Lo zigote è una persona umana? - Prima e Seconda Parte (2/2)

 Lo zigote è una persona umana?

Prima e Seconda Parte (2/2)

Il nostro corpo proviene da una sola cellula

Papa Francesco, affermando di recente che il feto è una vita umana, ha implicitamente affermato che il feto, a cominciare dallo zigote, è una persona umana, naturalmente in senso ontologico, non dal punto di vista psicologico, morale e giuridico.

Infatti esso non è ancora un soggetto capace di intendere e di volere, non è ancora capace di relazionarsi spiritualmente e moralmente con Dio e col prossimo, non è ancora capace di esercitare le sue facoltà razionali e spirituali. In questo senso non è ancora persona. Per questo il Papa, citando l’esser persona, ha solo posto la domanda, senza entrare in queste distinzioni.

Lo zigote, generato dall’uomo, è figlio dell’uomo. Il figlio è della medesima specie dei genitori. È un individuo umano come prima cellula originatrice per suddivisione di tutte le altre del medesimo individuo. È dunque già un individuo umano, è un individuo della specie umana. Come ha detto di recente Papa Francesco è una vita umana.

Possiamo dire allora che è un soggetto che possiede una vita umana. Ma chi è un soggetto che possiede una vita umana? Evidentemente è una persona umana, perché appunto la persona è la sussistenza di una natura individuale razionale, animata cioè da un’anima razionale o spirituale, non importa che questa persona sia o non sia un grado di esercitare le facoltà razionali.

Lo zigote è una sostanza vivente ilemorfica individua, sussistente secondo una natura corporeo-spirituale o animale-razionale. Lo zigote è già persona perché è una sostanza vivente composta di corpo e anima spirituale creata immediatamente da Dio.

Sappiamo infatti che quando i due gameti si uniscono, formano una sola cellula, detta «zigote». Quella cellula è un individuo formato di anima e corpo. Esso comincia a suddividersi in cellule sempre più numerose, fino a che esse raggiungono nell’individuo adulto il numero di alcuni miliardi.

Questo individuo, che conserverà la sua identità peculiare ed irripetibile per tutta la vita fino alla morte, è una sostanza animata da un’anima spirituale. Infatti al momento dell’unione dei due gameti, nel momento in cui si forma lo zigote, Dio crea immediatamente la sua anima.

Perché mai? Dio non potrebbe crearla mediatamente, ossia in concomitanza alla generazione dell’individuo o nel momento in cui viene generata? No, perché l’anima umana non è una forma che costituisca il termine di una precedente evoluzione corporea, come avviene negli animali, e quindi non è generata col corpo.


Lo zigote è un vivente animato da un’anima umana

L’anima umana non risulta dalla semplice unione dei gameti, non è l’effetto di questa unione, come avviene negli animali, nei quali l’anima non è una forma indipendente dal corpo, non primeggia sul corpo, ma vive della vita del corpo, emerge dalla materia corporea, sicchè, alla morte del corpo, muore l’intero individuo, anima e corpo, per cui si dissolve anche l’anima, che ritorna nella potenzialità della materia.  

 L’anima dell’animale, insomma, è generata col corpo, emerge dal corpo e segue le sorti del corpo. Essa è immateriale ma non spirituale. La psiche animale sa infatti astrarre la specie dall’individuo e quindi il suo appetito appetisce lo specifico: al lupo non interessa questo agnello, ma l’agnello. Ciò comporta il superamento del «questo» materiale (questo agnello), ma non dell’oggetto, che resta materiale (l’agnello).

 Inoltre il questo resta connesso con l’il. Ciò vuol dire che l’animale non astrae del tutto l’universale come facciamo noi col concetto. Esiste nella sua psiche un’intenzionalità che si avvicina a quella spirituale senza raggiungerla. E per questo non sa designare con un nome il suo oggetto. Inoltre non sa elevarsi alla conoscenza della realtà spirituale e divina.

Per questo la psiche animale (eb. nefesh) non sopravvive e non continua a sussistere dopo la dissoluzione del corpo, come la nostra anima (eb. rùach), la quale esercita un’attività spirituale, intellettuale e volitiva, indipendente dal corpo.

Così la nostra anima non è composta di materia e forma, ma è pura forma immateriale; non è espressione del corpo, ma è signora e guida del corpo. Nella dissoluzione del vivente animale la materia corporea perde la sua forma sostanziale, cioè l’anima che rientra nella potenzialità della materia e i residui materiali assumono altre forme.

Ma l’anima umana è pura forma. Essa quindi per questo motivo non può dissolversi. Infatti la dissoluzione avviene in un composto. Ma l’anima umana è una forma semplice. Per questo motivo è immortale.  In un composto la materia può perdere la forma. Se invece la forma non è immersa nella materia come nell’animale, ma è forma sussistente, essa non può perdere se stessa e quindi continua a vivere senza il corpo. Ora, una forma così nobile del genere, che non è prodotta dall’evoluzione del corpo, non può che essere creata direttamente da Dio.

È chiaro che qui si suppone la distinzione fra l’anima e le sue facoltà e si respinge quindi la teoria che confondendo le facoltà col loro esercizio, si riconosce come persona solo il soggetto che esercita le facoltà. Eppure non ci vuol molto a constatare che anche le persone più ricche di manifestazioni della personalità, a intervalli di tempo ne sospendono l’esercizio, oppure alternano l’esercizio dell’una all’esercizio dell’altra.

Ora, a meno che non ammettere l’assurdo che negli intervalli di silenzio l’anima e le facoltà cadano nel nulla, è giocoforza ammettere che  le facoltà e quindi l’anima che ne è la radice continuino ad esistere anche negli intervalli di  inattività, mentre l’esistenza di una pluralità di facoltà ci costringe ad ammettere  la distinzione reale fra di esse e l’anima, perché se per esempio l’intelletto s’identificasse con l’anima, non potrebbe essere la stessa cosa per la volontà, che è diversa dall’intelletto.

La persona è un soggetto composto di sostanza e accidenti

La sostanza creata[1], della quale abbiamo esperienza, a cominciare dalla sostanza chimica, si distingue da un'altra non per se stessa, ma per la diversità delle sue qualità o proprietà, sperimentando le quali veniamo a riconoscere di quale sostanza si tratta.

Così lo zucchero è caratterizzato dalla dolcezza e il fiele dall’amarezza. Mediante queste qualità, chiamate accidenti, noi conosciamo la sostanza e distinguiamo la sostanza dai suoi accidenti. La dolcezza e l’amarezza non sussistono in sé, ma nella sostanza. Non è possibile, quindi. risolvere la sostanza in un fascio di accidenti, come fanno gli empiristi e i buddisti, anche se è vero che, tolti gli accidenti è tolta la sostanza. Ma resta il fatto che lo zucchero non è la sua dolcezza e il fiele non è la sua amarezza. Infatti anche altre cose possono avere queste qualità senza essere zucchero o fiele. E dunque la sostanza è indicata dagli accidenti e non ci sarebbero gli accidenti se non inerissero alla sostanza. La stessa cosa vale per la persona. Essa è una sostanza con accidenti.

La sostanza è la natura umana; gli accidenti sono le facoltà. Tra questi c’è il porsi in relazione sociale, che dipende dalla volontà della persona. Il che vuol dire che la persona può evitare certe relazioni sociali e non per questo non mantiene la sua essenza di persona.

Dunque è falso il famoso detto di Marx che «l’individuo è il suo essere sociale». Chi non socializza potrà essere un egoista, un individualista, ma resta pur sempre un individuo. Ed inoltre è chiaro che in questa concezione chi non è capace di socializzare, come per esempio l’embrione, non può appartenere alla società e può quindi essere eliminato.

Tuttavia l’atto del mio relazionarmi è un accidente, che non costituisce l’essenza della mia persona, tanto è vero che è oggetto di scelta. Che uno accolga Dio o che Lo rifiuti lo costituisce rispettivamente una persona buona o cattiva, ma è chiaro che in entrambi i casi costui resta sempre una persona.

La persona comporta due atti d’essere: quello principale, che è il sussistere, e un atto secondario dipendente e fondato sul primo, che è l’inerire: dunque, sussistenza della sostanza e inerenza degli accidenti.

È infatti essenziale tener presente che la persona umana non è né una pura sostanza o, come si dice in linguaggio idealistico, un «puro soggetto», un puro «io», una pura «autocoscienza». Ma non è neppure una pura relazione o, come alcuni dicono, un semplice «essere-per-gli-altri» o, come dice Rahner, uno «spirito», un «essere autotrascendente, aperto all’essere in genere e tendente a Dio. È un soggetto con delle proprietà, potenze, qualità energie, tendenze, attitudini, attività realmente distinte dal soggetto. Di alcune ha padronanza; di altre no.

Non si può risolvere o esaurire l’esser persona nel suo significato psicologico o giuridico, nel suo rapporto sociale o con Dio, nel suo agire come persona, nella coscienza di essere persona o nel risultato verticale di una precedente evoluzione ascensiva della materia corporea secondo meri processi chimico-meccanici deterministici, sì da rendere illusoria la trascendenza dello spirito, dell’intelletto, della volontà, del libero arbitrio e dell’autocoscienza, secondo la concezione materialista della persona.

La persona non è neppure un soggetto spirituale separato dalla natura corporea, che sarebbe a sua totale disposizione per essere plasmata secondo la libera volontà della persona senza tener conto della legge o del fine della natura umana.

L’esser uomo non si risolve neppure nello spirito e nell’apertura all’essere o a Dio, come crede Rahner, giacchè questa apertura non è costitutiva dell’uomo come tale, ma è effetto di una libera scelta, che non tutti fanno. L’uomo può chiudersi all’essere[2] e a Dio e non per questo non è più uomo. È pertanto sbagliato e illusorio definire la persona in termini di rapporto all’essere o a Dio, come fossimo tutti angeli del paradiso.

Occorre però distinguere due tipi di accidenti. Un conto infatti è l‘accidente essenziale o inseparabile dalla sua sostanza (accidens per se), che è una proprietà della sostanza e un conto è l’accidente accidentale (accidens per accidens), che si aggiunge alla sostanza, per cui ci sia o non ci sia la sostanza resta la stessa. 

L’accidente relazione (accidens per se) è l’effetto di un’attività necessaria ed essenziale al bene della persona. Il puro accidentale (accidens per accidens) è invece qualcosa di casuale, facoltativo o di occasionale, che lascia indifferente la persona. Che io abbia o non abbia il raffreddore non coinvolge la mia salvezza; ma che io mi relazioni o non mi relazioni con Dio decide del mio destino eterno.

La persona non si risolve nel suo relazionarsi

La persona si manifesta nel relazionarsi con gli altri nel linguaggio e nell’azione morale.  Ma occorre distinguere la persona dal manifestasi della persona a se stessa (l’autocoscienza, per la quale dico: io) e agli altri. La persona, in quanto mostra di essere capace di intendere e di volere, è la persona in senso giuridico; in quanto dispone dell’apparato neurocerebrale necessario all’esercizio dell’intendere e del volere è la persona in senso psicologico; in quanto dispone delle condizioni fisiche per il sorgere del detto apparato, è la persona in quanto individuo vivente sussistente in una natura razionale, che è la realtà della persona in senso metafisico (individua substantia rationalis naturae)[3].

A coloro che tendono a risolvere la persona nel suo agire e relazionarsi, occorre ricordare la distinzione metafisica nella creatura tra l’esistente e l’agente. Solo in Dio l’essere s’identifica con l’agire. Solo la persona divina è relazione sussistente.  Ogni ente finito certamente agisce e si pone in relazione con altri enti e con Dio fine ultimo di tutti gli enti, ed è vero che non cessa mai d’agire e di relazionarsi, ma capita sempre che mentre una facoltà agisce, l’altra è a riposo e ciò non impedisce che l’agente continui ad esistere: se dovesse identificarsi con quella facoltà, dovrebbe cadere nel nulla e risorgere dal nulla alla ripresa dell’attività di quella facoltà: cosa evidentemente assurda.

Inoltre, la persona non solo agisce, ma anche patisce e riceve. Anche così essa si relaziona, ma questo relazionarsi non la rende una mera inerte passività. Al contrario la persona reagisce e conserva anche in queste condizioni una sua autonomia, iniziativa ed attività, che ci fanno comprendere anche qui la necessità di distinguere la persona dalla sua relazione.

Le sue facoltà passano dalla potenza all’atto, la sua vita comporta l’attuazione di molte possibilità e inclinazioni e di molti progetti. Riceve molti influssi dall’ambiente, dagli altri e da Dio. Nello stadio fetale il ricevere prevale nettamente sul dare, benché la presenza del feto nel seno della madre non sia priva di beneficio per la madre.

L’embrione certo si relaziona con l’ambiente materno, ma si tratta di relazioni evidentemente soltanto biologiche, non essendo il soggetto ancora abbastanza sviluppato per esprimersi come persona, ossia con l’esercizio dell’intelletto, della volontà e del linguaggio, dato che mancano ancora le necessarie condizioni fisiche, neurologiche e cerebrali.

Mentre l’embrione, che vive ancora una vita vegetativa, se viene offeso propriamente non patisce, ma si irrita, il feto, nel quale comincia a sorgere sensibilità comincia a conoscere il patire, per quanto sano esso possa essere, perché è soggetto alle conseguenze del peccato originale e per tutta la vita seguente fino alla morte la persona umana sa che cosa è la sofferenza, senza che sia necessario arrivare alla lugubre visione heideggeriana della permanente «angoscia» (Angst) e dello «essere-per-la-morte» (sein-zum-Tode).

La persona non tende a Dio e al prossimo per essenza, ma per libera scelta, acconsentendo volontariamente ad un’inclinazione della natura verso il fine ultimo. Per cui una persona resta persona, anche se non tende a Dio e al prossimo, benché frustri il conseguimento del vero fine ultimo.

È persona pertanto anche l’egoista, l’ateo, l’empio, il solipsista, l’egocentrico, lo gnostico, la persona chiusa in se stessa, che finalizza tutto a se stessa, che bada solo ai propri interessi, sfrutta gli altri e fà Dio di se stessa. È certamente una cattiva persona, ma conserva sempre la sua essenza di persona fatta per Dio e per gli altri, per cui, finché resta in questa vita, ha sempre la possibilità di convertirsi e diventare una buona persona.

La persona non si risolve nella relazione con gli altri perché la relazione scaturisce dalla persona, esprime la persona, si fonda sulla persona, suppone la persona. Ma questa è il principio della relazione, e il principio non può confondesi col principiato. La persona ha relazioni necessarie e relazioni libere.

Le prime discendono necessariamente dalla sua natura e sono da lei indipendenti, come la relazione fisica con l’ambiente. Le seconde dipendono dalla sua volontà e quindi sono effetto di scelta, possono esserci e non esserci, possono essere buone o cattive. Se mancano, la persona resta. Esse quindi si aggiungono alla persona. Appartengono alla categoria dell’accidente.

La persona pone queste relazioni libere a seguito dell’azione della volontà, che è, insieme con l’intelletto, una facoltà della persona, una proprietà stabile ed essenziale: un accidente inseparabile. L’atto del volere, invece, può esserci o non esserci. La volontà può volere o non volere. 

Ma la persona preesiste alle facoltà e ai loro atti, perché ne è il fondamento. Essa quindi non si esaurisce né negli atti né nelle facoltà.  La persona pertanto che per vari motivi non si relaziona, non sa o non vuole o non può relazionarsi con gli altri o con Dio, non per questo non resta persona, come per esempio nel caso dell’embrione, del dormiente, del demente, del malato in coma, della persona distratta, del posseduto dal demonio, del mistico in estasi.

Ridurre la persona a relazione, magari col pretesto di imitare la relazionalità della Persona Trinitaria, vuol dire in realtà mal concepire la dedizione agli altri ed avvilire la persona, degradarla al servilismo e farle perdere la sua libertà, asservirla al potere dei tiranni.

Se la persona ha il dovere di relazionarsi con gli altri e con Dio nell’esercizio delle virtù, ciò non significa che sia lecito concepire l’essere personale come fosse un semplice essere relativo ad un assoluto sociale o divino o un puro mezzo per un fine. Essa stessa è un fine, come diceva giustamente Kant.

Infatti la persona è un assoluto, la vita umana è sacra, senza per questo essere l’Assoluto, e senza che ciò impedisca alla persona di sacrificare la vita per un ideale, ma questa limitata assolutezza essa la ricava dal fatto di essere creata ad immagine e somiglianza di Dio.

Il fatto che il relazionarsi a Dio e agli altri non costituisce il sostanziale della persona, ma un accidente, non significa assolutamente che si tratti di una pratica facoltativa, poco importante, di un interesse secondario, di una cosa accidentale. Al contrario, è ciò che dà il senso di fondo alla dignità della persona, ciò per cui vale la pena di vivere, di spendersi, di sacrificarsi e di morire.

La persona ha un’identità immutabile

C’è inoltre da tener presente che la persona, dotata di un peculiare patrimonio genetico diverso da persona a persona, non rimane solo sostanzialmente identica a se stessa nello scorrere del tempo, ma anche evolve e cambia continuamente, materialmente e accidentalmente. 

Essa può andar soggetta a menomazioni fisiche o psichiche, che però non alterano, benché disturbino, la persona. Possono avvenire alterazioni morbose o traumatiche o degenerative della personalità neuropsicologica, ma la persona è ontologicamente immutabile e incorruttibile, salvo la perdita del corpo con la morte, che però le viene restituito da Dio nella futura risurrezione.

L’immutabilità ontologica della persona e della vocazione divina su di essa, sia matrimoniale che sacerdotale e religiosa sono la ragione di fondo della irrevocabilità dei sacri impegni assunti, dei doveri che vi corrispondono e delle promesse fatte a Dio e alla Chiesa, nonchè dell’indissolubilità del vincolo matrimoniale e dell’incorruttibilità del carattere sacerdotale.

L’identità ontologica specifica ed individuale della persona nella veste del cittadino è registrata, significata e segnalata giuridicamente ed anagraficamente nei suoi caratteri specifici individuali empirici nella carta d’identità. Essa certo può essere contraffatta, ma se è verace, manterrà sempre gli stessi dati essenziali, al di là degli inevitabili accidentali mutamenti fisici o cambi di residenza, stato di vita, mestiere o nazionalità.

La persona non può cambiare al punto da mutare la sua identità ontologica e da trasformarsi radicalmente in un’altra persona, perché l’individuo è metafisicamente se stesso, per cui o è soppresso o resta se stesso, a differenza del composto ilemorfico, che può trasformarsi in un’altra sostanza. La persona è sì un composto ilemorfico di anima e corpo, ma l’anima è immortale.

 Se persona umana è mortale, la sua’anima è immortale e cioè immateriale e spirituale, perché non è composta di materia e forma, ma è una forma semplice, sussistente da sé e quindi sopravvivente alla morte del corpo, il quale, peraltro, secondo la fede cristiana, è destinato alla resurrezione.

Quindi anche i mutamenti più radicali che avvengono o possono avvenire nelle persone riguardano solo l’aspetto fisico, la personalità psicologica, il mondo degli affetti, dei sentimenti, delle scelte, delle passioni e delle emozioni, idee e condotta, ma non l’essere e l’orientamento di fondo o la struttura innata, la natura di fondo, le qualità e i difetti innati, l’indole naturale, il DNA di quella persona come tale.

La persona è la sussistenza di una natura umana individuale

È importante altresì distinguere la persona umana dalla natura umana. La persona umana è un individuo della specie umana; è un individuo sussistente secondo una natura umana individuale. È un individuo vivente in possesso della natura umana. È un essere umano, è un uomo o donna, dunque un vivente di vita umana.

Occorre distinguere la persona in senso ontologico, psicologico, morale e giuridico. Ma dev’esser chiaro che la persona in senso fondamentale ed originario è la persona un senso ontologico o metafisico. Impossibile concepire rettamente ed esaurientemente l’essenza della persona senza una nozione analogica dell’essere, senza distinguere l’essere dall’agire, l’essere dal divenire, l’atto dalla potenza, l’essenza dall’esistenza, la materia dallo spirito, senza far riferimento alla nozione di ente sostanziale nella sua distinzione dall’ente accidentale e quindi senza distinguere la sussistenza della sostanza dall’inerenza dell’accidente.  

La singolarità della persona perfeziona la specie, a differenza di quanto avviene nel mondo animale, dove l’individuo è inferiore alla specie e tutto ordinato alla riproduzione e al bene della specie. È vero che l’individuo umano non esaurisce da solo tutte le virtualità della specie umana, ma ne realizza solo una parte infinitesimale.

È vero anche che pure l’individuo umano è ordinato alla riproduzione della specie e al bene della comunità[4]. Così similmente il buono non è la bontà, ma ne è solo una partecipazione. Indubbiamente il singolo uomo non è l’umanità, ma essa lo sovrasta per la sua sconfinata ricchezza di attuazioni concrete nei vari individui. In questo senso la persona è indubbiamente meno della natura umana collettivamente presa.

Ma resta sempre che, se consideriamo la natura come essenza universale astratta, indubbiamente la persona con la sua concretezza esistenziale aggiunge alla natura individuale un perfezionamento formale ed ontologico, appunto quell’actus essendi proprio della singolarità o dell’individualità sussistente, che neppure la natura individuale possiede in quanto semplice individualizzazione dell’essenza umana universale.

L’unità formale ossia intellegibile della singola persona è superiore all’unità della natura. In ciò il Beato Duns Scoto aveva ragione, anche se con la sua haecceitas ha voluto porsi su di un piano essenzialistico-formale, che tende a ridurre, come bene ha notato il Padre Tomas Tyn[5], la persona a un’essenza senza esistenza o viceversa a una esistenza senza essenza. Dal primo aspetto verrà fuori l’idealismo, dal secondo l’occamismo, il luteranesimo e l’esistenzialismo.

La persona è bensì intellegibile, ma non a modo di un’essenza, di una forma, di un Dasein, di una haecceitas, di un atto d’essere, di un’esistenza, ma di una sussistenza.

In tal modo l’individuazione ontologica dell’individuo umano non avviene solo come per gli animali, ossia grazie alla determinazione quantitativa della materia corporale, ma anche e formalmente grazie a quella individualità della quale è dotata l’anima al momento d’essere creata.

Come riconosciamo l’individualità dell’anima di quella data persona? Dalle sue manifestazioni sensibili, come per esempio il linguaggio e la sua condotta morale. Occorre tener presente peraltro che Dio crea quella data anima per quel dato corpo, col che si esclude la reincarnazione, per cui l’individuazione umana non avviene solo dal basso, come per gli animali, ma avviene soprattutto dall’alto, perché l’anima umana è spirituale e non è il risultato della materia. Ed ogni anima, come ogni associazione o comunità umana, ha una sua spiritualità diversa dalle altre.

Ciò fa sì inoltre che la persona umana sia intellegibile, naturalmente non per astrazione come la natura specifica, ma per intuizione, cosa che non si verifica per l’anima dell’animale, la quale non è una forma spirituale, ma risulta dalla semplice organizzazione della materia corporea.

Ciò fa si che esista una differenza formale fra anima umana maschile ed anima umana femminile, senza che si divida l’unità della specie. Ciò però comporta il fatto che l’essenza della singola persona non può essere definita per genere e differenza come la natura, ma può essere solo descritta o raccontata. La fotografia è un modo di conoscere una persona. In particolare è significativo lo sguardo.

La nozione di persona è una nozione analogica

La nozione di persona è una nozione analogica, giacchè la Bibbia ci rivela che Adamo ed Eva furono creati ad immagine e somiglianza della Persona divina, persona ovviamente da intendersi non in senso trinitario ma monoteistico, per cui Dio risulta essere il sommo analogato dell’essere persona.

Il racconto biblico della creazione dell’uomo insinua chiaramente il congiungersi di una corporeità preesistente con un «soffio» divino (rùach Gen 2, 7), che dà vita spirituale al corpo preesistente plasmato da Dio.

È qui evidente la nozione di persona umana, composta di corpo ed anima spirituale. Anche in Aristotele si trova il concetto della persona umana, quando parla dell’uomo «animale ragionevole» (zoon loghikòn), ed è evidente che anche qui abbiamo la distinzione fra lo spirito, il logos e il corpo, l’animale.

Ma Aristotele non va oltre. Non si domanda chi ha creato l’uomo, come invece se l’è domandata la Bibbia. E l’autore sacro, da buon ragionatore, capisce che il creatore della persona umana, per essere una causa plausibile e sufficiente, non può che essere a sua volta un Dio personale, modello assoluto di ciò che ha creato, perché l’effetto non può non essere simile o analogo alla causa. 

L’effetto non può non esser un’immagine del creatore, dove si trova virtualmente alla perfezione ciò che nell’effetto è solo imperfetto, dove è ottimo ciò che nell’effetto è buono, dove si trova per essenza ciò che nell’effetto è per partecipazione, dove si trova infinitamente ciò che nell’effetto è finito.

E difatti ecco appunto la notissima dottrina biblica dell’uomo creato ad immagine (tzelem) e somiglianza (kidmunetu) di Dio (Gen 1,26)[6]. Questa dottrina non contravviene assolutamente alla proibizione biblica di costruire o fare immagini di Dio, perché qui per «immagine» s’intende una statua scolpita plasmata dall’uomo, chiamata pesel o temunà, che diventa oggetto di adorazione o di culto e che quindi non è altro che l’idolo.

Certamente, idolo in senso mentale, può essere anche un’idea di Dio meschina o indegna della sua sublimità o perfezione, un’idea tratta dalla zoologia o dall’antropologia o dalla cosmologia e non dalla metafisica.

Ma la Bibbia, per quanto sappia benissimo che l’essenza di Dio trascende infinitamente la nostra immaginazione, non impedisce assolutamente di immaginare, ma anzi stimola fortemente la mente ad innalzarsi ad immaginare nel modo il meno imperfetto possibile, come può essere Dio, usando immagini tratte dalle stesse realtà terrene ed umane ed applicate naturalmente non in modo univoco, perchè ciò provocherebbe il panteismo o l’antropolatria, ma analogamente e metaforicamente.

Ora però la nozione di persona non è assolutamente un’immagine o una metafora, nè tanto meno un simbolo, ma una nozione ontologica che propriamente, benchè solo proporzionalmente ed analogicamente, conviene supremamente solo a Dio e per partecipazione e limitatamente all’uomo. E per persona la Bibbia intende un ente spirituale o spirito-corporeo individuale con o senza accidenti.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 20 settembre 2021



È importante altresì distinguere la persona umana dalla natura umana. 

La persona umana è un individuo della specie umana; è un individuo sussistente secondo una natura umana individuale. 

È un individuo vivente in possesso della natura umana. 



È un essere umano, è un uomo o donna, dunque un vivente di vita umana.

Immagini da internet

[1] Due magistrali trattati sulla realtà metafisica della sostanza. Tomas Tyn, OP, Metafisica della sostanza. Partecipazione e analogia entis, a cura di G. Cavalcoli, Edizioni Fede&Cultura, Verona, 2009; M.-D. Philppe, OP, L’Être. Recherche d’une philosophie première, I, Editions P. Téqui, Paris 1972, c.III.

[2] Oggi ci sono persino dei Domenicani ai quali l’essere non interessa assolutamente.

[3] San Tommaso, Summa Theologiae, I, q.29, a.1; U. Degl’Innocenti, OP, Il problema della persona nel pensiero di San Tommaso, Libreria Editrice della Pontificia Università Lateranense, Roma 1967.  

[4] J.Maritain, La persona e il bene comune, Morcelliana, Brescia 1963.

[5] Cf Metafisica della sostanza. Partecipazione e analogia entis, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1991, pp.230-241.

[6] Cf G.M.Carbone, L’uomo immagine e somiglianza di Dio nello Scritto sulle Sentenze di San Tommaso d’Aquino, Edizioni ESD, Blogna 2003.


11 commenti:

  1. Caro Padre Giovanni,
    lei ha scritto: “[lo zigote] non è ancora un soggetto capace di intendere e di volere, non è ancora capace di relazionarsi spiritualmente e moralmente con Dio e col prossimo, non è ancora capace di esercitare le sue facoltà razionali e spirituali. In questo senso non è ancora persona.”
    Ora, anche una persona adulta può perdere la capacità di intendere, di volere e di relazionarsi, sino ai casi limite dei soggetti in stato di coma profondo (di grado 3 secondo la Glasgow Coma Scale) o in stato vegetativo.
    Di questi individui, lei direbbe che sono persone solo in senso ontologico, ma non lo sono più dal punto di vista morale e giuridico, anche se in precedenza lo sono state?

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    1. Caro Bruno,
      queste persone, che lei cita, restano sempre persone in senso morale e giuridico, in quanto, supponendo che siano libere o liberate dagli impedimenti che lei cita, è chiaro che sarebbero capaci di intendere e di volere.
      Inoltre, quando ho detto che l’embrione non è persona in senso giuridico, parlavo dei doveri giuridici, ma non certo dei diritti. In questo senso l’embrione è soggetto di diritto, nel senso che ha il diritto alla vita e ad una dignitosa esistenza nel seno della madre.

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  2. Lei ha scritto: “[…] al momento dell’unione dei due gameti, nel momento in cui si forma lo zigote, Dio crea immediatamente la sua anima. Perché mai? Dio non potrebbe crearla mediatamente, ossia in concomitanza alla generazione dell’individuo o nel momento in cui viene generata? No, […]”.
    Ma il momento in cui si uniscono i due gameti non coincide proprio con la generazione dell’individuo?
    In tal caso la risposta dovrebbe essere “Sì”, ma forse lei intendeva dire che la creazione dell’anima non è causata, mediatamente, dall’unione dei due gameti in quanto tale, ovvero come conseguenza “meccanica” dell’atto coniugale dei due genitori umani, ma sempre e solo dal libero atto della volontà divina che interviene?

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    1. Caro Bruno,
      quando si parla di creazione “immediata”, distinta da quella mediata, “mediata” non vuol dire che Dio nel creare si serva di qualche mezzo, ma “immediata” significa che l’anima non è generata. È chiaro altresì che l’anima generata, ossia l’anima dell’anima è creata, e allora si dice che è creata mediatamente, in quanto è generata. Invece si dice che l’anima umana è creata immediatamente, e questo avviene soltanto per l’anima umana, per dire che la sua creazione avviene in concomitanza dell’unione dei due gameti.

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  3. A proposito dello zigote, lei ha scritto:
    “È un individuo umano come prima cellula originatrice per suddivisione di tutte le altre del medesimo individuo. È dunque già un individuo umano, è un individuo della specie umana. […] Sappiamo infatti che quando i due gameti si uniscono, formano una sola cellula, detta “zigote””.
    Forse, volendo essere il più precisi possibile, anziché dire che “lo zigote è già un individuo umano, come prima cellula originatrice per suddivisione di tutte le altre del medesimo individuo”, dovremmo dire che:
    “lo zigote è già almeno un individuo umano, come prima cellula originatrice per suddivisione di tutte le altre di quell’individuo e dei suoi eventuali gemelli mono/bis-zigoti, anch’essi individui-persone irripetibili” in quanto, come sappiamo, si danno i casi dei gemelli monozigoti o monovulari, che derivano da una singola cellula uovo fecondata da un solo spermatozoo, ed i casi, ancor più rari ma possibili, dei gemelli bizigoti o sesquizigoti, che nascono da una singola cellula uovo fecondata da due spermatozoi.
    E’ d’accordo?

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    1. Caro Bruno,
      se un medesimo zigote dà origine a due gemelli, questo vuol dire che Dio ha creato due anime e quindi due individui, i quali si spartiscono tra di loro la materia dello zigote in modo tale che una parte va ad uno e l’altra va quell’altro.

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    2. Sì certo Padre Giovanni.
      Ciò su cui volevo però attirare la sua attenzione, è sull’aspetto squisitamente formale di certe definizioni che adottiamo, che possono essere fraintese o, in taluni casi, maliziosamente utilizzate contro la verità cattolica.
      Provo a spiegarmi meglio.
      Se diciamo che “lo zigote è già un individuo umano”, la frase potrebbe essere interpretata come “lo zigote è già (e non potrà che continuare ad essere) un «solo» individuo umano”, e ciò non è precisamente vero nel caso che da quello stesso zigote si abbiano successivamente uno o più gemelli mono o bis zigoti.
      Se diciamo invece che “lo zigote è sempre «almeno» un individuo umano, ma potrebbe anche dar luogo a più individui nel caso di gemelli monozigoti o biszigoti”, noi confermiamo che, in tutti i casi, nello zigote c’è vita umana individuale, e quindi sacra, e contrastiamo forse più efficacemente il pensiero di quegli abortisti che hanno sostenuto che il concetto di individualità (intesa nel senso di impossibilità di divisione o distinzione da altro da sé) non sia predicabile dell’embrione umano, almeno per un certo periodo di tempo, proprio a causa della gemellazione monozigotica.
      Da ciò essi traggono la conseguenza che, nel periodo che va dall’istante del concepimento sino a quando sia possibile la formazione gemellare, inizialmente fissata al 14° giorno del concepimento, successivamente anticipata allo stadio di blastocisti (ossia embrione a otto cellule), l’aborto sarebbe lecito, poiché, essendovi in tale periodo la possibilità che un individuo possa diventare due individui, e ciò sarebbe contraddittorio dato che l’individuo non si può dividere, non si potrebbe ancora parlare di presenza di individuo e quindi di persona umana.
      In realtà, anche restando sul piano prettamente biologico, il discorso di tali abortisti non è corretto, in quanto gemellazione non significa divisione, bensì duplicazione (o anche moltiplicazione) di un individuo in due (o più) individui (Francesco D’Agostino Laura Palazzani, Bioetica, editrice La Scuola, 2007, pag. 78). Non è vero dunque, che in caso di gemellazione monozigote, ove prima, cioè al momento della fusione dei due gameti e quindi della formazione iniziale dello zigote, esisteva l’individuo X, dopo, ovvero una volta formatisi i due gemelli, esisterebbero gli individui Y e Z (esito della «scissione» di X), ma, in realtà, se prima esisteva l’individuo X, dopo continua ad esistere X assieme al gemello Y.
      Se definendo cosa sia lo zigote, lasciamo intendere (sia pur contro la nostra volontà) che è sacro, in quanto in esso è presente uno (ed un solo) individuo umano, rischiamo di prestare il fianco alle maliziose, ancorché scorrette, obiezioni degli abortisti.
      Non so, Padre Giovanni, se condivide con me tale preoccupazione.

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    3. Caro Bruno,
      sì, si può dire che da un punto di vista materiale lo zigote sia un solo individuo empirico, cioè in base alla semplice verifica sperimentale. Tuttavia, quando appaiono i gemelli, è evidente che lo zigote era fin dall’inizio un composto di due o più individui ontologici, cioè di due o più individui umani animati dall’anima spirituale creata nel momento dell’unione dei due gameti.
      Allora ciò vuol dire che al 14° giorno la divisione dell’embrione in due o più soggetti non significa, da un punto di vista ontologico, che un individuo si è diviso in due o più individui, perché, come ha detto lei giustamente, l’individuo non sarebbe più individuo.
      Naturalmente questa cosa non risulta da chi ragiona su di una base solamente empirica, per non dire materialistica, ma occorre che con l’intelletto noi capiamo che, con la divisione dell’embrione, sono apparsi due o più individui umani ovvero persone. Dunque, se appaiono adesso, vuol dire che c’erano già dall’inizio, nascosti nell’unità empirica dello zigote, perché non è possibile che Dio da un solo individuo ne ricavi due o più, perché altrimenti l’individuo non sarebbe più individuo.
      Infatti, la specie si può moltiplicare negli individui, ma gli individui non dividono più ulteriormente la specie. Da un punto di vista logico-ontologico abbiamo come una discesa: dall’ente si scende al genere; dal genere si scende alla specie; dalla specie si scende all’individuo e qui ci si ferma, perché siamo giunti appunto all’individuo, a un soggetto formalmente indivisibile, anche se materialmente può essere smembrato.
      Da questo fatto allora si capisce che Dio aveva già creato l’anima dei gemelli, prima ancora che essi apparissero all’esperienza come tali. Da ciò possiamo ricavare che, trattando di questo argomento, è meglio fare questa chiarezza, che lei mi suggerisce e che spero di aver fatto.

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    4. La ringrazio molto, Padre Giovanni, per la chiarezza e la congruità di quest'ultima nota di ulteriore approfondimento

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  4. Su questo argomento, è utile ricordare che da tempo la Chiesa ha abbandonato la tesi di San Tommaso, relativa ad un’animazione ritardata dell’embrione, come espressa nei Commenti alle Sentenze di Pietro Lombardo: “il concepimento del maschio non si compie fino al quarantesimo giorno, come dice il Filosofo nel nono libro del De animalibus, mentre quello della femmina fino al novantesimo.” (Scriptum super Libros Sententiarum, lib. 3 d. 3 q. 5 a. 2 co.).
    E ciò anche alla luce delle moderne acquisizioni scientifiche, di cui non poteva ovviamente disporre il grande Acquinate. Come scrisse il teologo Inos Biffi, pure lui tomista:
    “Per quanto concerne l’animazione Tommaso segue la teoria aristotelica (Libro della generazione degli animali, II, III, 736a35), da lui espressamente citata (Summa Theologiae, III, 33, ob. 3), secondo la quale «in tempi successivi il corpo viene formato e preparato a ricevere l’anima». Per cui la materia del corpo viene umanamente animata - riceve cioè l’anima umana - non nell’istante della concezione, ma intorno al 40° giorno dalla concezione. Dapprima abbiamo la realtà vivente - il vivum -, poi la realtà animale - l’animal -, e infine la realtà umana - l’homo - (ivi), che "assorbe", include e "oltrepassa" le precedenti (ivi, I, 118, 2, 2m).
    Nella Summa contra Gentiles (II, 89) Tommaso scrive: «Nella generazione dell’animale e dell’uomo, in cui la forma è perfettissima, molte sono le forme e le generazioni intermedie, e di conseguenza le corruzioni, poiché la generazione di una forma è la corruzione di un’altra. Perciò l’anima vegetativa (anima vegetabilis), che viene per prima, mentre l’embrione vive la vita della pianta, si corrompe e le succede un’anima più perfetta, che è insieme nutritiva e sensitiva (anima perfectior, nutritiva et sensitiva simul), e allora l’embrione vive la vita dell’animale (vita animalis); distrutta questa, le succede l’anima razionale che viene infusa dall’esterno (anima rationalis ab extrinseco immissa)», ossia «grazie alla creazione divina» (per creationem a Deo), o «da Dio immediatamente» (a Deo immediate) (Summa Theologiae, I, 90, 3, c.).
    Secondo questa teoria, l’infusione dell’anima razionale preesige, come condizione, che il corpo sia "formato", ossia adeguatamente disposto a tale infusione: il corpo all’inizio riceve solo un’"anima imperfetta" - vegetale/animale -, e solo in un secondo tempo "l’anima perfetta", o "l’anima razionale". […] Come si vede, la teoria tomistico/aristotelica sul tempo dell’animazione umana è legata alla concezione scientifico/filosofica - più filosofica che scientifica - dell’epoca. Ma non appare più sostenibile.
    Non si vede su quale fondamento si possa affermare che l’embrione «è semplicemente avviato» all’acquisizione del livello umano, e, dunque, «solo potenzialmente» uomo.
    Se non fosse da subito «umanamente» strutturato e definito, e perciò «umanamente» animato; se, in altre parole, non possedesse già in sé gli "ingredienti" o i princìpi obiettivi che costituiscono formalmente l’essere umano, da dove, e per quale ragione, e quando precisamente essi gli potrebbero giungere?”

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    1. Caro Bruno,
      la teoria di San Tommaso della successione delle forme, da quella vegetativa a quella sensitiva e dalla sensitiva alla razionale, mantiene un suo valore non nel senso che essa ignori che l’anima razionale viene creata immediatamente nello zigote, dato che ai suoi tempi si ignorava l’esistenza dello zigote, ma nel senso che essa esprime il fatto che realmente accade e cioè che il concepito inizia con la manifestazione di una vita vegetativa, passa alla manifestazione dell’anima sensitiva, e soltanto dopo la nascita avrà la manifestazione della anima razionale.
      La teoria di San Tommaso non può essere utilizzata dagli abortisti, i quali negano che lo zigote sia un individuo umano. Infatti, se Tommaso sostiene che la forma razionale appare solo al terzo mese, con questo egli non intende assolutamente negare che il soggetto antecedentemente sia un individuo umano, inquantoché egli condivide la coscienza comune che quando una donna è fecondata concepisce un figlio, un essere umano.

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