Presbiterato e diaconato: due gradi del sacramento dell’Ordine


Presbiterato e diaconato: due gradi del sacramento dell’Ordine

Ha destato scalpore la recente dichiarazione del noto prete bolognese Don Giovanni Nicolini, il quale ha riferito che in Amazzonia ad alcuni diaconi verrebbe concesso dal loro vescovo di dir Messa. Diciamo subito che se la notizia fosse vera, l’eventuale vescovo avrebbe concesso al diacono un permesso nullo e sacrilego, perché non è assolutamente in potere del vescovo dare permessi o incarichi di questo genere, che oltrepassano le sue facoltà canoniche. 

Sarebbe come se, volendo fare un paragone alla buona, un docente universitario  incaricasse uno studente di terza media a tenere lezione al suo posto. E non basta obiettare che, in fin dei conti, per dir Messa materialmente, seguendo le rubriche del Messale, come potrebbe fare un attore, non occorre avere chissaquali qualità pratiche o culturali o conoscenze teologiche, ma basta un po’ di buona volontà e di attenzione.  

Ma ragionare così vuol dire non avere l’idea della condizione spirituale necessaria ad un soggetto per dir Messa. E non avere l’idea di quelli che sono i limiti della potestà episcopale. È vero che il vescovo rende partecipe il diacono della grazia del sacramento dell’ordine, che il vescovo possiede in pienezza. Ma nell’essenza dei poteri episcopali e nell’essenza dell’esser diacono è scritta sia l’impossibilità che un vescovo renda partecipe un diacono del suo potere di dir Messa,  sia l’impossibilità del diacono di dir Messa. 

Volendo fare un paragone tratto dalla psicologia, anche se non del tutto adeguato, potremmo dire che sarebbe come se l’intelletto, del quale il senso è una qualche imperfetta partecipazione, volesse elevare il senso così da trasformarlo in intelligenza: cosa impossibile, perché negherebbe la differenza essenziale ed invalicabile che c’è fra senso e intelletto. 

I tre gradi del sacramento dell’ordine – diaconato, presbiterato, episcopato – con la precisazione che il dir Messa è riservato al presbitero ed al vescovo, sono di antichissima Tradizione apostolica e sono già stati definiti dogmaticamente dal Concilio di Trento e ribaditi dal Concilio Vaticano II. E dato che è stato Gesù Cristo a istituire il sacramento dell’ordine, non è pensabile un mutamento in quelli che sono i poteri specifici propri deil  tre gradi del sacramento.

È vero che dalle narrazioni evangeliche non risulta che Cristo abbia istituito il diaconato come grado del sacramento dell’ordine. La sua esistenza risulta invece dagli altri scritti del Nuovo Testamento (At 6, 3.5; Fil 1,1; I Tm 3, 8-13). L’ufficio del diacono, però, benchè appartenente al sacramento dell’ordine, non è un ufficio sacerdotale[1], appunto perchè il dir Messa caratterizza in esclusiva l’ufficio sacerdotale. E per questo il diacono non può dir Messa. 

Che significa questa fondazione del diaconato sul sacramento dell’ordine senza che il diacono sia sacerdote? Che l’ordine è più ampio del sacerdozio. Non conosciamo le ragioni ultime di questo fatto, perché sono nascoste nel mistero della volontà di Cristo. La ragione umana non è in grado di dimostrare il perchè ultimo della distinzione dei tre gradi dell’ordine. Dobbiamo avere l’umiltà di accoglierla con fede dalla volontà di Cristo. 

Non conosciamo né possiamo conoscere il perché ultimo dei precisi compiti propri di ciascun grado, dei quali ci parla la Chiesa sin dall’epoca apostolica, certamente in ottemperanza a precisi ordini di Cristo, dei quali, però, non abbiamo espliciti attestati neotestamentari. Ci risulta chiaro il fatto che il vescovo può fare quello che fa il presbitero e questi ciò che può far il diacono, in base al fatto che il più contiene il meno. Ma non sappiamo perchè i gradi sono proprio tre e non ad esempio, due o quattro, e proprio con quelle precise mansioni e non con altre.  E perché le donne non possono essere sacerdote. 

Ma non dobbiamo meravigliarci. L’ordine ecclesiastico non è come l’ordine che noi possiamo imporre ad una macchina o ad una società di nostro conio, dove tutto ha un perché in base alle  nostre ragioni. Nel caso della Chiesa siamo invece sì davanti a una società umana, ma le cui radici celesti e i cui fini escatologici e quindi le ragioni del suo funzionamento e del suo organizzarsi ci sfuggono, perché ideati e sorretti da una Mente divina, quella d Cristo, che è nostro Dio e nostro Signore. Dobbiamo quindi prendere atto con fiducia di ciò che Cristo ha stabilito, senza brontolamenti o pretese razionalistiche, tanto più che i risultati, come sappiamo bene da 2000 anni di cristianesimo, sono superiori ad ogni previsione  e superiori ad ogni  aspettativa.

Inoltre, c’è da far presente che l’organizzazione, la coesione e l’unità della Chiesa non dipendono solo da un principio giuridico di ordine gerarchico sacerdotale, che stabilisce connessioni istituzionali, fisse, disciplinate, invariabili e strutturali di giustizia, cose che fanno assomigliare la Chiesa alla società civile, ma anche dall’influsso dello Spirito Santo e dei suoi doni, che introduce un fattore di comunione, di libertà, di spontaneità e di reciprocità, che rende la Chiesa simile a una famiglia o a un’associazione di amici o addirittura, secondo l’ardita espressione di S.Paolo, a un corpo organico. E qui la donna ha il suo specifico ed insostituibile campo d’azione nelle opere della carità, sempre in movimento e sempre nuove secondo l’imprevedibile soffio dello Spirito, a seconda delle necessità dei tempi e dei luoghi.

Il sacramento dell’ordine è il fattore di ordine nella Chiesa, è il principio del suo meraviglioso ordinamento, è ciò che fa sì che essa sia una società sapientemente ordinata. La Chiesa possiede un ordine costitutivo ed essenziale immutabile, stabilito da Cristo stesso, e che è l’effetto dell’azione del sacramento dell’ordine, anzitutto del carisma apostolico sotto la presidenza di Pietro, assistito dalla grazia dello Spirito Santo, che è il divino mistico e profetico Fattore della sapienza, della santità, dell’unità e della comunione ecclesiali. 

L’ordine, infatti, nella sua essenza metafisica, è la convergenza o convenienza proporzionata, stabile, coerente, armoniosa e regolare di una pluralità di parti accordabili fra di loro e funzionali le une alle altre, sotto la supervisione e la mozione organizzativa di un principio razionale, provvidente ed intelligente, creatore dell’unità nella molteplicità.

 Ordine è così il comando del rettore dell’ordine, atto a creare e mantenere intatto e sviluppare l’ordine del tutto ben ordinato. Il sacramento dell’ordine è il sacramento creatore, fautore, promotore e difensore dell’ordine nella Chiesa e della Chiesa, in modo che essa sia quella società bene ordinata, quale l’ha voluta Cristo. Il sacramento dell’ordine crea nella Chiesa un ordine gerarchico, secondo due gradi di partecipazione del sacramento episcopale, quello diaconale e quello presbiterale, partecipazione della pienezza del sacerdozio, data dall’episcopato. 

Il vescovo, in circostanze speciali, può delegare un presbitero di amministrare il sacramento della cresima, normalmente di spettanza del vescovo. Ciò è reso possibile dal fatto che qui si tratta di una facoltà virtualmente presente nel potere presbiterale. Similmente anche per quanto riguarda l’esorcistato, un vescovo può delegare o incaricare un presbitero a praticare gli esorcismi, facoltà che normalmente appartiene solo al vescovo.  Molto diversa è la questione se un diacono può essere delegato dal vescovo a dir Messa. In questo caso il vescovo non può dare nessuna delega, perché nell’essenza stessa dell’ufficio diaconale è del tutto assente la facoltà di dir Messa.

Vogliamo dunque sperare che episodi come quello raccontato da Don Nicolini, sempre che siano veri, non abbiano più a ripetersi, perchè il popolo di Dio costatando che ogni giorno che passa ce n’è una nuova, è già molto turbato da troppi scandali, perché si debba aggiungere anche questo. I pastori devono rendersi conto che la pazienza dei buoni fedeli è ormai giunta al limite, per cui bisogna che si decidano ad essere sinceri e zelanti rappresentanti del buon Pastore, se non vogliono tirarsi addosso le maledizioni degli uomini e di Dio.

P.Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 18 settembre 2019


[1] Cr Lumen Gentium, 29.

2 commenti:

  1. Sono totslmente d'accordo con P. Cavalcoli. la sua riflessione, chiarissima ed esauriente, mi ha richiamato alla mente quello che ha scritto Romano Amerio (IOTA UNUM,Fede % Cultura 2017, pag. 162) a proposito delle parole dello Spirito Santo in At 13, 2: "Segregate mihi Saulum et Barnabam". Il sacerdozio introduce nella specie umana un carattere soprannaturale per il quale il prete è "separato". Ma i "neoterici" non lo accettano.

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  2. È proprio così. Infatti “clero” viene dal greco kleros, che significa «porzione», ossia «una cosa-a-parte». Impegno speciale del prete è di essere separato dal peccato e tutelato dal pericolo di peccare, ma non separato dal peccatore. Al contrario, il prete deve frequentare i peccatori non certo per imitarne i peccati o per indulgere ad essi, per quanto debba essere misericordioso, ma come il medico, il quale, se vuol assolvere alla sua missione, deve evidentemente frequentare i malati, altrimenti come li guarisce? E deve egli stesso essere sano, altrimenti come fa un medico malato a guarire i malati?
    Il prete deve conoscere i peccati per poterli togliere, ma deve conoscerli solo intellettualmente, e non per esperienza, se no peccherebbe. In questo senso dev’essere «separato» dal peccato, ossia deve curare il più possibile la sua salute spirituale, proprio per poter guarire peccatori.

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