche, io sono convinto che nessuno medita una cosa del genere, perché, come sappiamo tutti, non esiste una difesa atomica.
      Ora, per vincere un nemico, bisogna che noi siamo difesi dai suoi attacchi. Ma sarebbe assolutamente stolto sapere in anticipo che alla botta che diamo al nemico, il nemico ci risponderà con una botta maggiore, che ci ammazzerà.
      Per quanto riguarda il confronto tra martirio e suicidio, apparentemente c’è una somiglianza dal punto di vista fisico, perché nei due casi il soggetto non difende la propria vita da un’aggressione nemica, ma la differenza formale è molto profonda considerando la differenza dei due oggetti formali, cioè che nel caso del suicidio, il suicida si uccide positivamente, perché ritiene che il morire sia meglio che vivere. Anche il martire abbandona questa vita e non si difende contro chi lo vuole uccidere. Si può inoltre dire che tanto la morte del suicida quanto quella del martire sia voluta dal soggetto stesso, che muore.
      Le differenze però sono notevoli. Prima, che mentre il suicida uccide se stesso, perché odia questa vita terrena; il martire viene ucciso da degli assassini, i quali, come tali, commettono un delitto. Seconda, mentre il suicida si uccide perché odia la sua vita fisica, mostrando nel contempo disprezzo per il suo bene spirituale e senza recar beneficio a nessuno, il martire è posto dal carnefice davanti ad una scelta: o rinnegare la fede o essere ucciso. Siccome il martire ha più stima della sua vita di fede che non della sua stessa vita fisica, è pronto a rinunciare a questa, pur di restare fedele a Dio.
      Il martire, in certi casi, avrebbe anche la possibilità di salvare la propria vita, grazie ad opportune circostanze o al soccorso di amici, ma non lo fa per il desiderio di dare la propria vita per la salvezza dei fratelli sull’esempio di Cristo.
      Per questo, mentre il suicidio è un atto sterile dal punto di vista sociale e può essere scandaloso nei confronti di altri, che possono essere tentati ad imitarlo, il martirio è un atto ammirabile di coraggio e di amore, coraggio non contro un nemico fisico, ma contro il demonio e la tentazione di un attaccamento indebito a questa vita. È un atto di grandissimo amore, perché, come dice Cristo, non c’è amore più grande di colui che dà la vita per i suoi amici. Come il suicida purtroppo a volte suscita imitatori, così anche il martire spinge altri ad imitarlo in questo atto eroico.
      Un’ultima considerazione che si può fare è che oggi la Chiesa più consapevole della fragilità della psicologia umana ha abbandonato quei riti severi che usavano in passato, i quali tenevano presente solo il fatto oggettivo del peccato con la tendenza a colpevolizzare il peccatore, mentre oggi si sa meglio che uno si può uccidere non con pieno consenso, ma perché crolla sotto il peso di una crisi psichicoemotiva.

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    2. La ringrazio Padre Giovanni per le bellissime parole sul significato del martirio.

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  3. Caro Padre Giovanni,
    commentando l’immagine apocalittica della «Donna vestita di sole», lei ha scritto:

    “Si tratta evidentemente di una visione della Chiesa che dona Cristo al mondo”.

    Noto che non ha voluto accennare all’altro riferimento simbolico che la Chiesa ha successivamente attribuito alla stessa immagine, quello della Vergine Maria.
    Eppure, Papa Benedetto XVI, in occasione della Solennità dell’Immacolata Concezione dell’8 dicembre 2011, ebbe a dire:

    “Qual è il significato di questa immagine? Essa rappresenta nello stesso tempo la Madonna e la Chiesa.
    Anzitutto la “donna” dell’Apocalisse è Maria stessa. Ella appare “vestita di sole”, cioè vestita di Dio: la Vergine Maria infatti è tutta circondata dalla luce di Dio e vive in Dio. Questo simbolo della veste luminosa chiaramente esprime una condizione che riguarda tutto l’essere di Maria: Lei è la “piena di grazia”, ricolma dell’amore di Dio. E “Dio è luce”, dice ancora san Giovanni (1 Gv 1,5). Ecco allora che la “piena di grazia”, l’“Immacolata” riflette con tutta la sua persona la luce del “sole” che è Dio.
    Questa donna tiene sotto i suoi piedi la luna, simbolo della morte e della mortalità. Maria, infatti, è pienamente associata alla vittoria di Gesù Cristo, suo Figlio, sul peccato e sulla morte; è libera da qualsiasi ombra di morte e totalmente ricolma di vita. Come la morte non ha più alcun potere su Gesù risorto (cfr Rm 6,9), così, per una grazia e un privilegio singolare di Dio Onnipotente, Maria l’ha lasciata dietro di sé, l’ha superata. E questo si manifesta nei due grandi misteri della sua esistenza: all’inizio, l’essere stata concepita senza peccato originale, che è il mistero che celebriamo oggi; e, alla fine, l’essere stata assunta in anima e corpo nel Cielo, nella gloria di Dio. Ma anche tutta la sua vita terrena è stata una vittoria sulla morte, perché spesa interamente al servizio di Dio, nell’oblazione piena di sé a Lui e al prossimo”.
    (https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2011/december/documents/hf_ben-xvi_spe_20111208_immacolata.html)

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    1. Caro Bruno,
      premesso che tengo in grande considerazione l’applicazione dell’immagine della Donna a Maria Vergine, le faccio presente che l’interpretazione letterale fa riferimento a quello che ho detto, ossia alla Chiesa, mentre il riferimento alla Madonna è una interpretazione accomodatizia, cioè una interpretazione aggiuntiva di tipo devozionale.
      Detto questo, ho pensato di fermarmi solamente all’interpretazione letterale, perché essa esprime con tutta chiarezza il tema che ho inteso trattare nel mio articolo, ossia quello della lotta della Chiesa contro Satana, anche se non c’è dubbio che nella pietà tradizionale anche Maria è rappresentata in funzione agonistica, come colei che schiaccia la testa al serpente.

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    2. Caro Padre Giovanni,
      a tal proposito, le chiedo, cortesemente, se può fornirci qualche ulteriore delucidazione, su quale debba essere il corretto rapporto tra dimensione devozionale e teologia.

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    3. Caro Bruno,
      riguardo all’interpretazione del passo dell’Apocalisse sulla Donna vestita di sole, ho parlato di interpretazione accomodatizia in funzione devozionale, distinta dall’interpretazione letterale, che è fondamento della elaborazione teologica.
      Questa distinzione si riferisce al fatto che nell’interpretare la Sacra Scrittura come sorgente della teologia, l’esegesi ha il dovere di mettere in luce il significato di ciò che l’autore sacro intende dire. E questa è l’interpretazione letterale.
      Tuttavia, siccome il testo biblico offre frequentemente dei contenuti di una ricchezza che va al di là del senso letterale, è possibile aggiungere una ulteriore interpretazione, che presenta un’utilità per favorire la devozione.
      Questa interpretazione è chiamata “accomodatizia” per esprimere il fatto che l’interprete accomoda in qualche modo il senso letterale ad un punto di vista particolare, che non è necessariamente richiesto dal senso letterale, ma che in qualche modo si accorda con esso e favorisce la vita spirituale.
      Un altro esempio lo possiamo trovare nell’interpretazione del Cantico dei Cantici fatta da San Giovanni della Croce. Il testo letterale parla di un amore tra due pastorelli. Tuttavia questo amore è espresso con un tale bellezza, purezza e profondità, che San Giovanni della Croce vi ha letto l’immagine dell’amore mistico dell’anima con Dio.
      Altra interpretazione accomodatizia è quella che, sempre San Giovanni della Croce, fa del monte Carmelo, come simbolo dell’ascesa verso la contemplazione mistica.
      Per quanto riguarda la elaborazione teologica, si tratta di una deduzione razionale, basata su di una interpretazione letterale ed appropriata del testo biblico. Un esempio che possiamo fare è la deduzione dell’esistenza dell’amore tra uomo e donna nella resurrezione. Tale deduzione si basa sull’insegnamento di Cristo e di San Paolo riguardante la resurrezione. Il teologo, su questa base biblica, imbastisce un sillogismo.
      Nella fattispecie, la premessa maggiore è la resurrezione del corpo, la premessa minore è l’esistenza dell’uomo e della donna, la conclusione è che nella resurrezione ci sarà la distinzione tra uomo e donna.

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  4. Il teologo gesuita Ugo Vanni sottolinea la stretta connessione, quasi l’inscindibilità tra i due significati della Chiesa e della Madonna, attribuite alla «Donna vestita di sole»:

    “Esiste una continuità in crescendo, una vera evoluzione tra “madre di Gesù” e la “donna” nel quarto Vangelo da una parte e quanto troviamo a proposito della “donna” nel capitolo 12 dell'Apocalisse, dall'altra. La “madre di Gesù” detta “donna” enigmaticamente già in Gv 2,4 fa pensare alla chiesa, della quale Maria, Gesù e i discepoli insieme (cf. Gv 2,12) rappresentano la prima realizzazione. Ma il termine “donna”, venendo dopo la domanda provocante di Gesù sul suo rapporto con Maria, ribadita con l'allusione all' “ora” di Gesù, esce fuori dal suo contesto immediato e punta in avanti, verso l’“ora”. Nel contesto dell’“ora” la qualifica di “donna” viene ripresa e se ne ha una prima spiegazione.
    Mediando tra madre di Gesù e la maternità nei riguardi dei discepoli, il termine riferisce Maria alla chiesa, che è già costituita dai discepoli di Gesù. La madre di Gesù donna appare di fatto in funzione della chiesa. Accolta nella chiesa di Giovanni, esercitandovi la sua funzione di maternità, Maria spinge la chiesa che l'accoglie a rispecchiarsi in lei. Appare allora, sulla linea della “Sion”, come un simbolo paradigmatico della chiesa stessa. In questo senso si identifica idealmente con la chiesa.
    Ma la sua denominazione di “donna” e “madre di Gesù” appariranno in tutta la loro portata nell'Apocalisse. La chiesa, rispecchiandosi in Maria, scoprirà la sua identità e la sua funzione di portatrice e generatrice di Cristo nella storia […]

    Maria – in sintesi – è madre di Gesù nel senso più ampio del termine: è madre fisica di Gesù, diventa madre morale favorendone la crescita nei discepoli. Così è messa in contatto diretto con la chiesa-donna di cui costituisce il simbolo ideale e nella quale potrà riconoscersi: la maternità della chiesa che porterà Cristo negli spazi della storia prolunga la maternità di Maria e si salda con essa”.
    (U.Vanni, L'Apocalisse. Ermeneutica, esegesi, teologia, EDB, Bologna, 1988, pp. 333-347)

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    1. Caro Bruno,
      concordo pienamente con tutto quello che dice Padre Vanni.

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  5. Alla constatazione che la vita, in molteplici aspetti, sia anche riconducibile a una lotta, in una prospettiva filosofica era pervenuto, forse per primo, il presocratico Eraclito.
    Egli parte da una delle esperienze più originarie per l’uomo, quella della contraddizione, dell’opposizione: nell’alternarsi delle stagioni c’è il tempo della fecondità e il tempo dell’aridità, nella vita umana e animale c’è il tempo della lotta per procurarsi il cibo e il tempo del riposo, c’è il tempo del dolore e quello della gioia, c’è la vita e c’è la morte… e pure nel pensare e nel dialogare è presente una contrapposizione in forma di dialettica tra una tesi e la sua antitesi.
    Dice Eraclito:
    “La stessa cosa sono il vivente e il morto, lo sveglio e il dormiente, il giovane e il vecchio: questi infatti mutando son quelli e quelli di nuovo mutando son questi” (Eraclito in: I Presocratici. Testimonianze e frammenti, Laterza, 1975, fr. 20, pag. 214).
    L’opposizione appare insita nel singolo ente, a causa dell’incessante divenire:
    “Negli stessi fiumi scendiamo e non scendiamo, siamo e non siamo” (ibid., fr. 49a, pag. 207).
    C’è dunque un apparire delle cose per cui la contraddizione, come susseguirsi molteplice di esperienze contrastanti, sembrerebbe la legge fondamentale della vita.
    Eraclito intuisce che affinché si possa dire che tutto scorre, occorre che qualcosa stia. E questo qualcosa è proprio la legge, la razionalità che soggiace al divenire. Questa legge dice Eraclito è la guerra, la contesa, la contrapposizione: la vita, in qualche modo, è sempre una lotta da cui emerge il valore:
    “Polemos (la guerra, la contesa) è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi” (ibid., fr. 53, pag. 208).
    Polemos governa dunque il divenire inesauribile delle cose, perché è nel divenire che il contrasto e l’opposizione tra le cose si mostrano nel modo più manifesto.
    “Bisogna però sapere che la guerra è comune (a tutte le cose), che la giustizia è contesa e che tutto accade secondo contesa e necessità” (ibid., fr. 80, pag. 213).
    Poiché solo grazie alla Polemos, le cose possono diventare e rimanere ciò che sono, è lo stesso contrasto alla base dell’armonia e dell’unità delle cose:
    “L’opposto concorde e dai discordi bellissima armonia, e tutto accade secondo contesa. Congiungimenti sono intero e non intero, concorde discorde, armonico disarmonico, e da tutte le cose l’uno e dall’uno tutte le cose. L’armonia nascosta vale più di quella che appare” (ibid., fr. 8 e 10, pag. 197-198).
    Eraclito, nel suo linguaggio a volte enigmatico, vuol dirci che l’identità delle cose è il loro stesso diversificarsi e opporsi le une alle altre, il che lo porta ad affermare che “la giustizia è contesa” perché nel contrasto dell’opposizione, rimane negata la “tracotanza” delle singole cose.
    E la sapienza (il lògos) è nel comprendere che le molteplici cose sono riconducibili all’unità originaria che è la loro stessa opposizione:
    “Un’unica cosa è la saggezza, comprendere la ragione per la quale tutto è governato attraverso tutto […] Ascoltando non me, ma il logos, è saggio convenire che tutto è uno” (ibid., fr. 41, 50, pag. 205, 208).

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    1. Caro Bruno,
      io trovo che il pensiero di Eraclito sia molto pericoloso, perché sembra concepire la guerra come legge della vita.
      Il mio discorso è diverso. È vero che ho detto anch’io che nella vita non si può evitare la lotta, ma io intendevo riferirmi ad una lotta contro il male, sulla base bene e in vista del bene. Quindi in vista di una situazione vitale escatologica, dove la lotta non c’è più, come annuncia il profeta Isaia.
      Invece sembra che Eraclito concepisca la lotta come fine a se stessa. Questa è una visione sbagliata, perché in realtà lo scopo della vita non è la guerra, ma è la pace, ossia una situazione di ordine, di armonia e di coordinazione delle parti in un tutto.
      Il difetto di Eraclito mi sembra essere quello della mancanza del principio dell’analogia, che sarà scoperto da Aristotele e si trova anche nella Sacra Scrittura (sap 13,5).
      Questo principio non esclude la lotta in funzione della pace, tuttavia prospetta una realtà vitale finale, dove la contraddizione e la lotta non esistono più, perché queste cose suppongono una situazione esistenziale contraria alla realizzazione della vita, che deve essere libera dal male. Invece la contraddizione suppone l’esistenza del male, cioè di un agente che nega e distrugge il bene.
      Viceversa il principio di analogia introduce il valore della somiglianza e della diversità, per cui l’alterità non distrugge l’identità, ma coesiste con essa. In questo modo è possibile una unità nella pluralità, mentre nella visione di Eraclito una vera pluralità, ossia una coesistenza di diversi, è impossibile, perché egli confonde il diverso con il contrario.

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  6. Caro Padre Cavalcoli,
    vi presento una nuova domanda simile a quelle che vi ho presentato in altre occasioni. Si riferisce alla concezione che sembra essere estremista, cioè pacifista, espressa ancora una volta da papa Francesco. So perfettamente che il Papa non può insegnarci nulla di contrario alla dottrina della Chiesa. Ma alla sua ultima udienza, ieri, mercoledì, era troppo estremo, ed è difficile per me capirlo benevolemente.
    "Ecco perché l’aggressione armata di questi giorni, come ogni guerra, rappresenta un oltraggio a Dio, un tradimento blasfemo del Signore della Pasqua, un preferire al suo volto mite quello del falso dio di questo mondo. Sempre la guerra è un’azione umana per portare all’idolatria del potere".
    Grazie.

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    1. Caro Silvano,
      il Papa non è contrario ad una difesa armata nei confronti di un aggressore. Egli ha presente l’immagine della guerra, che si trova anche nella Bibbia, come scatenamento di violenza dovuto alla dimenticanza di Dio. Per questo parla di blasfemia.
      Nello stesso tempo egli insiste nella necessità di risolvere il conflitto non con le armi, ma con il dialogo. Un progetto molto importante, che il Papa ha in cantiere per esempio è un incontro col Patriarca Cirillo, il quale notoriamente sostiene Putin, per cui sarà interessante vedere il risultato di questo incontro e c’è da sperare che con esso gli animi si possano riconciliare.

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