giovedì 31 marzo 2022

Dialogo tra Francesco e Cirillo a proposito della guerra in Ucraina

 Dialogo tra Francesco e Cirillo 

a proposito della guerra in Ucraina

F - Caro Cirillo, vorrei parlarti,

C - Che c’è, Francesco?

F - Vorrei tornare su quello che ti ho detto di recente e vorrei parlarti francamente, da fratello a fratello in Cristo.

C - Parla

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mercoledì 23 marzo 2022

Il Papa e la guerra/ Da Fatima a Kiev e Mosca (2) (3) (4)

domenica 20 marzo 2022

Il Papa e la guerra/ Da Fatima a Kiev e Mosca (1)

Il Papa e la guerra

Da Fatima a Kiev e Mosca (1)

Il Papa e la guerra/ Da Fatima a Kiev e Mosca (1)
Giovanni Cavalcoli

Il prossimo 25 marzo, Solennità dell’Annunciazione di Maria, il Papa, su richiesta dei Vescovi dell’Ucraina, consacrerà l’Ucraina e la Russia al Cuore Immacolato di Maria. Questo atto di grande rilievo del Santo Padre appare alquanto significativo ed opportuno in questi giorni nei quali il mondo è in ansia per il timore di un peggioramento del conflitto e il nostro cuore è straziato per la morte, le sofferenze e le crudeltà patite da tanti cittadini ucraini inermi, che vedono distrutte le loro case da ordigni bellici e si vedono costretti ad emigrare all’estero in condizioni di estremo disagio ed incertezza del futuro.

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Da: https://aurelioporfiri.substack.com/

- https://aurelioporfiri.substack.com/p/il-papa-e-la-guerra-da-fatima-a-kiev?s=r 


domenica 13 marzo 2022

Dignità e limiti del pensiero - Quarta Parte (4/4)

 Dignità e limiti del pensiero

Quarta Parte (4/4)

Confusione fra pensiero in generale e pensiero divino

L’idealista dichiara di parlare del pensiero «in senso metafisico» descrivendolo però con caratteristiche proprie del pensiero divino. Ma ecco che poi egli passa ad attribuire al proprio pensare queste caratteristiche. Parla del pensiero, ma lascia capire che si riferisce al suo pensiero. Occorre scoprire - dice un idealista - la solitudine del pensiero, che chiude in sé tutto. Nel guardare dentro noi stessi noi scopriamo la dimensione solitaria e onninclusiva del pensiero. Ciò che è solo non manca di nulla. L’atto del pensare è intrascendibile. Non c’è un fuori del pensiero. Il pensiero come atto o il pensare è l’estensione infinita dell’essere. Il pensiero e l’essere sono la stessa cosa.

L’idealista non parte da una nozione generale del pensiero veramente metafisica, come presenza dell’ente alla mente o come atto per il quale la mente conviene intenzionalmente con ogni cosa, distinguendo tra pensiero umano e pensiero divino, ma, come abbiamo visto, definisce il pensiero che chiama «metafisico» nei termini del pensare divino, cosicchè, quando si tratta di definire il pensare umano, egli non ha altra scelta: o identificarlo col pensare divino, dove non c’è un dentro e un fuori, oppure avvilirlo e degradarlo su di un piano meramente psicologico sensitivo o cosmologico, il che comporta effettivamente il dentro e il fuori del pensiero, ma su di un piano rozzamente ed esclusivamente spaziale. 

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San Tommaso d'Aquino

 

Vi sono idealisti che, per sostenere la loro tesi della precedenza del pensare rispetto al conoscere, pretendono di utilizzare addirittura la dottrina di San Tommaso, quando, se c’è un filosofo che spiega chiaramente come il pensare ha origine dal conoscere, questo è proprio San Tommaso.

Ora, come si sa, l’Aquinate spiega l’attività conoscitiva con la funzione dell’intelletto agente, 

che è l’intelletto in quanto, illuminando le immagini tratte dai sensi, evidenzia la loro intellegibilità in modo tale che il medesimo intelletto, nella sua funzione illuminante, astrae l’essenza universale intellegibile della cosa, (quidditas rei materialis), dal concreto dell’individuale percepito dal senso,

mentre l’essenza viene colta dall’intelletto ricevente o «possibile», il quale pertanto è l’intelletto nella sua funzione propriamente conoscitiva. 

L’intelletto agente, dunque, non conosce, ma fa conoscere.

Per San Tommaso l’intelletto agente è la condizione d’intellegibilità dei contenuti intellegibili sensibili, è la luce che li rende visibili. Questa condizione non è fondamentalmente l’essere, ma è la luce che permette di vedere l’essere. L’intelletto agente, quindi, non coincide affatto con l’essere. Per cui non è affatto vero che nell’intelletto umano pensiero ed essere si identificano. 

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sabato 12 marzo 2022

Dignità e limiti del pensiero - Terza Parte (3/4)

    Dignità e limiti del pensiero

Terza Parte (3/4)

Conoscere e pensare

Un errore dell’idealista è l’inversione del rapporto conoscere-pensare, conoscenza-coscienza. Pensare e conoscere sono indubbiamente entrambi atti intenzionali dell’intelletto aventi per oggetto un intellegibile. Oggetto del pensare, però, è il semplice possibile, giacchè l’impossibile o contradditorio è impensabile.

Oggetto del conoscere o sapere è invece il reale, l’esistente. In realtà non è il conoscere che deriva dal pensare, quasicchè questo afferrasse l’essere in modo originario, ma è il pensare che deriva dal conoscere, perché il primo contatto con l’essere è dato dal conoscere e precisamente dal contatto con l’essere delle cose sensibili.

È solo dopo questo contatto iniziale con l’essere concreto e materiale che si apre al nostro intelletto l’orizzonte infinito dell’essere, per il fatto che l’intelletto si accorge che il suo oggetto principale, al di là di questo ente particolare ed empirico, è l’essere come tale. E puntando l’attenzione su di esso e, vedendolo causato, s’accorge che l’oggetto ultimo e supremo dell’intelletto è la conoscenza dell’essere assoluto, Dio.

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 ontanellato, 8 marzo 2022

Gustavo Bontadini

Gustavo Bontadini ha detto che «l’idealismo è inconfutabile». Si è sbagliato. 

Infatti San Tommaso, benché sia vissuto in un tempo nel quale l’idealismo non esisteva ancora, ebbe, nel suo genio profetico, l’intuizione dell’essenza dell’idealismo e distrusse questa mostruosità del pensiero in poche battute, come Davide che uccise Golia. Egli fece la semplice osservazione che prendere per oggetto della conoscenza non le cose ma le idee (species) delle cose conduce ad insanabili contraddizioni. Egli fa leva su due argomenti: primo, se l’idealismo fosse vero, le scienze non sarebbero scienze del reale, ma delle nostre idee; secondo, ne seguirebbe il soggettivismo: il fatto che A sembri a me B e a te non-B porterebbe la conseguenza che A è simultaneamente B e non-B, il che è assurdo.

La verità ontologica è indubbiamente il fondamento reale della verità gnoseologica o del giudizio, ma la ragione di verità, ossia l’adaequatio suppone il rapporto del pensiero con l’essere e non il semplice essere, che in tal modo viene ridotto a pensiero.

Il trascendentale continua ad essere la proprietà dell’io penso o dell’autocoscienza cartesiana, cosicchè tutto diventa l’io, lo spirito, la coscienza e il pensiero e non vi è più posto per l’essere materiale, disprezzato ed emarginato nell’apparenza e nell’illusione, salvo poi il verificarsi della vendetta della materia con le attuali  teorie della interpretazione cibernetica del pensiero (la cosiddetta «intelligenza artificiale»), o la confusione fra neurologia e gnoseologia o il ritorno della vecchia teoria positivista del pensiero come emanazione del cervello o l’assimilazione del pensare al funzionamento di macchina. 

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venerdì 11 marzo 2022

Dignità e limiti del pensiero - Seconda Parte (2/4)

  Dignità e limiti del pensiero

Seconda Parte (2/4)

Dall’idealismo allo gnosticismo

Alla luce dell’insegnamento del Papa sullo gnosticismo, risulta naturale ed utile continuare a fare attenzione al vecchio idealismo trascendentale tedesco, ma con un occhio particolare al rinato gnosticismo, che costituisce l’ambizione di fondo dell’idealismo, che ha avuto il suo culmine in Hegel, il quale con la sua tesi della «scienza assoluta», è la proposta gnostica più seducente nel nostro tempo.

Limitarsi alla denuncia dell’idealismo oggi è dunque ancora troppo poco, benché sia sempre utile, perché l’idealismo continua ad ingannare i filosofi; e se inganna i filosofi, figuriamoci la gente comune. Infatti, benché l’idealismo sia contrario al senso comune ed appaia ad esso una pazzia, tuttavia gli idealisti sono così astuti da far apparire il comune buon senso un’ingenuità per non dire un’illusione, persuadendo con sottili sofismi, che hanno l’apparenza della genialità, che la sapienza sta nel rendersi conto che le cose non esistono al di fuori di noi indipendentemente da noi, ma sono prodotti del nostro pensiero.  

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La tentazione gnostica è quella di invaghirsi narcisisticamente e di inebriarsi della stupenda e meravigliosa facoltà di pensare per confidare eccessivamente nella forza del proprio pensiero.

Il pensare trascende tempo e spazio e si apre all’universale, allo spirituale, alla totalità, all’eternità. Oltrepassa ogni limite e si apre all’infinito. «Infiniti spazi nel pensier mi fingo».  Il pensiero è come un uccello, spicca il volo, si libra nell’aria senza appoggi materiali, lascia la terra e vola in cielo. Per questo l’angelo ha le ali Il pensiero, come dice Giuseppe Verdi, ha le «ali dorate». Il pensare ci rende grandi, magnanimi, giganti, immortali. 

È impossibile un pensare separato da qualcosa che viene pensato. Il pensiero è distinto dall’essere, che ne è l’oggetto; ma nel contempo ne è strettamente relazionato, tanto che o si pensa un oggetto o non si pensa affatto. 

Il pensiero può avere se stesso per oggetto, ma solo perché il pensiero pensato diventa un oggetto, oggetto del pensiero.

A differenza del pensiero divino esistente ab aeterno, il pensare umano conosce interruzioni e riprese, uno svolgimento, uno sviluppo, un’evoluzione, ha una storia. Avanza e retrocede nel tempo, a differenza del pensiero divino, che è tutto attualissimo in un istante, atto eterno, certissimo e fermissimo, luce infinita, immutabile e sconfinata, onnicomprensivo, onnipervadente, onnipenetrante, onniavvolgente e senza origine e senza fine.

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giovedì 10 marzo 2022

Dignità e limiti del pensiero - Prima Parte (1/4)

 Dignità e limiti del pensiero

Prima Parte (1/4)

Signore, non si inorgoglisce il mio cuore

 e non si leva con superbia il mio sguardo

Sal 130,1

L’avanzata dell’idealismo 

Assistiamo oggi in campo teologico ad un forte ritorno di idealismo, che, sotto pretesto del progresso della teologia promosso dal Concilio Vaticano II, riprende l’equivoco progetto modernistico già a suo tempo condannato nella Pascendi di San Pio X.

Che cosa è esattamente l’idealismo? Lo dice la parola stessa: è l’anteporre l’idea alla realtà, il credere che il reale non ci sia dato prima e indipendentemente dalle nostre idee, ma che esse siano e debbano essere il principio del reale. Quindi il sapere non è dato dall’adeguare le nostre idee a una realtà esterna a noi, ma consiste nella presa di coscienza che siano noi, come Io assoluto o Idea assoluta o Pensiero assoluto (gnosi), a porre sia il reale che le nostre idee ad esso conformi. L’idealismo fu condannato da San Pio X nell’enciclica Pascendi sotto il nome di «immanentismo» e da Pio XII nell’enciclica Humani Generis del 1950.

L’idealismo sostiene fondamentalmente l’identità dell’essere col pensare o, come diceva Schelling, dell’ideale col reale o, come diceva Hegel, del razionale col reale; sicchè, sempre secondo Hegel, la cosa s’identifica col concetto della cosa, la metafisica s’identifica con la logica, per giungere oggi a Rahner, per il quale la gnoseologia s’identifica con la metafisica con l’antropologia con la cristologia e con la teologia. Tutto è uno perchè tutto è Dio. E abbiamo il panteismo.

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Papa Francesco ha più volte denunciato l’avanzata dell’idealismo, consistente, come egli dice, nella negazione del primato della realtà sull’idea.

Papa Francesco, oltre a riprendere la tradizionale condanna dell’idealismo, ha avuto la felicissima ed opportunissima idea pastorale di condannare anche lo gnosticismo, cosa finora mai fatta dal Magistero pontificio.

Quello che affascina i moderni nel pensiero idealista è l’apparenza di essere un pensiero critico, che supererebbe l’ingenuità del realismo medioevale. Sarebbe la cosiddetta «filosofia moderna» nata da Cartesio, la quale tutti noi oggi, a sentire gli idealisti, oggi i modernisti, dovremmo accogliere per essere «moderni», così come oggi usiamo il trattore e non più l’aratro, l’automobile e non più il calesse, l’aereo e non più la nave a vela, i capelli naturali e non più la parrucca. 

 

L’idea per Cartesio non è più ricavata dalla realtà esterna, come per Tommaso, ma è la realtà che è affermata in base all’idea, che quindi diventa l’oggetto primo dell’intelletto al posto dell’ente esterno. Da qui il termine «idealismo». E ciò vale per conseguenza anche per la questione dell’esistenza di Dio.

La dottrina della creazione suppone l’accettazione del principio di causalità efficiente e motrice, e quindi la distinzione dell’ente in potenza ed atto, nonché materia e forma. Invece l’idealismo pretende di spiegare il divenire e la storia con semplici schemi gnoseologico-logici, per esempio l’essere-apparire in Severino, la dialettica in Hegel. La creazione, per loro, non è altro che l’essere che appare come empiria o l’essere dialettico che si fa storia.

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martedì 8 marzo 2022

La missione del sacerdote - Terza Parte (3/3)

   La missione del sacerdote 

Terza Parte (3/3)

La svalutazione dell’ideale sacerdotale proviene da Lutero

Lutero racconta che alla sua prima Messa fu preso da una tale angoscia e da un tale spavento che avrebbe voluto fuggire dall’altare. Come mai? Di lì a pochi anni avrebbe respinto il sacramento del sacerdozio come invenzione papista, azione magica e masochista, mancanza di fede in Cristo, legalismo farisaico, ipocrita esibizione di santità, occasione per dominare le coscienze, sorgente di guadagni simoniaci, inutile freno alla concupiscenza.

Lutero aveva un ambiguo rapporto col demonio. Da una parte lo cacciava come tentatore. Chi visita la cella del castello della Wartburg che ospitò Lutero, può notare ancora sulla parete una macchia di inchiostro del calamaio, che Lutero lanciò contro il diavolo che gli era apparso e lo tentava. Nell’accingersi a presenziare alla famosa dieta di Worms, dove avrebbe difeso le sue idee, Lutero raccontò che ci fossero stati là anche 10.000 diavoli, egli non aveva paura. 

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Lutero ha diffuso nella Chiesa un’immagine del ministro di Cristo e del Vangelo, che non è quella del vero sacerdote o diciamo schiettamente non è quella del sacerdote, ma del «pastore», immagine che certamente Cristo si attribuisce, mentre è vero che non dice mai di essere sacerdote. E difatti non lo era secondo il sacerdozio dell’antica Legge.

È solo riflettendo a ciò che aveva fatto e detto all’ultima Cena, messo in relazione alla crocifissione del giorno dopo e con alcune frasi misteriose, che aveva pronunciato, come per esempio sul dare la propria vita in riscatto di molti, sulla necessità di portare con lui la propria croce, sul fatto che sarebbe stato «elevato da terra» e che era stato chiamato da Giovanni «Agnello di Dio».

È solo mettendo assieme tutti questi elementi e questi ricordi che gli apostoli si accorsero che Gesù era stato sacerdote, ed anzi in maniera somma, unica, perfettissima ed efficacissima in ordine all’offerta al Padre di un sacrificio veramente a Lui gradito, atto ad ottenere per tutta l’umanità il perdono, la salvezza e la vita eterna.

 

Lutero ebbe la felice idea di mettere in luce il sacerdozio comune dei fedeli fondato sul battesimo. La proposta di Lutero è stata accettata dal Concilio Vaticano II con la precisazione, trascurata da Lutero, che quel sacerdozio è distinto «non solo per grado, ma anche per essenza» dal sacerdozio fondato sul sacramento dell’Ordine, detto sacerdozio ministeriale od ordinato. Inoltre il Concilio ha precisato che il sacerdozio dei fedeli è rafforzato dal sacramento della cresima, notoriamente ignorato da Lutero.

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