L’atteggiamento del cristiano nei confronti della sofferenza (Prima parte)


L’atteggiamento del cristiano nei confronti della sofferenza

Prima parte

Il paradosso cristiano della sofferenza

In questi mesi di grande prova per tutti a causa della pandemia, è balzata più che mai alla ribalta la domanda sul perchè e sull’origine della sofferenza, e su come vincerla, oltre che naturalmente su come vincere il virus insidioso e mortale che ne è all’origine. Era questa l’occasione per teologi e pastori per ricorrere al ricchissimo patrimonio della sapienza cristiana, onde offrire risposte, rimedi e proposte, che solo lei sa dare. 

Sarebbe stata una buona occasione per esporre la dottrina cristiana sull’origine del male e della sofferenza, sul peccato originale e sulle sue conseguenze, sulla causa, la natura e il castigo del peccato, sulla vittoria sul peccato mediante la croce di Cristo. E invece niente o quasi niente. Si è lasciato il popolo di Dio affamato di verità e bisognoso di conforto e consolazione che vengono dalla Parola di Dio senza nutrimento salutare. 

Devo quindi dire che purtroppo teologi e pastori hanno mostrato su questo importantissimi argomenti che riguardano la salvezza gravi lacune dottrinali e una sconfortante impreparazione, non solo, ma anche vedute errate, sconfinanti con l’eresia, una vera calamità, la quale, come ulteriore sciagura spirituale, è venuta a dare false consolazioni, a sviare e turbare le coscienze e ad aggiungersi alla sciagura già grave della pandemia, come se questa non fosse già sufficiente ad abbattere e disorientare gli animi e a mettere a dura prova gli spiriti più forti. Invece di fornire la medicina e il conforto austeri ma salutari che ci vengono dal Vangelo, si è distribuita una droga spirituale atta ad addormentare le coscienze e a lasciarci nei nostri peccati e dando ragione a Marx, quando parla della religione come oppio dei popoli.

La concezione cristiana della sofferenza ha qualcosa di paradossale ed apparentemente contradditorio, perché pare che il cristiano rifiuti e ad un tempo ami la sofferenza, sicché Dio stesso è un Dio che da una parte toglie la sofferenza, ma dall’altra la manda. Tanto più bisognerebbe trattarne, proprio per sciogliere questo paradosso, come tenterò di fare io in questo articolo. La visione di un Dio che toglie la sofferenza assieme al rifiuto della sofferenza risponde senza difficoltà ai bisogni istintivi della natura umana e alla concezione naturale di Dio. L’uomo ama naturalmente il piacere e rifugge naturalmente dal dolore ed è logico aspettasi da Dio infinitamente buono l’elargizione o la concessione di tutto ciò che ci arreca piacere e felicità. 

Non riusciamo invece a tutta prima a capire come si possa amare o cercare la sofferenza e come un Dio buono possa volere o permettere cose che ci fanno soffrire o ci dispiacciono. Un Dio del genere ci ripugna e così pure amare o cercare la sofferenza ci pare una cosa morbosa. Ci capitano già tante sofferenze non cercate. Andare poi anche a cercarle ci pare il colmo della stoltezza. 

Per capire il mistero cristiano della sofferenza, occorre partire dall’idea apparentemente paradossale di un Dio buono che può mandare la sventura per il nostro bene, partendo dall’analogia col medico che dà una cura dolorosa o dal maestro che corregge il discepolo o dal signore che castiga il suddito. Così si giustificano le parole di Giobbe: «Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?» (Gb 2,10).

Come a dire: sappiamo che Dio è buono; se decide di farci soffrire, dev’esserci un motivo plausibile, dev’essere a fin di bene, anche se non abbiamo coscienza d’aver peccato, per cui, anche se per il momento non sappiamo il perché di questa sofferenza, occorre aver pazienza, e fiducia ed attendere. Passerà e sapremo il perchè.

Tanto più dunque riprovevoli sono stati in questi mesi di pandemia i predicatori che si sono succeduti, i quali, come cattolici, conoscono o dovrebbero conoscere il perchè Dio manda la sventura. «Il Signore corregge colui che Egli ama» (Eb 12,6); «chi teme il Signore, accetterà la correzione» (Sir 32,14); «castigando il suo peccato tu correggi l’uomo» (Sal 39,12). Per non parlare del mistero della sofferenza redentrice. Eppure, anche su ciò hanno taciuto.

Da ciò viene che esiste un modo cristiano di considerare cosa buona un certo soffrire, che però occorre spiegare con cura per evitare incresciosi equivoci e non cadere nelle patologie del masochismo, dell’autolesionismo, del dolorismo, del vittimismo, della frigidità sessuale o dell’anoressia. Questo modo cristiano è la risorsa fondamentale dell’ascetica cristiana e della via cristiana alla perfezione e alla santità, quel «Cristo crocifisso», del quale parla San Paolo (I Cor1,23), «scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani».

Il paradosso cristiano circa la concezione della sofferenza sembra giungere al culmine ed allo scandalo con le famosissime «beatitudini evangeliche» del cap.5 del Vangelo di Matteo, dove Cristo proclama beata tutta una serie di sofferenti per vari motivi, dove facilmente potremmo rintracciare anche i colpiti dalla sventura, nel riferimento agli «afflitti» (Mt 5,4) e nel riferimento lucano a «coloro che piangono» (Lc 6,21). 

Ma piangono per che cosa? Perché colpiti dalla calamità? Certamente. Ma non potrebbero piangere anche perchè pentiti dei loro peccati? E come sarebbero arrivati a pentirsi?  Riflettendo sul perchè della mano pesante del Signore. Ora in tanti bei discorsi fatti per darci conforto e consolarci della pandemia non era forse il caso di accennare a queste parole di consolazione evangelica? E invece niente. 

Certo diciamo subito che non si tratta di amare la sofferenza per sé stessa o come tale, perché ciò sarebbe patologico e colpa morale, ma di amarla in quanto mezzo di perfezionamento morale o ancor più, per un cristiano, perché fatta propria per amor nostro e a gloria di Dio da Nostro Signore Gesù Cristo, come mezzo di espiazione e di redenzione dei peccati, per ottenere la vita eterna e la stessa liberazione dalla sofferenza.

Questo infatti è il senso delle parole di San Pietro: «Portò i nostri peccati sul suo corpo sul legno della croce» (I Pt 2,21), di quelle di San Paolo: «Cristo si è offerto a Dio in sacrificio di soave odore» (Ef 5,2) e di quelle di S.Giovanni: «Gesù Cristo è vittima di espiazione per i nostri peccati» (I Gv 2,2).  Ma il Padre ha voluto per sua misericordia verso di noi, che anche noi a nostra volta, in Cristo potessimo contribuire a sdebitarci dei nostri debiti e quindi a meritare, grazie ai meriti di Cristo, la nostra salvezza.

In questa luce San Paolo ci esorta: «offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto ragionevole (gr. loghikòn, vulg. rationabile) (Rm 12,1). Il culto cristiano è ragionevole non nel senso che sia un semplice culto di religione naturale, ma in quanto, pur fondato sulla fede in Cristo, non è contrario alla ragione, benché sembri assurdo che la sofferenza liberi dalla sofferenza

Eppure il paradosso cristiano della salvezza si potrebbe proprio esprimere in questo assioma: occorre la sofferenza per liberarsi dalla sofferenza. Ma il paradosso si scioglie e si rivela un piano di divina sapienza, se pensiamo che questa sofferenza è la sofferenza di un uomo-Dio, il Quale, soffrendo come uomo, che si offre come vittima di espiazione per i peccati del mondo, essendo anche Dio, Che è impassibile e non può soffrire, con la sua onnipotenza può togliere la sofferenza. 

Per non cadere nell’assurdo e nell’eresia, bisogna allora chiarire bene che la liberazione dalla sofferenza non viene da un Dio «sofferente», come oggi purtroppo molti credono, ma dalla sofferenza umana di Cristo, che è salvifica[1] perché Cristo uomo è lo strumento umano ipostaticamente congiunto alla divinità del Figlio.

Ciò non impedisce di parlare con sobrietà e prudenza, in senso metaforico, del Padre che «soffre» per i peccati dell’uomo e per la morte del Figlio, ma guardandosi bene dall’insinuare che il sacrificio del Figlio non sia stato voluto dal Padre. La morte come tale di Gesù è stata certamente voluta dai suoi uccisori, i quali con ciò hanno commesso un peccato gravissimo e incommensurabile. Ma la morte di Cristo come sacrificio redentore è stata voluta dal Padre ed accettata da Cristo stesso per amor nostro e voluta dal Padre per la gloria di Cristo e la salvezza dell’umanità.

Come il cristiano affronta il problema della sofferenza

Lo sforzo principale, che la predicazione cristiana deve fare per persuadere il mondo della bontà della visione cristiana circa la tematica della sofferenza, si concentrerà  allora evidentemente non tanto su quanto la ragione può dettare in merito, come la sopportazione della sofferenza, la lotta contro la sofferenza o la sofferenza come prezzo da pagare nel campo dell’ascetica o condizione per vincere le battaglie della vita, quanto piuttosto su ciò che la fede insegna circa la valorizzazione della sofferenza nel senso indicato sopra. 

La giusta pastorale della sofferenza deve dunque avere un inizio ben preciso e mirare ad uno scopo ultimo ancora più preciso: insegnare alla gente, soprattutto ai sofferenti, ma anche a coloro che sono causa di sofferenza per il prossimo, come i peccatori, il significato e il valore cristiano della sofferenza. Si deve cominciare col mostrare chiaramente come per noi cristiani, come per ogni uomo e ragionevole e normale, la sofferenza è un male dal quale ci dobbiamo liberare e contro il quale occorre lottare con le armi della pazienza, della speranza e della medicina, soccorrendo, per quanto ci è possibile i sofferenti, gli sventurati, i poveri, gli oppressi, gli afflitti, gli  emarginati, gl’infelici e i malati, apprezzando nel contempo la sofferenza volontaria, propria dello sforzo ascetico, del sacrificio e della rinuncia per servire il prossimo o per amore di una vita spirituale superiore.

Bisogna stare attenti a non fermarsi a metà strada e non andando oltre per timore di essere fraintesi o di suscitare una reazione di sdegno per il fatto che il non-credente non è in grado di capire come l’avvento di una sofferenza possa per il cristiano essere motivo di gioia e gratitudine a Dio misericordioso. Si rischia allora, come ripiego, di fermarsi in un solidarismo meramente umano, per quanto lodevole e doveroso, dove noi cattolici siamo certamente chiamati a dare l’esempio, ma occorre anche che noi cattolici troviamo il modo, con cautela e discrezione, di far capire ai sofferenti che occorre interpretare la sventura sì come male, dal quale liberarsi, ma nel contempo anche come occasione che Dio offre per far penitenza dei peccati ed ottenere il suo perdono rinnovando il proposito di emendarci. Con la sventura, ci insegna la Bibbia, «Dio vuol provare i figli dell’uomo» (Qo 3,18).

Limitarsi, come tanti pastori hanno spinto a fare ed hanno fatto, a pregare per il sollievo o la guarigione dei sofferenti, per l’eterno riposo dei defunti, per il personale medico ed infermieristico, perché venga presto trovato il vaccino e a chiedere insomma a Dio la liberazione dal morbo, è certo cosa doverosa e segno di fede, ma la preghiera migliore sarebbe stata ed è quella di chiedere la forza di accettare questa sofferenza dalle mani di Dio in sconto dei peccati e per il loro perdono, così da di trasformare la sofferenza in sacrificio gradito a Dio, in unione con Cristo, che si è offerto al Padre per noi «in sacrificio di soave odore» (Ef 5,2). 

La preghiera migliore è quella circa la quale possiamo esser certi che Dio ci esaudisce prontamente. Ora, il chiedere a Dio di esser liberati da un male fisico non dà quella certezza di essere esauditi, che ci dà il chiedere di essere liberati da un male che impedisce od ostacola il cammino della salvezza della nostra anima, come il chiedere di poter espiare degnamente le nostre colpe, di essere perdonati dei nostri peccati, di trarre profitto da questa pandemia per fare degna penitenza e convertirci, chiedere di poterci offrire per la salvezza dei peccatori. Invece Dio, per il bene della nostra anima, può aver deciso di non soddisfare le nostre richieste che la sofferenza cessi, perché questa sofferenza può servirci per purificarci dai nostri peccati. Questi sono i discorsi che avrebbero dovuto farci i nostri pastori: e come mai non si sono sentiti?

Evidentemente assistiamo a un calo di fede o al timore troppo umano di esser presi per doloristi o vittimisti, quando invece si tratta qui di conforti che vengono dall’insegnamento e dall’esempio di Cristo e di tutti i Santi. Era l’occasione buona per rivisitare il senso cristiano della sofferenza, eliminare equivoci, fraintendimenti e calunnie, e dare alle anime quella consolazione, quella pazienza, quella guarigione, quella speranza, quella pace, addirittura quella gioia, che solo il mistero della croce può dare.

Bisogna dire altresì che particolare stima ha l’etica cristiana per la virtù della pazienza, e in ciò può ricordare l’ideale degli stoici «sustine et abstine», ma il modello è Cristo, che, per amor nostro, ha sopportato da innocente il peso dei nostri peccati per ottenerci il perdono del Padre. Alcuni passi significativi: «sappi sopportare le sofferenze» (II Tm 4,5); «beato chi aspetterà con pazienza» (Dn 12,12); «il frutto dello Spirito è pazienza» (Gal 5,22); «prendete a modello la pazienza dei profeti» (Gc 5,10); «la prova della vostra fede produce la pazienza» (Gc 1,3); «è meglio soffrire operando il bene che facendo il male» (I Pt 3,17).

Occorre invece segnalare che purtroppo su questi temi di vitale importanza in molti discorsi ed articoli apparsi nella stampa e nei media online di prelati, teologi ed intellettuali cattolici non solo essi si siano fermati soltanto su di un piano troppo esclusivamente umano, senza elevare lo sguardo alle realtà della fede, ma addirittura abbiano in molti casi travisato lo stesso concetto cristiano della sofferenza, insieme con altri concetti ad esso annessi, come quello del castigo divino, della penitenza, dell’origine del male, della misericordia e della giustizia divine, della bontà e della malvagità umana, del rimedio al peccato, del sacrificio redentore, del rapporto della natura con Dio.

Errori da evitare

Facciamo un breve elenco degli errori, senza pretesa di completezza:
1.     Dio è buono, ci ama e quindi non può mandare la sofferenza.
2.     Dio ha misericordia di tutti, salva tutti e non castiga nessuno.
3.   Quindi la pandemia non può essere un castigo divino.
4. La pandemia è un castigo che ci viene dalla natura, perché l’abbiamo maltrattata.
5. Quindi offendere Dio non ha conseguenze, perché Dio perdona. Invece dobbiamo stare attenti a non offendere la natura, perché questa non perdona.
6.  Quindi non occorre temere Dio, ma invece bisogna temere la natura.
7. Dunque la natura non agisce perché mossa da Dio, ma è una divinità autonoma. Se vogliamo non avere disgrazie, l’importante è non offendere la natura.
8.  Le sofferenze di questa vita non ci sono mandate da Dio, ma sono solo causate o dagli uomini o dalla natura.
9.  Non è vero che tutti coloro che soffrono, soffrono in punizione di peccati commessi, perché c’è chi soffre da innocente.
10.Noi non soffriamo per le conseguenze del peccato originale, un peccato realmente commesso dalla coppia primitiva e la cui colpa è trasmessa a tutta l’umanità per generazione, perché questo è semplicemente un mito per spiegare il male del mondo;
11.La sofferenza è un male assoluto, non può mai essere buona o utile, tanto meno salvifica. E quindi va evitata sempre, con ogni mezzo e ad ogni costo;
12.La sofferenza, quindi, non può essere espiativa, riparatrice, soddisfattoria, redentrice dal peccato, perchè Dio perdona tutti gratuitamente, senza meriti, indipendentemente da opere e sacrifici.
13.Cristo, quindi, non è morto per volontà del Padre per espiare al nostro posto i nostri peccati, perché sarebbe crudele un padre che vuole la morte del figlio. Cristo non merita per noi la remissione dei peccati col suo sacrificio come uomo-Dio, ma è semplicemente il profeta escatologico martire della giustizia e della libertà.

Sarebbe troppo lungo qui confutarli tutti uno per uno. Ho preferito qui trattare del significato cristiano della sofferenza. Da quello che dico qui l’avveduto lettore trarrà le ragioni per confutare gli errori e così mettere al sicuro la salvezza della sua anima.

La sofferenza e le sue forme

La sofferenza rientra nella grande categoria del male. Il male in generale è la privazione del bene dovuto in un soggetto. Questa privazione può essere causata da un agente nei confronti di un altro, oppure può essere patita da un paziente perché offeso dall’aggressione di un altro. Il male così può essere fatto o può essere patito. Il male fatto dalla creatura umana è il male di colpa o peccato. Il male patito è il dolore o sofferenza.

Il male non esiste nelle sostanze inanimate, ma solo nei viventi. Perché? Perché in natura le sostanze inanimate, benché abbiano un’identità che tendono a conservare, tuttavia, per loro natura, non la mantengono a tempo indeterminato, ma evolvono trasformandosi in altre, per cui, se sono mutate o disintegrate, non è che abbiano bisogno o diritto a tornare come prima o ad essere reintegrate, se sono decomposte, ad essere ricomposte, se sono distrutte, ad essere ricostruite. Se il caldo scioglie il ghiaccio, questo non ha diritto a tornare ghiaccio. E non si può dire che il caldo fa del male al ghiaccio sciogliendolo, o che il ghiaccio soffre a causa del caldo, ma semplicemente che l’uno e l’altro, incontrandosi, obbediscono alle leggi della loro natura.

Il dolore o sofferenza colpisce invece quelle sostanze che per loro natura conservano rigorosamente la loro specie e queste sono i viventi. Essi percepiscono le offese ricevute e reagiscono cercando di difendersi o di rimediarvi e di guarire dalla offesa ricevuta.  Un animale può far del male ad un altro animale e questo soffre a causa di quello.  Ma tutto sommato, se il leone aggredisce l’agnello, sì, certo, lo fa soffrire, ma in fondo obbedisce alla legge di natura, che è sempre buona e ordinata al bene complessivo della natura. Ma il leone non compie nessuna cattiva azione nei confronti dell’agnello. Non ha alcuna colpa.
 
Ben diversamente vanno le cose nell’uomo. L’uomo è capace di essere cattivo.  L’uomo sa compiere veramente e propriamente il male perchè, a differenza di tutti gli agenti inferiori della natura, che mettono in pratica infallibilmente le leggi della natura stabilite da Dio che è buono, e quindi sono sempre mossi da Dio, operano sempre il bene, l’uomo, col suo libero arbitrio, può disobbedire volontariamente e quindi colpevolmente a Dio, può peccare. E il peccato produce la morte. Ecco il castigo del peccato.
 
La sofferenza o dolore è uno stato fisico, psichico o spirituale sentito dal vivente come disordinato, contrario, conflittuale, ostile, ripugnante, odioso e dannoso alle sue esigenze naturali, alle sue normali funzioni, ai suoi bisogni e ai suoi fini. La sofferenza ha un potere distruttivo, che mette in pericolo la salute e la stessa sussistenza del soggetto, sicché questi normalmente reagisce respingendola e difendendosene, per eliminarla o quanto meno alleviarla e per tornare nella pace e nel benessere precedenti.  Il sofferente sente che gli manca qualcosa di cui ha bisogno e che solo lo rende felice e normale. Patisce un male, ossia la privazione di un bene dovuto, utile o necessario. Per questo la sofferenza è detta «male di pena». 

La sofferenza può verificarsi a tre livelli vitali: fisico, psichico e spirituale. Sofferenza fisica, detta specificamente «dolore», è la mancanza di qualcosa di necessario alla salute fisica del soggetto, è l’effetto di un trauma o di deformazione o di una disfunzione o menomazione o patologia fisica oppure di agenti esterni nocivi di vario genere o naturali o viventi. Qui funziona anche la possessione diabolica.

La sofferenza psicoemotiva aggredisce ed offende il sistema neuropsichico con disturbi vari: malattie mentali, passioni incontrollabili, eccessi emotivi o carenze affettive, assalti di panico, sensibilità eccessiva o frigidità, incubi notturni, paure, fobie, deliri, ubriachezza, effetti di stupefacenti, stati depressivi o maniacali, eccessi di scrupolosità, tendenze masochistiche o autolesionistiche o doloristiche. Può essere causata anche da offese ricevute dal prossimo. Anche in questo settore agisce l’ossessione o la vessazione diabolica. Il livello fisico e psichico del soggetto può soffrire se patisce violenza. 

La sofferenza spirituale o morale è una ferita o un turbamento dello spirito, che consistono nel fatto che lo spirito viene ferito da un’offesa arrecatagli dal prossimo, o si sente a disagio in una situazione imbarazzante o resta amareggiato per una delusione o per l’ingratitudine degli altri od umiliato o sdegnato per un’ingiusta condanna o  rattristato per un amore non corrisposto o afflitto per la perdita di una persona amata o schiacciato sotto il peso di una responsabilità eccessiva o sconvolto o confuso per una colpa reale o presunta commessa, o angosciato per la morte imminente o  si trova «nelle tenebre  e nell’ombra della morte» (Sal 88,6) o si spaventa e si scoraggia davanti all’insuccesso o davanti all’ira divina[2] o all’eventualità della dannazione eterna. Lo spirito, che è libero, non può patire violenza e non può essere costretto a fare quel che non vuol fare. E tuttavia, se il soggetto subisce un’azione coercitiva, soffre comunque per non sentirsi libero.

La sofferenza in genere può essere volontaria o involontaria. La sofferenza volontaria può essere virtuosa o viziosa. È virtuosa se si fa, come si suol dire, «di necessità virtù», sopportando in pace con pazienza, offrendo ed espiando per i propri peccati e per quelli altrui, oppure se la sofferenza è connessa con pratiche ascetiche o penitenziali. È invece viziosa se è connessa con l’atto del peccato o se è cercata per sé stessa per autolesionismo o per far soffrire gli altri.

Il peccato è un male assoluto, che va evitato in ogni caso, ad ogni costo e senza condizioni. Invece la sofferenza è certamente anch’essa in linea di principio un male, ma non va scansata o fuggita in ogni caso, ad ogni costo e senza condizioni, perché invece vi sono casi, situazioni o circostanze, nei quali essa va accolta di buon grado e con gratitudine a Dio, Che ce la offre per la nostra purificazione e santificazione in unione con la sofferenza redentrice di Cristo; e per questo può in certi casi essere addirittura cercata con moderazione per scopi espiatori, ascetici o penitenziali. 

Infatti, mentre Dio non vuole assolutamente di volontà di beneplacito il peccato, ma lo vuole solo di volontà permissiva, in certi casi o per motivi di giustizia o di misericordia vuole la sofferenza temporale correttiva o espiatrice nella vita presente e nel purgatorio e quella eterna afflittiva dell’inferno.
Infatti è solo affrontando e sopportando certe sofferenze, superando certe dolorose prove, operando certe dolorose rinunce, affrontando certe dolorose battaglie, praticando certi dolorosi sacrifici, che noi possiamo salvare i valori essenziali e conquistare il paradiso.


[1] Cf la Lettera Apostolica Salvifici doloris di San Giovanni Paolo II dell’11 febbraio 1984.
[2] Su questa delicata questione, cf Ralf Miggelbrink, L’ira di Dio. Il significato di una provocante tradizione biblica, Queriniana, Brescia 2005. È uno studio ricco di citazioni bibliche, ma resta prigioniero dell’immagine psicologica dell’ira come sfogo passionale, che porta a concepire un Dio accigliato, violento, vendicativo e crudele. Non riesce pertanto a comprendere che l’immagine biblica dell’ira divina è solo una metafora per esprimere un atto della volontà divina, quindi un valore puramente spirituale, alieno da qualunque dimensione psicoemotiva, e cioè l’atto della giustizia divina che vuole il castigo del peccato e la dannazione eterna dei reprobi. Invece Mittelbrink, per mancanza di intelligenza metafisica, non riuscendo a superare quella metafora e d’altra parte non volendo rinunciare al concetto della bontà divina, finisce nel buonismo di Rahner, che «non conosce il concetto dell’ira» (p.185), per cui tutti si salvano e, come nelle favole, tutti vissero felici e contenti.

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