Ancora Grillo sulla transustanziazione



Andrea Grillo è tornato di recente sul tema della transustanziazione eucaristica nel suo blog Rivista Europea di Cultura il 27 dicembre scorso con l’articolo Presenza reale e transustanziazione: congetture e precisazioni.

Nel suo articolo si lamenta di essere stato frainteso e promette di spiegarsi meglio. Ma purtroppo egli si limita a ripetere quello che aveva già detto. Io a suo tempo rivolsi una critica alle sue posizioni nel sito isoladipatmos. Ma, visto che le mie osservazioni non sono state prese in considerazione, le ripeto qui, con ulteriori sviluppi, data l’importanza dell’argomento. Cito i brani di Grillo e do a ciascuno la risposta.


Prima tesi di Grillo.

 Transubstantiatio non è un dogma e come spiegazione ha i suoi limiti. Ad esempio contraddice la metafisica”.

Risposta. Falso. La dottrina della transustanziazione non è una semplice possibile spiegazione o interpretazione della presenza reale, facoltativa ed affiancabile ad altre possibili, ma è un dogma della fede insegnato dal Concilio di Trento. 

Ciò risulta con evidenza dalle parole stesse usate dal Concilio in merito, come dimostrerò sotto. La dottrina di Trento è dunque l’unica spiegazione possibile, perché le alternative che si sono tentate, come per esempio la teoria luterana dell’impanazione o della consustanziazione si sono rivelate assurde e incompatibili con le parole del Signore. 

Infatti il dogma è un’interpretazione o spiegazione assolutamente vera e definitiva, fatta dalla Chiesa, del dato rivelato[1]. Un dogma non è un modo tra altri possibili per spiegare il dato rivelato; ma siccome c’è in gioco un concetto di fede, e i concetti hanno un significato univoco o tutt’al più analogico, come ad ogni concetto corrisponde una sola realtà significata, così ad ogni concetto di fede corrisponde un solo dogma, e se eventualmente la Chiesa successivamente chiarisce ulteriormente il significato di quel concetto dogmatico, potrà bensì definire un nuovo dogma, che però non sarà altro che un’illustrazione maggiore del dogma precedente, nello stesso significato, come è avvenuto nello sviluppo del dogma cristologico. 

Un nuovo dogma può essere solennemente ed esplicitamente definito dalla Chiesa come tale, come è avvenuto nel caso dei dogmi dell’Immacolata e dell’Assunta. Ma tale modo di proclamare un dogma non è necessario perché ci sia il dogma. Esistono infatti anche dogmi non definiti come dogmi e che in futuro possono essere definiti. L’essenziale perché ci sia il dogma è quello che ho detto e che comunque da certi segni o espressioni ci fa capire che è un dogma, ossia che c’è in gioco la verità di fede insegnata dalla Chiesa. 

E questo, come vedremo subito, è appunto il caso del dogma della transustanziazione. La forma solenne della definizione dogmatica non tocca la qualità o il contenuto del dogma, ma è solo un espediente pastorale adottato dalla Chiesa in particolari circostanze, nelle quali occorre dar piena certezza e sottolineare la verità con una forza speciale per risolvere dubbi o contro avversari petulanti o eresie insistenti, un po’ come uno che alzi la voce per farsi sentire meglio e incutere rispetto.  

Infatti, il Concilio di Trento usa appunto al riguardo della transustanziazione delle espressioni, dalle quali si evince con certezza che esso intende enunciare un dogma. Il Concilio infatti fa riferimento alla fede («cogitatione per fidem illustrata», Denz.1636) e ad una costante convinzione della Chiesa («persuasum semper fuit», Denz.1642). Ora, di quale verità la Chiesa potrà mai essere sempre persuasa, se non di una verità di fede?

Spiegazione di Grillo alla sua prima tesi: 

«Questa mia affermazione, nella sua brevità, non intende in alcun modo negare che la eucaristia realizzi la presenza del Signore nella sua Chiesa, ma vuole soltanto distinguere il dogma fidei – ossia la affermazione della presenza reale – dalla sua spiegazione in termini di transubstantiatio. A questa distinzione conduce un lungo dibattito che soprattutto nella teologia tedesca – in particolare in J. Auer – ha permesso di distinguere accuratamente tra “oggetto della fede” e “giustificazione teorica di tale oggetto”. 

Come ho già detto a suo tempo, il dogma fidei in questione non è la semplice affermazione della presenza reale, ammessa anche da Lutero, ma è l’affermazione della transubstantiatio. È questo il contenuto del dogma. La transustanziazione non è una possibile, non obbligatoria spiegazione o interpretazione della presenza reale, ma ci dice che cosa comporta questa presenza reale. 

E se comporta la transustanziazione, non può comportare per libera scelta anche quella luterana della consustanziazione «per la contradizion che no’l consente», direbbe il divino Poeta. Tra il fatto che Cristo sia nel pane e che Cristo stia sotto le specie del pane o è vera una o è vera l’altra. Non possono essere vere entrambe come oggetto di libera scelta, perché l’una esclude l’altra. Tertium non datur.  

O il pane resta pane accanto a Cristo, ossia Cristo mescolato col pane, Cristo-pane o il pane non è più pane ma è corpo di Cristo. Cristo non ha detto: «Io sono nel pane o mescolato col pane o sono diventato pane», ma ha detto: «Questo» (Hoc, un pronome neutro, cioè questo «qualcosa») è il mio corpo. Allora vuol dire che, dopo queste parole, quello che sembra pane non è più pane ma il corpo di Cristo. 

Quindi, volendo riprendere la distinzione di Grillo fra «oggetto di fede» e «giustificazione teoretica dell’oggetto di fede» a proposito della transustanziazione, si deve dire che la transustanziazione è oggetto di fede. Si può e si deve dare, certo, una giustificazione teoretica di questo oggetto. Ma allora questo è il compito del teologo, il quale, ben lungi dal render facoltativa l’espressione, la giustifica, ne spiega il significato e l’importanza e confuta le false spiegazioni ed alternative. 

Seconda tesi.

«Se già Tommaso aveva rischiato di ridurre la presenza reale eucaristica al “miracolo” di una sostanza cui ineriscono gli accidenti di un’altra, con lo sviluppo successivo al termine “sostanza” si sono correlate, indebitamente, dimensioni fisiche e chimiche che la nozione originale aveva precisamente la funzione di escludere».

Tommaso esclude positivamente che gli accidenti eucaristici ineriscano alla sostanza del corpo di Cristo, perché invece essi sono miracolosamente fatti sussistere dall’onnipotenza divina senza il supporto della loro sostanza naturale[2], che si è convertita nella sostanza del corpo di Cristo. E questa sostanza non è la sostanza materiale del corpo di Cristo risorto in cielo[3], ma è sostanza intesa come modalità sostanziale[4] della presenza reale, spirituale, non locale[5], mistica ed ineffabile della suddetta sostanza celeste in tutte le ostie consacrate del mondo fino alla fine del mondo. Le cose sono più complesse di come Grillo se le immagina.

Quanto alla cosiddetta «sostanza del pane e del vino» della formula dogmatica, la Chiesa non intende supporre il concetto vero e proprio, ossia ontologico, di sostanza materiale, perché il pane, propriamente, in quanto artefatto, è un composto di sostanze parziali, con gli ingredienti fisici e chimici del pane. Per cui qui la Chiesa usa il termine nel senso volgare e corrente, per significare semplicemente un qualcosa, cioè il pane e il vino.  

Quanto agli accidenti o «specie», si tratta delle qualità sensibili del pane: dimensioni, peso, figura, massa, colore, odore, temperatura, mollezza, composizione fisico-chimica. Queste qualità restano e sono percepibili ai sensi anche dopo la consacrazione. 

Una volta che il fedele ha ingerito l’ostia, essa svolge nell’apparato digerente del fedele le stesse funzioni nutritive, che svolgerebbe un reale pezzo di pane. Eppure l’Eucaristia non nutre solo il corpo, ma anche e soprattutto l’anima del credente in grazia. Come segno che essa svolge anche questa funzione di nutrimento fisico, esistono, come si sa, casi di Santi, i quali, almeno per un certo tempo, si sono nutriti di sola Eucaristia.

Un non credente che vedesse un’ostia consacrata, giudicherebbe che si tratta di un puro e semplice pezzo di pane. E la cosa è comprensibile, perché è normale che noi conosciamo una cosa o sostanza materiale mediante l’esperienza dei suoi accidenti sensibili. Solo il credente invece sa che quelle qualità nascondono il corpo di Cristo, per cui ciò che al senso appare come pane, all’occhio della fede è il corpo di Cristo. 

E precisiamo che se diciamo che all’occhio del credente ciò che sembra pane, pane non è, non vuol dire che gli accidenti sperimentati siano solo apparenze soggettive o siano illusione. No. Sono reali. I sensi non ingannano. Ai sensi del credente un’ostia consacrata è indiscernibile da un’ostia non consacrata. È soltanto che agli occhi del credente che i sensi non indicano il pane, ma il corpo di Cristo. Ma di per sè, sia per il credente che per il non credente, quelle qualità sono fatte per indicare il pane. Per questo nell’adorazione eucaristica solo il credente, contemplando quegli accidenti con i sensi, sa e gusta con l’intelletto di fede di contemplare il corpo di Cristo e per concomitanza il sangue, l’anima e la divinità. 

Per questo l’adorazione eucaristica si risolve ad essere una forma di contemplazione divina, sia pur mediata dalle specie eucaristiche. Se non valesse la transustanziazione, si sarebbe davanti a un semplice pezzo di pane. Per questo i protestanti non conoscono l’adorazione eucaristica, perché non credono alla transustanziazione.

Terza tesi.

«La concentrazione sulla ‘presenza sostanziale sotto le specie’ ha distratto profondamente dalle altre forme di presenza del Signore, nella Parola, nella preghiera, nella assemblea (cfr. SC 7)».
«La ‘presenza sostanziale sotto le specie’ ha ridotto il peso della ‘presenza ecclesiale’ del corpo di Cristo, che rimane pur sempre l’effetto primario – la res sacramenti - della celebrazione eucaristica».

Accuse ingiuste e immotivate. La percezione delle varie forme di presenza del Signore nell’assemblea eucaristica ha il suo fondamento,  la sua ragion d’essere e la sua prima scaturigine proprio dalla fede nella verità della transustanziazione. Infatti, nella Messa il Signore è presente nello stesso rito e negli atti liturgici della Messa, è presente in quanto inviato dal Padre, è presente nella Scrittura, è presente nel celebrante e nei ministri, è presente nei fedeli, è presente nello Spirito Santo che discende sui fedeli, è presente come Capo e Sposo della Chiesa, in comunione con la quale la Messa viene celebrata. 

Ora è evidente che quanto più abbiamo davanti agli occhi del nostro spirito questo mistero sublime e fecondissimo di ogni grazia che è il fatto della transustanziazione, tanto più saremo stimolati, incentivati ed incoraggiati ad avvertire queste presenze e a trarre da esse ogni possibile luce, conforto e sostegno per la pratica quotidiana dei nostri doveri cristiani ed essere docili strumenti dello Spirito Santo.

Quarta tesi.

«Il concetto di transustanziazione deve essere riconosciuto come il frutto di una preziosa “mediazione” a salvaguardia della comunione ecclesiale. Ciò ha tuttavia comportato – anche al di là delle migliori intenzioni – una forte trascrizione della esperienza cristiana nelle categorie della teoresi filosofica, intellettualistica e metafisica di derivazione greca e di elaborazione scolastica. Ciò ha determinato una “declinazione” della presenza reale impostata secondo la articolazione dell’essere come “sostanza” e come “accidente”». 

Le nozioni di sostanza e accidente sono nozioni fondamentali, originarie, basilari, spontanee, comunissime ed irrinunciabili della mente umana, per ogni cultura e indipendentemente da qualunque cultura, anche se è innegabile che esse hanno ricevuto uno speciale riconoscimento e sono state elucidate da Aristotele e conseguentemente dalla filosofia cristiana, specie quella di S.Tommaso d’Aquino, che ha saputo eccellentemente utilizzare, purificandole, certe categorie aristoteliche per l’interpretazione del dato rivelato, per l’interpretazione della Scrittura e della Tradizione, nonché per l’edificazione della teologia cattolica, categorie in parte utilizzate dallo stesso magistero della Chiesa per la formulazione degli articoli di fede e la definizione dei dogmi.

 Così in particolare la nozione di sostanza, usìa, è entrata nel dogma  cristologico, per il quale la Chiesa ha definito la divinità di Cristo (consubstantialem Patri, omoùsion to Patrì), le due nature (physis) di Cristo nell’unità della persona (hypostasis). Troviamo un riferimento all’unità della sostanza divina nella trinità delle persone nel Prefazio della Messa della SS. Trinità, mentre troviamo la definizione della stessa natura del Dio uno al Concilio Vaticano I: «una singularis simplex omnino et incommutabilis substantia spiritualis» (Denz,3001). Il Concilio di Viennes del 1312 (Denz. 902), parlando della «sostanza dell’anima, definisce l’anima come «forma sostanziale», mentre il Concilio Lateranense V del 1513 ribadisce la dottrina del predetto Concilio.

Gli insegnamenti del Signore non ignorano affatto le categorie della metafisica, perché, come più volte ci ha fatto notare il magistero della Chiesa, la comprensione e l’apprezzamento delle verità rivelate da Cristo, che toccano i misteri più alti e più profondi dell’esistenza, che culminano nel Mistero di Dio,  suppone l’apertura della ragione umana all’intero orizzonte dell’essere. Per questo gli insegnamenti di Cristo istruiscono la ragione per elevarla alla luce della fede[6].  

Ora, le nozioni analogiche di sostanza e accidente sono le prime due grandi divisioni dell’ente in generale, nozioni primarie, universali, spontanee e necessarie della mente umana come tale.  Non è difficile dunque accorgersi di come Gesù, nell’enunciare il mistero eucaristico, supponga l’uso del concetto di sostanza e accidente, giacché, se il pane e il vino conservano gli accidenti, ma al loro posto c’è il corpo e il sangue di Cristo, vorrà ben dire che la loro sostanza si è convertita nel corpo e nel sangue di Cristo.

Quinta tesi. La fede nel dogma della transustanziazione avrebbe prodotto, secondo Grillo, altri danni.

«Ciò ha introdotto, inevitabilmente, una certa sopravvalutazione dell’invisibile (cui accede l’intelletto aiutato dalla fede) e una certa sottovalutazione del visibile (che viene considerato soltanto nella sua funzione di elemento/materia o di oggetto della rubrica). Ciò per cui la distinzione tra sostanza e accidenti è stata concepita – ossia l’unità del reale in divenire – ottiene nella dottrina eucaristica un effetto capovolto – un risultato di “scissione” e di “separazione” – cui poi è difficile rimediare. La “essenzializzazione della presenza” nel solo momento della consacrazione ha di fatto ridotto ad “usum” tutto il resto della esperienza di presenza, nella Parola, nella preghiera eucaristica e nella comunione.

Grillo lamenta una certa «sopravvalutazione dell’invisibile (cui accede l’intelletto aiutato dalla fede) e una certa sottovalutazione del visibile» con «un effetto capovolto» – un risultato di “scissione” e di “separazione”»  e deplora  che la detta fede riduca la presenza reale «al solo momento della consacrazione» e abbia di fatto ridotto ad “usum” tutto il resto della esperienza di presenza, nella Parola, nella preghiera eucaristica e nella comunione».

Difficile capire che cosa intende dire Grillo con questo discorso confuso. Per fortuna che questo doveva essere l’articolo di chiarimento. Ad ogni modo, ci pare di riscontrare due cose: la prima, a Grillo non va che la transustanziazione dia il primato dell’invisibile sul visibile. Ma questo è un merito del dogma, che ci allena a cercare le «cose di lassù» (Col 3,1). Grillo sembra dimenticarsi dell’avvertimento di S.Paolo: «noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, ma quelle invisibili sono eterne» (II Cor 4, 18).

In secondo luogo, non è vero che il dogma riduca la presenza reale «al solo momento della consacrazione». La presenza reale continua anche dopo la consacrazione e dura fino a che le specie, conservate nel tabernacolo, non si sono corrotte.

Sesta tesi.

«Per dire la “presenza reale” il ricorso al linguaggio della “conversione di tutta la sostanza” resta legittimo, possibile, talora anche raccomandabile, ma non è in sé necessario. Non costituendo una “verità” diversa dalla “presenza reale”, ne costituisce una autorevole esplicazione, ma non è “altro” dalla “presenza reale” del corpo e sangue del Signore Gesù nel pane e vino della eucaristia. Non si tratta di credere “altro dalla presenza”, ma di affidarsi ad una autorevole mediazione, il cui intento non è la testimonianza della fede, ma la sua spiegazione». 

Falso. Il dogma della transustanziazione, come ho dimostrato, è necessario per capire in che consiste la presenza reale. L’alternativa della consustanziazione, come abbiamo dimostrato, è assurda, per non parlare di altre interpretazioni, ancora più lontane dalla verità.  Quanto alla presenza reale, essa non è affatto come ho detto più volte ed anche nel mio articolo precedente, la «“presenza reale” del corpo e sangue del Signore Gesù nel pane e vino della eucaristia». La presenza reale è la presenza del corpo del Signore sotto le specie del pane e del vino.

Volendo tirare le somme di questa impresa di Grillo, viene proprio fatto di dire, riprendendo una sua espressione, che egli ottiene un «effetto capovolto» rispetto a quello che dovrebbe produrre con la sua teologia: anziché persuadere i luterani circa il vero senso dell’Eucaristia, cerca di indurre i cattolici con vani sofismi, ad abbandonare la loro fede eucaristica e a cadere nell’errore luterano. In realtà, al di là di alcuni punti di convergenza, fra la Cena protestante e la Messa cattolica c’è un abisso. 

Ammettiamo pure il comune riconoscimento della «presenza reale» di Cristo nella comunità alla mensa eucaristica. Ma mentre questa presenza per il cattolico comporta che il sacerdote offre al Padre a nome della comunità in sacrificio il vero corpo di Cristo e il fedele si nutre del corpo di Cristo, e cresce nella grazia, «ricevendo il pegno della gloria futura», per dirla con l’Aquinate, per il luterano Cristo è sì spiritualmente presente nella comunità, nel rito e nel pane, ma il pane resta pane e il fedele, sia pure in unione con Cristo, si nutre di pane e non di Cristo, il Quale è bensì presente col suo potere salvifico, ma solo nella fede, solo spiritualmente, nella lettura biblica, nel ministro, nel rito, nelle preghiere e nella comunione fraterna. 

Non è presente nell’eucaristia sotto le specie del pane e del vino, e quindi Cristo non nutre il fedele con la grazia dell’eucaristia, effetto della transustanziazione, per cui il cristiano non è vero membro vivo del Corpo di Cristo che è la Chiesa, non può dire con S.Paolo «per me il vivere è Cristo» (Fil 1,21) e «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20), ma tutt’al più il luterano si sente davanti a Cristo Salvatore, sia pur in una comunità di fratelli, in un rapporto simile a quello del fedele e fidente discepolo col maestro o del colto esegeta col testo biblico, possibilmente affrontato col metodo storico-critico.

P.Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 29 dicembre 2019

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Presenza reale e transustanziazione: congetture e precisazioni
di Andrea Grillo

[1] Sul significato e il valore del dogma, vedi il mio libro La questione dell’eresia oggi, Edizioni VivereIn, Monopoli (BA)  2006, c.IV.
[2] Summa Theologiae, III, q.77, a.1.
[3] Ibid., q.75, a.2.
[4] Ibid., a.1, 3m.
[5] Ibid., q.76, a.2; a.5.
[6] Ho cercato di mostrare la metafisica di Gesù nel mio libro Gesù Cristo fondamento del mondo, inizio,centro e fine ultimo del nostro umanesimo integrale,Edizioni L’Isola di Patmos, Roma 2019.


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