Papa Francesco è diverso da tutti gli altri Papi?


Papa Francesco è diverso da tutti gli altri Papi?

Mi percuota il giusto e il fedele mi rimproveri;
                                                                                              ma l’olio del peccatore non profumi il mio capo
Sal 141,5

Una gara a chi la spara più grossa

In questi ultimi anni del pontificato di Papa Francesco una potente organizzazione modernista massmediatica ha costruito attorno alla figura del Papa il mito fantastico del «Papa diverso da tutti gli altri», «un Papa così non c’è mai stato», ha fatto esplodere una mastodontica glorificazione di Papa Francesco, quale non vediamo tributata neppure agli Imperatori Romani o ai Faraoni d’Egitto, con l’intento evidente di esaltare non il vero papato, ma un personaggio dalle dimensioni ciclopiche, un superman, presentandolo non tanto come Vicario di Cristo, che è troppo poco, quanto piuttosto, a quel che sembra, migliore di Gesù Cristo, il quale, tutto sommato, sembra nella dottrina troppo astratto e nella sua morale piuttosto rigido, con i suoi dogmi e comandamenti fissi ed assolutamente obbligatori per tutti, pena la dannazione eterna; mentre Francesco predica la libertà, «una vita rilassata» (Radclyffe), il progresso e la salvezza per tutti; Cristo ha una dottrina fondamentalista ed intransigente, che non dà spazio a idee diverse, mentre Francesco predica il pluralismo e il rispetto per le idee degli altri; Cristo ha la pretesa dispotica di fondare una religione dominante, che sia assolutamente vera alla cima delle altre religioni, miste ad errori, mentre Francesco, molto democratico e di mente aperta,  dice che tutte le religioni sono relative le une alle altre, allo stesso livello, reciprocamente complementari, e sono volute da Dio e tutte conducono a Dio. Cristo giudica e condanna; Francesco non giudica nessuno ed accoglie tutti. Cristo è buono con alcuni e cattivo con altri; Francesco è buono con tutti.  Così almeno vogliono far passare la figura di Francesco.

Quasi ad eseguire un copione o programma prefissato da tempo, già fin dagli inizi del pontificato di Papa Francesco, si sono succeduti, quasi si trattasse di una carrellata sulla scena di un teatro, numerosi personaggi di spicco inneggianti ed osannanti, cantori di corte, aspiranti o sedicenti o cosiddetti «amici», laici ed ecclesiastici, ognuno con l’elogio sperticato di uno speciale vero o presunto titolo di merito del Papa. Tutto cominciò col titolo corale di «Papa della misericordia»[1], virtù effettivamente molto cara a Papa Francesco e anche praticata, tanto che l’ha messa persino nel motto del suo stemma pontificio. 

Frattanto, poco tempo prima dell’elezione di Francesco, il Card. Martini, pochi mesi prima della morte, aveva preparato lo scenario scrivendo sul Corriere della sera che la Chiesa di allora non era mai andata così bene, che possedeva buoni teologi, tra i quali Karl Rahner, mentre, regnante ancora Benedetto XVI, ebbe la spudoratezza di affermare che la Chiesa di Papa Ratzinger era rimasta indietro di due secoli. Dunque si attendeva un Papa palingenetico e rinnovatore del mondo.

Come è noto, poi, il Card. Danneels, una volta eletto Papa Francesco, dichiarò pubblicamente che egli, insieme con altri Cardinali di orientamento rahneriano, come il Card. Martini, Lehmann, Kasper, Silvestrini, Murphy O’Connor, Baskys, Van Luyn ed altri, fin dal 1996 aveva preparato l’elezione di Papa Francesco. Per questo non c’è da meravigliarsi se la pastorale di Papa Francesco, può ricordare le idee di Rahner. Tuttavia, è degno di nota che il Papa non ha mai ricordato Rahner. E in particolare è degno di nota che nel Magistero di Papa Francesco, nonostante l’ambiguità di certe sue espressioni, non è mai possibile riscontrare traccia delle eresie di Rahner.

Sin dagli inizi del pontificato Papa Francesco ricevette un formidabile lancio pubblicitario da Eugenio Scalfari, astutissimo laicista ateo, il quale dichiarò che finalmente era apparso un Papa che gli piaceva, cosa che non comportò nessun avvicinamento di Scalfari alla fede, ma al contrario, in successivi incontri col Papa, fu di una tale slealtà e sfrontatezza, che la Santa Sede dovette ogni volta successivamente smentire le false notizie che Scalfari aveva diffuso dei colloqui col Papa, nei quali colloqui faceva con soddisfazione apparire il Papa come un eretico. 

Questi modernisti fanatici non intendono il compito del Papa come quello di conservare e trasmettere immutata (la «traditio») una determinata collezione di immutabili verità di fede, alla quale nulla si può aggiungere e nulla si può togliere, perché, da buoni evoluzionisti, sono convinti che tutte le verità umane e divine cambiano col mutare dei tempi ed inoltre, come ha detto il Card. Kasper, non sappiamo esattamente quali e quante sono le verità di fede.

 Ma il compito del Papa sarebbe secondo loro quello di rinnovare il dato dottrinale nell’ascolto dello Spirito che tutto rinnova. C’è anche chi, come Massimo Borghesi, ha voluto presentare lo stesso metodo di pensare di Papa Francesco come un nuovo metodo originale di pensare, chiamandolo «pensiero agonico»[2]. Ecco poi apparire, come lo chiama Kasper, il «nuovo paradigma». Non si sa bene però che cosa è questo «paradigma». Paradigma di che cosa? Kasper non lo spiega. Resta l’aura di mistero per aumentare la suggestione. Ma comunque per lui non occorre precisare. L’essenziale è che sia un qualcosa di nuovo, non importa che cosa[3].

Altra sparata pubblicitaria che circola nel pubblico è che il Papa sarebbe l’iniziatore di una «svolta epocale», senza che si riesca a capire anche qui di che cosa dovrebbe trattarsi. Ma l’importante è spararla grossa, e poi gli ingenui la bevono a bocca aperta. Ma questa certamente non è serietà nei confronti di un Papa. Se di svolta si può e si deve parlare a proposto dell’attuale Papa è semmai un’auspicata attuazione della riforma conciliare, che corregga l’interpretazione modernista del Concilio, che da 50 anni sta facendo immensi danni screditando ingiustamente il Concilio agli occhi di molti cattolici.

Titoli inadatti a lodare un Papa

I tuoi nemici vorranno adularti
Dt 33,29

È interessante notare altresì come i titoli laudativi inventati dagli adulatori ed incensieri modernisti, a parte alcuni titoli attinenti o per lo meno non sconvenienti con all’ufficio petrino, come quello di «radicalmente aderente al Vangelo» (Francesco Cosentino[4]), quello di «grande profeta» e «grande teologo», «comunicatore universale», «Papa della libertà» (Radclyffe, Grillo), e più precisante «Papa della libertà di coscienza» (Padre Sosa Abascal), o della libertà sessuale (Padre James Martin, Mons. Paglia, Enzo Bianchi), appellativi  comunque esagerati o fraintesi, presentano un Papa sbalorditivo ed inaudito, «rivoluzionario» (Spadaro), ma nel contempo pacificatore e conciliatore universale, tra cattolici e luterani (Kasper), tra cattolici ed ortodossi (Melloni), tra cristiani ed ebrei (Di Segni), tra cristiani e musulmani (Accordo di Abu Dhabi), tra credenti e non credenti (Scalfari), tra teisti e panteisti (rahneriani), fra teisti ed idolatri (cultori di Pachamama), nessuno dei modernisti esalta il Papa con quelle lodi che converrebbero al Successore di Pietro e Capo della Chiesa cattolica: la pietà religiosa, il timor di Dio e non quello degli uomini, l’umiltà e lo spirito di penitenza, l’annuncio integrale del Vangelo, con chiarezza, senza equivoci, senza tagli, o reticenze e rispetti umani, lo zelo per la sana dottrina e per la conversione delle genti a Cristo, un dialogo costruttivo e persuasivo circa la verità del Vangelo, la confutazione e repressione dell’eresia, l’unione, saggiamente dosata, della motivata misericordia con la giusta severità, la difesa del primato pontificio su tutte le autorità della terra, la prudenza e il coraggio nel governo della Chiesa, la cura efficace per l’unità interna della Chiesa, nel superamento degli estremismi, divisioni e conflitti.

I modernisti riconoscono reali meriti di Papa Francesco, come il suo appello alla fratellanza universale, l’attenzione agli ultimi, agli sfruttati ed agli emarginati, la sensibilità ai valori umani dovunque si trovino, l’attenzione alla chiamata universale alla figliolanza divina ed alla santità, il suo linguaggio immediato ed stimolante, a volte spiritoso, le battute efficaci, la viva percezione della collegialità episcopale e del ruolo dei laici nella Chiesa e nella politica, ma è molto significavo che i modernisti non vedano difetti pastorali e morali del Papa, con la sua grave negligenza nel correggere gli errori dottrinali e dogmatici, la sua mancanza d’imparzialità, la sua simpatia per la sinistra e la durezza con la destra, il suo linguaggio a volte ambiguo e doppio. Ma è chiaro che tutte queste cose fanno loro piacere e comodo, per cui, se parlano di un Papa «scomodo», come fa Cosentino, per loro, sotto questi aspetti, è un Papa comodissimo.

Ed inoltre è significativo come i modernisti trascurino completamente – perché ciò per loro sarebbe estremamente scomodo - di lodare il Papa per suoi reali ed eccelsi, benché rari, meriti in campo teologico e dottrinale e spirituale, come la sua condanna dello gnosticismo e del pelagianesimo, la devozione allo Spirito Santo, la sua devozione rosariana, le sue preziose istruzioni circa la lotta contro il demonio. 

L’interpretazione del pontificato dell’attuale Papa come papato straordinario, diverso da tutti gli altri non è solo lo stravedere di visionari o l’invenzione di menti esaltate, ma ha anche un fondo di verità in due sensi opposti: uno positivo ed uno negativo: positivo per l’aver compiuto atti o fatto gesti che nessun Papa aveva mai fatto o pensato di poter fare, come quella che lui chiama «ecologia integrale», l’accordo di Abu Dhabi, la condanna dello gnosticismo e del pelagianesimo, un Sinodo sull’Amazzonia, un accordo con la Cina Comunista.

Aspetto negativo di questa straordinarietà è il fatto che questo Papa crea difficoltà alla virtù della fede, cosa mai successa in precedenza, in quanto sono bensì esistenti Papi con tutti i peccati possibili ed immaginabili; ma Papi che creassero dubbi sulla fede o dessero l’impressione di cambiare i dogmi o il contenuto la dottrina della fede, Papi apparentemente relativisti, lassisti, eretici, massoni, modernisti o rahneriani non si sono mai dati. Ciò ha creato tra i cattolici, come Cardinali, Vescovi, teologi, moralisti, e comuni fedeli un grande sconcerto, suscitando divisioni, polemiche, scismi, corruzione morale tra i cattolici, e compiacimento tra i modernisti, i massoni, i comunisti, i rahneriani, gli islamici, e gli stessi non-credenti.

Ma non è questa la maniera di lodare un Papa

Una bocca adulatrice produce rovina
Pr 26,28

In realtà, i titoli di merito aggiunti dai modernisti non hanno niente a che  fare col ministero petrino, ma sono di carattere puramente secolare e politico, oltre a ciò discutibili, come la simpatia per la politica di sinistra[5], con la sua tendenza populista russoiana, l’ eccessivo insistere sull’ecologia, sull’egoismo economico e la sete del danaro, come fossero l’unica causa di tutti i mali della società, trascurando o minimizzando quelle cause gravissime, che sono il soggettivismo dottrinale, la superbia, il materialismo, l’ateismo, il relativismo e l’edonismo morale; troppo duro con la destra, accusata di conservatorismo solo perchè vuol conservare il deposito della fede; destra che egli accusa di rigidezza e rigorismo, solo perchè ricorda l’importanza dell’ascetica e tiene ai valori assoluti ed immutabili, in modo speciale nel dogma, nella liturgia e nell’etica sessuale.

Particolarmente astuta è la mossa di coloro che vorrebbero presentare il Papa come un rahneriano, il grande deus ex machina della teologia modernista di oggi, come ha fatto di recente Alfonso Botti nel suo articolo Se il Papa s’ispira a Rahner, in Vatican Insider del 20 maggio scorso. Ma il Papa è sempre abilmente sfuggito a questa trappola, consapevole della sua responsabilità di Maestro della fede. Papa Francesco non ha mai nominato Rahner, anche se certamente i rahneriani premeranno su di lui perchè lo nomini. Potrebbe anche farlo, ma è molto significativo che non lo faccia. Non é certo segno di approvazione. Il Papa non s’ispira a Rahner, ma a Gesù Cristo.

La grossa questione è il governo della Chiesa

Amate la giustizia, voi che governate sulla terra
Sap 1,1

L’appunto principale che vien fatto a Papa Francesco da parte di osservatori, consiglieri, collaboratori saggi e qualificati è quello di governare male la Chiesa, concedendo troppa libertà agli eretici, curando poco la conservazione del deposito della fede, insistendo troppo sul cambiamento, sordo ai buoni consigli e sensibile agli adulatori, troppo timoroso di ciò che il mondo può fare contro la Chiesa, e poco curante di espanderla nel mondo, più curante dei rapporti della Chiesa col mondo che non degli affari interni della Chiesa.

A quest’ultimo riguardo Papa Francesco potrebbe essere paragonato ad un padre di famiglia, il quale, anziché dedicare le sue cure innanzitutto alla moglie e all’educazione dei figli, se ne stesse troppo tempo fuori casa, più interessato ai buoni rapporti con gli altri, che non con i propri familiari, tutto preoccupato di andar d’accordo con questi altri e senza curarsi di risolvere i conflitti che nascono in famiglia. Sarebbe questo un buon papà? No certamente. 

Ora, dobbiamo però ricordare a questo riguardo che la pastorale del Concilio Vaticano II, sembra avere un difetto simile. Esso, infatti, è il primo nella storia dei Concili, che non si rivolge solo ai cattolici, ma «a tutti gli uomini di buona volontà» e pare avere l’ingenuità di credere che di fatto tutti gli uomini siano di buona volontà. Il che purtroppo non è vero. Da qui la necessità sempre sentita dai Concili del passato, consapevoli della malizia umana, di avvertire che chi non accetta i decreti del Concilio non può far parte della Chiesa, è nemico della Chiesa o è escluso dalla Chiesa: il famoso anàthema sit

Invece l’ultimo Concilio fornisce ottimi insegnamenti, ma non pare curarsi più di tanto di stabilire i provvedimenti da prendere contro coloro che li falsificano. Ciò ha reso possibile il ritorno del modernismo, che è consistito esattamente nella falsificazione delle dottrine del Concilio. E ciò spiega come mai i modernisti, per esempio i rahneriani, abbiano potuto farla franca fino ad oggi e dare ad intendere a molti di essere loro i veri interpreti del Concilio, agendo indisturbati e suscitando la reazione opposta dei lefevriani, che accusano le dottrine Concilio di essere moderniste.

Ora, Papa Francesco, anziché correggere questa interpretazione modernista, l’ha tollerata ed anziché correggere quel difetto pastorale del Concilio, lo ha accentuato, provocando nella Chiesa una situazione di tale sofferenza e disagio, che finalmente oggi se n’è accorto e sta correndo ai ripari. Uno dei segni confortanti di tale provvidenziale svolta della pastorale del Papa è precisamente la sanzione contro Enzo Bianchi, il quale è uno dei più noti e popolari esponenti di coloro, che, in questa situazione, come dicono i romani, «ci marciano».

Inoltre sembra che Francesco senta molto la Chiesa come insieme di comunità diverse, ma che avverta poco i valori dell’unità e dell’universalità della Chiesa. Da qui la sua famosa immagine del poliedro, che è certamente bella e vera. Ma è incompleta, perché non dà la rappresentazione dell’universale, ossia di ciò che nei singoli è sempre identico a sé stesso («unum in multis et de multis»). Ogni cattolico, in quanto cattolico, è essenzialmente identico ad ogni altro cattolico, anche se concretamente è un diverso cattolico. 

Ma l’essere cattolico come tale è sempre lui, è sempre presente identicamente a se stesso in tutti i cattolici, altrimenti non sarebbe possibile l’universalità della Chiesa cattolica, la quale è universale non tanto per il fatto che è sparsa dappertutto, ma perchè dappertutto e dovunque possiede sempre la medesima identità essenziale, è sempre lei, benché in modi concreti sempre diversi. Questa è la vera, essenziale universalità della Chiesa, già dal giorno di Pentecoste, nel quale essa si presentò al mondo, anche se era solo a Gerusalemme, anche se non era ancora sparsa per il mondo.

Papa Francesco ha molto la percezione del concreto, ma, per una sua certa antipatia per l’astrazione, sembra faticare nell’astrarre l’universale dal singolo concreto, per pensare e teorizzare concettualmente l’universalità della Chiesa, anche se ovviamente va detto che Papa Francesco, come Maestro della fede, trattandosi di un concetto di fede, di fatto lo possiede esattissimamente

È vero, d’altra parte, come sottolinea spesso il Papa, che la Chiesa è una realtà pluralistica, diversificata o molteplice (cf I Cor 12, 4-30), ma sta di fatto che non la molteplicità o la varietà, ma l’unità e l’universalità («cattolica») sono le note di fede della Chiesa. È chiaro che unità non vuol dire uniformismo o conformismo o monolitismo. È chiaro che l’unità non esclude affatto la molteplicità, ma è il fondamento ed è il principio dell’unione, del collegamento, della coordinazione e dell’organizzazione armoniosa delle parti fra di loro.

 Diversamente, avremmo il caos, il disordine, la confusione, la contrapposizione e la divisione, che non sono l’effetto dello Spirito Santo, ma del diàbolos, del divisore, del demonio.  Il molteplice da solo non crea l’unità o l’unione, perché di per sé dice solo separazione; ma gli occorre un principio di unità: questo vale per ogni comunità umana e vale anche per la Chiesa. L’unità serve proprio a garantire la sana molteplicità, affinché non ci sia un bellum omnium contra omnes. Principio supremo di unità della Chiesa è lo Spirito Santo in Sé stesso e per mezzo dei suoi doni, santificanti, gerarchici e carismatici.

Papa Francesco risente di un vecchio errore pastorale

I tuoi pastori dormono
Na 3,18

Occorre peraltro ricordare, per fare un po’di storia, che subito dopo il Concilio vi furono coloro che compresero esattamente il vero pregio della pastorale conciliare e specificamente dell’ecclesiologia conciliare, come il Congar, il Maritain, lo Journet o il Daniélou o lo Spiazzi, mentre i Papi del postconcilio si adoperarono a darne la giusta interpretazione.

Ma  purtroppo già dall’immediato postconcilio nacque quella sciagurata frattura intraecclesiale fra tradizionalisti e modernisti, che oggi con Papa Francesco, è giunta ad una gravità inaudita, frattura grave non tanto per il suo esser segno della presenza dell’eresia, che nella Chiesa è sempre esistita, quanto piuttosto per il fatto che entrambe queste due opposte correnti in lotta fra di loro all’interno della Chiesa pretendono entrambe, pur nella comune disobbedienza al magistero pontificio, di rappresentare il vero cattolicesimo e la vera Chiesa. 

Ma la cosa mai successa finora è che mentre in passato gli eretici erano espulsi dalla Chiesa o essi stessi ne uscivano, per cui se ne stavano fuori, mostrando apertamente la loro ostilità, adesso essi, fingendosi o credendosi cattolici senza esserlo,  restano cocciutamente e spavaldamente nella Chiesa, della quale gli uni si considerano la punta avanzata e gli altri i custodi della vera tradizione, ma gli uni e gli altri, per loro disobbedienza al Magistero, la guastano dell’interno, perseguitano i veri cattolici e, numerosi e potenti come sono diventati, impediscono al Papa di esercitare il suo potere disciplinare. 

Ora, c’è da dire che effettivamente la Gaudium et spes, che è documento solamente pastorale e non dogmatico, pur nei suoi aspetti di grande saggezza pastorale, nella sua parte pastorale è inficiata da una visuale utopistica e troppo ottimistica del mondo moderno ed inoltre sembra sottendere l’idea buonistica ed ingenua di un’umanità sostanzialmente innocente e in buona fede, esente dalle conseguenze del peccato originale, anche in certi suoi atti più oggettivamente malvagi,  bisognosa solo di misericordia e mai di castigo o di coercizione. 

Ma la cosa più seria è che dietro a questo permissivismo e falsa misericordia sembra fare capolino l’idea marcionista di un Dio, preferibilmente detto «veterotestamentario», che non punisce mai, ma sempre perdona, tollera e scusa, per non dire che lascia libero l’uomo di agire come crede («libertà religiosa»), nella falsa certezza, di marca rahneriana, che tutti si salvano. Se così il Concilio insegnasse veramente, sarebbe nell’eresia. Ma è stata una delle eresie di Lutero condannate da Leone X, il credere che l’eresia possa entrare in un Concilio (Denz. 1479).

Questa idea marcionista del Dio bonaccione che non castiga perché sennò sarebbe cattivo, è balzata in piena luce nei discorsi e negli articoli di molti prelati e teologi nelle passate settimane della pandemia, ed io ho avuto il mio da fare nel confutarli uno per uno, mano a mano che comparivano sulla scena. Ma ciò purtroppo è un’impressionante testimonianza di questo clima di buonismo e di misericordismo, che in momenti drammatici come questo della pandemia, non è capace di fornire quella risposta risolutiva e consolante alla sofferenza, che solo dalla Parola di Dio può provenire.

Sono sorti molti studi su questo problema suscitato da Papa Francesco, problema molto delicato, perché tocca la questione della conoscenza della verità della dottrina della fede, circa l’insegnamento della quale il Papa possiede un dono d’infallibilità. Alcuni Autori hanno messo in luce certe affermazioni o frasi del Papa, che sembrerebbero smentire quel dono, ma che occorre invece interpretare o come sfuggite di bocca, o dette scherzosamente, o inavvertitamente o imprudentemente o in forma ambigua o come opinioni personali[6].

D’altra pare, bisogna anche dire che se è vero che i Pontefici del postconcilio si sono sempre premurati di dare la retta interpretazione delle dottrine del Concilio, non hanno efficacemente contrastato la falsa interpretazione rahneriana, dando l’impressione di una certa doppiezza, col permettere che essa si diffondesse tranquillamente in tutta la Chiesa e che quindi Rahner sembrasse sostituire S.Tommaso, apparendo come il  nuovo Doctor communis Ecclesiae, contro le direttive dello stesso Concilio, che raccomandano la dottrina dell’Aquinate. 

A discolpa e a giustificazione di quei Pontefici, partecipi dell’umana fragilità, tra i quali ve ne sono di Santi, si può dire che essi non hanno avuto la forza sufficiente per frenare il potentissimo rahnerismo ed è molto probabile che Benedetto XVI, critico di Rahner, si sia ridotto a dare le dimissioni su pressione della «mafia di San Gallo», composta da rahneriani. La mafia di San Gallo, scegliendo Bergoglio come Papa, ha creduto di avere tra le mani un docile strumento, ma non ha fatto i conti con lo Spirito Santo, il Quale ora gli sta dando la forza di correggere la sua pastorale in barba alla mafia di San Gallo e a tutti i falsi amici e i nemici della Chiesa.

Papa Francesco riformatore della Chiesa

Trasformatevi rinnovando la vostra mente
Rm 12,2

Tra i titoli magniloquenti attribuiti dai modernisti al Papa non poteva mancare quello di riformatore della Chiesa, naturalmente una riforma radicale, ab imis, quale mai finora si era vista, non però sul modello della riforma del Concilio Vaticano II, ma di Lutero. Su questa linea si trova la Conferenza episcopale tedesca capeggiata dal Card. Marx, così come si è espressa nel suo recente sinodo.

Ma Papa Francesco ha dato un chiaro avvertimento ai Vescovi tedeschi a stare al loro posto e a non affrontare argomenti dottrinali, che non sono di loro competenza, tanto più se poi si tratta dell’idea eretica da loro avanzata di ammettere le donne al sacerdozio ministeriale, idea contro la quale il Papa si è già espresso riprendendo la definizione dogmatica in merito di S.Giovanni Paolo II.
 
Questa deformazione modernista della Chiesa, che i modernisti hanno voluto appioppare a Francesco, per la verità è ormai di vecchia data, è un brodo riscaldato sullo stile del ’68, e quindi è importante non confonderla con l’ecclesiologia autentica del Vaticano II.

Questa è contenuta soprattutto nei due grandi documenti del Concilio, la Costituzione Dogmatica Lumen Gentium e la Costituzione Pastorale Gaudium et spes. Come è noto, però, l’ecclesiologia conciliare, con gli annessi decreti sull’ecumenismo Unitatis redintegratio, sulla libertà religiosa Dignitatis humanae e sul dialogo interreligioso Nostra aetate, se da una parte cominciò ad essere subito strumentalizzata dai modernisti, per esempio dalla rivista Concilium, dall’altra suscitò una reazione di rigetto in un ambiente cattolico, che non riuscì a capire e ad apprezzare il valore di quei documenti, ma, ingannati anche dal can-can fatto dai modernisti attorno a quei documenti, si convinse che il Concilio aveva cambiato l’essenza della Chiesa togliendole il suo primato sul mondo e riducendola ad un’organizzazione umanitaria soggetta al mondo moderno[7].

Questa reazione di rigetto in nome di un concetto di Tradizione che non sapeva riconoscere la Tradizione nelle dottrine del Concilio, fu iniziata, come tutti sappiamo, da Mons. Marcel Lefebvre e seguaci con la fondazione della famosa Fraternità Sacerdotale San Pio X. Ma l’atteggiamento di eccessiva durezza di Papa Francesco nei confronti del tradizionalismo anticonciliare ha finito per ampliare ed aggravare l’opposizione per non dire l’ostilità nei suoi confronti di più ampli settori del mondo cattolico, fino a che essi sono giunti ad accusarlo di eresia, per non parlare di accuse ancor più insensate. Dispiace a questo riguardo il gioco poco leale condotto da anni dal prof. Roberto De Mattei, storico della Chiesa, il quale, senza giungere ad accusare formalmente il Papa di eresia, si sforza di dimostrare la possibilità di un Papa eretico con esempi storici, che in realtà non tengono.  

Se Papa Francesco è negligente nella repressione dell’eresia e guida la Chiesa con eccessiva indulgenza nei confronti dei modernisti e se è troppo severo contro il tradizionalismo anticonciliare, ciò non giustifica assolutamente il parlare che fa quest’ultimo spregiativamente di «neochiesa» o di «Chiesa di Bergoglio», come se il Papa avesse concepito una sua idea di Chiesa, contraria alla Tradizione e la volesse imporre alla Chiesa stessa, idea falsissima, di menti maligne, che solo il diavolo può ispirare.

Cristo chiama Francesco ad essere il buon pastore

Il buon pastore offre la vita per le pecore
Gv 1,11

Ci attendiamo da Papa Francesco che Dio lo rafforzi nel suo compito di buon pastore. Non si deve aver paura o ripugnanza dell’astrazione, quando essa è giustificata dalle esigenze della conoscenza teologica e morale. La buona pastorale è la prudente applicazione nel concreto della sana dottrina, che per sua essenza è una verità astratta. È l’applicazione nella prassi della verità pratica. L’antipatia per la verità astratta, che ogni tanto affiora in certi discorsi, che vogliono essere pratici, col pretesto che l’azione è nel concreto, in realtà è segno di una certa ignoranza, perché l’astrazione è il clima proprio del pensare, e agire senza basarsi sul pensiero non è avere il senso del concreto, ma è agire, come si suol dire, «con la testa nel sacco» o come fanno gli animali, che non usano la ragione.

Ora, la pastorale riguarda l’agire. Ma l’agire da solo non può essere norma a se stesso, non può costituire dottrina. La pastorale da sola non fa dottrina e quindi non può sostituire quella dottrina che dev’essere norma della pastorale o dell’agire, affinché l’agire sia buono, secondo Dio e non combini disastri. La dottrina non emerge dalla pastorale, anche se è vero che agendo si può comprender meglio quella verità che si sta mettendo in pratica. Ma è la prassi che nasce dalla teoria, così come è dal vedere che possiamo capire come dobbiamo muoverci. Un pastore che non conosce la sana dottrina è un cieco, guida di ciechi: finirà nella fossa lui e le persone che guida (Mt 14,15).

L’arte del buon pastore sta altresì nel saper parlare quando occorre parlare e tacere quando occorre tacere. Egli parla ed anzi insiste o, se occorre, alza la voce là dove occorre insistere, ossia nel caso si tratti di verità importanti, che pochi ascoltano o praticano, verità magari di non facile comprensione e che quindi hanno bisogno di essere chiarite o spiegate, o liberate da errori o equivoci, mentre tace non per rispetto umano, ma là dove non occorre parlare, ossia nel caso che si tratti di verità elementari o evidenti, già note a tutti e comunemente praticate, almeno dalla maggioranza. 

L’arte del buon pastore è saper correggere i fedeli devianti e il saper difendere il gregge dai lupi. Deve saper riconoscere il lupo sotto la veste di agnello. Non deve prendere per lupo un agnello che lo richiama al suo dovere. Ci sono dei pastori, i quali non fuggono, non perché non hanno paura del lupo, ma perchè non si accorgono neppure della loro presenza, li scambiano per pecore innocue o riformatrici, e non si accorgono che invece le supposte pecore stanno sbranando le pecore del gregge.

Il buon pastore non acquista nuove pecore senza aver verificato che siano sane, tali da non infettare le altre. Cura le malate e rafforza le sane. Le chiama una per una (cf Gv 10,3). Tratta ciascuna secondo i suoi bisogni, gli agnelli da agnelli, le pecore adulte da pecore adulte. Fa in modo che vadano d’accordo fra di loro e in caso di conflitto, giudica con imparzialità tra pecora e pecora (Ez 34,20), dando a ciascuna il suo. Premia le buone e castiga le cattive. Cerca di aumentare il numero delle pecore, invitando quelle adatte ed esortando quelle che si trovano in cattivi ovili a venire da lui. Caccia dall’ovile le pecore malvage e ribelli e le pone in un ovile a parte perché si correggano.

Il congedo di Enzo Bianchi, segno di una nuova linea pastorale

Correggete gli indisciplinati
I Ts 5,14

È vero invece che Papa Francesco ha dato di recente con la sanzione ad Enzo Bianchi  un chiaro segnale di voler correggere la sua eccessiva indulgenza verso i modernisti e di accogliere le pressanti istanze e suppliche che da tempo gli giungono da tutti i buoni cattolici di essere veramente il Padre di tutti i cattolici, senza parzialità, ma sforzandosi di mediare fra tradizionalisti e progressisti, così che essi collaborino tra di loro per il bene della Chiesa, evitando gli estremi dell’ultratradizionalismo e del modernismo.

Bianchi effettivamente è l’esponente più popolare e più famoso e nel contempo più insidioso e fascinoso di quel cristianesimo buonista, laicista, naturalista, facile, liberale ed edonista, senza obblighi stretti, senza peccato originale e senza penitenze o sacrifici espiativi, senza gerarchie ecclesiastiche o gerarchie di religioni, dotato di un vago alone mistico, col Papa come semplice capo religioso come tutti gli altri, che piace ai non-cattolici, luterani, anglicani, ortodossi, ebrei, musulmani, massoni, esoteristi, buddisti, taoisti, bramani. 

La Chiesa di Bianchi non si distingue dal mondo, non c’è un criterio per dire chi è fuori e chi è dentro. Quindi non si entra e non si esce. Tutti sono nella Chiesa («cristiani anonimi»). È fuori chi esclude gli altri. Accogliere tutti, non escludere nessuno. Non la fede, ma le fedi. Nessun muro, ma solo ponti. Si vive tutti assieme: Chiesa-mondo. Tutti sono figli di Dio. Tutti sono perdonati, nessuno è punito. Non esistono condizioni per entrare e per uscire. Chi si considera dentro e vuol star dentro, è fuori («la Chiesa non deve curare sé stessa»), chi è fuori, è dentro («Chiesa in uscita»). Il futuro è adesso; l’adesso è il futuro. Si tratta, in fondo, di un’estremizzazione della pastorale troppo larga e troppo di sinistra di Papa Francesco. 

Adesso il Papa si è accorto che così non va e perciò ha scaricato Bianchi. Papa Francesco sembra essersi accorto che accanto alla misericordia occorre recuperare la severità, senza tornare agli eccessi di prima del Concilio, ma nella forma evangelica insegnata dal Concilio, altrimenti la Chiesa diventa un bordello e una gabbia di matti e di bestie feroci. 

Il congedo di Bianchi, il maggior esponente del rahnerismo popolare e in soldoni, è un chiaro avvertimento al mondo del rahnerismo, anche a quello dotto ed accademico che fa al primo da supporto e giustificazione culturale. «Adesso basta – sembra dire Papa Francesco – mi avete preso in giro abbastanza, ho sopportato abbastanza, la pacchia è finita, convertitevi e credete al Vangelo».

Il Papa sembra essersi disgustato dell’immensa fanfaronata che gli hanno costruito attorno i modernisti nella speranza di averlo dalla loro parte. Se in un primo tempo Francesco si è lasciato abbacinare da questo fuoco d’artificio, adesso, accorgendosi che esso vuole la distruzione della fede, della Chiesa e del cristianesimo, avverte con forza il richiamo della sua coscienza e del suo dovere. I modernisti hanno il ben servito e bisogna che si ritirino in buon ordine.

Il provvedimento della Santa Sede nei confronti di Bianchi conferma la validità della sua istituzione di Bose e proprio affinché essa possa continuare a dar frutto dev’essere potata, ossia bisogna che Bianchi tolga dalla prassi di Bose quegli aspetti che non si conciliano col vero ecumenismo, con la vera comunione ecclesiale  e col Papa, aspetti che sono all’origine della tensione e del disagio attualmente presenti a Bose, e che hanno suscitato malcontento anche nei Vescovi del circondario.

Come reagiranno adesso i modernisti? Probabilmente minimizzeranno e diranno che l’allontanamento di Bianchi non significa che il Papa condanni un suo supposto modernismo, ma semplicemente che ha voluto risolvere il suo conflitto personale col nuovo Priore di Bose e metter pace in questa comunità disturbata dall’eccessiva ingerenza del vecchio Priore. 

Ma una spiegazione in questi termini banali dell’intervento del Papa non è soddisfacente. Se è stato necessario che intervenisse il Papa, Pastore universale della Chiesa, evidentemente qui non ci sono in gioco gli interessi particolari di Bose, come dissensi in comunità o la questione dell’esercizio dell’autorità a  Bose, problemi per risolvere i quali può bastare l’Ordinario del luogo, anche perchè Bose non dipende dalla Santa Sede.

 Figuriamoci se il Papa dovesse ogni volta scomodarsi per risolvere tutti i problemi e tutte le beghe pastorali con dispetti e ripicche personali che sorgono ogni giorno nelle diocesi di tutto il mondo! Che ci stanno a fare i Vescovi? Evidentemente, allora, si tratta di una questione che interessa tutta la Chiesa, ossia quella che appunto ho trattato in questo articolo.

L’intervento del Santo Padre, a parte la sua personale prudenza, è segno secondo me che egli sta prendendo le distanze da consiglieri inadatti e che stanno  subentrando consiglieri buoni e saggi, per aiutare il Santo Padre a portare avanti con prudenza, sagacia, avvedutezza, modestia e coraggio la vera riforma della Chiesa, quella voluta dal Concilio, sulle orme dei Pontefici precedenti, nella continuità[8] e non nella rottura, se non è la rottura col peccato. Così il Santo Padre rimarrà alla storia come prosecutore coraggioso e zelante della riforma conciliare e strumento dello Spirito Santo per una nuova Pentecoste.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 31 maggio 2020
Solennità di Pentecoste

[1] Il Papa ha fatto le lodi del libro di Kasper «Misericordia. Concetto fondamentale del Vangelo – Chiave della vita cristiana», Queriniana, Brescia 2015. Non vuol dire che il Papa approvi tutto quello che Kasper dice, perché vi sono contenuti gravi errori, che evidentemente il Papa non può approvare. L’errore più grave è l’idea marcionista secondo cui, con la venuta di Cristo, il Padre ha cessato di castigare. Basterebbe leggere il Vangelo per confutare questa eresia. Altro errore è quello di ritenere la misericordia essenziale a Dio. No. Se Dio non avesse creato il mondo, la misericordia divina non sarebbe esistita. Inoltre, l’atto più alto dell’amore divino verso l’uomo non è la misericordia, che suppone la miseria dell’uomo, ma è la glorificazione celeste dell’uomo in paradiso, dove evidentemente l’uomo non ha più bisogno d’essere compassionato.
[2] Cf Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale, Jaca Book, Milano 2017.
[3] José Antonio Ureta ha dedicato un intero libro per cercare di capire in che cosa consisterebbe questo «nuovo paradigma»: «Il “cambio di paradigma” di Papa Francesco. Continuità o rottura nella missione della Chiesa? Bilancio quinquennale del suo pontificato», Edizioni Instituto Plinio Corrêa de Oliveira, Fano (PU) 2018. Tutto quello che gli pare di capire sarebbe una rottura da parte del Papa col deposito rivelato. Ma questo in realtà non può essere, perché vorrebbe dire che Papa Francesco è caduto nell’eresia. E un Papa non può essere eretico. Così Ureta cita molte frasi del Papa certamente malesonanti od oggettivamente erronee, che occorre interpretare o in bonam partem o come lapsus mentali o come male espresse o come opinioni private.
[4] Cf il suo articolo Un Papa scomodo, apparso su Avvenire del 12 maggio scorso.
[5] Così il Papa si è procurato l’elogio di Massimo D’Alema, che lo ha salutato come «leader della sinistra internazionale»; di Nicolás Maduro, presidente del Venezuela, che in lui vede la «guida nella liberazione dei popoli»; di Evo Morales, presidente della Bolivia, che gli ha regalato un Crocifisso con la falce e il martello;  e l’ammirazione entusiasta di Leonardo Boff, leader impenitente di quella  teologia della liberazione di orientamento marxista, che fu già condannata dalla CDF nel 1984.
[6] Vedi per es. Mauro Mazza, Bergoglio e pregiudizio. Il racconto di un pontificato discusso, Edizioni Pagine, 2018; Aldo Maria Valli, 266. Jorge Mario Bergoglio Franciscus P.P., Liberilibri, Macerata 2016; Come la Chiesa finì, Liberilibri, Macerata 2017: A.J.Ureta, op.cit.

[7] Un esempio di questa incomprensione del valore della vera ecclesiologia conciliare apparve fin dagli anni ’60 nell’opera del dotto filosofo cattolico, pur tomista, Romano Amerio, col suo famoso libro molto documentato, ma purtroppo inficiato da questa incomprensione tradizionalista, Iota unum. Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel XX secolo Nuova Edizione Lindau 2019 Torino 2009. Il termine «variazioni» è un eufemismo, perché in realtà Romano Amerio vorrebbe sostenere che il Concilio ha cambiato l’essenza della Chiesa, cosa impensabile per un cattolico, perché sarebbe come accusare il Concilio di eresia. È stata invece l’operazione dei modernisti quella di falsificare il concetto di Chiesa in senso ereticale e protestante, spacciandola per ecclesiologia conciliare.

[8] Cf il mio libro Progresso nella continuità. La questione del Concilio Vaticano II e del post-concilio, Edizioni Fede&Cultura,Verona 2017.

6 commenti:

  1. Caro padre Cavalcoli, comprendo il suo desiderio che questo Papa rinsavisca dalle derive, ma già nel libro "Il nome di Dio è Misericordia" ha dichiarato la sua convinzione del perdono di Dio a prescindere; come anche il cancellare della messa alla prova e quindi del giudizio nella preghiera del Padre Nostro lo confermano. Credo che Francesco si sia pentito di aver fatto troppe aperture ai vescovi tedeschi e adesso ha iniziato a mandare dei segni che impediscano di associarlo alle derive dottrinali che quei vescovi stanno sbandierando.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Caro Gennaro, la ringrazio per la segnalazione del libro del Papa. L'ho ordinato e lo leggerò con molto interesse. In ogni caso, le ricordo che sia il Concilio di Quierzy dell'853 che il Concilio di Trento insegnano che non tutti si salvano.

      Elimina
  2. il mio commento è cortissimo: Bergoglio non è il Papa perchè è scomunicato.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Caro Unknown, le faccio presente che l'istituto della scomunica è sotto la suprema giurisdizione del Papa, il quale può scomunicare qualunque fedele, ma non evidentemente se stesso.

      Elimina
  3. Se è possibile vorrei avere un suo commento su quando riportato da frà Alexis Bugnolo circa l'invalidità della rinuncia al mandato di Papa Benedetto XVI https://www.chiesaromana.info/index.php/2019/12/05/la-rinuncia-e-invalida-per-6-ragioni/

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Caro Ignazio, la questione è molto semplice. Il Papa valido è Papa Francesco. Da qui qualunque cattolico, senza bisogno di aver fatto chissaquali ricerche se la rinuncia di Papa Benedetto sia o non sia valida, può dedurre che la rinuncia è valida. Se infatti lo stesso Papa Benedetto ha fatto professione di obbedienza a Papa Francesco, evidentemente la sua rinuncia era valida, come pure è valida la elezione di Papa Francesco.

      Elimina

I commenti non consoni al blog, saranno rimossi.