Ogni sventura è un castigo divino

Ogni sventura è un castigo divino

Considerate la bontà e la severità di Dio

Rm 11,22

Il Signore ci corregge con le sventure

II Mac 6,16

È a fine di correggere che il Signore castiga

Gdt 8,27

 

L’isteria al posto della teologia

 

Da alcuni decenni è in aumento nella Chiesa la corrente buonista o misericordista, la quale, male interpretando le parole di San Giovanni XXIII sulla Chiesa di oggi, che preferisce la misericordia alla severità, si sforza di diffondere un concetto di Dio che è solo misericordioso e mai severo, che premia ma non castiga e che salva tutti senza che alcuno vada all’inferno. 

Un Dio che approva il bene, ma anche il male, inteso come semplicemente «diverso» (et-et e non aut-aut). Un Dio, si potrebbe dire, del doppio gioco e dell’opportunismo. Con questo Dio si sta sempre a galla, come il vescovo Taillerand, che passò serenamente dall’Ancien Régime alla Rivoluzione, dalla Rivoluzione al Direttorio, dal Direttorio a Napoleone e da Napoleone alla Restaurazione.

Il Concilio certamente reagiva ad alcuni secoli durante i quali la Chiesa, con la Riforma Tridentina, aveva assunto nella sua pastorale uno stile di severità, che aveva provocato degli eccessi. Giovanni XXIII volle dare una svolta, tesa ad accentuare il momento della misericordia[1]. In questi cinquant’anni dell’applicazione della riforma conciliare la corrente buonista dominante[2] nella Chiesa ha spinto talmente oltre questo principio della misericordia fino a delineare una pastorale di sola misericordia e un Dio di sola misericordia, abolendo il momento della severità. Si è cercato di cancellare il concetto del male di colpa, ossia del peccato, per ridurre tutto il problema al male di pena, alla sofferenza. Non ci sono più feritori, ma solo feriti. Tutti sono in grazia e tutti si salvano.

Ma ci si sta accorgendo che una condotta umana e divina improntata alla sola dolcezza e mai alla durezza, alla sola misericordia e mai alla giustizia, al solo perdono e mai al castigo, si rovescia nel suo contrario della più spietata crudeltà e della più odiosa ipocrisia. Perché questo? Perché il buonista, proponendosi un’applicazione sistematica della misericordia in qualunque situazione, non dispone di un criterio oggettivo e sicuro per separare il momento della misericordia da quello della severità. 

Senonchè, però, poiché in ogni caso, non può rinunciare del tutto alla severità, se non vuole cedere su tutti fronti ed essere una perfetta canna sbattuta dal vento, succederà che sarà ora severo ora morbido quando gli salta il ticchio; userà dolcezza quando occorre essere severi, e severità quando occorre essere benigni.

Se è un superiore, sarà una vera disgrazia per i sudditi. Quando governano persone del genere, prosperano i furbi e i malfattori, nella convinzione di essere perdonati e compresi, per cui continuano a vessare i deboli, certi dell’impunità, mentre i deboli, se non sono santi che resistono e si offrono per i peccatori, sono spinti allo scoraggiamento, all’odio per i superiori, alla bestemmia e alla perdita della fede. 

La pretesa peraltro del buonista di sentirsi sempre solo oggetto della misericordia divina e mai della severità, annulla l’apprezzamento di quella misericordia che si pretende di esaltare. Infatti, tanto più grande è la misericordia, quanto più grande è la sventura dalla quale essa ci libera. Siamo più grati a un chirurgo che ci salva la vita che non a un dentista che ci toglie un dente cariato.

Ma se col misericordista si nega la sventura terribile del peccato e del suo castigo, se si soffoca o si ignora la coscienza della loro gravità e della nostra incapacità a liberarcene con le nostre sole forze, è evidente che si rende superflua, inutile e vana la misericordia divina, grazie alla quale col sacrificio di Cristo siamo stati appunto liberati dal peccato e dall’inferno. La misericordia toglie il castigo e lo trasforma in redenzione. Se il castigo non esiste, non esiste la misericordia.

Il misericordista dimentica che noi tutti, a causa delle conseguenze del peccato originale, nasciamo non in comunione con Dio, ma in contrasto con Lui, non figli di Dio, ma figli del diavolo, non meritevoli di tenerezza, ma dell’ira divina (Ef 2,3). La vita spirituale non comincia con nessuna «esperienza di Dio atematica e preconcettuale», ma con l’umile esperienza sensibile delle cose esterne. Quindi tutto il problema della vita presente non è innanzitutto la presa di coscienza dell’essere salvi e perdonati da Dio, ma è quello di scontare i nostri peccati e di essere liberati dall’ira divina per diventare oggetto della divina misericordia.

E questo immenso beneficio da chi ci è ottenuto? Da Cristo col suo sacrificio. Quindi i misericordisti, che vorrebbero ignorare la tragica situazione di partenza della nostra vita e si immaginano di essere figli diletti di Dio sin dal seno materno, tolgono al sacrificio redentore di Cristo tutta la sua ragion d’essere, tutto il suo senso, il suo valore, la sua utilità e il suo scopo. 

Qual è il vizio di fondo che sottostà a queste storture? La mancata distinzione tra l’azione buona che procura prosperità e l’azione cattiva che procura danno. Insomma la distinzione fra giustizia e peccato, col tentativo assurdo di ridurre tutto all’agire umano di fatto alle sole azioni buone, negando l’esistenza del male, come dice un panteista di oggi: «tutto è bene così com’è». Il castigo non esiste perché non esiste il peccato. Da qui la convinzione che tutti gli uomini sono benintenzionati, hanno buona volontà, sono orientati a Dio, sono in grazia e si salvano. 

Bisogna dire invece che misericordia e severità si regolano, si limitano, si completano e si controbilanciano vicendevolmente. «Dio castiga e usa misericordia» (Tb 13,2). Però la misericordia prevale sulla severità: «Eri per loro un Dio paziente, pur castigando i loro peccati» (Sal 99,8). La misericordia supera la giustizia, arriva dove la giustizia non può arrivare, perché mentre la giustizia dà il dovuto e secondo il merito, la misericordia dona gratuitamente oltre il dovuto e il merito.

La misericordia riguarda la promozione assoluta e massima del bene: cancella la colpa, solleva dalla miseria, dona al di là del merito. La giustizia riguarda il bene e il male secondo i meriti ed ha due forme fondamentali: la benevolenza, che premia i buoni, e la severità che castiga i cattivi.

La condotta di Dio verso l’uomo e quella dell’uomo verso l’altro si riassumono in queste due fondamentali linee di condotta, la cui radice e ragione prima è il principio primo ed inestirpabile della morale naturale, noto a tutti: procura il bene e fuggi il male. Da qui sorgono la misericordia e la giustizia.

Diverso però è in Dio e nell’uomo l’esercizio di queste due virtù. Dio è sempre misericordioso, salvo che non sia l’uomo a rifiutare la sua misericordia col negarla al prossimo. L’uomo invece ha la possibilità di esercitare o non esercitare la misericordia. Nel primo caso si salva, nel secondo si danna. E quindi entra in gioco la giustizia.

La radice prima del misericordismo è quindi il tentativo stoltissimo di cancellare l’idea del peccato, come se la bontà umana fosse uguale a quella di Dio, e di identificare il male col bene. Ma il risultato non può che essere, come di fatto è, uno solo: mutare il criterio del giudizio circa il bene e il male dal riferimento alla legge divina al riferimento alla propria volontà. Ed è esattamente quello che fanno i buonisti, al di là di tutti i pretesti che essi ipocritamente avanzano.

Siccome peraltro misericordia e giustizia sono opposte l’una all’altra, così come il bene si oppone al male, non possono essere praticate simultaneamente, ma solo in successione, come il riscaldamento e l’aria condizionata e vanno quindi praticate ora l’una ora l’altra, quando ce n’è bisogno. La misericordia impedisce alla severità di diventare crudeltà. La severità impedisce alla misericordia di diventare permissivismo.

Due cose colpiscono in questi buonisti: la prima è che la sola idea di un Dio che castighi non solo non suscita nella loro mente un assenso spontaneo, non solo non suscita in loro, nel caso che non fossero convinti, obiezioni pacate e ragionate, come si conviene a uomini ragionevoli e cattolici circa una questione di tale importanza, ma suscita una reazione psicoemotiva, impulsiva, irrazionale ed immediata, come quella che avremmo se qualcuno ci desse una bastonata o ci pestasse un piede.

Nelle pubblicazioni o nei discorsi dei buonisti non esiste una vera e propria discussione teologica o scientifica del tema, ma c’è una netta e categorica negazione, accompagnata eventualmente da una serie di pregiudizi, argomenti inetti, pretestuosi o sofistici o falsamente biblici. Gli avversari o non son presi neanche in considerazione o se sono citati, non sapendo che cosa rispondere alle loro argomentazioni fedeli alla dottrina della Chiesa e alla Sacra Scrittura, si sfogano con gli insulti o con la diffamazione.

Con queste persone, quindi, non ci troviamo di fronte a interlocutori normali che si pongono con oggettività sul piano del dibattito delle idee, a prescindere dai titoli accademici che possano avere, ma a reazioni emotive di tipo nevrotico, che appaiono oggetto d’interesse non del teologo ma dello psicanalista. Infatti è il tipico stato d’animo non di chi ragiona, ma di chi è vittima di un’idea fissa, per non dire ossessiva, probabilmente originata da traumi infantili, e adesso divenuta comodo pretesto alla infingardaggine, per cui non c’è ragione o autorità che serva a cavarla dalla testa.

Da molti anni nelle mie pubblicazioni mi occupo delle loro idee, considerandole con attenzione e rispetto. Molte volte ho segnalato e chiarito gli equivoci, corretto le false interpretazioni della Scrittura. Con costoro non è servito a nulla. Ma ciò non mi fa perdere la fiducia di avere l’ascolto di chi vuol ragionare e tiene ad esser fedele alle verità di fede. Rinuncio invece a chiedere l’ascolto di coloro che sono chiusi nei loro pregiudizi e nella loro saccenteria.

La seconda cosa, veramente stupefacente e che ha dell’incredibile, se non fosse vera e sotto i nostri occhi, è che tra questi signori si annoverano vescovi, cardinali, esegeti, teologi e moralisti, i quali, con la massima disinvoltura e sicurezza ci garantiscono che la loro tesi è sostenuta dalla Bibbia, quando da 2000 anni la Chiesa dice che è esattamente il contrario.

 

La nozione di castigo divino è una nozione salutare,

 alla base dell’insegnamento della Sacra Scrittura.

La nozione del castigo divino del peccato è una delle nozioni fondamentali della Sacra Scrittura, che si intreccia con altre nozioni basilari, che costituiscono l’impianto dottrinale della Bibbia. Il concetto del castigo completa il concetto del peccato e si connette con quello della sofferenza.  È connesso col concetto della severità, che ne è il principio regolatore. Il castigo induce inoltre al pentimento del peccato e quindi alla penitenza, all’espiazione del peccato mediante il sacrificio e alla richiesta a Dio del perdono, effetto della misericordia di Dio. L’ottenimento del perdono, a sua volta, congiunto all’esercizio delle opere buone, conduce alla salvezza. Dal che vediamo come il concetto del castigo sia una pietra essenziale dell’edificio della concezione cristiana della vita, tolta la quale, tutto l’edificio crolla.

Che cosa intende la Scrittura per «castigo divino» (ebr.musar, gr.paideia)?[3]. Essa indubbiamente prende il concetto comune di castigo e lo applica a Dio, operazione certo non facile, perché occorre fare attenzione a cosa nel concetto umano di castigo dobbiamo cambiare per adattarlo a Dio. Lo vedremo nel corso di questo articolo.

Comunque la Bibbia intende per castigo divino una pena o afflizione fisica o spirituale dell’uomo, temporale o eterna, convenzionale o naturale, voluta da Dio come necessario effetto o conseguenza del peccato (cf II Mac 7,32; Sal 107, 17).

Il castigo divino è qualcosa che fa soffrire, ma per il nostro bene. Noi da Dio vorremmo solo il dolce. Invece bisogna prendere anche l’amaro, come ci insegna Giobbe. A tutti piace sentire la dolcezza di un Dio misericordioso. Ma se sentiamo la sua ira pesare su di noi, invece di disperarci come fece Lutero, dobbiamo insistere con fiducia in Lui e in noi stessi nel proseguire nei nostri esercizi ascetici e nel nostro impegno di conversione e non adagiarci nel peccato con una falsa fiducia nella sua misericordia, nella quale Egli è certamente largo, ma solo con coloro che vogliono sinceramente convertirsi.

Alcuni hanno proposto di cercare un’altra parola diversa da «castigo», perché, a loro dire, sarebbe la parola che disturba. Ma in realtà non è questa la questione. Ciò che disturba è in realtà il concetto, che peraltro spesso viene deformato, così da renderlo odioso. Ma allora non è più il vero concetto biblico. D’altra parte, questo concetto che appunto la Bibbia designa con «castigo» è un concetto ben preciso, definito e originale, tradizionalmente designato con quel nome, per cui non appare nessun motivo per cercare altre parole. Quelle più vicine potrebbero essere «richiamo» o «prova»; ma anche queste non designano il castigo nella sua essenza, ma già l’utilizzazione morale o ascetica del castigo. L’unica cosa da fare è spiegare che cosa veramente la Bibbia intende con quel termine, che è appunto quello che sto facendo.

La pena o castigo del peccato è un qualcosa di afflittivo, che fa soffrire o che arreca dolore. Può essere sofferenza fisica o sofferenza interiore. Può sorgere dall’interno del peccatore o provenire dall’esterno. Provenendo dall’esterno, può essere un evento doloroso o luttuoso o tragico provocato dall’uomo o dalla natura o anche dal demonio. Un evento o avvenimento di tal genere è la sventura, detta anche flagello, calamità o sciagura, se è grave, infortunio o incidente o inconveniente, se è leggera oppure in generale, popolarmente, «disgrazia». 

Dio non vuole il peccato, che è causa della pena o del castigo, ma vuole gli effetti del peccato, perché Egli è giusto e quindi vuole ciò che è giusto.  Ora è giusto che il peccatore sia punito, perché la punizione riconduce forzatamente il peccatore a quell’ordine, che arbitrariamente ha violato. Se il ladro amplia eccessivamente la sua libertà prendendo di ciò che non è suo, la giustizia riparatrice e compensatrice richiede che la sua libertà gli sia ristretta di tanto quanto ha ecceduto, lo obbliga a restituire il mal tolto e dispone che gli sia tolto anche parte di ciò che gli appartiene. «A chi non ha sarà tolto anche quello che ha» (Mt 13,2).

Questo è il caso della pena esterna o sanzione penale. Qui può capitare che per un difetto della giustizia umana il delinquente o criminale sfugga alla punizione. Ma egli non sfugge alla giustizia divina, che prima o poi si fa sentire con la sventura.

C’è però un castigo che sorge necessariamente dall’interno del peccato – il castigo nel senso più stretto della parola - e resta all’interno del peccatore, causando il rimorso della coscienza. Si tratta di un’inquietudine o tormento interiore, che Isaia esprime con le parole «non c’è pace per gli empi» (Is 57, 21). Il peccatore può, per il momento, sfuggire alla sventura esterna o alla giustizia umana. Ma il castigo interno non glie lo toglie nessuno, ed è il peggiore che ci sia, perchè distrugge lo spirito dall’interno.

Questo castigo è tanto strettamente conseguente al peccato, che non può essere espiato se non da un sincero pentimento. Oppure ci può essere un castigo esterno, esso pure inevitabile, perché effetto necessario dell’atto del peccare, come la cirrosi epatica di chi eccede nel bere.

La Bibbia ci insegna a non temere di sentirci castigati da Dio. È salutare, quando la sventura ci colpisce, rintracciare in essa la correzione paterna di Dio. «umiliatevi sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno» (I Pt 5,6). Chiediamogli, pentiti, che Egli voglia desistere dalla sua ira (cf Es 32,12) e di avere pietà di noi.

Volere la pena del peccato non contraddice alla bontà divina, perché la bontà non è vera bontà se non si esprime nella giustizia. Quindi, quando Dio castiga, non contraddice alla sua bontà, ma la realizza nella forma della giustizia, che comporta il dare a ciascuno ciò che gli spetta secondo il suo merito. Ora, sebbene il castigo faccia soffrire, è bene per il peccatore essere punito.

Quindi il castigo divino, secondo la Scrittura, è un atto della bontà divina. Per questo il Salmista dice: «Hai fatto bene, Signore, ad umiliarmi, perché io impari ad obbedirti» (Sal 119, 71). Tuttavia il Salmista invoca il Signore di mitigare il castigo: «Signore, non castigarmi nel tuo sdegno, non punirmi nella tua ira» (Sal 38,2). Chiede anzi di non essere castigato (Sal 6,2).

Volere la sofferenza dell’altro come tale e provar gusto nel farlo soffrire è crudeltà, soprattutto se si tratta di un innocente. Ma volere una moderata sofferenza dell’altro per il bene dell’altro è atto di bontà e di amore. «Tutti quelli che amo io li castigo» (Ap 3,19). L’amore in certi casi non dona ma toglie: «Deus dedit, Deus abstulit: sit nomen Domini benedictum» (Gb 1,21). Un papà toglie di mano al suo bimbo una pistola carica, con la quale sta giocando. Lo fa piangere, ma sa che è per il suo bene. E quando sarà grande, capirà.

Il castigo è rappresentato nell’immagine dell’ira divina: «Tu sei adirato perché abbiamo peccato» (Is 64,4). Tuttavia, quel Dio che manda la sventura, è quello stesso Dio che «s’impietosisce riguardo alla sventura» (Gl 2,13). Questa è la pietra d’inciampo dei buonisti, i quali non riescono a concepire un Dio che si comporti a questo modo. Effettivamente parrebbe di trovarsi davanti a un paradosso. Quello stesso Dio che manda la sventura è lo stesso che ci dice: «invocami nel giorno della sventura» (Sal 50, 15). Il Salmista ci dice che il Signore libera dalla sventura l’uomo che ha cura del debole (Sal 41,2). 

Il rischio è quello di non riuscire a trovare un punto medio, un punto di equilibrio fra il terrore degli scrupolosi e la confidenza spavalda e indiscreta dei buonisti. La virtus in medio sta nel santo timor di Dio, più volte elogiato e raccomandato dalla Bibbia, come virtù dell’uomo pio e religioso, come inizio e vertice della sapienza e dono del Messia e dello Spirito Santo (Is 11,2), sorgente di zelo, modestia, cautela, confidenza e coraggio.

Il castigo divino potrebbe essere paragonato all’intervento chirurgico, che viene adottato, quando non basta la cura farmacologica. Oppure potrebbe essere paragonato al dolore del parto necessario alla donna per generare il figlio (Rm 8,22).  Così infatti si esprime la Scrittura: «per nostra correzione il Signore si adira con noi» (II Mac 7,33). «Il Signore ci corregge con le sventure» (II Mac 6,16). Dice la Lettera agli Ebrei: «È per la vostra correzione che voi soffrite!» (Eb 12,6). «Castigando il suo peccato, tu correggi l’uomo» (Sal 39,12). «Dio, ci hai messi alla prova, ci hai passati al crogiuolo come l’argento» (Sal 65,12).

L’uomo saggio approfitta delle sventure che si è procacciato con i suoi peccati per correggersi dagli stessi. Il castigo terreno, poi, secondo la Scrittura, è finalizzato alla correzione del peccato. Invece il castigo infernale è solo afflittivo, perché ormai il dannato è incorreggibile.

Il castigo divino è immaginato dalla Scrittura come una sventura che, dall’esterno, si abbatte per opera divina sul peccatore: «con un comando fa guizzare i fulmini del suo giudizio» (Sir 43,13). Il castigo divino è rappresentato come una sventura che «piomba addosso all’improvviso» (Lc 21,34). Numerosissimi sono i passi della Scrittura dove si parla della sventura come effetto dell’ira divina. Ma l’ira divina non è altro che una metafora per esprimere l’odio che Dio ha per il male e la sua volontà di fare giustizia.

La Scrittura ci insegna altresì che la sventura causata dal nostro peccato può colpire altre persone, come nel caso di Giona, il quale si rende conto che la tempesta in mare è la conseguenza della sua disobbedienza a Dio e per questo comanda ai marinai di gettarlo in mare e la tempesta si placa.

L’immagine biblica dell’ira del Padre offeso, che si «placa» vedendo il sacrificio del Figlio, va naturalmente capita e interpretata nel suo senso metaforico. Sarebbe infatti ridicolo prenderla alla lettera come nelle religioni pagane e come se si trattasse dello spegnersi o placarsi di un moto passionale. Così anche l’atto sacrificale di Gesù che «dà soddisfazione al Padre» (satisfecit pro nobis) citato dallo stesso Concilio di Trento (Denz.1529) dev’essere interpretato come atto d’amore a nostro favore.

Queste immagini corpose ed efficaci soprattutto per le menti semplici, quali sono quelle della grande maggioranza di noi, vogliono semplicemente significare non un mutamento in Dio, ma un mutamento in noi, che da privi della grazia torniamo ad essere in grazia.

Un Dio che atterra e suscita

Certo che se c’è in tutta l’umanità un testo sacro che elogi tanto la bontà divina, avverta con tanta passione l’amabilità di Dio e sperimenti tanto la sua ineffabile bontà e la sua misericordia, questo testo è proprio la Bibbia. Eppure nessuno, quanto l’uomo della Bibbia, si sente tanto oppresso e spaventato dall’ira divina, perché da nessuna parte l’uomo avverte la gravità del proprio peccato come lo avverte l’uomo della Bibbia.

Eppure egli fa in ciò l’esperienza della divina giustizia: «sei giusto quando parli e retto nel tuo giudizio» (Sal 50,6). Ma la giustizia nasce dalla bontà. Ed ecco dunque il paradosso dell’uomo biblico – quello che i buonisti non capiscono -: che egli avverte la bontà di Dio proprio nel momento in cui viene castigato, nel momento della sventura.

Il castigo divino non è mai violento, immotivato o schiacciante, ma paterno e pedagogico: «Tu castighi poco alla volta i colpevoli» (Sap 12,2). Dio castiga le ingiustizie (Tb 13,5) e con giustizia (Sap 12, 21, Ger 30,11; 46, 28). Ciò non impedisce all’uomo della Bibbia, spaventato a volte dall’ira divina, di supplicare Dio di mitigare la sua ira. In ogni caso certo non è sempre facile da sopportare il castigo e la Scrittura ci autorizza anche a chiedere a Dio che lo alleggerisca: «Signore, non castigarmi nel tuo furore!» (Sal 6,2).

Il Salmista giunge a dire: «sopra di me è passata la tua ira, i tuoi spaventi mi hanno annientato, mi circondano come acqua tutto il giorno» (Sal 88, 17-18). «È terribile cadere nelle mani del Dio vivente» (Eb 10,31). Gesù stesso ha chiesto al Padre che Gli fosse allontanata l’ira divina: «Allontana da me questo calice!» (Mc 14,36). Ma poi, come ha fatto Gesù, per trovare la pace, dobbiamo rimetterci fiduciosamente nelle mani del Padre. Dobbiamo invocare Dio nel giorno dell’angoscia[4] , ma poi, come Gesù, dobbiamo chinare il capo con fiducia davanti alla volontà di Dio. Alcuni santi gioiscono all’arrivo della sventura. Ma Dio non chiede tanto a tutti. Il suo stesso Figlio fu angosciato e triste. Vogliamo essere più virtuosi di Lui?[5]

Pare che Lutero abbia patito terrori del genere. Si racconta che nel giorno della sua prima Messa, alla lettura del racconto di un incontro di Gesù con un indemoniato, stramazzò a terra gridando: «non sono io! Non sono io!». Ma Lutero si è messo veramente nelle mani di Dio o ha preteso un Dio che lo lasciasse fare e non lo disturbasse?

Il Dio biblico è un Dio, che, come dice il Manzoni, «atterra e suscita», costruisce ed abbatte, dialoga e combatte, è mite e si adira, condanna e conferma, fa vivere e fa morire, dona e toglie, manda la prosperità e manda la sventura, premia e castiga, facilita e mette alla prova, fa soffrire e rende felici, spaventa e rallegra, benedice e maledice.

L’esperienza che l’uomo della Bibbia ha di Dio è quella di un Dio che manda la sventura, ma poi solleva da essa: «ci hai fatto passare per il fuoco e l’acqua, ma poi ci hai dato sollievo» (Sal 66,12), anche se molti sono i passi nei quali si loda Dio come liberatore dall’angoscia e dalla sventura[6]. A tutta prima si potrebbe avere l’impressione di essere presi in giro. E siamo tentati, come i buonisti, a rifiutare un Dio del genere. Eppure il vero Dio biblico è questo.

Occorre pertanto capire per la nostra stessa salvezza perché Dio si comporta così con noi. Santa Teresa di Gesù Bambino lo aveva capito, quando paragona se stessa al giocattolo che Gesù Bambino tiene nella sua manina, giocattolo che ora può usare, ora può lasciar da parte. Ma è pur sempre il giocattolo amato da Gesù.

Dio manda la sventura per castigarci, per purificarci, per correggerci, per renderci pazienti, per provarci, perché alimentiamo la speranza, per unirci a Gesù crocifisso, per renderci vittime di espiazione, per mostrarci la sua misericordia con la consolazione e il sollievo, per glorificarci con Cristo, perché impariamo ad amare come Cristo ha amato noi. 

Invece purtroppo i buonisti rimangono sconcertati ed increduli davanti a un Dio così, non l’accettano e fanno salti mortali – avvocati dalle cause perse – per dire che non è il Dio di Gesù Cristo, non è il Dio biblico, ma è un dio pagano, è un’invenzione greca o gnostica e cose del genere. Eppure è questo è il vero Dio, percepito già dalla teologia naturale e confermato dalla fede.

Per conseguenza Dio appare nella Scrittura ad un tempo terribile ed amabile, fascinosum e tremendum, per usare le parole di Rudolf Otto[7] non perchè vi sia doppiezza o volubilità in Lui stesso, come il Dio di Ockham o del Corano, chè invece Dio è coerentissimo con Se stesso, ma perché siamo noi che abbiamo un cuore doppio: ora per Lui ed ora contro di Lui.

Chi crede che la sventura non sia mandata da Dio è costretto a pensare che essa venga o da sola o dalla creatura, indipendentemente dalla volontà di Dio, come se Dio peccasse nel mandarci la sventura, e come se Egli non presiedesse con la sua provvidenza nel regolare e moderare a fin di bene le sofferenze che avvengono nel mondo, cosa che evidentemente non si può pensare. Non ci capisce invece, come ho dimostrato, che è atto salvifico, di bontà e di giustizia.

Dunque nel giorno della sventura dobbiamo fare una duplice preghiera: una, per sopportare la sventura con pazienza e spirito di penitenza, in sconto dei nostri peccati e per emendarci da essi, e un’altra per chiedere al Signore di liberarci dalla sventura. I buonisti capiscono solo questa seconda preghiera e non la prima. Eppure la prima è più importante, perché in essa chiediamo la salute dell’anima, mentre nella seconda chiediamo la salute del corpo. Ma che la prima preghiera sia più importante è dimostrato dal fatto che il Signore esaudisce certamente la prima, ma non necessariamente la seconda.

 

Dio manda la sventura

 

La Scrittura conosce benissimo il notissimo fenomeno del giusto sventurato e dell’empio ricco e fortunato, fenomeno che tende a scoraggiare i giusti e a favorire la tracotanza degli empi.  Al riguardo, personaggi simbolo sono il ricco epulone e il povero Lazzaro. Fatti del genere, tuttavia, non smentiscono per nulla l’assunto di questo articolo, secondo il quale la sventura è segno del castigo divino. Infatti la Bibbia ci insegna chiaramente che Dio castiga il peccato non necessariamente in modo immediato e in questa vita, ma può procrastinare o dilazionare il castigo per dar modo al peccatore di pentirsi. E così pure, se il giusto in questa vita patisce sventure, questo non significa che sia castigato di peccati che non ha, perché sarebbe cosa mostruosa, ma sono le conseguenze del peccato originale, oppure sono il castigo dei peccati di altri, che il giusto, ad imitazione di Cristo, prende su di sé per la salvezza del peccatore.

La sventura può essere voluta da Dio? Certamente. Anzi ogni sventura è riconducibile a Dio come castigo del peccato, non necessariamente del peccato personale dello sventurato, ma almeno, come insegna la Scrittura, come conseguenza o castigo del peccato originale. Per la Bibbia il Signore manda la sventura (Ger 4,6; 6,19; 16,10, 19,3, 42,17; 44,2; 45,5; Lam 3,38). È il castigo divino. I buonisti si chiedono: ma se Dio è buono, perché dovrebbe farci soffrire? Non è Lui che ci manda direttamente la sofferenza. Essa è conseguenza dei nostri peccati. Però egli vuole che la giustizia abbia il suo corso. Ed è giusto che il peccato sia punito.

E in tutto ciò Dio mostra appunto la sua bontà. Bisogna rimbeccare i buonisti dicendo che Dio ci manda la sventura appunto perchè è buono. È un avvertimento. È un richiamo a correggerci. È una prova della nostra virtù, come per Giobbe. Dio di per sé non vuole la sventura: «Io ho fatto progetti di pace e non di sventura» (Ger 29,11). Se Egli si riduce a mandare la sventura è solo perché l’uomo ha peccato, per cui il castigo e la sventura servono solo come incentivi alla correzione e come mezzi di espiazione. Ma da questo orecchio il buonista non ci sente perchè ritiene di non aver nessun peccato da espiare.

Dio ci parla con la sventura sia quella che viene dalla natura, sia quella che viene dagli uomini o quella che ci procuriamo noi stessi con i nostri peccati. Ci istruisce. La sventura è un messaggio divino finalizzato alla nostra purificazione e alla nostra correzione. È importante saper leggere questo messaggio, ascoltarlo, non disprezzarlo e metterlo in pratica (Ger 5,3; 7,28; 32, 33; Sof 3,2; Eb 12,5; Pr 3,11; Gb 5,17). 

Motivo di turbamento è la sventura che ci è procurata da persone particolarmente malvage, come per esempio lo furono i nazisti. Anche questa sventura è mandata da Dio? Bisogna rispondere di sì, perché anche queste sventure servono alla nostra salvezza. Ora da dove viene ciò che ci procura la salvezza? Da Dio. Invece è chiaro che Dio non vuole il peccato dei malvagi. Dio dunque si serve senza approvarli anche dei loro peccati contro di noi per farci santi. Loro vogliono il nostro male. Dio invece, fortificandoci col sopportare i loro insulti, opera per loro mezzo il nostro bene, così che noi volgiamo a favore della nostra salvezza quello stesso male che essi ci fanno per perderci. Loro si perdono e noi ci salviamo. 

La Scrittura ci fa capire che per correggersi dalle cattive azioni dovrebbe bastare il ragionamento. Ma quando Dio vede che non basta, allora fa appello alla sventura. Ma se il peccatore non si persuade neanche con quella, allora vuol dire che il peccatore è perduto. Ciò risulta chiaramente da quanto annuncia l’Apocalisse riguardo ai flagelli escatologici: «gli uomini bestemmiarono il nome di Dio che ha in potere tali flagelli, invece di ravvedersi per renderGli omaggio» (Ap 16, 9).

Perché la sofferenza è correttiva? Perché ci aiuta a capire che il peccato, che genera sofferenza, è un male da evitare. Si tratta di esperienze primordiali o ancestrali della vita: accorgendoci che toccando il fuoco ci bruciamo, stiamo lontani dal fuoco. Sapendo che peccando siamo castigati, siamo aiutati ed evitare il peccato. Se viceversa peccando notiamo che non ci succede niente di male, siamo invogliati a peccare ancora.  Ma allora c’è qui qualcosa che non va e non possiamo stare tranquilli. È come uno che nel toccare il fuoco non sente niente.

Il timore di andare all’inferno è un buon deterrente per evitare il peccato. Se una guida spirituale ci avverte che compiendo quella data azione, meritiamo l’inferno, siamo distolti dal compierla. Chi non si corregge neppure davanti all’uomo di Dio che lo minaccia di andare all’inferno, rischia fortemente di andarci. Chi poi crede che l’inferno non esiste, è proprio colui che maggiormente è in pericolo di dannarsi. Se invece ci capita una sventura, dobbiamo chiederci se abbiamo commesso qualche peccato per meritarla. Se ci sentiamo innocenti, possiamo offrire sacrifici per la salvezza dei peccatori e scontare la pena per loro.

Inoltre, dobbiamo considerare che col peccato originale il piacere di peccare si è attaccato a noi come una seconda natura. Per questo, quando Dio con la sventura tenta di staccarci e di liberarci da questo falso piacere, magari impedendoci di goderne, ci sembra che ci venga strappato qualcosa di appartenente alla nostra natura e ci ribelliamo. Invece dobbiamo accettare questa sofferenza con gratitudine a Dio che ci libera dal peccato.

Dobbiamo vedere nella sventura un castigo divino e nel castigo divino un appello alla penitenza e alla conversione. Questa è la preziosa lezione della Scrittura. In questi mesi di pandemia abbiamo visto invece predicatori, vescovi e teologi affannarsi, fare sforzi erculei, arrampicarsi sugli specchi e inventarne di tutti i colori, credendosi araldi della misericordia, per capovolgere il senso ovvio di infiniti passi della Bibbia e rassicurarci che la pandemia che sta mietendo milioni di morti nel mondo non è affatto un flagello o un castigo di Dio, ma un inconveniente spiacevole, un incidente di percorso, una semplice sventura naturale, circa la quale l’unico problema è quello di trovare il vaccino per debellarla. Il massimo della loro saggezza biblica si esprime in parole come queste; «questo non ci voleva. Diamoci da fare per porvi rimedio. Non ci sono peccati da espiare, castighi da infliggere, ma solo infelici da compassionare. Siamo tutti buoni ed orientati al paradiso».

Ora nessuno nega quanto questa sventura è occasione per esercitare la solidarietà umana nell’assistenza ai malati, nel confortare il dolore dei familiari, amici e parenti delle vittime, nel pregare per la cessazione della pandemia e nel seppellire i morti, mentre non c’è alcun dubbio che Dio approvi e sostenga la lotta contro il virus.

Quello che i buonisti non comprendono è invece il vero discorso biblico, che sembra sostenere contraddittoriamente che Dio vuole e non vuole ad un tempo questa sventura. Per togliere la contraddizione essi sostengono allora che semplicemente Dio non la vuole. Da qui la loro tesi che questa sventura non è un castigo divino. Ma non è questo il modo di togliere la contraddizione. Occorre dire invece: Dio vuole questa sventura in quanto vuole l’espiazione dei nostri peccati. Dio non la vuole in quanto vuole che curiamo la nostra salute.

Ora, la cura della salute deve andare di pari passo con l’espiazione dei nostri peccati. Quindi nessuna contraddizione, ma abbinamento dell’una con l’altra cosa. Precauzioni per evitare il contagio, assistenza ai malati, cura del morbo se siamo infetti, penitenza e offerta di sacrifici per i nostri e gli altrui peccati.

La sventura è una prova dell’esistenza di Dio. San Tommaso non pensò di porla fra le famose «cinque vie», ma in un altro passo della sua opera risponde da par suo con finezza metafisica all’obiezione che, data l’esistenza de male nel mondo, è impossibile che Dio esista, se Dio dev’essere buono e onnipotente. E invece l’Aquinate capovolge l’argomento dell’ateo facendo notare che è proprio l’esistenza del male ad essere una prova dell’esistenza di Dio per il fatto che il male non esisterebbe se non esistesse il bene e naturalmente un bene assoluto, quale è appunto Dio. 

La Scrittura ci insegna inoltre che «il Padre celeste fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5,45), sopra gli innocenti e sopra i colpevoli, sopra i figli di Dio e sopra i figli del diavolo (cf I Gv 3,10). Questo fatto non smentisce la tesi che ogni sventura è castigo del peccato. Essa certo non suppone una volontà divina arbitraria come quella del Dio di Ockham o di Lutero o del Corano, un Dio che non dà ragione di quello che vuole, ma vuole anche contro la ragione, un Dio che quindi predestina sia al paradiso che all’inferno e può volere sia il bene che il male.

Dio manda la sventura sopra gli uni e gli altri, perchè nessun uomo quaggiù è perfettamente giusto, patendo, se non altro, le conseguenze del peccato originale.  Cristo inoltre col suo sacrificio c’insegna che anche se non abbiamo pene da scontare per i nostri peccati, nessuno c’impedisce, imitando il suo esempio, di accettare una sventura per scontare al posto di un peccatore la pena che gli è dovuta con quella sventura.

La sventura, pertanto, è sempre la pena di un peccato, solo che è possibile prendere su di sé come ha fatto Cristo la pena dovuta a un altro peccatore, mentre è chiaro che questi può essere liberato dalla sua colpa solo con un atto personale di pentimento e di conversione.

Gesù affronta il problema di coloro che sono colpiti dalla sventura senza che risulti che abbiano commesso peccato o per lo meno un peccato così grave da meritare tanta sventura, come negli episodi della torre di Siloe (Lc 13,4) o del cieco nato (Gv 9). Il problema si era già posto con la vicenda di Giobbe. Altri ci ricordano la strage degli innocenti voluta da Erode. In questi episodi occorre intravedere quella che sarà la missione di Gesù di offrirsi vittima innocente per la remissione dei peccati e la vittoria escatologica sulla stessa sofferenza.

È importante capire, dunque, che il castigo divino è un atto benefico, che ha per scopo il bene del peccatore o come prova della sua virtù (Giobbe) o come stimolo alla penitenza (Davide) o come correzione (Pietro).

Anche il castigo dell’inferno è effetto della bontà divina. È segno di bontà e di rispetto dell’altro accettare le sue scelte, anche se sono atti contrari all’amore che gli portiamo. Il vero amore preferisce che l’altro agisca liberamente al fatto che gli corrisponda forzatamente. Ama una donna quell’uomo che accetta di essere respinto, piuttosto che quello che s’incaponisce a volerla, attirandola a sé con l’inganno o la violenza.

Così si comporta Dio con l’uomo. Avrebbe potuto creare un’umanità tutta devota ed obbediente. Ha preferito mettersi nelle mani dell’uomo ed essere oggetto di scelta, Lui, il Signore, il creatore del cielo e della terra, il sommo bene e il fine ultimo dell’uomo, dal quale dipende il suo destino eterno, come fosse una creatura qualsiasi ed accettare di essere respinto. Non può però evitare le conseguenze: rifiutare una creatura può essere senza conseguenze, ma non rifiutare Dio. Ecco l’inferno.

Dio Padre ha voluto una riparazione del peccato

per glorificare suo Figlio e noi con Lui

 

Secondo la Scrittura Dio si vendica di coloro che l’hanno offeso, cioè dell’intera umanità, che col peccato originale Lo ha offeso: «mi vendicherò dei miei nemici» (Is 1,14). E queste non sono altro che le conseguenze del peccato originale. Inoltre Egli vendica coloro che per amor suo hanno patito ingiustizia senza aver trovato chi abbia loro reso giustizia: «Il Signore vendicherà il sangue dei suoi servi» (Dt 32, 43).

Se avesse voluto, Dio avrebbe potuto perdonare all’intera umanità. Invece la Scrittura ci dice che Dio ha voluto una riparazione dell’offesa subìta dal peccato; ma siccome l’uomo, caduto in miseria appunto col peccato, non poteva pagare l’immenso debito della colpa, Dio decise di mandare nel mondo suo Figlio a espiare i peccati degli uomini, prendendo su di sé, Lui innocente, il castigo del peccato (Is 53).

Dio Padre tuttavia non chiede compenso nel senso che Egli abbia bisogno di essere risarcito per un danno patito, perché propriamente Egli, perfetto, impassibile ed inviolabile qual è, non può ricevere danno da alcuno, né può essere privato o derubato di nulla. L’opera della Redenzione è sostanzialmente riparazione del danno che l’uomo ha fatto a sé stesso col peccato, piuttosto che restituzione al Padre da parte del Figlio di ciò che gli era stato tolto.

Lo scopo di Dio Padre fu quello di glorificare il Figlio per la sua obbedienza, ma anche l’uomo, concedendogli per misericordia la possibilità di espiare i suoi peccati unendosi alla croce del Figlio, con la quale Egli ci ha ottenuto dal Padre, placato dal sacrificio del Figlio, il perdono dei peccati e l’innalzamento allo stato di figli di Dio, stato superiore a quello di Adamo ed Eva nel paradiso terrestre.

Cristo quindi non è solo il vendicatore (goèl) del Padre, ma anche di coloro che per amor suo hanno patito ingiustizia senza ottenere soddisfazione dagli uomini. Egli è il redentore, in quanto ricompra (re-d-emptio) e libera col suo sangue l’umanità sequestrata dal demonio e la restituisce al suo legittimo proprietario, il Padre. Egli è il salvatore, in quanto ottiene all’umanità la grazia della salvezza e della vita eterna, grazia che ottiene all’uomo di meritare la salvezza, che quindi è gratuita da parte di Dio, ma meritata da parte dell’uomo in grazia. Per salvarsi occorrono dunque le opere compiute in grazia.

Sottrarre alla causalità divina l’origine delle nostre sventure per il timore di concepire un Dio cattivo, sottrarre alla sua volontà l’esistenza e il controllo delle sventure e limitarsi a far risalire la sventura alla nostra insipienza, alla malvagità umana, all’ostilità della natura o a cause irrazionali come il destino, la sfortuna o il caso, non è il modo giusto di intendere la bontà divina, ma rispecchia una visuale insufficiente, insoddisfacente e deresponsabilizzante,  una visuale che non va al fondo della questione, che pur ci viene illuminata dalla Bibbia, una visuale  troppo ristretta e molto pericolosa, perché si è costretti ad ammettere un altro principio alla pari di Dio e quindi togliergli il primato che ha su tutte le cose.

Dire d’altra parte che Dio è la causa prima delle sventure che colpiscono l’umanità non vuol affatto dire considerare Dio come la causa prima del peccato. Come ci dice chiarissimamente la Bibbia, l’origine prima del peccato è la ribellione di Satana a Dio e la sua conseguente istigazione al peccato originale.

Ma siccome il peccato provoca la sofferenza, la sventura e la morte, tutte cose che costituiscono il castigo del peccato e siccome è giusto, necessario e logico che avvengano e siccome Dio giusto vuole che si attui la giustizia, da qui viene che se Dio non vuole il peccato e non pecca, vuole però il castigo del peccato, che si configura spesso, anche se non necessariamente, nella modalità della sventura.  Il peccato non produce sempre sventure, ma può produrre mali di altro genere, ma la sventura è certamente conseguenza del peccato, per lo meno il peccato originale.

Dio di per sè non vorrebbe neanche la sventura e la sofferenza. Ma, visto che l’uomo, disobbedendo ai suoi comandi, pecca e il peccato comporta per sua essenza e per giustizia il castigo, Dio non può per giustizia non infliggere il castigo, anche se esso propriamente non va tanto immaginato come il fuoco che Dio fa scendere su Sodoma e Gomorra, quanto piuttosto come danno che i peccatori fanno a se stessi e il tormento interiore di coscienza che li coglie per l’atto che hanno commesso.  

La Scrittura e la stessa esperienza storica ci mostrano che Dio può anche dilazionare il castigo esterno in attesa della conversione del peccatore o può permettere i difetti della giustizia umana, che condanna l’innocente e risparmia il malfattore. In ogni caso la Scrittura ci avverte che Dio comunque ha fissato un giorno – il Giorno del Giudizio –, la cui data ci è ignota, nel quale mostrerà in pienezza definitiva ed inappellabile la sua misericordia e la sua giustizia: misericordia ai pentiti, castigo per gli impenitenti.

Se vogliamo essere veri cattolici e persone ragionevoli, bisogna che noi prendiamo dalla Bibbia tutto quello che essa ci dice su Dio nell’interpretazione della Chiesa cattolica, evitando due tentazioni: o quella hegeliana e volontarista di concepire un Dio contradditorio o quella, per evitare le apparenti contraddizioni, di scegliere uno solo dei due opposti, senza capire che invece essi non si escludono, ma si implicano a vicenda in una superiore unità che mostra l’infinità della sapienza divina.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 18 agosto 2020



Gustave Doré - Divina Commedia : Inferno, Paradiso e Purgatorio


[1] L’Ordine domenicano si è sentito particolarmente coinvolto in questa iniziativa riformatrice di San Giovanni XXIII, non senza provare un senso di colpa per la ben nota eccessiva severità in campo dottrinale del passato. Esso pertanto si è adoperato con sollecitudine nel far propria l’ispirazione di Papa Giovanni. Ma alcuni settori dell’Ordine si sono lasciati prendere da una reazione distruttiva ed esagerata in senso contrario fino a cadere nel buonismo e nel relativismo. Se il Domenicano (Domini canis) è il «cane del Signore», è successo che per il terrore di ricadere negli errori del passato – per es. il famoso caso Galilei o la condanna di San Giovanna d’Arco o del Savonarola - e per un non illuminato e indiscreto bisogno di mitezza, il temibile cane da guardia è diventato un grazioso, innocuo ed opportunista cagnolino da salotto e lo zimbello dei signori di questo mondo. La fiamma di San Domenico tuttavia resta accesa come luce del mondo e della Chiesa.

[2] Il capo e fondatore ne è Karl Rahner, il cui sistema s’ispira all’idealismo tedesco, la cui anima è un intreccio dialettico indissolubile di bene e di male, per cui la sua etica congiunge il più dissoluto e lassista buonismo con la più spietata crudeltà.

[3] Vedi la voce CASTIGO nella Enciclopedia della Bibbia, Edizioni LDC Torino-Leumann, 1969. È interessante come nella cultura greca l’idea del castigo non comporti affatto il richiamo all’afflizione o alla distruzione, come a volte esso viene inteso, ma ha una funzione altamente positiva come mezzo educativo. Tuttavia nel Vangelo è presente il concetto di castigo puramente afflittivo, che è l’inferno, designato da Gesù stesso col termine ebraico ghehenna (cf Mt 5,22.29; 10,28), che era il deposito dei rifiuti fuori delle mura di Gerusalemme. Da qui anche l’idea del fuoco, col quale appunto si bruciavano questi rifiuti. La questione del castigo infernale pone speciali problemi, che non affronto qui, ma che tratto nel mio libro L’inferno esiste. La verità negata, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2011.

[4] II Sam 22,7; Sal 32,6;61,3; 81,8; 86,7;102,3; 107,6; 120,1;130,1; Os 5,15; Gn 2,3; Nm 1,7.

[5] Tuttavia Gesù stesso assicura che i suoi discepoli faranno cose più grandi: ci sono casi di santi che hanno gioito all’arrivo della più terribile sventura: Santa Teresina, alla scoperta del primo sbocco di sangue, esultò di gioia gridando che lo Sposo stava arrivando. Si racconta che S. Lucia andò al martirio con una gioia maggiore di quella di una giovane convola a nozze.

[6] Gen 35,3; I Sam 10,19; I Re 1,29; Sal 4,2; 46,2; 54,9; Is 33,2.

[7] Cf la sua famosa opera Das Heilige, del 1917, tradotta in italiano col titolo Il sacro: l'irrazionale nella idea del divino e la sua relazione al razionale, traduzione di Ernesto Buonaiuti, Zanichelli, Bologna, 1926; Feltrinelli, Milano, II ed. 1966; Gallone, Milano, 1998; II Ed. Milano, 2009; traduzione di Carla Broseghini, R. Nanini, A. N. Terrin, Morcelliana, Brescia, 2011. Essendo Otto un protestante, non riuscì a capire che non c’è nulla di irrazionale nella congiunzione in Dio della temibilità con l’amabilità, ma ciò dipende dal nostro rapporto con Dio di noi peccatori, ora innamorati di Lui, se siamo in grazia, ora ribelli, se non siamo in grazia.

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