lunedì 25 novembre 2019

Che cosa chiediamo a un Papa

Che cosa chiediamo a un Papa

La Civiltà cattolica ha di recente pubblicato un articolo di alto elogio dell’«eloquenza» del Papa, giustificandosi col dire che il Pontefice ama, nelle interviste e nei dialoghi, i discorsi «incompleti», che possano essere completati dall’interlocutore e che rifugge da «astrazioni incontrovertibili». Sembra dunque che il Papa, al dire dell’articolista, metta in second’ordine i discorsi «completi» contenuti nei suoi documenti scritti ed ufficiali, che non potrebbero essere completati. 

Viceversa, la più alta e specifica eloquenza di un Papa non si misura dai viaggi in aereo o dalle interviste con personaggi equivoci o malfamati, ma dal suo magistero ufficiale, nel quale svolge il ruolo di Pietro. E su questo punto non saremmo così entusiasti come l’ingenuo o furbo articolista. 

Francesco, al dire dell’articolista, tasta le posizioni dell’altro per poter poi sviluppare il suo discorso o per lasciare che lo sviluppi l’interlocutore. Per questo egli ricorda con simpatia i colloqui del Papa con Scalfari, che pure ha slealmente messo in giro la falsa notizia che il Papa nega l’esistenza dell’inferno e la divinità di Cristo. Ma l’articolista, pur riconoscendo le eresie di Scalfari, non sembra essere preoccupato più di tanto di quei fatti, perché essi testimonierebbero di questo gusto del Papa di avviare nell’interlocutore una libera reazione ed un «completamento». Ci si domanda in che cosa Scalfari completa i discorsi del Papa.

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sabato 16 novembre 2019

Sulle prove dell’esistenza di Dio

Sulle prove dell’esistenza di Dio

Che significa provare che Dio esiste? 

Quando si parla di «prove dell’esistenza di Dio», si possono intendere due cose: o il provare a qualcuno che Dio esiste o l’esperienza di alcune cose, per le quali ognuno di noi giunge a sapere che Dio esiste. S.Tommaso nella SummaTheologiae fa un discorso del primo tipo: partendo dal presupposto che sappiamo già che cosa significhi la parola «Dio», ma che non sappiamo se esiste o non esiste, ci vuol fornire le prove della sua esistenza, ci vuol convincere mediante prove irrefutabili che Dio esiste.  

E lo fa con le famose cinque vie, supponendo un concetto realistico del conoscere, mostrando che tutti noi, partendo dall’esperienza del divenire del mondo, delle cose e del proprio io ed applicando il principio di ragion d’essere, di causalità e di partecipazione, non possiamo non ammettere un primo motore immobile, una prima causa efficiente, un ente assolutamente necessario, un ente sommo, un fine ultimo, Ente assoluto e plurivalente, che «tutti – dice l’Aquinate - chiamano “Dio”».  

Un’analisi ulteriore di questo Ente porterà poi Tommaso, come è noto, a concludere che in questo Ente l’essenza coincide col suo essere: Deus est suum esse, sicchè Dio è l’ipsum Esse per se subsistens. 

Esiste anche una prova psicologica dell’esistenza di Dio. È quella di S.Agostino: la mente scopre nel suo intimo la verità, ma sperimenta nel contempo la sua mutabilità. E dunque questa verità immutabile, che è in lei deve venire da più in alto, da un punto insuperabile: «Et si te mutabilem inveneris, transcende te ipsum, et illuc ergo tende ubi ipsum lumen rations accenditur»

Esiste anche una prova morale. È quella di Kant: la coscienza del dovere come obbligo assoluto. Il mio dovere, la legge morale è un imperativo categorico, al quale non posso sottrarmi, senza mancare alla mia dignità. Da dove viene questa legge? Non può che venire da un sommo Legislatore saggio e buono, amante dell’uomo. E costui è Dio.

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Dio Creatore
Michelangelo
Cappella Sistina
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lunedì 11 novembre 2019

Non habemus Papam. Il dramma di Papa Francesco.

Non habemus Papam
Il dramma di Papa Francesco

La Chiesa è finita?

Il titolo reboante non spaventi il lettore. Non sono un sedevacantista o un donminutelliano, ma un ex-officiale della Segreteria di Stato di S.Giovanni Paolo II e Accademico pontifico. Dico subito pertanto che Papa Francesco conosce bene il suo dovere di Papa e lo pratica. Eppure il titolo dell’articolo, per quanto scioccante, non l’ho scelto a caso. Il lettore non interrompa subito la lettura e lasci che mi spieghi. 
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Ci verrebbe voglia di fare come gli Apostoli: «Maestro, non t’importa che moriamo?” (Mc 4,38). Tuttavia, una domanda del genere è indiscreta. Si potrebbe mai temere che Cristo cessi dal compiere la sua opera salvifica mediante la Chiesa e nella Chiesa? E se un Papa non obbedisse a Cristo? 

Questa è l’angosciosa domanda che i migliori fra noi oggi si pongono. Ma purtroppo non sempre c’è chiarezza nel distinguere dove il Papa può sbagliare e quindi può essere criticabile e dove non può sbagliare, per cui contestarlo o contraddirlo in questo campo sarebbe disobbedienza, scisma o eresia. Ad alcuni infatti il Papa va bene così com’è non perché credano nell’infallibilità pontificia, ma perchè a loro pare che il Papa li accontenti nelle loro voglie mondane. Alcuni invece trovano da ridire su tutto quello che fa perché sono dei piantagrane. Ma coloro che vedono oggettivamente la situazione, sono i veri cattolici, e sanno quali sono i limiti dell’autorità del Papa, non possono non soffrire proprio perché vogliono bene al Papa e alla Chiesa.
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domenica 10 novembre 2019

Dalla terra al cielo. Il percorso della vita cristiana.

Dalla terra al cielo.
Il percorso della vita cristiana
                                                    Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù,
                                  dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio;
                                                             pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra.
Col 3,1-2
La dottrina di S.Paolo
S.Paolo descrive sinteticamente il percorso salvifico della vita cristiana in molti modi: come il passaggio da una condizione terrena (cf I Cor 15,40) a una condizione celeste (II Cor 5,2), da una condizione carnale a una condizione spirituale, come passaggio dall’«uomo vecchio» (Rm 6,6) a un «uomo nuovo» (Ef 4,24), «nuova creatura» (Gal 6,15; II Cor 5,17), dall’inimicizia con Dio all’amicizia, dalla soggezione a Satana e al peccato alla soggezione a Dio e alla giustizia, dalla scissione interiore all’armonia interiore, dalla malattia alla guarigione, dall’ignoranza alla conoscenza, dalla miseria alla ricchezza, dalla malizia alla santità, da una condizione di schiavitù a una condizione di libertà,  da uno stato naturale a uno stato soprannaturale, dalla mortalità all’immortalità, da una schiavitù agli elementi del mondo alla padronanza sul creato, dal contrasto uomo-donna alla riconciliazione uomo-donna, dall’egoismo alla socialità, da figlio dell’uomo a figlio di Dio.
Il viaggio cristiano verso la beatitudine non è, quindi, come pensava Platone, un processo di disincarnazione, un lasciare il corpo e il sesso, quasi «carcere» dell’anima, ma una resurrezione del corpo e del sesso dopo una permanenza di durata eviterna dell’anima separata nel godimento della visione beatifica. Per «cielo», quindi non s’intende il puro spirito senza corpo, ma l’uomo intero, reintegrato o reincarnato, anima e corpo. 

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https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/dalla-terra-al-cielo-il-percorso-della.html






Conversione e battesimo 
di Sant'Agostino


Da :
https://www.youtube.com/watch?v=BRK_ZG01ZiU

mercoledì 6 novembre 2019

Può esistere una liturgia amazzonica?

Può esistere una liturgia amazzonica?

Una buona intenzione del Sinodo

Il documento finale del Sinodo sull’Amazzonia, riferendosi ai riti religiosi indigeni,  in vista della elaborazione di un rito cattolico amazzonico, osserva che la vita delle comunità amazzoniche «si riflette nelle credenze e nei riti sull’azione degli spiriti della divinità, chiamati in innumerevoli modi, con e nel territorio, con e in relazione alla natura» (n. 14). 
L’intenzione del Sinodo di elaborare una liturgia cattolica «inculturata», una liturgia «dal volto amazzonico», adatta ai cattolici amazzonici è indubbiamente lodevole e necessaria; ma a tal fine occorre  un prudente lavoro di verifica, vaglio e discernimento, alla luce del Vangelo e del magistero della Chiesa, di quelle forme ed espressioni della ritualità e della cultura religiose indigene, che possono essere utilizzate per la suddetta elaborazione. A tal fine, occorre però dare una precisa risposta alle seguenti domande.
Quali sono queste credenze e questi riti? Chi sono e che cosa sono questi «spiriti della divinità»? Dio possiede degli spiriti? Sono spiriti che emanano da Dio? Sono assimilabili ai sette doni dello Spirito Santo? Sono soggetti personali, sono creature o sono dèi? Sono angeli? Sono anime dei Santi? Sono assimilabili ai «sette spiriti», dei quali parla l’Apocalisse? (Ap 1,4). Sono gli spiriti pervasi dalla sapienza? (Sap 7,23). Sono gli spiriti dei defunti? Sono gli spiriti evocati dai negromanti? (Dt 18,11; Is 8,19). Sono gli spiriti degli animali, secondo la credenza degli sciamani? Di quale divinità si parla? Qual è la relazione di questi spiriti con la natura? 
E la natura considerata come? Come creatura, segno e prova dell’esistenza di Dio, governata da Dio per il bene dell’uomo, come madre, ma anche matrigna, amorevole ma anche ostile, dolce ma anche terribile, come giardino ma anche come deserto, tenera ma anche severa, come ambiente naturale dell’uomo, come mondo messo da Dio a disposizione dell’uomo, da utilizzare con sobrietà per il soddisfacimento dei i suoi bisogni materiali, come libera dai poteri maligni, come abitazione degli angeli e dei santi, destinata a rinnovarsi nel mondo futuro della resurrezione?
Oppure la natura rappresentata dalla statuetta di Pachamama, la Madre Terra, come insieme unitario ed organico degli dèi, degli spiriti, degli uomini, degli animali, delle piante, dei fiumi, dei laghi, dei mari e delle montagne? Come Uno-Tutto, come totalità eterna, vivente, diveniente, infinita, assoluta e divina? Senza un Dio al di sopra di lei, che l’abbia creata e la governi, ma Dio essa stessa, sufficiente a se stessa?
È evidente che in questi argomenti delicatissimi ed oscuri non si può restare nel vago ed occorre assolutamente evitare la faciloneria e l’approssimazione. Occorre invece capire quanto, nell’affrontare questi argomenti, sia necessario raccogliere un’adeguata documentazione storica e fattuale, fare un’attenta disamina ed un’esatta interpretazione di tutti questi elementi,  sulla base di una specifica preparazione teologico-liturgica e di un’approfondita conoscenza degli usi, delle pratiche, delle norme, delle credenze, delle rappresentazioni, dei simboli, delle tradizioni, dei canti, delle danze, dei gusti, dei miti, delle formule, dei riti e delle idee delle popolazioni locali, prima di procedere ad una loro utilizzazione per l’elaborazione di una liturgia amazzonica.

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Le Rogazioni

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