Papa Francesco commenta Dante - Prima Parte (1/3)

Papa Francesco commenta Dante

Prima Parte (1/3)

Benedetto Croce alle prese con Dante

Il Sommo Pontefice nel marzo scorso, in occasione del VII centenario della morte di Dante Alighieri, ha pubblicato la Lettera Apostolica Splendor Lucis aeternae dedicata in modo particolare a tessere l’elogio della Divina Commedia come poema di somma ed universale bellezza, che esprime col fascino della poesia le verità dogmatiche e morali della fede cattolica, con particolare riferimento alle realtà escatologiche dell’inferno, del purgatorio e del paradiso.

Il Papa smentisce implicitamente la teoria di Benedetto Croce, secondo il quale il poema didascalico non può essere vera poesia, perché secondo lui la poesia non deve insegnare verità dottrinali o morali, ma deve esprimere l’«intuizione lirica» della propria soggettiva emozione, senza alcuna preoccupazione di sostenere o approvare la verità o la virtù o confutare o disapprovare il falso o il vizio.

Se Croce apprezzava Dante, era solo per il fatto che secondo lui Dante manifestava questa intuizione lirica trattando dei personaggi dell’inferno, mentre la poesia era assente nel Paradiso, perchè secondo lui i versetti del Paradiso non erano altro che la fredda esposizione del dogma cattolico in rima.

Evidentemente il povero Benedetto Croce non aveva capito niente dell’anima profondamente religiosa, della cultura teologica tomista, dell’alta spiritualità e del valore della fede cattolica di Dante, nonchè del senso, del significato e dello scopo essenziale della Divina Commedia, opera di altissima poesia proprio perché espressione poetica della sincerità dell’animo di un cristiano pentito dei propri peccati, il quale, trovandosi «in una selva oscura», anela a ritrovare la «diritta via» e per sentirsi stimolato a questo ha la felice idea, del resto tradizionale nella pietà cattolica, di meditare sulla sorte di coloro che si trovano all’inferno, in purgatorio e in paradiso.

Benedetto Croce, bontà sua, trova l’«intuizione lirica» nell’Inferno dantesco; ma la trova altrettanto bene e forse meglio – dato che in fin dei conti anche l’inferno è un dogma -, nel sottile erotismo del Petrarca, nelle oscenità del Boccaccio, nei mirabolanti racconti del Tasso e dell’Ariosto, nelle leziosità dell’arcadia, nelle amarezze di Ugo Foscolo, nel nichilismo di Leopardi, nelle tenerezze puerili del Pascoli, nella massoneria di Carducci, nella sensualità di D’Annunzio.

Papa Francesco riprende e sviluppa i giudizi dei Papi precedenti

Papa Francesco insiste sul fatto che il percorso immaginario di Dante dall’inferno al paradiso esprime il pentimento per un passato biasimevole, una volontà di conversione e l’anelito dell’anima cristiana a trovare la propria felicità ultima, somma e definitiva nella visione beatifica del paradiso. Il Papa insiste anche sul tema della libertà, sottolineando come il nostro felice destino ultimo è certamente dono di Dio, ma congiuntamente effetto della libera scelta e quindi del merito.

Dante esordisce, come è noto, nel suo Poema, con una presa di coscienza di trovarsi in una situazione interiore di grave confusione e di profondo disagio, attratto dalla tentazione dei tre vizi principali, superbia, lussuria e invidia. Il cammino attraverso i tre regni dell’al di là è una sorta di lunga meditazione del Poeta sulle tre differenti destinazioni che ci attendono nell’oltretomba, al fine di scuotere la sua e la nostra coscienza, purificarla, liberarla nella meditazione e stimolarla a un profondo rinnovamento interiore.

Il percorso per i tre regni d’oltretomba è un percorso penitenziale, per il quale Dante, dopo aver riflettuto sui castighi che ci attendono in caso che moriamo in stato di peccato mortale, sulle eventuali pene d’oltretomba – il Purgatorio - necessarie per purificare l’anima dai residui della colpa e scontare la pena temporale dovuta a peccati veniali non scontati in terra, ecco che Dante, dopo aver lasciato la guida di Virgilio e si è affidato a quella di Beatrice, è ammesso in paradiso ad una pregustazione del premio che l’attende, se sarà fedele e costante nel compimento del bene: ossia la visione della Santissima Trinità, al centro della Quale appare il volto umano di Cristo, nella sua ineffabile dolcezza celeste, nella sua infinita luce, nella piena carità della comunione dei beati, nella gloriosa risurrezione del corpo maschile e femminile – Dante si ricongiunge con Beatrice - certamente senza dimenticare la sua sposa terrena Gemma, anche se non la nomina.

Il Pontefice non manca di rilevare nel poema dantesco il canto della misericordia divina, tema come sappiamo bene assai caro al Papa, e a buon diritto, stante la persistente esistenza di tanti fra di noi che in vari modi guardano gli altri dall’alto in basso, non sanno perdonare, non chiedono perdono, manifestano egoismo, spirito di vendetta, insensibilità per le sofferenze e i bisogni degli altri, chiusura altezzosa agli altri nella loro torre d’avorio, con ripugnanza ad accostarsi agli umili.

Viceversa – nota il Pontefice – la Commedia è ispirata a un vivo senso della divina misericordia, la quale, se si congiunge con la giustizia punitiva per chi rifiuta di pentirsi, offre a tutti la salvezza e premia i buoni oltre ogni immaginazione ed aspettativa.

Il Pontefice cita un lungo brano della Lettera che Benedetto XV inviò all’Arcivescovo di Ravenna Mons. Pasquale Morgante in occasione delle celebrazioni del VII centenario della morte di Dante nel 1921. Dice Francesco:

«Benedetto XV motivava così la sua adesione: “inoltre (e ciò è più importante) si aggiunge una certa particolare ragione per cui riteniamo che sia da celebrare il suo solenne anniversario con memore riconoscenza e con grande concorso di popolo, per il fatto che l’Alighieri è nostro. … Infatti, chi potrà negare che il nostro Dante abbia alimentato e rafforzato la fiamma dell’ingegno e la virtù poetica traendo ispirazione dalla fede cattolica, a tal segno che cantò in un poema quasi divino i sublimi misteri della religione?”

 In un momento storico segnato da sentimenti di ostilità alla Chiesa, il Pontefice ribadiva nell’enciclica citata, l’appartenenza del Poeta alla Chiesa, “l’intima unione di Dante con questa cattedra di Pietro”, anzi affermava che la sua opera, pur essendo espressione della “prodigiosa vastità e acutezza del suo ingegno”, traeva “poderoso slancio d’ispirazione” proprio dalla fede cristiana. Per questo, proseguiva Benedetto, “in lui non va soltanto ammirata l’altezza somma dell’ingegno, ma anche la vastità dell’argomento che la religione divina offerse al suo canto”. E ne tesseva l’elogio, rispondendo indirettamente a quanti negavano o criticavano la matrice religiosa della sua opera: “Spira nell’Alighieri la stessa pietà che è in noi; la sua fede ha gli stessi sentimenti.

 … Questo è il suo elogio principale: di essere un poeta cristiano e di avere cantato con accenti quasi divini gli ideali cristiani, dei quali contemplava con tutta l’anima la bellezza e lo splendore”. L’opera di Dante – proseguiva il Pontefice – è un eloquente e valido esempio per “dimostrare quanto sia falso che l’ossequio della mente e del cuore a Dio tarpa le ali dell’ingegno, mentre lo sprona e lo innalza”. Per questo, sosteneva ancora il Papa “gli insegnamenti lasciatici da Dante in tutte le sue opere, ma specialmente nel suo triplice carme” possono servire “quale validissima guida per gli uomini del nostro tempo” e particolarmente per studenti e studiosi”, poiché egli, componendo il suo poema, non ebbe altro scopo che sollevare i mortali dallo stato di miseria, cioè del peccato, e di condurli allo stato di beatitudine, cioè della grazia divina”».

Il Papa cita anche la Lettera apostolica Altissimi cantus, che San Paolo VI pubblicò nel 1965 in occasione del VII centenario della nascita di Dante:

«Se volesse qualcuno domandarsi perché la Chiesa Cattolica per volere del suo visibile Capo si prende cura di celebrare la memoria del poeta fiorentino, facile è la nostra risposta: perché, per un diritto particolare, nostro è Dante! Nostro, vogliamo dire della fede cattolica, perché tutto spirante amore a Cristo; nostro perché molto amò la Chiesa, di cui cantò le glorie; e nostro perché riconobbe e venerò nel Pontefice Romano il Vicario di Cristo.

… Il Poema di Dante è universale: nella sua immensa larghezza, abbraccia cielo e terra, eternità e tempo, i misteri di Dio e le vicende degli uomini, la dottrina sacra e quella attinta dal lume della ragione, i dati dell’esperienza personale e le memorie della storia. …

Il fine della Divina Commedia è primariamente pratico e trasformante. Non si propone solo di essere poeticamente bella e moralmente buona, ma anche in grado di cambiare radicalmente l’uomo e di portarlo dal disordine alla saggezza, dal peccato alla santità, dalla miseria alla felicità, dalla contemplazione terrificante dell’inferno a quella beatificante del paradiso. …

Questa pace dei singoli, delle famiglie, delle nazioni, del consorzio umano, pace interna ed esterna, pace individuale e pubblica, tranquillità dell’ordine, è turbata e scossa, perché sono conculcate la pietà e la giustizia. E a restaurare l’ordine e la salvezza sono chiamate ad operare in armonia la fede e la ragione, Beatrice e Virgilio, la Croce e l’Aquila, la Chiesa e l’Impero».

Il fattore primo e principale della personalità di Dante

Potremmo farci una domanda: che cosa c’è al centro dell’anima di Dante? Qual è il fattore primo, propulsivo della sua attività spirituale? Vediamo a tutta prima due fattori fondamentali: la fede e la poesia. Benedetto Croce direbbe: “c’è la poesia; la dottrina della fede è solo un’occasione e non sempre felice, un materiale per esprimere l’«intuizione lirica». Il Dio a cui Dante sommante serve, al di là della esteriore adesione a Cristo, non è Cristo, ma è la Musa platonica”.

Giudizio falso, di uno che non capisce l’eccellenza della fede sulla poesia. L’anima di Dante, come dicono i Pontefici che ne hanno fatto le lodi, compreso Francesco e suoi migliori commentatori, è la fede. La poesia è finalizzata al bene dell’opera: la fede, al bene del credente. Sarebbe stolto che uno amasse più la sua opera che il suo stesso bene eterno, anche se è vero che tale stoltezza a volte si verifica, in certi artisti, i quali credono che la loro opera sia il senso stesso della loro vita o che il loro destino sia effetto del loro operare artistico o credono di poter operare sul loro essere come se esso fosse effetto della loro arte o credono che la loro opera d’arte sia lo strumento della loro salvezza. 

Dante è lontanissimo da tutte queste aberrazioni, che sono il vario frutto del romanticismo tedesco del sec. XIX, dove un estetismo narcisistico, sensuale e prometeico si mescola con la magia e con la pazzia. Per Dante, al contrario, il poetare è semplicemente imitazione analogica e partecipativa dell’operare divino, giacchè, come egli stesso dice, la nostra arte è «nipote» di quella divina.

Il creare artistico è ben diverso dall’agire morale. In questo non si tratta di creare, ma di obbedire, sia pure entro un legittimo spazio di libertà, alla legge divina. Nel poetare invece, siamo liberi di creare come «amore spira», come dice Dante, imitando in ciò l’arte divina[1].

Dobbiamo quindi dire con tutta chiarezza che senza la fede è impossibile capire e gustare a fondo la Divina Commedia. Ricordo che al Liceo avevo l’insegnante di Lettere, il quale, benché si fosse laureato alla Cattolica di Milano, aveva perso la fede. Ebbene, è interessante con quanta raffinata destrezza e sottile insipienza sapeva ogni volta che il testo presentava un tema religioso, banalizzarlo, svuotarlo del suo senso spirituale e ridurlo a un semplice gioco letterario. Non per nulla era un seguace di Croce.

Fine Prima Parte (1/2)

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 16 luglio 2021


Il Sommo Pontefice nel marzo scorso, in occasione del VII centenario della morte di Dante Alighieri, ha pubblicato la Lettera Apostolica Splendor Lucis aeternae dedicata in modo particolare a tessere l’elogio della Divina Commedia come poema di somma ed universale bellezza, che esprime col fascino della poesia le verità dogmatiche e morali della fede cattolica, con particolare riferimento alle realtà escatologiche dell’inferno, del purgatorio e del paradiso.

https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_letters/documents/papa-francesco-lettera-ap_20210325_centenario-dante.html

Immagine da internet


[1] Per tutte queste considerazioni, vedi le opere di filosofia dell’arte di Jacques e Raissa Maritain.

 

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