La falsità come principio della violenza - Seconda Parte (2/2)

 

La falsità come principio della violenza

Seconda Parte (2/2)
 

La Chiesa ha preferito Aristotele a Platone

 Quando i Padri della Chiesa si sono accostati al pensiero greco alla ricerca di quanto in esso poteva essere utilizzato per edificare la teologia cristiana, preferirono utilizzare Platone[1] piuttosto che Aristotele perché a loro sembrò essere più religioso, più spirituale e più sublime di quanto lo fosse Aristotele. In realtà, invece, non si accorsero che, al di là delle apparenze, era il pensiero aristotelico ad essere più vero e più realista di quello platonico e che anzi esso celava gravi errori che invece non erano presenti nella filosofia aristotelica. Ci fermiamo qui alla questione della verità e della falsità.

Sia per Platone che per Aristotele la verità  è corrispondenza del pensiero con l’essere, per cui l’uno è l’altro ammettono che mentre l’uomo è nel vero adeguando il proprio pensiero alla realtà, Dio (il Motore immobile di Aristotele, o il Demiurgo di Platone) produce il reale attuando il proprio pensiero come modello del reale.

Il vantaggio di Aristotele su Platone è che Aristotele ammette un sapere certo e scientifico delle cose sensibili e mutevoli, circa le quali Platone resta in una posizione scettica affidandole solo all’apparenza, la doxa, non essendo riuscito a chiarire l’intellegibilità del divenire, che a Platone, legato qui a Parmenide, sembra contradditorio.

I Padri non si accorsero che la Scrittura non ammette affatto questo scetticismo, dato che per essa le realtà materiali, corpo umano compreso, maschile femminile, sono stati creati da Dio e quindi intellegibili e dotati di una loro verità, per cui anche a loro proposito si tratta di distinguere il vero dal falso. Ora Aristotele con le sue opere di fisica, di cosmologia, di biologia e di psicologia era in perfetta linea con la gnoseologia biblica. Abbiamo dovuto attendere addirittura il sec. XIII perchè il pensiero aristotelico fosse adottato dalla Chiesa con l’opera di commento fatta da Tommaso e il suo utilizzo un campo teologico. 

A conseguenza di questa ardua e meritevolissima opera compiuta dall’Aquinate, degno di nota, pertanto, riguardo a questa questione della fondazione della verità e della falsità, è il fatto che la Chiesa raccomandi in merito la dottrina di San Tommaso, che essa ha nominato Dottore comune della Chiesa, raccomandandolo in modo speciale tra tutti gli altri Dottori della Chiesa.

 

I sofisti dei quali parla Aristotele corrispondono

agli ipocriti dei quali parla Cristo

 

Nessuno v’inganni con vani ragionamenti

Ef 5,6

Aristotele distingue il filosofo dal sofista per significare che il filosofo modestamente non si ritiene un sapiente (sofòs), ma semplicemente uno che ama e cerca la sapienza (filìa tes sofias), mentre chiama ironicamente «sofisti» coloro che danno ad intendere agli ingenui di sapere, facendo della sapienza un mestiere per ottenere successo e denaro con ragionamenti capziosi e ingannevoli che danno per certo quello che è dubbio e danno per dubbio ciò che è certo, col meravigliare gli incauti uditori nel far sembrar vero ciò che è falso e nel far sembrar falso ciò che è vero.

Aristotele non osa considerarsi sapiente (sofòs), ma, conscio com’è della sua fallibilità e della fatica che occorre nella conquista della verità, designa con modestia se stesso semplicemente come amante della sapienza, mentre in realtà è il più sapiente del filosofi greci.

La Bibbia invece non ha problemi a presentare la figura e il modello del sapiente, possessore della sapienza (hokmàh). Certo anch’essa è ben consapevole della fallibilità umana ed è ovvio che parli di amore per la sapienza. Ma essa non ha un equivalente del filosofos greco.  E al sapiente oppone due figure: quella dello stolto e quella dell’ipocrita o mentitore. Il sofista aristotelico è vicino piuttosto all’ipocrita. Lo stolto della Scrittura è l’ottuso di mente e corrisponde all’uomo carnale, del quale parla San Paolo, mentre al sapiente corrisponde il paolino uomo spirituale.

Aristotele invece considera un sofista Protagora, il quale, come è noto, sosteneva che la misura del sapere non sono le cose, ma è la stessa mente dell’uomo la misura (metron) delle cose, per cui misura del vero non il dato oggettivo esterno, quel vero che è uno per tutti, indipendentemente da ognuno, ma è vero ciò che sembra a me anche se non sembra a te.

È la concezione relativistica della verità. Quot capita, tot sententiae, come diranno i Latini. È anche il principio dello storicismo: veritas filia temporis. Da notare che qui non c’entra niente il progresso del sapere o la relatività e molteplicità delle opinioni, cosa del tutto normale e legittima, data l’umana fallibilità. Ma qui  la pretesa sbagliata sta nel relativizzare lo stesso concetto di verità, negando la possibilità di un verità assoluta  e metafisica, sicchè si viene a negare l’universalità, oggettività ed immutabilità della verità.

Quindi con Protagora non è il sapere ad essere relativo alla realtà, ma è la realtà che è relativa al sapere, come se non la mente divina ma quella umana fosse l’ideatrice e progettatrice delle cose. E si noti che non si tratta del semplice apparire o manifestarsi o rivelarsi, «uscire dal nascondimento», come dice Heidegger facendo leva sul termine a-lètheia, perchè ciò significherebbe che si manifesta il vero, ma si tratta invece di confondere ed identificare l’apparenza con la verità, per cui non si pone il problema di verificare se ciò che mi appare è vero, ma il vero è semplicemente ciò che sembra a me, non interessa che ci sia o non ci sia qualcosa fuori di me, che debba far da misura al mio sapere. Non ne ho bisogno: mi bastano le mie idee.

Aristotele, sulla questione della verità del sapere stabilisce la distinzione tra il vero sapere e quello solo apparente, finto o simulato, per cui si finge quello che non c’è, o il sapere dissimulato, per cui si nascondono con astuzia, per loschi interessi, le proprie intenzioni sotto apparenze innocenti, diverse o contrarie a ciò che realmente si pensa, in modo di esprimersi in maniera tale che l’altro capisca il contrario o diversamente da ciò che pensiamo realmente. Per questo, la veracità o sincerità del parlare non è data dal semplice fatto di dire ciò che si pensa, ma occorre anticipatamente che il parlante abbia verificato che ciò che pensa corrisponda a verità.

Aristotele negli Elenchi sofistici[2] elenca una serie di forme di falso sapere e di linguaggio falso, illusorio e ingannevole, causato da una serie di procedimenti sillogistici errati. Il ragionare deve seguire certe regole per raggiungere la verità, trasgredendo le quali, si cade nell’errore. Gli errori in filosofia, metafisica e teologia sono causati dal mancato rispetto di queste regole, oltre che naturalmente dalla mancata percezione dell’oggetto del sapere.

L’uso del procedimento sofistico può essere volontario o involontario. Se è involontario, ciò è provocato da ignoranza o mancanza di educazione della ragione. Se invece è volontario, abbiamo degli atti moralmente biasimevoli, come la menzogna, l’inganno, la frode, l’impostura, la circonvenzione, il sotterfugio, il raggiro, l’ipocrisia, la falsità, la doppiezza, la disonestà, la slealtà intellettuali.

Aristotele stabilisce quattro forme di falsità intellettuale non prive di colpa morale riconducibile alla presunzione, alla superbia (ybris), all’arroganza o alla tracotanza, il trans-cogitare, ossia il pensare che esce dai giusti limiti: quella dello scettico (skeptikòs), quella del protervo (apàideutos), quella del mentitore (pseustes) e quella del sofista (sofistès).

Lo scettico dubita di tutto e non vuol dar nulla per certo, per cui nulla secondo lui si può conoscere e, al limite, nulla esiste; la verità non esiste. Lo scettico non possiede l’arte del dubitare: dubita in modo irragionevole, cioè non dubita circa il dubitabile, ma su ciò di cui non si può dubitare perché è indubitabile. Invece di dubitare di una conclusione o di un’apparenza o di una sembianza o di un’opinione soggettiva, lo scettico dubita circa ciò che è evidente, dubita di ciò che tutti sanno, dubita dei primi princìpi, che sono invece quelle verità immediate universali, oggettive ed evidenti, assolutamente certe, innegabili o incontrovertibili, di senso o di ragione, del divenire e dell’essere, che consentono di risolvere ogni dubbio.

Il protervo o indocile (apàideutos) assomiglia allo scettico, in quanto anche lui nega ogni certezza, per cui nega l’evidenza inconfutabile del principio di non-contraddizione e pretenderebbe di dimostrarlo, mentre ciò è impossibile, perchè si tratta del primo principio, principio e base di ogni dimostrazione. La differenza con lo scettico sta nel fatto che mentre questi, non credendo nella verità, evita di pronunciarsi o di prender posizione netta su qualunque cosa, il protervo pretende di aver ragione contro il realista e di confutarlo, prendendo il realista per uno sprovveduto, che non conosce la verità, la quale, secondo il sofista sta proprio nel negare che sia la verità in quanto identità dell’ente, perché secondo lui i contradditori stanno assieme, il sì sta assieme al no.

Al protervo non importa di contraddirsi, anzi il contraddirsi conferma, secondo lui, che ha ragione nel sostenere che il reale è contradditorio. Il protervo basa facilmente la sua tesi sul fatto del divenire, che può effettivamente sembrare qualcosa di contrario al principio di identità.

La differenza fra lo scettico e il protervo sta nel fatto che mentre allo scettico non interessa la filosofia e la metafisica, che egli considera illusioni e perdita di tempo, ed ironizza su coloro che credono ai valori assoluti, il protervo si considera un genio del sapere ed elabora sistemi, come per esempio hanno fatto Cartesio ed Hegel, convinti di aver raggiunto il sapere assoluto.

Il mentitore dice ciò che non corrisponde a verità ingannando perciò il prossimo. In tal modo egli cade vittima dell’errore (plane), che è il prendere il vero per falso e viceversa o lo scambiare l’apparenza (doxa) per la verità. Il mentitore è anche colui che pronunzia menzogne sul conto del prossimo o per invidia o per vendetta o per gelosia o per spirito di contesa: il calunniatore, il maldicente, il denigratore, il diffamatore. Mentitore è anche l’eretico, che insegna dogmi falsi nel campo della fede o per empietà o per vantaggi personali o per superbia.

Il sofista è colui che, non per una vera ricerca della sapienza, ma per farsi un nome[3], ragiona e produce prove o argomenti non probanti facendo apparire vero  ciò che è falso e viceversa. Negli Elenchi sofistici Aristotele, mostra i mezzi usati dal sofista per trarre in inganno   e li confuta. Il sofista è l’imbonitore, l’impostore, il simulatore, il dissimulatore, l’eretico, l’ipocrita, il «sepolcro imbiancato», il «lupo travestito da agnello», il «serpente», «razza di vipere», il falso cristo e il falso profeta.

La verità è la forza che elimina la violenza

Come abbiamo visto, la violenza non dipende dalla forza e dalla convinzione con le quali aderiamo alla verità assoluta, non dipende dal pensiero forte, non suppone un essere forte, ma al contrario dipende dalla falsità, dall’attaccamento al relativo, dalla cedevolezza davanti al male, che scende a patti col male e quindi si lascia vincere dal male. Calare l’essere vuol dire calare il bene e dar spazio al male. Indebolire il pensiero vuol dire mancare di quelle convinzioni che danno speranza di vincere la guerra contro il male.

In base a quanto ho detto risulta che la certezza metafisica è assolutamente necessaria per eliminare la violenza e ogni forma di male. La falsità è una violenza fatta all’intelletto.  La violenza è l’imposizione di qualcosa di estraneo o contrario a un soggetto che non è fatto per riceverlo e quindi prova ripugnanza per esso e si sente oppresso da quella imposizione.

Ora, però, se l’intelletto, naturalmente fatto per la verità, prova ripugnanza alla proposta che gli vien fatta di accogliere la verità, è segno che è un intelletto malsano, che dev’essere guarito dalla stessa verità, la quale ha il compito di inserirsi in quella verità che l’intelletto malato già possiede, così che sia esso stesso a liberarsi e ad accogliere la medicina che confuta il suo errore.   L’intelletto, quindi, è liberato e sanato, non violentato dalla verità.

È Satana, è il sofista, non il vero filosofo che si sente violentato dalla verità, perchè vuole stabilire lui la verità, manovrarla lui al posto di Dio. È la persona falsa e ingannatrice, è chi non crede nella verità e disprezza la verità, colui che fa violenza agli altri. È viceversa la persona sincera ed onesta che libera gli altri dalla violenza che subiscono come vittime dell’errore.

La liberazione dalla violenza, la vittoria sulla violenza nasce dal culto della veracità. Solo la veracità ci assicura l’assistenza del Dio della verità, del Dio-Verità che è Cristo stesso. La verità assoluta e sussistente è Dio stesso, e chi non ha Dio per alleato resta sconfitto dalla menzogna o cede all’odio e dalla violenza.

Bisogna distinguere la verità del giudizio dalla verità come veracità dell’eloquio o nel parlare, detta anche sincerità. La verità del giudizio è l’adaequatio intellectus et rei e può essere gnoseologica, se è adeguazione del giudizio alla cosa, od ontologica, se è adeguazione della cosa al giudizio. La verità è anche l’identità intenzionale del pensiero all’essere; è l’atto dell’intelletto in atto di conoscere, è il conoscere in atto. Questa è la parte di verità dell’idealismo.

Invece il pensiero in potenza è realmente distinto dal pensabile, che è il pensato in potenza. Siccome però l’idealismo ignora la potenza e quindi ammette solo l’atto e identifica il pensiero con l’essere, l’idealismo ammette solo l’essere e il pensiero divini, per cui il pensare umano è identificato col pensare divino. La verità è solo quella assoluta e la verità relativa è identificata con quella assoluta.

Viceversa, per Vattimo la verità è solo la verità debole, dimessa, ma ciò non gli risparmia l’assolutismo perché comunque non può non pronunciarsi in modo assoluto. È la solita trappola nella quale cadono tutti gli scettici: è vero che non esiste la verità.

Trattando di ciò che si oppone alla verità o nega o esclude la verità, occorre altresì distinguere l’errore dal falso. Errore è semplicemente il vizio di un giudizio che non riflette la realtà; è un giudizio sbagliato. Si può errare in buona o in cattiva fede, ossia senza saperlo o sapendolo. Il falso invece è un giudizio intenzionalmente errato pronunciato per ingannare: è la menzogna.

Occorre distinguere quindi la falsità del giudizio dalla falsità come vizio morale. L’errore del giudizio è la proprietà di un giudizio che afferma ciò che non corrisponde al vero ossia alle cose come sono. Si tratta di un giudizio erroneo o falso. Invece la falsità come vizio morale è dire il falso a scopo di ingannare; è il mentire.

La verità e la falsità nella fede

L’errore o falsità nel campo della dottrina della fede cattolica è l’eresia[4]: la negazione o la messa in dubbio di una verità o di un articolo di fede contenuti nella rivelazione cristiana nella Sacra Tradizione e nella Sacra Scrittura interpretate, insegnate e trasmesse dal Magistero vivente della Chiesa, verità di fede o pronunciata da Cristo stesso – la Parola di Dio - o definita come tale dalla Chiesa, ossia il dogma[5].

L’uso della parola eresia nell’attuale Magistero della Chiesa è rarissimo. Lo stesso Concilio Vaticano II, scostandosi qui dal linguaggio tradizionale dei Concili, non usa mai questo termine, quando appena 50 anni prima San Pio X aveva definito il modernismo come la «sintesi di tutte le eresie». Ora di fatto da 60 anni a questa parte le eresie moderniste sono tornate alla grande, per cui possiamo chiederci come mai né il Papa né i Vescovi né il Dicastero per la Dottrina della Fede parlino mai di eresie.

Il termine esiste ancora nel Diritto Canonico (can.1364), ma il Codice non chiarisce che cosa s’intende con quella parola, per cui il rimando è al diritto precedente, che fa riferimento all’opposizione al dogma definito. L’eretico è «qui, post receptum baptismum, nomen retinens christianum,  pertinaciter aliquam ex veritatibus fide divina et catholica denegat aut de ea dubitat» (can.1325, §2).

La questione che si pone a questo punto è duplice: primo, quale criterio usare per sapere chi sono gli eretici. Secondo, che cosa fare per persuaderli ad abbracciare la vera fede. Per quanto riguarda il primo punto, non possiamo attendere che sia la stessa autorità ecclesiale a metterci in guardia contro le eresie in circolazione. Essa non ha più la forza che aveva un tempo nell’opera di repressione.

Queste eresie del resto sono in grandissima parte dottrine che sono già state condannate dalla Chiesa. Senza che occorra che intervengano le autorità romane, i buoni teologi e pastori sono già qualificati a fare opera di confutazione per proteggere i fedeli dall’errore. Non è raro il caso di semplici fedeli capaci di difendersi da soli.

È molto importante saper rintracciare il buono anche negli eretici. Occorre imparare a dare una valutazione prudente. Essi sono indubbiamente diffusi e potenti. La Chiesa non ha più come in passato la forza disciplinare per tenerli a bada. Ma non dobbiamo perderci d’animo. Occorre sopportarli, dare da parte nostra esempio di perfetta ortodossia e comunione con la Chiesa, e impiegare le nostre forze, col soccorso dei mezzi soprannaturali, per ottenere da Dio la loro conversione.

Dovete diventare come i bambini

Alla verità del pensare o dell’essere corrisponde la verità nel dire e questa è la veracità, che è quella virtù per la quale si dicono le cose come stanno, per la quale, come dice Cicerone, le cose restano «immutate»[6]. Dice San Tommaso: «Veracitas attendit ad debitum moralem, in quantum scilicet ex honestate unus homo alteri debet veritatis manifestationem»[7].

Tommaso chiama semplicità la veracità: «Simplicitas dicitur per oppositionem duplicitati, quia scilicet aliud habet in corde, et aliud ostendit exterius»[8]. La duplicitas, la doppiezza è l’ipocrisia, la falsità come vizio morale, il «servire a due padroni». Invece la semplicità è quella raccomandata da Cristo[9] e da San Paolo[10].

Non bisogna confonderla con l’ingenuità o la dabbenaggine o la credulità o la sprovvedutezza, le quali, dato che non attuano una verifica, vaglio o riflessione critica circa il messaggio ricevuto o il dato dell’esperienza o la dottrina proposta, lasciano il soggetto esposto ad essere tratto in inganno dall’astuzia dell’impostore o del seduttore.

La semplicità della quale parla la Scrittura è quella virtù molto preziosa, di alta perfezione, che ci viene raccomandata da Cristo, strettamente legata all’amore per la verità nel pensare e nel dire. Essa dice autenticità, essenzialità, purezza, integrità, esenzione da adulterazioni, sofisticazioni, complicazioni, artificiosità, inquinamenti.

Possiamo vedere nella semplicità la percezione intuitiva infallibile e naturale delle verità e la formulazione dei giudizi e delle proposizioni dei princìpi fondamentali ed originari dell’intelletto, della ragione e della coscienza morale. Ora, queste intuizioni sono caratteristiche dell’infanzia e corrispondono all’infallibilità della percezione delle prime verità della ragione, delle quali parla Aristotele, nonchè all’intuizione delle idee della quale parla Platone.

Possiamo pertanto affermare che quando Cristo presenta il bambino come modello della vita cristiana, certamente intende riferirsi alla virtù della semplicità, che comporta l’apertura immediata alla verità, l’orientamento originario spontaneo dell’intelletto verso la realtà e del pensiero verso l’essere, nonchè della volontà verso il bene, residui intatti dell’innocenza edenica, parte sana della natura umana non raggiunta dalla corruzione del peccato originale, risorsa ancora sana della natura, dalla quale l’uomo può partire per recuperare il bene perduto e la verità dimenticata col peccato originale e intraprendere il cammino di ritorno a Dio. 

Ma ecco che col crescere dell’età purtroppo si manifestano inevitabilmente le conseguenze del peccato, ecco sopraggiungere il calcolare astuto, la doppiezza, la simulazione, l’ipocrisia, la falsità, i raggiri, i sotterfugi, le tortuosità, gli inganni, i sofismi, le complicazioni, le contraddizioni, le incoerenze, le disonestà. A questo punto, la semplicità originaria è perduta.

Probabilmente, quando Lutero non equivoca, è con questo tipo di ragione che egli se la prende, sulla scorta di Sant’Agostino, la ragione che avanza pretese e si pone contro Dio nella nostra superbia. Occorre invece recuperare l’infanzia originale. Per questo Cristo ci dice che dobbiamo diventare come i bambini.

Ecco però che Cristo alla semplicità aggiunge la prudenza. Che cosa significa? Che la semplicità rappresenta solo l’inizio del cammino della ragione, del logos, l’immagine di Dio impressa nella nostra anima, la luce originaria dell’essere, come diceva il Beato Rosmini, la solida, indubitabile e indistruttibile base di partenza. Ma è solo la partenza.

La prudenza deve aggiungersi alla semplicità per rendere il giudizio maturo, critico, avveduto ed acquistare sia la scienza che la sapienza. Chi si ferma alla semplicità resta un ingenuo, esposto a restare ingannato dagli impostori e dai sofisti, incapace di riconoscere i tranelli ed evitarli, indifeso nei confronti dell’astuzia dei maligni.

È interessante notare qui come s’invertono le parti: il realista, il vero filosofo, è giudicato un ingenuo dagli idealisti, che si sentono in dovere di aprirgli gli occhi considerando il realista come un minus habens (poveretto: non è colpa sua!) da guardare con compatimento e accondiscendenza dall’alto in basso, un ignaro delle profondità abissali e delle altezze sublimi ed ineffabili del sapere assoluto, cioè il sapere filosofico. Come dice giustamente S.Paolo, i filosofi pagani, che si ritengono sapienti, sono in realtà degli stolti, mentre il cristiano, che fa davanti ad essi la figura dello stolto, è il vero sapiente[11].

Il vero giudizio critico, la vera prudenza speculativa non è quella dell’idealista, che dubita dell’indubitabile, vuol dimostrare l’evidente, dà per immediato ciò che è mediato, confonde il pensiero con l’essere, ma quella del realista che affronta il dubbio più radicale, quello che San Tommaso chiama l’«universalis dubitatio de veritate»[12], accorgendosi subito che è impossibile, giacchè come si fa a dubitare di ciò in base a cui possiamo e dobbiamo risolvere il dubbio?

Comunque è chiaro che se sia a proposito di Platone che di Cartesio si parla di idealismo, tra le due forme di idealismo c’è un abisso: l’idea platonica è realtà divina sussistente e trascendente; quella cartesiana invece è ente di ragione immanente alla mente. Possiamo dire pertanto che l’idealismo platonico è realismo, che distingue il pensiero dall’essere, rendendo possibile la nozione della verità come rapporto tra pensiero ed essere, e perciò stesso vera filosofia, mentre l’idealismo cartesiano è sofistica, che scambia l’idea per la realtà e pone un dubbio irragionevole – la veracità dei sensi - risolvendolo non con la luce della ragione, ma con la violenza della volontà. Infatti il famoso cogito non è un vero cogito perché è senza oggetto, ma è un dubito e il dubbio non può fondare nessuna certezza o se c’è certezza, non si fonda sull’evidenza del dato oggettivo esterno, ma su di una forzatura della volontà. Non il realismo ma il volontarismo idealista è generatore di violenza.

La verità nasce dando spazio all’essere, «lasciando essere l’essere», come dice Heidegger, non facendo dire o imponendo all’essere (e quindi al prossimo) quello che vogliamo noi, come dice saggiamente Aristotele: «non perché noi ti pensiamo bianco, tu sei veramente bianco, ma per il fatto che tu sei bianco, noi, che affermiamo questo, siamo nel vero»[13].

Già Platone ed Aristotele ci dicono che se esiste l’adeguazione del pensiero all’essere, se c’è adeguazione dell’immagine all’idea divina, se c’è la verità gnoseologica, è perché esiste la verità ontologica, ossia ciò dipende dall’esistenza di un essere che è pensiero, sviluppando in ciò la dottrina platonica dell’idea divina.

Dunque la mente, allontanatasi da Dio, deve tornare a Dio, alla verità assoluta. Ecco l’itinerarium mentis in Deum di San Bonaventura. Il vero, come dice Platone, ci dice che esiste la verità. Se c’è la noesis dell’ente, l’adeguazione del pensiero al reale, rincalza Aristotele, è perché c’è la noesis noeseos, l’autocoscienza divina assoluta, essere coincidente col pensiero, l’ipsum Esse di San Tommaso, il Dio-Verità, il Logos divino, preciserà San Giovanni, il Cristo-Verità[14].

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 3 febbraio 2024


Aristotele stabilisce quattro forme di falsità intellettuale: quella dello scettico (skeptikòs), quella del protervo (apàideutos), quella del mentitore (pseustes) e quella del sofista (sofistès).

Bisogna distinguere la verità del giudizio dalla verità come veracità dell’eloquio o nel parlare, detta anche sincerità. La verità del giudizio è l’adaequatio intellectus et rei e può essere gnoseologica, se è adeguazione del giudizio alla cosa, od ontologica, se è adeguazione della cosa al giudizio. La verità è anche l’identità intenzionale del pensiero all’essere; è l’atto dell’intelletto in atto di conoscere, è il conoscere in atto.

Invece il pensiero in potenza è realmente distinto dal pensabile, che è il pensato in potenza.

Per Vattimo la verità è solo la verità debole, dimessa, ma ciò non gli risparmia l’assolutismo perché comunque non può non pronunciarsi in modo assoluto. È la solita trappola nella quale cadono tutti gli scettici: è vero che non esiste la verità.

Alla verità del pensare o dell’essere corrisponde la verità nel dire e questa è la veracità, che è quella virtù per la quale si dicono le cose come stanno, per la quale, come dice Cicerone, le cose restano «immutate». Dice San Tommaso: «Veracitas attendit ad debitum moralem, in quantum scilicet ex honestate unus homo alteri debet veritatis manifestationem».


Immagine da Internet:
- Gianni Vattimo


[1] Endre Von Ivanka, Platonismo cristiano. Recezione e trasformazione del platonismo nella Patristica, Vita e Pensiero, Milano 1992; Jean Daniélou, Messaggio evangelico e cultura ellenistica, Edizioni Il Mulino, Bologna 1975.

[2] Èlencos ha qui il significato di confutazione, quindi Elenchi sofistici vuol dire dimostrazione dei trucchi usati dai sofisti per ingannare la gente. Una sintesi del contenuto di questa opera di Aristotele è presente in Joseph Gredt, Elementa philosophiae aristotelico-Thomisticae, Edizioni Herder, Friburgi  Brisgoviae 1937, 2 voll.

[3] Cristo parla di coloro che non cercano la gloria che viene da Dio, ma quella che viene dagli uomini.

[4] Cf il mio libro La questione dell’eresia oggi, Edizioni Viverein, Monopoli (BA)2008.

[5] Esistono vari gradi di opposizione alla verità rivelata da Cristo e trasmessa dalla Chiesa. Essi sono elencati un tre gradi dalla Lettera Apostolica Ad tuendam fidem Di S.Giovanni Paolo II del 1998. L’eresia è l’opposizione al dogma solennemente definito, corrispondente al grado massimo di autorità della Chiesa, il primo grado. Questo è il Magistero straordinario, da accogliere con fede divina . Seguono i due gradi inferiori del Magistero ordinario.  Errore nella fede è l’opposizione alla dottrina di secondo grado, il dogma non definito, da accogliere con fede nella Chiesa. Disobbedienza al Magistero ordinario è l’opposizione al Magistero di terzo grado, il dogma definibile, da accogliere con religioso ossequio dell’intelligenza e della volontà. In tutti tre i gradi il Papa insegna sempre la verità infalsificabile e irreformabile. La differenza sta solo nel tono più o meno forte dell’insegnamento e nell’importanza più o meno grande della materia di fede.

[6] Cit. da S.Tommaso, Summa Theologiae, I-II, q.109, a.1.

[7] Ibid, a.3.

[8] Ibid., a.2, 3m.

[9] Mt 10,16

[10] Rm 12,8; II Cor11,3; Fil 2,15; Col 3,12; Ef 6,5.

[11] Cf I Cor 1, 18-30.

[12] Commento alla Metafisica di Aristotele, libro III,c.I,lect. I,n.344, Edizioni Marietti, Torino-Roma 1964, p.97.

[13] Metafisica, libro IX, Theta, c.10, Luigi Loffredo Editore, Napoli, 1968, p.59, vol.II.

[14] Quando Cristo nel Vangelo di Giovanni dice «Io sono la verità» non si limita affatto a dire, come sostiene il De La Potterie, «io vi rivelo la verità», ma, come intuirono bene Sant’Agostino e San Tommaso, significa «Io sono la verità sussistente, fatta persona», come a dire Io sono Dio, sono il Logos, giacchè solo Dio non dice solo la verità, ma è la verità. Cf LA VERITA’ ETERNA IN Sant’AGOSTINO, I, Sacra Doctrina, 5, 1987, pp.590-611 LA VERITA’ ETERNA IN Sant’AGOSTINO, II, Sacra Doctrina, 6, 1987, pp.665-687.

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