Maria Figlia e Sposa del Padre

Maria Figlia e Sposa del Padre

Una riforma dei titoli mariani

Come credo di aver dimostrato in un mio precedente articolo, ritengo che convenga abbandonare, perché superati, senza per questo nutrirne disprezzo, alcuni titoli mariani, come quelli «sposa dello Spirito Santo» e «sposa di Cristo», i quali, pur avendo un’antichissima e veneranda  tradizione, non sono dogmatici ma devozionali; non sono fondati su di una rigorosa argomentazione teologica ed esegetica e sono legati ad una concezione della donna come inferiore all’uomo; ed inoltre sembrano improntati ad un’inopportuna pudicizia, che svuota il termine «sposa» del suo essenziale riferimento al sesso.

Ho spiegato infatti che, se proprio vogliamo usare per la Madonna questo titolo metaforico e simbolico di sposa, esso può essere usato appropriatamente in riferimento a Dio Padre, e quindi possiamo e dobbiamo parlare di Maria Sposa del Padre, in quanto Maria genera lo stesso Figlio, che è generato dal Padre. Infatti, si considerano normalmente sposate due persone che hanno lo stesso figlio.

La cosa strana, invece, è che finora nessuno, che io sappia, ha mai pensato di usare il titolo di sposa proprio nel caso più opportuno per non dire necessario, di quell’unione tra Maria e il Padre, che ha consentito la nascita del Verbo incarnato.

Di fatti non è lo Spirito Santo che genera il Figlio di Maria, ma è il Padre per opera dello Spirito Santo, il quale – dobbiamo dirlo con franchezza e chiarezza senza inutili pudori - funge evidentemente, come ho spiegato nel mio articolo, da Germe del Padre, che ha fecondato il seno verginale di Maria.

Semmai si può dire che è stato lo Spirito Santo ad operare, nel seno di Maria, la congiunzione del Verbo con la carne, ossia l’unione ipostatica della natura umana di Cristo alla Seconda Persona della SS.Trinità, il Figlio eterno del Padre.

Del resto, anche a livello biologico, avviene qualcosa di simile: lo sperma maschile feconda l’ovulo femminile e in esso avviene la formazione dello zigote, frutto della congiunzione del gamete maschile con quello femminile.

Non deve apparire irriverente o sconveniente o contrario al pudore fare questi accostamenti, per quanto qui citiamo due piani della vita infinitamente distanti fra di loro, eppure entrambi provenienti dal Dio della vita. Anzi, dato che noi comprendiamo le cose dello spirito partendo da quelle materiali, e le cose divine assomigliandole alle umane, questo paragone risulta utilissimo ed illuminante per capire qualcosa del mistero del rapporto della Madonna con Dio Padre, della funzione dello Spirito Santo nella concezione verginale di Cristo e dell’immensa dignità della sessualità umana, se Dio, benché purissimo Spirito asessuato, si è degnato di assimilare la generazione del Verbo incarnato nel seno di Maria a quanto avviene a livello biologico non solo nell’uomo, ma addirittura negli animali e nelle piante. Ma Dio non è il creatore di tutti? Non è il creatore del grande e del piccolo? Dello spirito e della materia? Dell’angelo e della formica?

Quello che semmai può fare problema è il titolo maschile di «Padre» dato a Dio e precisamente alla prima Persona della SS.Trinità. Ma siamo sempre lì: è evidente che la cosa non fa nessun problema, anzi è considerata logica in una società patriarcale come sono state in passato le società umane, compresa quella che fa da contesto sociale alla redazione della Sacra Scrittura, società che consideravano fuori discussione l’inferiorità della donna, il dominio dell’uomo sulla donna, indulgenti col maschio, e severi con la donna, fino alla tendenza a colpevolizzare la donna e a scusare l’uomo[1], nonché la signoria del marito sulla moglie.

Ma oggi che siamo consapevoli della pari dignità dell’uomo e della donna, del padre e della madre, l’idea di un Dio maschio fa pensare a un dio pagano. Non si vede che casa c’entri il maschio o la femmina, il padre o la madre nell’orizzonte della divinità e comprendiamo in certa misura il deismo massonico o la teologia kantiana o quella coranica, che si limitano a parlare del Dio Uno, respingendo in Dio titoli o proprietà come quelli di «padre» o «figlio», mentre la teologia ebraica, pur chiamando Dio col titolo di «padre», intende usare una semplice metafora, e niente affatto concepire l’esser padre come una vera e propria persona divina.

Ed anche la famosa battuta di Papa Luciani che Dio non è solo padre, ma anche madre non è che intendesse evidentemente aggiungere un titolo proprio e dogmatico al mistero trinitario, ma semplicemente suggerire un’immagine metaforica, che ci richiama all’idea che Dio ci si manifesta non solo con le qualità proprie del padre, ma anche con quella della madre, immagine del resto già nota nell’Antico Testamento, dove Dio è paragonato ad una madre pietosa ed amorevole (Is 66,13), mentre, per esprimere la misericordia, la tenerezza e la compassione del Padre per noi, si ricorre alla parola hesed, che etimologicamente sono le viscere materne.

Così pure l’esser Figlio riferito alla seconda Persona della SS.Trinità non è espressione metaforica, come già nell’Antico Testamento essa è usata per significare la vicinanza di una creatura a Dio, per cui veniva usata per indicare gli angeli, Israele, i re, i profeti e in generale gli uomini di Dio, ma è proprietà essenziale caratterizzante la seconda Persona, è titolo dogmatico, e quindi insostituibile, benché tratto da un’ immagine biologica come quella dell’esser figlio o esser generato da un padre.

Titoli metaforici e titoli dogmatici

A questo punto, allora, per orientarci in questa non facile questione semantica e terminologica, occorre far presente che, quando parliamo di Dio o del mistero trinitario in rapporto a Maria SS.ma, bisogna che distinguiamo fra i titoli che attribuiamo o a Dio o alla Madonna, i titoli propri o dogmatici, oggetto di fede teologale, e i titoli metaforici o simbolici, che sono modelli interpretativi del dogma, desunti da un particolare contesto culturale soggetto al mutamento storico ed ambientale, quindi non vincolanti dal punto di vista della fede, ma consigliabili o lasciati alla libera scelta del fedele, per una comprensione del dogma adatta alla nostra umanità e come stimolo per la nostra devozione.

Ma se ci accorgiamo che essi non ottengono questo fine, o magari ci mettono a disagio, nessuno c’impedisce di accantonarli per sostituirli eventualmente con altri che ci fanno capire e gustare meglio il senso del dogma o stimolano meglio la nostra devozione. 

Da notare inoltre che il titolo dogmatico può essere l’adattamento o dogmatizzazione, naturalmente adatto ad esprimere il concetto dogmatico, di un’originaria immagine o raffigurazione o rappresentazione sensibile, tratta dalla comune esperienza umana o da cose materiali. Occorre allora verificare se l’immagine può o no nascondere un significato analogico, spirituale o trascendentale oppure se è limitata dal suo significato univoco e materiale.

Se l’immagine è trascendentalizzabile, cioè se cela in sé un valore trascendentale, come per esempio l’essere, il vero, il buono o lo spirito, è molto adatta ad esprimere il mistero rivelato, ma dev’essere comunque trasposta e spiegata in questo senso spirituale, altrimenti il mistero o il dogma perdono la loro sacralità e vengono profanati. 

Se invece l’immagine non può essere trascesa o trascendentalizzata o spiritualizzata, perché appartiene solo all’ambito univoco della materia, e tuttavia l’immagine è usata da Cristo e comunque dalla divina rivelazione, allora va ugualmente dogmatizzata, sempre però precisando il suo significato analogico, spirituale o divino.

Passiamo agli esempi.

Termini come «padre», «madre», «sposo», «sposa», «figlio», «generazione», «fecondazione» e simili sono evidentemente termini che di per sé esprimono qualità legate alla biologia, racchiuse in questo mondo materiale. Esprimono quindi concetti univoci, che nulla hanno a che vedere col mondo trascendentale della metafisica o dello spirito o del divino.

Come fanno, allora, ad esprimere misteri di fede, che trascendono assolutamente non solo il mondo materiale, ma tutto il mondo della spiritualità creata? Evidentemente devono essere sottoposti ad un apposito trattamento semantico, in modo che essi, pur così umili ed apparentemente inadatti, possano svolgere questa altissima funzione di esprimere la Parola di Dio e il Pensiero del Padre.

Dio si serve di cose, oggetti, fenomeni, segni, immagini e concetti intuitivi umilissimi e comunissimi, noti anche ai bambini e persino agli animali, per esprimere nozioni, intenzioni, progetti, piani, ideali, volontà, la cui elevatezza celeste è incomprensibile persino agli angeli delle più alte schiere.

La preoccupazione di evitare l’antropomorfismo, presente per esempio in Kant, in sé è giusta, proprio per il rispetto dovuto all’elevatezza intellettuale delle cose divine, in quanto l’antropomorfismo è quel modo grossolano, favolistico e mitologico, sconfinante nel miracolismo, nella magia e nella superstizione, di concepire le cose divine, un modo che, sotto colore di pietà e devozione, finisce con l’abbassarle, come avviene nelle religioni pagane, al livello dell’umano e del materiale o addirittura dell’assurdo, rendendo la religione oggetto di irrisione a chi ha spirito critico, e sa e vuole ragionare e non vuole esser preso per il naso sotto pretesto che deve credere. 

Il difetto però di Kant è che non è riuscito a capire o si è rifiutato di comprendere che le metafore che la fede cristiana ha inserito nel dogma, in nome della rivelazione fatta da Cristo, non devono essere prese alla lettera, ma interpretate secondo il senso del dogma, che dà ad esse il significato peculiare, che esse assumono nel dogma, al di là di quel significato che esse hanno nella comune esperienza, dalla quale Cristo le ha tratte per parlarci dei misteri del regno di Dio.

Così è successo che al povero Kant, fermo nel significato letterale e puramente umano di quelle metafore, è sfuggito il loro significato soprannaturale, che a lui è così apparso fanatismo, superstizione, vana credulità,  offesa alla ragione e profanazione del divino. Kant non ha capito che l’uscire dai limiti della ragione non è necessariamente andare contro la ragione, ma può essere anche un andare oltre, più in alto e comprendere cose la cui altezza sarebbe inaccessibile alla ragione,  se dall’alto non scendesse la luce della Parola di Dio, interpretata nei dogmi della Chiesa. Fatte queste precisazioni, vediamo adesso di interpretare alcuni dei titoli suddetti, assegnando a ciascuno il suo valore o metaforico o dogmatico.

Innanzitutto: che vuol dire, che significa il titolo di Padre? Che vuol dire che il Padre «genera» il Figlio? Che significa «generare» in Dio? S.Tommaso lo spiega molto bene. Egli non cade nell’equivoco del Corano, il quale, non riuscendo a concepire un generare che non sia biologico, cade nell’ingenuità imperdonabile di sostenere che «è impossibile che Dio generi un figlio, perché dovrebbe avere una moglie per avere un figlio».

Invece la fede ci dice che il Padre ha generato un Figlio da solo, dall’eternità, senza bisogno di alcuna moglie. Ma come questo è stato possibile? Tommaso ha capito che il generare non può essere inteso solo in senso univoco, ma dev’essere inteso anche in un senso più ampio, superiore, analogico, trascendentale e spirituale.

Ed ha elaborato una definizione del generare, che va bene non solo per l’uomo, ma anche per  Dio, così come ci insegna il dogma trinitario: dare origine a un individuo della stessa specie. Con questa definizione vediamo come sia possibile sganciarci dal sesso, per cui essa può essere applicata anche a Dio, che evidentemente non ha sesso.

Ma per chiarire ulteriormente come va inteso questo generare, Tommaso ha avuto il colpo di genio di ricorrere alla dottrina giovannea del Logos, del Verbum, ed ha capito che il generare divino è un concepire, è un pensare, è un’ideare, è un progettare, è un parlare, è un dire.

Ha capito che Giovanni, con la dottrina del Logos, ci spiega in che senso va inteso il generare del Padre, la generazione del Figlio. Ci ha fatto capire che cosa vuol dire in Dio essere «Figlio». Non ha nulla a che vedere col sesso, ma significa pensare.

Infatti, anche noi, quando pensiamo, «generiamo», ossia, «fecondati» dal reale esterno, per mezzo della sua rappresentazione interiore, quella che Tommaso chiama species impressa o verbum interius,  concepiamo nella nostra mente un «figlio», cioè un concetto, una rappresentazione del reale, che Tommaso chiama species expressa e lo «partoriamo» nella parola o verbum exterius e nel linguaggio.  Ora è chiaro che in questo generare, concepire e partorire, termini puramente metaforici, il sesso non c’entra niente, perché siamo semplicemente nel campo dello spirito.

Seconda considerazione. Un assiduo Lettore del mio blog, una persona colta e intelligente, dopo aver letto il mio articolo sul rapporto della Madonna con la SS.Trinità, mi ha fatto un’acuta obiezione, alla quale, per la verità, non avevo mai pensato: se dire che la Madonna è sposa del Padre e sposa dello Spirito Santo sono cose oggi ormai superate, non pare forse espressione sconveniente che sia al contempo figlia e sposa del Padre?

Per rispondere a questa domanda, bisogna fare una distinzione: un conto è l’esser Maria figlia di Gioacchino ed Anna e un conto l’esser figlia del Padre. È chiaro che l’esser Maria figlia di Gioacchino ed Anna implica se non in se stessa, ma in rapporto ai suoi genitori, un riferimento sessuale. Non si è biologicamente figli se non figli di un padre e di una madre.

Ma sul piano della figliolanza cristiana, soprannaturale l’esser figlio o figlia non ha alcun riferimento sessuale. Qui, direbbe Paolo, «non c’è nè uomo né donna» (Gal 3,28). Che cosa è infatti questa figliolanza? Maria è realmente e non metaforicamente figlia del Padre.

Si tratta della figliolanza divina ottenutaci dalla Redenzione di Cristo: è lo stato di grazia santificante, è – per usare ben note espressioni paoline - l’essere «ad immagine di Cristo», «risorti con Cristo», il possesso delle «primizie dello Spirito», essere «nuova creatura», «uomo nuovo», «uomo spirituale», «guidato dallo Spirito Santo», ossia, come spiega S.Tommaso, dai sette doni con al vertice il dono della sapienza.

E siccome Cristo Figlio di Dio significa Verbo di Dio come «sapienza di Dio» (I Cor 1,24), «irradiazione della gloria del Padre e impronta della sua sostanza»(Eb 1,3), Maria figlia di Dio è tutte queste cose che dice S.Paolo, dove il sesso non c’entra per nulla.

Quindi, il fatto di essere Maria figlia del Padre, realtà innegabile puramente spirituale, non entra per nulla in collisione con l’essere Sposa del Padre, titolo, questo, non dogmatico seppure conveniente, come ho dimostrato nel mio articolo, titolo appropriato che certamente è carico di una simbologia sessuale: lo sposalizio di un donna con Dio Padre, immagine che evoca certamente quella del maschio.

Ma abbiamo visto che, nonostante tale riferimento interno allo stesso dogma della Paternità divina, in realtà occorre spogliare il significato essenziale e proprio del generare divino da qualunque riferimento sessuale, giacchè si tratta di un purissimo atto della Mente del Padre, come spiega bene Tommaso utilizzando il Prologo di S.Giovanni, a sfatare il grossolano equivoco del Corano.

 Terza considerazione. La paternità divina ha due modalità: in una essa è spoglia di qualunque riferimento al sesso.  È la paternità per la quale il Padre genera da solo il Figlio dall’eternità. L’analogia con la produzione del concetto da parte della mente umana tuttavia non regge del tutto, perché mentre la mente umana per concepire il concetto dev’essere fecondata dal contatto con la realtà esterna, la mente divina fa procedere dal suo intimo il Verbo, che non rappresenta un mondo esterno a Dio, perché al contrario è il mondo che è creato e plasmato sul modello del Verbo.

Esiste però anche in noi un processo simile ed è quanto avviene in noi quando formiamo un’idea produttiva o un progetto di opera da produrre o di azione da compiere, per cui l’opera o l’azione da compiere sono modellate in base al progetto preconcepito. Così il Verbo è l’Idea o Progetto del Padre in riferimento al quale Dio crea il mondo: è Colui  «per quem omnia facta sunt».

Nella seconda modalità dell’esser Padre, Dio invece appare come Sposo di Maria, in quanto entrambi, da veri genitori, generano non il Verbo già preesistente dall’eternità, ma Gesù Cristo, il Verbo incarnato, in quanto il Padre unisce ipostaticamente l’umanità di Gesù alla Persona del Verbo nel momento della fecondazione del seno di Maria per opera dello Spirito Santo.

In questa paternità sponsale del Padre, emerge il riferimento simbolico sessuale secondo la figura della mascolinità, mediante la quale viene precisato il concetto di paternità divina secondo un’analogia di proporzionalità metaforica. Questo sposalizio del Padre con Maria sembra prefigurato da Isaia sotto l’immagine dello sposalizio mistico di Dio con Israele.

Rivolgendosi infatti ad Israele, dice Isaia:

«Tu sarai chiamata mio compiacimento e la tua terra, sposata, perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo architetto; come gioisce la sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà di te» (Is 62, 4-5).

P.Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 16 febbraio 2021

Bisogna fare una distinzione: un conto è l’esser Maria figlia di Gioacchino ed Anna e un conto l’esser figlia del Padre.

 

 

Giaquinto Corrado - 1755-1756 - Madrid, Museo del Prado

La Santissima Trinità, la Vergine e santi

 

Immagini da internet


[1] L’adultera doveva essere lapidata, mentre l’adultero la faceva franca; nel contempo si pretendeva maggior virtù nella donna: la fidanzata doveva essere vergine, mentre il fidanzato poteva già essersela spassata con altre donne. Al maschio interessava godere lui della donna. Se poi la donna non godeva del maschio, si doveva adattare oppure faceva la prostituta. L’uomo poteva avere molte donne; la donna doveva accontentarsi di uno solo. Il maschio comandava alla donna;ma non si concepiva una donna che comandasse al maschio. I S.Giuseppe non erano frequenti.

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