La missione del sacerdote - Prima Parte (1/3)

 La missione del sacerdote

Prima Parte (1/3)

                                                                                    Fate questo in memoria di me

                                                                               Dedicato a Sua Ecc.za Rev.ma Mons.Enrico Solmi, Vescovo di Parma

Una formazione inadeguata 

L’attuale scarsità di giovani interessati a farsi sacerdoti e un certo numero di sacerdoti, che per vari aspetti non osservano adeguatamente i loro doveri sacerdotali dipendono dal fatto che si è diffusa una concezione errata o non sufficientemente alta del sacerdozio, che indirizza il giovane per una via sbagliata oppure una via che manca di quell’attrattiva che invogli e spinga il giovane ad abbracciare la vita sacerdotale, disposto ad affrontare tutta la disciplina, le rinunce e i sacrifici che richiede.

Si chiede al giovane di affrontare tutti questi sacrifici e rinunce senza fornirgli un motivo sufficiente perché egli si senta giustificato a farli. Cioè non si mostra al giovane la maggiore bellezza della vita sacerdotale rispetto a quella laicale o matrimoniale. In questo caso anche il giovane che ha la vocazione, non la sente perché non gli si fa prender coscienza di averla e non gli si mostra la superiore bellezza. Viceversa il giovane che ha la vocazione la scopre solo se gliela è presentata in tutta la sua verità, attrattiva e bellezza.

Il difetto del tipo di promozione delle vocazioni al sacerdozio, quando non viene presentato un ideale di compromesso col mondo, è quello di esaltare magari in maniera ottima la bellezza della vita cristiana in generale, ma senza precisare ed evidenziare l’esistenza in questa vita di una qualità più alta e più preziosa, alla quale alcuni sono chiamati, qualità che è appunto la vita e la missione del sacerdote.

Quando non si presenta un ideale secolaristico e comodo, insufficientemente spirituale, ci si limita a dire che è una via diversa da quella laicale e non si dice ciò che è essenziale e determinante affinchè il giovane la scelga con valida ragione.  E cioè non si dice che è una via superiore, che è una via migliore di santità, che fa seguire Cristo più da vicino, e consente di portare più frutti di vita eterna.

Manca in questi formatori la percezione che esistono vari livelli di vita cristiana. Essi sono troppo preoccupati di evidenziare la sostanziale uguaglianza e parità di base di partenza, di dignità e di condizioni di vita di tutti gli uomini davanti a Dio, nonché la medesima grandezza oggettiva per tutti del premio finale – cose verissime – e quindi l’universale chiamata alla santità, perché dimenticano che nel contempo non a tutti Dio distribuisce la medesima quantità di talenti, per cui chi ha ricevuto di più può e deve produrre di più.

Ora, il sacerdozio è appunto un talento in più, che Dio non dona a tutti. Se si nasconde al giovane questo fatto e si presenta la vita sacerdotale allo stesso livello di quella laicale, allo stesso livello di fecondità di guadagni e di risultati spirituali, il giovane di buon senso giustamente si domanda: chi me lo fa fare sobbarcarmi tanti sacrifici e rinunce per ottenere gli stessi risultati di coloro che non li fanno? Per un guadagno superiore sono disposto a pagare di più. Ma se il guadagno è lo stesso, perché spendere di più? È la domanda che Pietro fa a Cristo: «Signore, abbiamo lasciato tutto per te: che guadagno ne avremo?».

Questi formatori avanzano a questo modo di ragionare due obiezioni. La prima. Il giovane dev’ essere disinteressato. Non deve aspirare al sacerdozio in vista di un premio maggiore o di maggiori soddisfazioni, ma per il puro desiderio di servire Dio e il prossimo.

Rispondo dicendo che, supponendo che ciò che sta maggiormente a cuore al giovane sia la gloria di Dio e il servizio al prossimo, il giovane non fa niente di male, anzi, come vediamo, è autorizzato dallo stesso San Pietro a considerare il maggior vantaggio che gli viene dal farsi sacerdote: il famoso centuplo in questa vita, in mezzo a tribolazioni e la vita eterna nel secolo futuro (cf Mt 19,29).

Seconda obiezione. Il giovane non dev’esser mosso ad aspirare al sacerdozio ritenendolo uno stato di vita superiore, perché ciò sarebbe segno di ambizione e di sete potere e lo farebbe cadere nel clericalismo.

Risposta. La consapevolezza di esser stato posto più in alto e di aver ricevuto un talento in più, può e deve essere per il giovane stimolo ad un maggior senso di responsabilità, deve farlo temere di più di ricevere da Dio un castigo maggiore se non vi corrisponde, deve renderlo più grato a Dio, che gli ha dato di più che ad altri, deve renderlo ancor più generoso nel trafficare il talento ricevuto. «A chi ha maggiormente ricevuto, maggiormente sarà richiesto».

Bisogna aggiungere l’importanza di promuovere non solo il sacerdozio, ma il sacerdozio religioso, ossia quello esercitato in un Istituto religioso approvato dalla Chiesa. Infatti la vocazione religiosa è un talento in più, che si aggiunge al sacerdozio, un talento, un dono dello Spirito Santo raccomandabilissimo e convenientissimo al sacerdozio, e che lo impreziosisce, lo arricchisce, lo rende più spirituale, più generoso, più distaccato dal mondo, più austero, più amante della perfezione e della santità, più segno della vita futura.

È solo l’episcopato che supera in perfezione spirituale il presbiterato religioso, perché, come insegna San Tommaso, nel carisma episcopale è virtualmente contenuta la perfezione del religioso, essendo il vescovo il perfector, mentre il religioso è il perfectus, non nel senso di perfetto, ma di perfezionato. Ossia il vescovo è il maestro e il perfezionatore del religioso, che viene ammaestrato e perfezionato dal vescovo.

E difatti spetta al vescovo approvare una nuova fondazione religiosa e regolamentare la vita religiosa. Per questo, il presbitero che viene promosso vescovo, riceve dallo Spirito Santo il carisma religioso, che gli consente di essere perfezionatore e guida nella vita religiosa.

Il sacerdote diocesano vive la sua socialità sacerdotale in modo differente da quello del sacerdote religioso. Ogni sacerdote ha bisogno di vivere la sua vita ecclesiale in fraterna comunione con i confratelli nel sacerdozio per formare un collegio armonioso ed unitario, pur nelle diversità individuali sotto la guida del vescovo.

Il popolo santo di Dio, nel vedere questa fraternità sacerdotale, che dà esempio di carità, rimane edificato e stimolato nella fiducia nei confronti del sacerdote e del vescovo, capo del collegio presbiterale, che riunisce i parroci. I sacerdoti religiosi che vivono nella diocesi ovviamente anche loro appartengono al presbiterio diocesano ed obbediscono al vescovo come a padre e pastore comune.

Tuttavia, a norma di diritto, i sacerdoti religiosi devono obbedienza al vescovo solo per la loro attività esterna, mentre per quanto riguarda la vita interna dell’Istituto, essi dipendono dal Superiore dell’Istituto. Il vescovo può chiamare in diocesi una comunità dell’Istituto, ma non può impedire che questa comunità per ordine dei Superiori, lasci la diocesi.

La crisi attuale del ministero sacerdotale

La crisi nell’ambito degli ambienti sacerdotali li colpisce soprattutto nei due punti che caratterizzano la funzione e la missione del sacerdote: la celebrazione della Messa e la pratica del sacramento della penitenza con quella dell’annesso sacramento dell’unzione degli infermi, che non è che un’espansione della grazia della confessione in immediata o prossima preparazione alla morte.

In passato, in particolare nel sec. XVII in Francia, guarda caso proprio all’apogeo dell’assolutismo monarchico, vigette una esagerata esaltazione del sacerdozio in un timbro marcatamente spiritualistico, non senza influsso cartesiano, che ebbe eccessi di particolare rigidezza nel giansenismo.

La figura del sacerdote veniva presentata nella luce di una sublimità e sacralità celeste, nella quale la sua umanità con le sue debolezze e fragilità, passioni e sentimenti, cuore ed affettività sembravano quasi svanire pudicamente nel fulgore mistico di una personalità dotta, solenne ed angelicata, che si piegava  dall’alto e a distanza sulla misera e miserabile condizione del comune mortale peccatore.

Il Concilio Vaticano II nel decreto Presbyterorum Ordinis, senz’affatto sminuire l’altissima dignità soprannaturale del sacerdozio, ci ha tuttavia presentato una figura di sacerdote al livello della nostra comune umanità, uomo tra gli uomini, uno di noi, amico tra gli amici, fratello tra i fratelli, pronto non solo ad insegnare, ma anche ad imparare, non solo a correggere, ma anche a correggersi, desideroso non solo di essere ascoltato, ma anche ad ascoltare, uno che non fa pesare la sua dignità, ma la mette a totale servizio di tutti, specie i più piccoli, i più poveri, i sofferenti, gli umili e gli emarginati.

Il Concilio ha voluto evidenziare la ricchezza di umanità che deve avere il sacerdote, il possesso eccellente delle virtù umane, aperto ma non invadente, riservato ma non chiuso, bonario ma non bonaccione, gioioso senza essere sboccato, sobrio nel parlare senza essere taciturno,  autorevole senza farla cader dall’alto, austero senza essere rigido, amante della solitudine senza essere un isolato, povero senza essere un poveraccio, affettuoso senza attaccamenti,  amante della compagnia senza fare l’amicone, confidente senza essere un curiosone, semplice senza essere un semplicione, religioso senza essere un bigotto. 

Il Concilio ha presentato il sacerdote come l’uomo della vita e della morte: ecco il battesimo e i funerali, l’inizio e la fine nella luce di Dio. È l’uomo che ha dimestichezza e tratta con la vita e con la morte. È l’uomo della grazia e del peccato, della sofferenza e della gioia. È l’uomo del perdono e della giustizia. È il maestro che insegna, il padre che ha pietà, il medico che guarisce, il giudice che distingue lo Spirito Santo dal demonio, le pecore dai capri, il grano dal loglio.

È successo però che il rinnovamento della vita sacerdotale promosso dal Concilio non sempre è stato inteso nel senso giusto.  All’eccesso preconciliare del prete  che ha sempre ragione, rigorista in etica, pronto alla reprimenda, distante dalla gente, posto nelle sacre altezze, celebrante per conto suo una Messa incomprensibile senza la partecipazione attiva dei fedeli, rigorosamente separato dalla donna, ignaro delle idee moderne, minaccioso inquisitore in confessionale, si è verificato, come sempre accade in questi frangenti, l’eccesso opposto del prete sbracato, modernista, esibizionista, il «prete di strada», falso amante dei poveri, contestatore del Magistero della Chiesa, chiassoso, ridanciano, mestierante, attaccato ai soldi dal linguaggio scurrile, il prete sessualmente appagato, psicanalista freudiano, marxista, gnostico, hegeliano, il prete politicante, della Messa-comizio, della Messa-festa-da-ballo, della Messa-banchetto,  della Messa-spettacolo, della Messa estetista, della Messa creativa, della Messa-show.

I vescovi, puntando sulla riforma dei costumi del clero promossa dal Concilio, nutrirono la speranza che dalla sua applicazione sarebbe sorta una grande fioritura di vocazioni al sacerdozio e in alcune diocesi spesero somme enormi per costruire grandiosi seminari. Ma non si accorsero che i modernisti, dopo aver tramato nell’ombra già duranti i lavori del Concilio, avrebbero preso loro la mano atteggiandosi a protagonisti del Concilio e propagandando ai quattro venti un’interpretazione modernistica dell’insegnamento conciliare sul sacerdozio, sicchè, nel giro di una quindicina d’anni, soprattutto nel corso degli anni ’70, le vocazioni non solo non aumentarono, ma diminuirono ed invece avvennero decine di migliaia di defezioni.

Una forte causa di defezione fu il deprezzamento del celibato. Il Concilio proponeva un rinnovamento del rapporto del sacerdote con la donna, basato sul rispetto del valore della donna come di persona di pari dignità, voluta da Dio (a prescindere dal matrimonio ovviamente riconfermato nella sua santità) per colmare la solitudine dell’uomo e quindi come compagna nell’attuazione di una reciprocità sensibile-spirituale, feconda sia materialmente che spiritualmente.

È vero che il celibato non appartiene all’essenza del sacerdozio, ma è un’istituzione della Chiesa, che quindi non ha valore assoluto. La Chiesa può permettere anche un sacerdozio coniugato, non privo di vantaggi. Tuttavia il celibato è molto conveniente perché rende il sacerdote più immagine di Cristo vergine e liberando il prete dalle cure di una famiglia, gli dà molto più tempo ed agio per dedicarsi completamente alla sua missione estremamente assorbente, dato che «la messe è molta e gli operai sono pochi».

Oggi invece molti credono che la messe sia poca e i pochi gli operai che ci sono siano sufficienti. Altri credono che non ci sia alcuna messe e che quindi gli operai sono inutili.  Altri pensano che siano sufficienti gli operai comuni e che non ci sia bisogno di operai specializzati come il prete. Queste idee sbagliate certamente non favoriscono le vocazioni.

Ma un altro guaio è avvenuto nel postconcilio. Alcuni esegeti filoprotestanti e modernisti hanno fatto credere a molti che la concezione dell’uomo come composto di spirito e corpo non corrisponderebbe alla concezione biblica che presenta un’immagine unitaria dell’uomo, ma alla concezione propria del «dualismo greco».

Ne è venuta la conseguenza di sostituire in nome di una pretestuosa «spiritualità biblica» il ragionamento con l’intuizione, il concreto all’astratto, l’esperienza al concetto, il singolare all’universale, il contatto immediato con l’oggetto al contatto mediato rappresentativo, dell’intelletto con l’immaginazione, l’emozione e l’affettività sensibile alla volontà, il piacere all’amore. 

È chiaro che in questa torbida spiritualità chi ci va di mezzo è il primato dello spirito sulla materia, la tensione del volere verso l’ideale, il rigore del ragionamento, la sottigliezza dell’intelletto, la capacità critica ed astrattiva del pensiero, il vero discernimento spirituale, la forza della volontà sulle passioni, il gusto dell’ascetica, l’amore al sacrificio, il distacco dal piacere fisico, l’accidia e il disgusto per le cose dello spirito.

L’intelletto si ottunde, la ragione diventa vittima dei sofismi che giustificano i vizi, la volontà, non sufficientemente rafforzata, cede facilmente a una passione non domata, una condotta troppo estroversa priva la coscienza di una sana interiorità, l’attrattiva del piacere fisico, per esempio sessuale, balza in primo piano ed assorbe tutta l’attenzione, tutto  l’interesse e tutto il desiderio, a scapito degli interessi morali, religiosi e spirituali, niente affatto favoriti da un’immagine secolaresca, insipida ed insulsa del sacerdozio, propinata dal secolarismo modernista imparato in seminario.

Come stupirsi allora delle oscenità, del linguaggio scurrile, delle fantasie erotiche, frequentazioni equivoche, delle fornicazioni, dei concubinaggi, della sodomia e della pedofilia di certi preti? Il prete cosciente della dignità specifica dell’esser prete, il prete, che, sapendo chi è il prete, trova la sua massima gioia nel compimento della sua missione, nell’esercizio del suo ministero, nella celebrazione dei sacramenti, nella celebrazione della Messa e del sacramento della confessione, nella lettura della Scrittura e nell’adorazione eucaristica, nelle opere della misericordia e  nella fraternità sacerdotale, nella comunione col suo vescovo, non è assolutamente interessato a quelle cose e ben altre da fare.

Risolvere il problema sessuale non è cosa facile, oggi più che mai. Sul problema del sesso oggi si gioca la credibilità della Chiesa, la pace dei cuori, la salvezza della famiglia, l’avvenire dei giovani, la salute mentale, l’unione di carne e spirito, la pace fra uomo e donna, il bene della società.

Oggi su questo punto abbiamo i massimi rischi insieme con le massime chances. O la santità o la bestialità. O il sesso idolo o il sesso via di salvezza. Mai infatti come oggi si è persa tanto di vista la santissima volontà di Dio sul sesso, fino a giungere, con Padre James Martin, a definire l’omosessualità come un semplice «diverso orientamento sessuale». Gli stessi antichi Romani e Greci, benché tollerassero la pedofilia e la sodomia, non hanno mai pensato a giustificarle dottrinalmente, ma si limitavano a considerarle debolezze della natura.

La severità di San Paolo su questo tema, è sì forse oggi eccessiva, perché allora non si aveva nozione di quanto l’omosessualità può essere una tendenza innata, ma la condanna della sodomia in stessa è sempre oggettivamente giusta.

I criteri fondamentali per distinguere la lussuria dalla castità in qualunque stato di vita sono due: il piacere sessuale e il concetto dell’amore. Mentre la lussuria è la ricerca del piacere per se stesso, quale che sia fonte o il pretesto, la castità bada alla finalità naturale escatologica dell’istinto sessuale, per cui è la moderata e ragionevole soggezione del piacere sessuale a quello spirituale, quale che sia lo stato di vita del soggetto.

Mentre la concezione libidica o lussuriosa dell’amore è unirsi all’altro perchè arreca piacere, l’amore casto[1] è amare spiritualmente l’altro subordinando il “piacere” sessuale, che procura, all’amore spirituale e come espressione sensibile dell’amore spirituale.

In questa nuova e più umana visione del celibato viene superata la precedente concezione individualistica del celibato come semplice problema di personale controllo della propria affettività, mentre oggi il celibato viene inteso in un senso relazionale come comunione uomo-donna, naturalmente nell’osservanza delle tradizionali cautele, necessarie in considerazione del presente stato di natura decaduta.

La castità non è più semplice azione del singolo su se stesso, ma azione di coppia, autoregolazione condotta dalla coppia sulla coppia, come rapporto di coppia. La castità non è tanto più un guardarsi dall’altro – l’altro come pericolo -, quanto piuttosto la realizzazione nella luce di Dio di un amore reciproco, naturalmente nella dovuta disciplina, soprattutto se si tratta di una coppia di consacrati[2].

Il sacerdote, nel regolare, purificare ed intensificare il suo rapporto con la donna, deve coltivare una tenera e fiduciosa devozione alla Madonna, che il Concilio ha messo particolarmente in luce come modello della donna e della Chiesa. mentre la donna deve sentirsi investita di questo ruolo di rappresentare Maria più che mai nei suoi rapporti col sacerdote.

Non è più ammissibile l’atteggiamento di superiorità e di diffidenza del prete preconciliare, che esclude la donna come estranea al servizio dell’altare, deputata alla pratica di affari di minore importanza, agli uffici domestici ed alla cura dei minori, addetta agli incarichi più modesti, che non comportino alcuna responsabilità nella guida spirituale e culturale della comunità.

Anche il sacerdote ha come ogni cristiano il fondamentale dovere dell’amore di Dio e del prossimo ed anzi deve realizzarlo in modo eccellente ed esemplare. Il rapporto uomo-donna ne è il paradigma-base, punto di riferimento fondamentale di rifermento, modello della carità cristiana. È il più radicale e naturale di tutti  rapporti sociali, comunitari e col prossimo, perchè la famiglia è la cellula della società, è l’immagine della Chiesa, mentre il Cantico dei Cantici ci presenta l’amore uomo-donna come immagine dell’amore di Dio e dell’unione mistica con Dio.

Il sacerdote ha un suo modo specifico ed esclusivamente suo di attuare i due comandamenti fondamentali della legge: l’amore di Dio nella celebrazione della Messa e l’amore del prossimo nella pratica del sacramento della penitenza, che porta con sé la guida spirituale delle anime, la direzione di comunità e l’esercizio delle opere di misericordia materiale e spirituale a seconda delle attitudini o degli incarichi del sacerdote.

Dio ogni tanto ama arricchire il sacerdozio di qualche santo suo ministro del carisma di fondatore o di ideatore di grandi opere di carità. Ed è così che frutti stupendi, capaci di durare nei secoli, sono gli istituti e le opere di carità da loro ideati nei più svariati campi della vita umana sociale ed ecclesiale, dall’istruzione per i ragazzi poveri, agli istituti sanitari, a quelli culturali, a quelli assistenziali, andando incontro ai bisogni sociali più urgenti, non coperti dall’assistenza pubblica.

Riguardo alla celebrazione eucaristica assistiamo oggi ad una dolorosa divisione all’interno del clero. Alcuni preti passatisti hanno certamente le idee giuste sul sacrificio di Cristo, sul sacerdozio e sulla Messa come sacrificio, ma, attaccati come sono al vetus ordo, rifiutano il novus ordo, diventando con ciò stesso scismatici.

Molti altri, invece, di orientamento modernista, danno apparenza di accettare il novus ordo, ma negano il sacrificio di Cristo e della Messa, nonché l’essenza del sacerdozio come offerta del sacrificio, per cui la loro Messa, celebrata peraltro con gravi abusi liturgici e infrazioni delle norme ecclesiastiche, è invalida.

Inoltre, se essi condividono la concezione rahneriana sbagliata del sacerdozio, probabilmente non sono stati neanche ordinati validamente. Occorre pertanto urgentemente che i vescovi, dovutamente informati, facciano due cose: prima, correggano le idee sbagliate sul sacrificio di Cristo, della Messa e sull’essenza del sacerdozio. E, seconda, bisogna che promuovano per tutti i cattolici di rito romano la Messa novus ordo, lasciando alla Messa vetus ordo lo spazio concesso dal Traditionis custodes.

La tendenza postconciliare alla secolarizzazione ad un buonismo misericordista, dimentico del timor di Dio, dell’austerità e del senso della colpa, ha prodotto effetti negativi anche nella pratica sacerdotale del sacramento della penitenza.

Capita che certi sacerdoti, quando non trascurano la pratica del confessionale, confessino male e non educhino i fedeli alla confessione. Lasciano che i fedeli raccontino nel confessionale del più e del meno, che stiano a lamentarsi delle proprie disgrazie o a protestare per i guai procurati dagli altri, senza curarsi che il cosiddetto penitente assolva alle dovute condizioni per una confessione non dico buona, ma almeno valida.

Il grande moralista tedesco del secolo scorso Benedikt Heinrich Merkelbach diceva che il confessore dev’essere padre, maestro, medico e giudice. Prima del Concilio capitava che il confessore fosse poco padre, molto giudice, medico sbrigativo, maestro autoritario. Oggi abbiamo il dolce confessore modernista, tutto comprensione e tenerezza, che accompagna ed accoglie, condivide ed integra, sorride e perdona, permette ed approva.

Fine Prima Parte (2/3)

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 24 febbraio 2022

Il Concilio ha presentato il sacerdote come l’uomo della vita e della morte: ecco il battesimo e i funerali, l’inizio e la fine nella luce di Dio. 

È l’uomo che ha dimestichezza e tratta con la vita e con la morte. È l’uomo della grazia e del peccato, della sofferenza e della gioia. È l’uomo del perdono e della giustizia. È il maestro che insegna, il padre che ha pietà, il medico che guarisce, il giudice che distingue lo Spirito Santo dal demonio, le pecore dai capri, il grano dal loglio.

 

Alcuni esegeti filoprotestanti e modernisti hanno fatto credere a molti che la concezione dell’uomo, come composto di spirito e corpo, non corrisponderebbe alla concezione biblica che presenta un’immagine unitaria dell’uomo, ma alla concezione propria del «dualismo greco».

Ne è venuta la conseguenza di sostituire in nome di una pretestuosa «spiritualità biblica» il ragionamento con l’intuizione, il concreto all’astratto, l’esperienza al concetto, il singolare all’universale, il contatto immediato con l’oggetto al contatto mediato rappresentativo, dell’intelletto con l’immaginazione, l’emozione e l’affettività sensibile alla volontà, il piacere all’amore.  

Immagini da Internet


[1] San Giovanni Paolo II in una serie di udienze generali dal 1979 al 181 propose un nuovo ideale di castità fondato sulla protologia e l’escatologia. Ho commentato il suo pensiero nei seguenti miei studi: LA TEOLOGIA DEL CORPO NEL PENSIERO DI GIOVANNI PAOLO II, Sacra Doctrina, 6, 1983, pp.604-626; IL CORPO UMANO “IN PRINCIPIO”, Sacra Doctrina, 3-4, 1984, pp.302-324; LA RESURREZIONE DEL CORPO, Sacra Doctrina, 1, 1985, pp.81-103.

[2] Cf il mio libro La coppia consacrata, Edizioni Viverein, Monopoli (BA), 2008.

8 commenti:

  1. Bellissime parole Padre. Soprattutto quelle che ricordano che a maggiore talento, alla chiamata, corrisponde maggiore responsabilità e più severità di giudizio finale da parte di Nostro Signore. Ma sono sorpreso quando vedo presbiteri e teologi sedicenti cattolici che magari in vita hanno raccolto anche tutti gli onori malgrado negassero pubblicamente alcune verità di fede come il peccato originale, Adamo ed Eva, il Diavolo, l’Inferno, perfino la Risurrezione oppure non dando importanza alla confessione (perché Dio salverebbe tutti) . E’ difficile non farsi domande sulla loro sorte eterna pur sperandola al meglio grazie forse agli ultimi istanti di vita. Spero che abbiano mantenuto un minimo timore di Dio, insomma. Un giorno lo sapremo.

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    1. Caro Alessandro,
      le sue buone parole mi hanno fatto molto piacere e sono contento di esserle stato utile.
      Quello che lei lamenta su certi sacerdoti e teologi di oggi trova nella mia esperienza una piena corrispondenza. Questa situazione preoccupante è uno stimolo per noi a proseguire sulla buona strada intrapresa in una fraterna collaborazione e in una piena comunione ecclesiale, guardando i buoni esempi che non mancano ed aiutando il Papa a vincere la sfida, che oggi viene dal modernismo.

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  2. Caro Padre Giovanni,
    lei ha scritto: “La Lettera agli Ebrei presenta il modello del sacerdote cristiano come partecipe del Sacerdozio di Cristo, sommo ed unico Sacerdote della Nuova Alleanza secondo l’ordine di Melchisedek, […]”.

    Sul tema del sacerdozio cristiano nella prospettiva paolina, interessante quanto scrisse il teologo J. Ratzinger su «L'Osservatore Romano» del 28 maggio 1970 (http://paparatzinger4-blograffaella.blogspot.com/2011/03/il-ministero-sacerdotale-fondamento-e.html):

    “Esiste legittimamente il sacerdozio sacramentale? O si fonda soltanto su un malinteso, su una ricaduta nelle strutture precristiane? Non dovrebbe la Chiesa, propriamente parlando, essere costituita carismaticamente?
    […] La lettera agli Ebrei parla con insistenza della singolarità del sacerdozio di Gesù Cristo, che sembra escludere definitivamente ogni sacerdozio particolare nella Chiesa della nuova Alleanza; infine in nessun posto del Nuovo Testamento vengono designati i soggetti dell'ufficio nella Chiesa con il nome sacerdos.
    […] Partiamo dalla figura del Sommo sacerdote che viene presentato come argomento principale del superamento del carattere di ufficio e perciò di puro carisma in Cristo. In tali affermazioni viene trascurato lo stesso elemento decisivo, cioè la stessa figura dell'apostolo. Certo, Paolo non si mette nella linea dei sacerdoti del tempio antico (cosa che del resto sarebbe stata un controsenso, dal momento che questo tempio e i suoi sacerdoti ancora sussistevano ed era evidente che Paolo, come anche gli altri apostoli, non appartenevano a questo ordine).
    Ma egli non si considera neppure soltanto come un rabbi cristiano, come soltanto un catechista di una sinagoga senza culto. Anzi, egli si considera come apostolo derivante da Gesù il Signore, che lo ha mandato a preparare il mondo pagano come un'offerta vivente a Dio (cfr. Romani, 15, 16). Così si può dire anche qui: il vecchio è passato, ma è divenuto nuovo (2 Corinzi, 5, 17).
    Paolo non è sacerdote nel senso del tempio, ma è apostolo del Signore risuscitato. Egli, nelle discussioni con i suoi avversari nella seconda lettera ai Corinti ha spiegato abbondantemente quali conseguenze da ciò derivino per lui. In quella lettera egli oppone l'apostolato all'ufficio di Mosè e lo definisce attraverso il confronto con il compito di Mosè. L'ufficio dell'apostolo appare qui come la sublimazione e il superamento -- a opera dello Spirito -- del vecchio di cui Mosè era stato il mediatore (2 Corinzi, 3, 7-9).
    L'apostolato allora, derivante attraverso l'asse di Cristo, viene spiegato partendo da Mosè; il servizio apostolico viene spiegato come l'antitesi pneumatica al servizio mosaico, resa possibile dal Risuscitato.
    In quel luogo neotestamentario, per la prima volta viene svolta nell'ambito della primigenia liturgia l'idea che la comunità di Gesù è un ordine nuovo, accanto a quello di Mosè e che per conseguenza possiede anche una nuova diaconia che da una parte corrisponde a quella di Mosè e d'altra parte è anche profondamente diversa da essa.
    Paolo riprende queste idee ancora una volta nel capitolo V della lettera: definendo l'ufficio apostolico come «servizio di riconciliazione» (5, 18), ci accosta in modo sorprendente al servizio del Sommo Sacerdote dell'Antico Testamento, il cui compito più nobile era costituito dalla liturgia della festa della riconciliazione […]”.

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    1. Caro Bruno,
      Cristo rende partecipi del suo sacerdozio gli apostoli all’ultima Cena nel momento nel quale, avendo consacrato il pane e il vino, li incarica di fare quello che ha fatto Lui. In quel momento Egli istituisce il sacramento del sacerdote ordinandoli sacerdoti. S.Paolo, quindi, parlando dell’apostolato, si riferisce evidentemente al sacerdozio, anche se non usa il termine «sacerdote». I suoi discepoli Tito e Timoteo sono evidentemente suoi successori, che egli chiama «episcopi» o «presbiteri». Sono quindi sacerdoti, anche se probabilmente capi di più comunità. Il vescovo monarchico, ossia capo di una sola comunità o diocesi, compare solo nel sec. II con S. Ignazio, insieme con i presbiteri o preti e i diaconi, i tra gradi del sacramento dell’Ordine.
      Paolo non presenta l’apostolo, ossia il vescovo in riferimento a Mosè, perché Mosè non fu sacerdote ma legislatore, capo e profeta. Paolo presenta l’apostolo, ossia il vescovo, in relazione a Cristo, istitutore del sacerdozio all’ultima Cena. Paolo non presenta l'apostolato, ossia l’episcopato partendo da Mosè; e neppure come l'antitesi pneumatica al servizio mosaico, L’apostolato per Paolo non è affatto un carisma, non è un dono dello Spirito, ma un ministero istituito da Cristo. È un sacramento.

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  3. Nel proseguo dell’articolo Ratzinger mette a fuoco il rapporto tra apostolo e presbitero:

    “Ma ora sorge la domanda: tutto questo dice qualcosa sul servizio di coloro che nel Nuovo Testamento vengono chiamati tra l'altro «presbiteri», o si restringe solo al piccolo gruppo di coloro che erano direttamente chiamati come apostoli dal Signore?
    […] Un testo fondamentale è il discorso di commiato di san Paolo ai presbiteri di Efeso (Atti, 20, 18-35). Questo discorso nel suo insieme prospetta il pensiero della successione apostolica; l'idea principale è addirittura nell'affermazione: l'ufficio e il compito di Paolo vengono dopo la sua partenza trasferiti nelle mani dei presbiteri. In ciò vi sono due tratti particolarmente importanti: l'ufficio dei presbiteri viene inteso come patrimonio (dono) dello Spirito Santo; non è stato Paolo a istituire i presbiteri, bensì lo Pneuma (20, 28).
    […] Il sacerdozio di Cristo si è adempiuto -- secondo la profonda visione della lettera agli Ebrei -- sulla croce; nella crocifissione è stato manifestato il passaggio tra Iddio e l'uomo. La croce è e rimane il fondamento e il continuo centro del sacerdozio cristiano che può trovare il suo compimento soltanto nella disponibilità del proprio io per il Signore e per gli uomini. In ciò sta il peso della consegna lasciata da Cristo alla sua Chiesa.
    Per ciò vale quello che Paolo sottolineava con tanta insistenza. Il sacerdozio del Nuovo Testamento non è un servizio della morte, bensì il servizio dello Spirito, della giustizia nella gloria (2 Corinzi, 3, 7-9). Infatti proprio il duplice spogliamento di sé, cui abbiamo testé accennato, messo in atto dall'apostolo di Gesù Cristo, lo fa libero e gli fa esperimentare la presenza della Risurrezione”.

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    1. Caro Bruno,
      nel passo di At 20,28 Paolo rivolgendosi ai vescovi (episkopoi) e agli anziani (presbyteroi) della Chiesa di Efeso, dice sì a loro che lo Spirito Santo li ha posti a pascere le loro comunità come vescovi, ma ciò non significa che Paolo li consideri dei carismatici. Al contrario, si tratta di successori degli apostoli e quindi di vescovi. Non si tratta ancora del vescovo monarchico, al quale verrà affidata un’intera città, ma si tratta comunque di vescovi (episkopoi), ognuno dei quali ad Efeso governava una sua comunità. E non è affatto detto che non li avesse ordinati lui, anzi è probabile il contrario, come aveva fatto con Tito e Timoteo.

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  4. Sulla possibilità di un sacerdozio femminile, ai tanti estimatori di Karl Rahner oggi presenti nella Chiesa, andrebbe ricordato che, anche su questo tema, il teologo tedesco è entrato in contrasto con san Giovanni Paolo II, con Papa Francesco e con quanto la Chiesa ha sempre professato:

    “Sembra inevitabile concludere che l’atteggiamento di Gesù e dei suoi apostoli [sul ministero femminile] sia sufficientemente spiegato dall’ambiente culturale e sociologico in cui essi hanno agito e in cui hanno dovuto agire come hanno fatto, mentre il loro comportamento non è necessario che abbia un significato normativo per tutti i tempi – cioè per il tempo in cui questo ambiente culturale e sociale ha subito un cambiamento sostanziale. Non sembra essere dimostrato che il comportamento effettivo di Gesù e degli apostoli implichi una norma di rivelazione divina nel senso stringente del termine.
    Questa consuetudine (anche se esiste da molto tempo e senza essere stata messa in discussione) può certamente essere intesa come tradizione “umana” come altre tradizioni della Chiesa che un tempo erano indiscusse, che esistevano da molto tempo, e che tuttavia sono diventate obsolete a causa di un cambiamento sociologico e culturale”.
    (K. Rahner, “Sacerdozio della donna?” in Sollecitudine per la Chiesa. Nuovi saggi VIII 1982 p. 266).

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    1. Caro Bruno,
      S. Giovanni Paolo II con la Lettera Apostolica Sacerdotalis ordinatio del 1994 ha dichiarato circa la questione del sacerdozio della donna: «Al fine di sciogliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli (Lc 22,32), dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa».
      Non si tratta dunque di tradizione umana, ma di una prassi la quale, poiché è attinente alla costituzione divina della Chiesa, è stata evidentemente voluta da Cristo, indipendentemente da considerazioni relative al suo tempo e, poiché il Papa parla di sentenza da tenersi in modo definitivo, ciò è il segno che questa prassi, contrariamente a quanto pensa Rahner, «ha un significato normativo per tutti i tempi».

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