Visualizzazione post con etichetta Giuseppe Barzaghi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giuseppe Barzaghi. Mostra tutti i post

19 agosto, 2026

Il falso concetto di fede di Severino - Terza Parte (3/3)

 

Il falso concetto di fede di Severino

Terza Parte (3/3)

 

6. «Affinchè la ‘storia della salvezza’ divenga problema, il ?Verbo’ deve essere allora innanzitutto pensato come ‘eternamente presso Dio’ ed eternante ‘presso la carne’; e il suo diventar carne deve innanzitutto significare che il Verbo che è eternamente presso la carne è entrato nell’apparire. Solo a questo punto, dinanzi alla verità dell’essere può aprirsi la domanda se la parola di Gesù, riascoltata al di fuori del ‘mondo’, sia il Verbo che parla in verità della nascosta luminosità del Tutto» (p.381).

Severino pretende di giudicare «alla luce della verità dell’essere», ossia alla luce della visione parmenidea dell’essere la parola di Cristo. Dunque secondo lui non occorre credere in Cristo per sapere chi egli è e per conoscere la verità della sua parola e quindi della interpretazione che di questa parola ci viene dalla Chiesa, ma è sufficiente la nostra ragione illuminata dall’essere parmenideo. 

Continua a leggere:

 https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/il-falso-concetto-di-fede-di-severino_0524102003.html

Severino pretende di giudicare «alla luce della verità dell’essere», ossia alla luce della visione parmenidea dell’essere la parola di Cristo. … Ecco di nuovo la ragione che pretende di conoscere Dio indipendentemente e al di sopra della fede. Qui vediamo quanto è giusto il rimprovero fatto a Severino dalla Congregazione, quando gli ha contestato di porre la ragione e la filosofia al di sopra della fede e del dato della rivelazione cristiana. Questo è puro gnosticismo e il bello è che Severino, come abbiamo visto, osa accusare la Chiesa stessa di gnosticismo perché insegna la superiorità della fede sulla ragione.

La carne di Cristo esiste dall’eternità nella mente di Dio, non nell’effettività della storia, perché Dio l’ha creata dal nulla e Maria l’ha generata 2000 anni fa e prima non esisteva nel mondo, ma solo in mente Dei. Gli enti materiali di questo mondo, compresa la carne di Cristo, a parte il loro essere in Dio, non sono enti eterni a noi nascosti, preesistenti ab aeterno in se stessi al loro apparire empirico fra noi in un certo momento del tempo e luogo dello spazio.

Leggendo le opere di Severino si ha l’impressione di leggere un trattato di geometria, non di filosofia. È la stessa impressione che si ha leggendo Spinoza. Ma lui almeno lo dice apertamente: «more geometrico demonstrata». Invece Severino è convinto di far filosofia. Infatti in Severino tutto è evidente, tutto è dedotto, tutto è fisso, tutto è certissimo, tutto è fermo, tutto è immobile, tutto è schematico, tutto è dimostrato, tutto è logico, ragionato, incontrovertibile, tutto è indiscutibile, tutto è determinato dal destino, o così sembra o vorrebbe farci credere. 

 

Manca l’azione, la vita, il movimento, il concreto, il mutamento, il progresso, il divenire. Da che cosa dipende questa impressione non priva di fondamento? Dal fatto che Severino considera bensì la causa formale, la struttura, l’ordine, l’impianto, l’essenza, le relazioni, l’universale, le idee, i concetti, ma non la causa agente, efficiente e produttiva, proprio come si dà negli enti logici o matematici. Pertanto non considera la realtà esterna, ma un sistema di idee o di concetti o di proposizioni che possono apparire ben connessi e congegnati, ma circa i quali uno, in fin dei conti, quando ci capisce qualcosa, si domanda: a quale realtà si riferisce l’Autore? Di che cosa sta parlando? Che cosa ci vuol mostrare? Infatti non sono concetti e giudizi che ti fanno capire la realtà, ma semplicemente le idee di Severino.

È quindi paradossale in Severino la compresenza di un odio contro la fede, la Chiesa e il cristianesimo che arriva fino alla bestemmia, con l’avanzare istanze sacrosante dello spirito, che solo il cristianesimo può soddisfare in pienezza. Si capisce che un Barzaghi abbia voluto accostarlo a San Tommaso. Tuttavia, chi lo ha capito veramente, a mio giudizio, con un’adeguata critica, non è stato Barzaghi, il quale compromette San Tommaso per seguire Severino, ma è stato il Padre Fabro tanto che lo stesso Severino gli ha detto di averlo capito, e il Padre Fabro non gliele manda a dire, avendo espresso su di lui un severissimo giudizio. Mentre non mi risulta Severino abbia mai lodato il Padre Barzaghi per l’accostamento che egli fa di San Tommaso al suo pensiero.

Immagini da Internet:
- Madonna della seggiola, Raffaello
- Santa Sede, Roma 

15 luglio, 2026

II Dio di Giuseppe Barzaghi. È anche il Dio di Avvenire?

 

II Dio di Giuseppe Barzaghi

È anche il Dio di Avvenire?

 

Un interessante rapporto fra Dio e la grammatica

Avvenire del 7 luglio scorso ospita a p.20 un’intervista di Andrea Galli a Padre Giuseppe Barzaghi dal titolo: «Dio si nasconde nella grammatica». Galli ha preso occasione dell’intervista dalla recente pubblicazione del libro di Barzaghi Filosofia della grammatica. Dai nomi alle cose e dalle cose a nomi per le Edizioni Studio Domenicano di Bologna.

 Il Padre Barzaghi in questa intervista dice molte cose giuste e profonde. È molto suggestiva l’idea che Dio possa nascondersi dietro gli umili segni della grammatica,  questa simbologia che regola l’uso di una data lingua, e che tutti siamo tenuti ad imparare se vogliamo comunicare con gli altri. Essa è un mezzo di comunicazione fra uomini di qualunque idea, religione e cultura, anche tra credenti ed atei. La grammatica in tal modo è un potente strumento di comunione universale all’interno di una data area linguistica. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/ii-dio-di-giuseppe-barzaghi-e-anche-il.html


Il predicato dell’essere possiede comunemente un predicato nominale, per es. io sono un uomo, il sole è caldo, l’uomo è una persona. Per questo comunemente l’essere è la copula del giudizio, non significa da solo, ma, come dice Tommaso al seguito di Aristotele, "consignifica" unendo soggetto e predicato.

Immagine da Internet

29 novembre, 2025

Che cosa è il nichilismo? - Quinta Parte (5/5)

 

Che cosa è il nichilismo?

Quinta Parte (5/5)

 

L’esistenza di Dio secondo Barzaghi

Siccome per Barzaghi l’essere è Dio, perché l’essere s’identifica con l’ipsum esse, ne viene che negare l’esistenza di Dio è come negare l’esistenza dell’essere, è affermazione contradditoria e nichilistica. Ma le cose non stanno così: mentre è certamente contradditorio e nichilistico dire che l’essere è niente, la proposizione «Dio non esiste» è sì una proposizione stolta, ma ha un senso intellegibile, e può sembrare vera, perché pone davanti al pensiero due oggetti: il concetto di Dio come ente supremo o causa prima e il concetto dell’esistenza che è intuitivo.

Egli, seguendo Bontadini, sostiene la possibilità di quella che essi chiamano «via breve» per dimostrare l’esistenza di Dio facendo a meno dell’uso del principio di causalità efficiente, come fa Tommaso al seguito di Rm 1,20 e Sap 13,5. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/che-cosa-e-il-nichilismo-quinta-parte-55.html

Un altro errore di Barzaghi circa il concetto della creazione è il fatto che egli risolve la creatura nel suo esser creata. Ma così succede che cade nel panteismo. Infatti l’atto del creare in Dio, benchè sia effetto del suo libero arbitrio, coincide con l’essenza divina, per cui se la creatura si risolve nell’esser creata, e quindi in questo atto, sia pur passivamente, succede che la creatura s’identifica con Dio.

Infatti, l’esser creato non è altro che il passivo dell’attivo creare. Ma l’atto, passivo o attivo che sia, è sempre atto divino identico a Dio. Se pertanto la creatura viene definita da questo atto e identificata con esso, sia pure in forma passiva, come atto ricevuto, la creatura finisce per identificarsi con Dio stesso, ossia con l’atto creativo coincidente con l’essenza divina. Ora, se l’essenza della creatura coincide con l’essenza divina, è chiaro allora che abbiamo il panteismo.

Occorre invece dire che l’essere creata per la creatura non coincide con la sua essenza, ma è accidente che le si aggiunge.

In linea con l’identificazione che gli fa della creatura col suo esser creata, egli dà prova di un nichilismo, che da una parte annulla il mondo nella sua finitezza, e dall’altra comporta un’assolutizzazione del mondo, cosa che conduce al panteismo. 

 

Immagine da Internet: La Creazione, Mosaico Monreale

28 novembre, 2025

Che cosa è il nichilismo? - Quarta Parte (4/5)

 

Che cosa è il nichilismo?

Quarta Parte (4/5)

 

La metafisica di Barzaghi

Barzaghi dà il primato al pensiero sull’essere e quindi dell’ideale (o dell’«esemplare», come egli dice) sul reale, mostrandosi nella linea dell’idealismo di Cartesio, Hegel e di Gentile, che gli fu mediato dal suo maestro Bontadini. Il pensiero lo chiama «intero» e il reale «totalità». Il pensiero è inteso come una forma che riceve il contenuto, cioè l’essere, che è inteso come essere pensato; da cui l’identità di pensiero ed essere. Dice, seguendo Bontadini:

«L’Intero non è la Totalità del reale; l’Intero è l’ambito entro cui si indaga intorno alla totalità del reale, in cui si pone l’idea di questa totalità e il relativo problema. Sinonimo di Intero sono “implesso originario”, “struttura originaria”, “orizzonte circonfondente”, “ordine teoretico”, “atto del pensiero”»[1]. L’essere è inteso come pensiero autocosciente sussistente avente per oggetto l’essere come essere pensato. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/che-cosa-e-il-nichilismo-quarta-parte-45.html

Come dice Hegel, «Dio non è Dio senza il mondo». E questo insieme Dio-mondo, al di fuori del quale non c’è nulla, come non c’è nulla al di fuori dell’essere, viene chiamato l’«Intero». … Il vero dualismo non è la nozione analogica dell’essere, ma è nascosto nella nozione univocista e monista di Parmenide.

Per Barzaghi, Dio non crea ponendo ma negando; non crea entificando ma annullando. Non incrementa l’essere, ma lo finitizza. Questa concezione del finito come nulla era già stata espressa da Meister Eckhart e fu condannata da Giovanni XXII nel 1329: «omnes creaturae sunt unum purum nihil; non dico quod sint quid modicum vel aliquid, sed quod sunt unum et purum nihil» (Denz.976).

Ricordiamo anche la proposizione rosminiana condannata: «finita realitas non est, se Deus facit eam esse, addendo infinitae realitati limitationem» (Denz.3212). È lo stesso principio di Spinoza: «omnis determinatio est negatio». Nel creare Dio non incrementa l’essere, ma restringe il proprio.

Il Concilio di Firenze del 1442 dice che «in Dio tutto è uno». Non dice tutto è uno. Dire così vuol dire confondere tutto con tutto. È l’accusa che già Aristotele faceva a Parmenide. Se tutto è tutto, e ogni ente è ogni altro ente, togliamo le distinzioni, le diversità e le differenze. Ma Dio e gli enti sono enti determinati, distinti e differenti fra di loro. L’uno non è l’altro. … dire che tutto è uno porta al nichilismo.

Diverso invece e verissimo è dire che Dio è in tutte le cose, che tutte in lui sussistono e che in Dio tutto è uno, perché Egli, Essere perfettissimo che attua in Sé la totalità dell’essere, ottimo e massimo, è l’insieme unito di tutte le perfezioni nell’unità semplicissima della sua essenza, per cui Egli contiene in Se stesso tutto e ogni cosa, prima che esista fuori di Lui, contiene virtualmente nella sua essenza onnipotente, ogni cosa identica alla sua essenza, essenza divina che è identità assoluta di essere, pensiero e volontà, come la causa precontiene eminentemente in se stessa l’effetto.

Immagine da Internet: Meister Eckhart 

27 novembre, 2025

Che cosa è il nichilismo? - Terza Parte (3/5)

 

Che cosa è il nichilismo?

Terza Parte (3/5)

 

L’antinichilismo di Severino cela l’ombra del nichilismo

Nel panorama filosofico odierno, ancora impelagato nella nebbia del vecchio e o miope storicismo hegeliano e crociano, che si attarda nella grossolanità dello evoluzionismo materialista, che confonde la vita con la macchina, prigioniero della sensualità freudiana, immerso nella mistica del nulla, erede del soggettivismo luterano, infiacchito dal pensiero debole,  Severino oggi appare a molti come il faro che splende nelle tenebre, come la roccia sulla quale costruire la casa, come colui che rivela l’infinità dell’uomo,  come una quercia tra le canne sbattute dai venti, come la speranza contro  la minaccia del nichilismo.

Severino ha fatto della sua lotta contro il nichilismo per la verità dell’essere il punto cardine della sua impresa filosofica, ma avendo assunto una nozione di essere come quella parmenidea, spregiatrice del divenire e del molteplice, senza riuscire a evitare il concetto hegeliano del divenire, ed avendo frainteso la metafisica cristiana che egli accusa di nichilismo, è caduto in pieno nel nichilismo hegeliano. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/che-cosa-e-il-nichilismo-terza-parte-35.html

Severino si presenta e si proclama pertanto nel contempo e logicamente come implacabile nemico e denunciatore del nichilismo. … Ma dobbiamo segnalare con dispiacere la sua ben nota dottrina, che accusa il cristianesimo di nichilismo, giungendo a parlare di «follìa», riguardo alla dottrina della creazione, dottrina che, come è ben noto, comporta la produzione da parte di Dio delle cose dal nulla.

Infatti secondo lui il concetto di produzione dell’ente dal nulla sarebbe contradditorio perchè affermerebbe o implicherebbe l’affermazione che il non-essere è l’essere. Ma ciò non è affatto vero. 

Severino apprezza Parmenide come il primo e migliore enunciatore del principio di non-contraddizione: «l’essere è; il non-essere non è». Non gli va bene invece l’enunciato aristotelico che inserisce il riferimento al tempo. Invece tale riferimento è essenziale, per riconoscere la realtà del tempo, giacchè essere e non essere possono stare assieme se sono distanziati nel tempo e d’altra parte anche il diveniente ha una sua necessità, perché nel momento in cui è, non può non essere. Se una cosa prima non è e poi è - è il caso della creazione - non c’è alcuna contraddizione e non c’è alcun motivo per togliere o ignorare il prima e il poi perché si cadrebbe nel falso.

Notiamo che il riferimento metafisico fondamentale di Barzaghi, come quello di Severino e di Bontadini, non è l’ente analogico, uno e molteplice di Aristotele e della Scrittura, ma è l’essere parmenideo, l’unotutto. L’essere è l’essere divino e assoluto.

La distinzione tra essere necessario ed essere contingente è respinta come «dualismo» perché nega l’unotutto, concetto di origine parmenidea che era stato già sviluppato da Vladimir Soloviev, concetto che egli designa col termine russo vseedinstvo. In questa visuale si confonde la totalità dell’essere col Tutto divino. Così succede che tutte le cose sono Dio. E tutto è in tutto. Il mondo è Dio e Dio è il mondo. Non si distingue la natura umana dalla natura divina, per cui da qui sorge una cristologia eretica.

Immagine da Internet: Vladimir Soloviev

31 ottobre, 2025

La concezione idealistica della filosofia - Sesta Parte (6/6)

 

La concezione idealistica della filosofia

Sesta Parte (6/6)

Bontadini: il pensiero non ha bisogno di garanzie

Bontadini non accetta l’essere non pensato o pensabile extra animam, perché questo a suo dire sarebbe «dualismo».  Egli confonde l’esterno con l’estraneo. Non c’è nessuna estraneità e nessun dualismo fra essere e pensiero. Essi al contrario sono buoni amici. L’essere è estraneo solo quando il pensiero è nell’errore.

Il suo idealismo mostra di essere benintenzionato nel voler mirare all’essere, ma ahimè, questo essere è solo l’essere pensato. Ed inoltre Bontadini non comprende come il pensiero non è l’essere, ma è rappresentazione e intenzione di essere, subordinato all’essere, regolato dall’essere, con l’obbligo di adeguarsi all’essere. Il pensiero ha un essere spirituale. Ma esiste anche l’essere materiale.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/la-concezione-idealistica-della_69.html

Bontadini propone un concetto di filosofia, che risente chiaramente del monismo parmenideo, e che egli chiama «unità dell’esperienza», tale da congiungere realismo ed idealismo, e la chiama appunto «ideal-realismo» quasi a volersi porre da un punto di vista superiore che in realtà non esiste.

Barzaghi fa un parallelo tra il pensare e il conoscere in senso idealistico da una parte e la ben nota distinzione aristotelico-tomistica fra intelletto agente e intelletto possibile dall’altra, un parallelo del tutto sconveniente ed incongruo, giacchè l’intelletto agente tomistico nulla ha a che vedere con la concezione barzaghiana, idealistica, del «pensiero puro». Inoltre Barzaghi dice che «l’intelletto agente intende l’essere». «La luce che caratterizza per metafora l’intelletto agente è lo stesso essere».

L’intelletto agente tomistico non è affatto il «pensiero puro» del quale parla Barzaghi, perché allora dovrebbe identificarsi col pensiero divino. E neppure si può dire che intende l’essere. L‘intelletto agente non intende niente. È lo intelletto possibile che intende l’essere e, intendendolo, ne forma il concetto. L’intelletto agente fa intendere. È luce non perchè sia l’essere, ma perchè fa luce: illumina i fantasmi affinchè l’intelletto possibile ne ricavi la loro intellegibilità astraendo dai dati del senso.

Cartesio come Lutero ha voluto superare e demolire San Tommaso, continuamente invece raccomandato dai Papi fino a Papa Francesco e a Papa Leone. Non si tratta di un discepolato tomista orientato all’esclusiva condanna degli errori moderni, ma è un tomismo conforme alle prescrizioni del Concilio Vaticano II, ottimamente riflesse nelle Costituzioni dell’Ordine Domenicano e confermate da documenti pontifici postconciliari come la lettera Lumen Ecclesiae di San Paolo VI del 1974.

Occorre chiamare a raccolta tutte le grandi voci della filosofia moderna, quasi a formare un’immersa orchestra. Occorre però affidare l’accordo delle musiche e degli strumenti, nonchè la guida dell’esecuzione musicale a colui che Pio XI chiamò Dottore comune della Chiesa, titolo ripetuto da Papa Francesco l’anno scorso, VIII centenario della sua morte: San Tommaso d’Aquino.

Immagine da Internet: Evangeliario di Godescalco, Cristo in maestà, tra il 781 e il 783 circa, Parigi

21 ottobre, 2025

PADRE BARZAGHI VI PRESENTA LA METAFISICA

 

PADRE BARZAGHI VI PRESENTA LA METAFISICA

 

Non è facile presentare in poche parole che cosa è la metafisica e la sua importanza.

Ho pensato di far cosa gradita ai Lettori riferire quanto dice il Padre Giuseppe Barzaghi, Direttore dello Studio Filosofico Domenicano di Bologna e Docente di Metafisica nel medesimo Studio. In esso sono stato suo predecessore nella medesima docenza, che ho tenuto dal 1990 al 2011.

La visione di Padre Barzaghi, che risente del suo maestro Gustavo Bontadini, è ampia e profonda, ma suscita anche forti riserve.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/padre-barzaghi-vi-presenta-la-metafisica.html

 


06 settembre, 2025

Il pensare umano e il pensare divino - Quarta Parte (4/4)

 

Il pensare umano e il pensare divino

Quarta Parte (4/4)

 

Il pensare umano

Diciamo inoltre che il pensiero umano è fallibile. Se il pensiero coincidesse con l’essere, l’errore, il falso, il peccato e la menzogna non esisterebbero e non potrebbero esistere, il che è appunto ciò che avviene in Dio, pensiero ed essere sussistenti e per conseguenza infallibilità, veracità e bontà infinite.

Ma in noi, feriti dal peccato originale, le cose vanno ben diversamente, perchè il nostro pensare è distinto dall’essere e dal reale esterno. Da qui la loro possibile contrapposizione e l’esistenza di tutti quei mali che invece solo noi possiamo compiere. Per noi infatti il reale è presupposto al nostro pensare ed è la regola del nostro pensiero. Ma noi, a causa di questa sciagurata possibilità di disaccordare il pensiero dall’essere, abbiamo la possibilità di non adeguare il pensiero all’essere, di prender per vero ciò che é falso e di dire il falso facendolo passare per vero. Da qui il falso, l’errore e la menzogna con ogni sorta di male morale e di malvagità. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/il-pensare-umano-e-il-pensare-divino_4.html

L’inganno fondamentale dell’idealismo consiste quindi nel dare all’uomo l’illusione che il suo pensare sia come quello di Dio, ossia un pensare che non è atto di una facoltà di pensare, ma che costituisce il nostro stesso essere, per cui io mi concepisco come pensante in atto, come res cogitans, quindi non come una natura o sostanza che può pensare o ha la facoltà di pensare, ma come soggetto pensante ed anzi autocosciente in atto. 

Dire che nulla cade fuori del pensiero vale solo per il pensiero divino, non per il nostro. In Dio infatti il pensiero coincide con l’essere, per cui è chiaro che in lui c’è tutto. Ma noi non siamo i creatori delle cose. Noi le troviamo già create da Dio e quindi fuori di noi.

Ricordiamo allora che la nostra autocoscienza è creata e non è creatrice. E se vogliamo trovare il suo fondamento, la sua origine e la sua causa, dobbiamo trascenderla, andare e guardare oltre i suoi confini, come ci esorta Sant’Agostino. Essa è finita e quindi trascendibile. Se vuol trovare la sua origine, che è Dio, essa deve trascendersi per tendere e giungere là dove «ipsum lumen rationis accenditur». 

Non si tratta di una presa di coscienza di qualcosa - Dio - che è già originariamente nella coscienza e oggetto inconscio o preconscio della coscienza, ma di arrivare a conoscere e a vedere il sommo ente extracoscienziale, Dio, come causa e creatore delle cose e del proprio io, partendo dalla conoscenza delle cose esterne e di se stessi. 

Immagine da Internet: Sant'Agostino, Pavia

05 settembre, 2025

Il pensare umano e il pensare divino - Terza Parte (3/4)

 

Il pensare umano e il pensare divino

Terza Parte (3/4)

 

Il superamento dei concetti

Nel concettualizzare l’essere divino dice che il concetto «scoppia», diventa inutilizzabile. Il teologo domenicano sostiene che

«ogni tentativo di concettualizzare l’Assoluto porta allo scardinamento logico della concettualizzazione. Anche la stessa nozione di Assoluto cade nella stessa condizione di relatività concettuale. … L’esplosione dei concetti e delle parole porta al silenzio: mistica, myo, sto zitto».

Giunge a dire che il linguaggio dell’ateo esprime l’esperienza mistica. Allora Nietzsche vale tanto e di più di San Tommaso. Mi chiedo allora a che scopo fare tanta fatica a procurarsi il titolo di dottore in teologia, a che pro scrivere tanti libri e che senso ha il suo essere figlio di quel San Domenico, del quale si narra che il suo principale interesse era o il parlare di Dio o il parlare con Dio. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/il-pensare-umano-e-il-pensare-divino_59.html

Indubbiamente non possiamo rappresentarci adeguatamente Dio comprensivamente con i nostri concetti creati e finiti. Occorrerebbe il Logos divino. Eppure, come dice San Paolo, il cristiano ha il pensiero di Cristo. La nozione analogica illuminata dalla rivelazione sa chi è Dio, benchè ovviamente non ne comprenda l’infinita intellegibilità. Solo che in tal caso è legittimato a parlare di Dio sensatamente senza contraddizioni e senza darsi la zappa sui piedi.

Che poi si debba tacere quando il concetto vien meno o non sappiamo esprimere in parole quello concepiamo o vediamo o sentiamo o sperimentiamo nel fuoco della carità, d’accordo. Ma ciò non vuol dire affatto che il mistico cristiano abbandoni o superi i concetti o sospenda l’attività intellettuale per sperimentare Dio e tanto meno per scoprire di essere Dio o per diventare Dio o l’Assoluto.
 
San Tommaso parla bensì di un’esperienza mistica di Dio, ma precisa che questo contatto diretto con Dio non è opera dell’intelletto, che fa uso dei concetti di fede, ma dipende dalla carità, come dice l’Aquinate: «caritas est de eo quod iam habetur». Dio lo vedremo un giorno in paradiso, ma con la carità lo possediamo fin da adesso.
  
Il pensiero si definisce proprio in relazione all’essere ad esso esterno, essere, che è la prima ed originaria nozione della mente. La nozione stessa del pensiero dice rappresentazione del reale esterno alla mente e immanenza del pensiero nella mente. «Non è la pietra che è nell’anima – già diceva Aristotele -, ma è l’immagine della pietra».


Nella vita presente noi possiamo acquistare il pensiero divino – il pensiero di Cristo - solo nei concetti della fede. La credenza che possiamo possedere un nostro pensare divino riflesso, inconscio, atematico, globale, preconcettuale più radicale e originario è una pura illusione per nulla consona a quanto ci insegnano la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa.

Ritorna la solita confusione idealistica fra l’essere e l’essere pensato.

Immagine da Internet: Aristotele e Platone, Raffaello Sanzio, Musei Vaticani