19 ottobre, 2026

Arte e natura. Rapporto interumano e rapporto con la natura - Seconda Parte (2/5)

 

Arte e natura

Rapporto interumano e rapporto con la natura

 Seconda Parte (2/5)

 

L’universalità dello spirito e la concretezza della materia

La famosa questione degli universali, tanto dibattuta dai Medioevali, ha stretta attinenza con la questione del primato dello spirito sulla materia. Mentre infatti la materia è legata alla particolarità, all’individualità, al parziale, al concreto, lo spirito è connesso con l’universale, l’astratto, l’uno, il totale, il singolare.

L’astrarre, se è ben fatto, non è, come credono i materialisti e gli occamisti, uscire dalla realtà e vagare nel vuoto, ma al contrario caratterizza l’opera dell’intelletto e del pensiero al di là del senso e dell’immaginazione ed è la condizione per cogliere il reale ai livelli più alti e profondi, che sono appunto quelli dello spirito e della persona.

Molto importante pertanto è distinguere l’individuale dal singolare. Entrambi rappresentano l’unità di qualcosa di reale, dell’ente o di un soggetto. Ma mentre l’individuo è l’uno di numero, sensibile o immaginabile, il singolare è l’uno di forma o di specie, oggetto dell’intelletto. L’individualità, come dice San Tommaso, è data dalla «materia segnata dalla quantità». 

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Molto importante pertanto è distinguere l’individuale dal singolare. Entrambi rappresentano l’unità di qualcosa di reale, dell’ente o di un soggetto. Ma mentre l’individuo è l’uno di numero, sensibile o immaginabile, il singolare è l’uno di forma o di specie, oggetto dell’intelletto. L’individualità, come dice San Tommaso, è data dalla «materia segnata dalla quantità». La singolarità invece è la proprietà della persona, ossia della sostanza spirituale. L’uomo è ad un tempo individuo e persona: individuo in quanto individuo della specie, e soggetto materiale; persona in quanto la forma che gli dà forma è una forma spirituale, per cui è una specie imperfetta, perché per esserlo ha bisogno del corpo. L’angelo, invece, è pura forma e ad un tempo è un’essenza specifica completa di per sé.

Tanto l’individuo materiale che la persona singola sono sostanze o soggetti unici e irripetibili, ma, mentre l’individuo è l’uno di una serie della stessa specie, quindi oltrepassato intellegibilmente ed ontologicamente dalla specie alla quale appartiene, la persona è una specie per conto proprio. L’individuo materiale partecipa soltanto della specie alla quale appartiene. La persona umana, invece, che astrae dall’individualità materiale di Tizio o di Caio, partecipa della sconfinata ricchezza della specie umana, ricchezza sconfinata, s’intende, in relazione ai limiti della specie umana.

Certamente la persona umana, composta di anima e corpo, è al contempo individuo della specie e singola personalità, ma ciò non toglie il dovere di distinguere la singolarità della persona dall’individualità materiale, se non vogliamo confondere nell’uomo lo spirito con la materia. Quindi il criterio di distinzione fra due persone umane non è solo la materia segnata dalla quantità, come negli enti infraumani, ma anche la differenza fra le loro qualità spirituali. Chi pertanto si ferma sul concreto, e non sa astrarre dal sensibile e dalla quantità, non è capace di capire e di gustare il valore superiore della persona e dello spirito. Per questo, per cogliere lo spirito non basta la fisica, non basta la matematica, ma occorre la metafisica. Occorre saper salire dal sensibile all’intellegibile, dal terreno al celeste.

 

Ma la creatura materiale è maggiormente limitata, coartata o finita della creatura spirituale. La persona umana, infatti, in forza della sua anima creata ad immagine di Dio, ha una dignità in certo modo infinita. Tale infinità appare evidente nell’attività conoscitiva, per la quale il concetto contiene sotto di sé un’infinità di individui la cui essenza è quella rappresentata dal concetto. Tale infinità relativa si mostra anche dalla tendenza della volontà, conseguente all’attività concettualizzatrice verso il bene infinito ed assoluto. L’uomo, quindi, con la sua azione e il proprio lavoro, non ha, come credevano Fichte e Marx, il compito di realizzare se stesso o la propria natura, ma di realizzare mediante l’azione lavorativa, artistica e morale, i fini che Dio gli ha assegnato e di realizzarli liberamente e volontariamente e creativamente con l’acquisto delle virtù morali ed intellettuali e un sano dominio sulle forze della natura.

L’agire umano in generale è aperto a quattro orizzonti: verso se stesso, verso Dio, verso il prossimo e verso il mondo. Prescindo in questo articolo dai primi due orizzonti e desidero invece concentrare l’attenzione, secondo il tema che mi sono proposto, sugli ultimi due.


Immagini da Internet: Allegoria del lavoro e Emigranti, di Adolfo Tommasi

18 ottobre, 2026

Arte e natura. Rapporto interumano e rapporto con la natura - Prima Parte (1/5)

 

Arte e natura

Rapporto interumano e rapporto con la natura

 Prima Parte (1/5)

 

Omnia disposuisti in numero, pondere et mensura

Sap 11,20

 

Tre gravi problemi

Una questione complessa, difficile e oggi molto sentita, che pone in gioco il nostro rapporto con Dio, col prossimo e col mondo, è quella di trovare alla luce del rapporto con Dio e della sua legge, illuminati dai valori dello spirito e, per i credenti, alla luce della fede cristiana, il collegamento fra tre grandi aree dell’esistenza, fra tre grandi orizzonti della nostra vita e della nostra azione, fra tre grandi  valori: primo, il rapporto interumano; secondo,  il rapporto con le macchine e le opere d’arte che costruiamo e terzo, il rapporto col mondo fisico. Come ordinare questi tre mondi fra di loro? Qual è il principale? Qual è il principio che li governa nel loro insieme? Qual è il principio dal quale sorgono assieme? Possono essere regolati da un’unica norma morale? Come risolvere i conflitti fra di loro?

Lo sterminato mondo materiale che ci circonda, la nostra terra con tutto ciò che contiene, con le sue utilità e le sue calamità, e l’universo astrale con le sue enormi impressionanti energie, le sue distanze immense e le sue dimensioni gigantesche, è ciò che chiamiamo la «natura», da distinguere dalla natura umana o essenza dell’uomo, la quale è alla base della legge morale naturale, che regola i nostri rapporti con noi stessi, col prossimo, con Dio, col mondo fisico e con i prodotti del nostro lavoro, dell’arte, della tecnica e della poesia, legge morale che è distinta dalle leggi fisiche o naturali del mondo fisico, che ci circonda e del quale col nostro corpo facciamo parte, mondo che abbraccia noi stessi come soggetti materiali, il regno dei minerali, dei vegetali e degli animali, nonché tutti i prodotti materiali dell’arte e della tecnica umane.

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La cosa fondamentale per orientarsi in questa complessa situazione indicata dal titolo di questo articolo e per poter trovare l’ordine e l’armonia tra i suddetti mondi è l’aver chiaro il primato dello spirituale sul materiale, capire il potere che lo spirito ha sulla materia, capire che è lo spirito che domina sulla materia e che precede nell’esistenza della materia, capire che è lo spirito a dar forma, legge e ordine alla materia.

La cosa importante allora da capire al riguardo è, chiarita la diversa natura dell’ente spirituale da quello corporeo, saper comprendere la superiorità, il maggior valore, la maggiore consistenza, la maggiore entità e perfezione della sostanza spirituale rispetto a quella materiale. Perché questo? Perché la causa prima e il creatore di tutte le cose, visibili e invisibili, Dio, evidentemente al di sopra di tutte le cose per la sua infinita perfezione, è purissimo spirito.

Allora si capisce, come ci insegna la metafisica, che se la creatura è sintesi di atto e potenza, Dio è puro atto d’essere; se nella creatura l’essere inerisce a un soggetto, Dio è essere sussistente; se la creatura è composta di sostanza e accidenti, Dio è pura sostanza; se nella creatura l’essenza è distinta dall’essere, in Dio sono la stessa cosa; se la creatura materiale è composta di materia e forma, Dio purissimo spirito è pura forma.

 Non bisogna confondere il concetto di atto (atto primo) con quello di azione (atto secondo). L’atto è l’atto dell’essere. Mette in gioco l’essenza e l’intelletto. L’azione è emanazione dell’ente in atto. È opera della volontà. In Dio atto e azione coincidono come coincidono l’essere e l’agire. Dio è essere, intelletto e volontà sussistenti. L’atto del quale parla Giovanni Gentile, da cui prende nome il suo cosiddetto «attualismo», non è l’atto d’essere, l’actus essendi di San Tommaso, ricavabile da Es 3,14, ma è azione, è atto del pensare.

Nell’orizzonte della distinzione fra spirito e materia si pone la distinzione del pensiero dall’essere, considerando l’essere materiale. Ma essa si pone anche nell’orizzonte dell’essere come tale, tenendo presente che mentre il pensiero è essere spirituale intenzionale o ideale o di ragione, l’essere è qui l’essere reale extra animam, materiale e spirituale, visibile e invisibile. Il pensare appartiene allo spirito o alla persona e la contraddistingue dai gradi inferiori ontologici viventi e non viventi. 

  

Immagini da Internet:
- Dio Creatore tra Angeli, di Giovanni Antonio de Sacchis, detto il Pordenone, a Cortemaggiore (Piacenza)

14 ottobre, 2026

Bilancio dell’opera di Enzo Bianchi - Ovvero le difficoltà dell’ecumenismo - Terza Parte (3/3)

 

Bilancio dell’opera di Enzo Bianchi

Ovvero le difficoltà dell’ecumenismo

Terza Parte (3/3)

 

Sul peccato originale

«C’è stata un’altra interpretazione tentata all’interno del libro della Genesi soprattutto il capitolo due e tre, certamente una interpretazione molto precisa in Occidente, ma in realtà non contenuta nella Bibbia. Quale è questa spiegazione? La sapete tutti, perché è dentro il nostro immaginario, è un dato culturale: le nostre pitture all’interno di ogni chiesa ce lo testimoniano.

La lettura è questa: Dio ha creato il mondo buono e bello, nel quale c’era una coppia Adamo ed Eva. Ebbene, questi due sono posti di fronte a un limite da parte da Dio. ... Non c’è stata una epoca senza morte. Non c’è mai stata un’evoluzione delle specie: morivano prima di noi, e la sofferenza c’era nel mondo degli animali e delle piante prima che l’uomo che apparisse sulla terra. Leggiamo in modo differente quel brano di Genesi tre. Che cosa vi leggiamo? Per prima cosa, dovete decodificare, altrimenti se quel racconto lo pigliate tale e quale, è una favola dove c’è l’uomo e la donna, che rappresentano tutta l’umanità nella sua polarità. Questa è la verità. Non pensate a una coppia. ... È tutta l’umanità nella polarità uomo e donna, non all’origine dei tempi, ma nella esistenzialità di ciascuno di noi che a un certo punto afferma se stesso senza accettare i limiti, non fossero altro che i limiti posti dall’altro o dagli altri. Questo è quello che c’è».

Osservo che Bianchi considera un «dato culturale» ciò che invece è il dato rivelato, così come risulta dall’interpretazione fatta dal Magistero della Chiesa nel corso dei secoli, dal Concilio Lateranense IV, al Concilio di Trento, a Pio XII, fino agli insegnamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 e di San Giovanni Paolo II citati alla nota 4. In queste spiegazioni la Chiesa invece ci insegna che Dio creò effettivamente una prima coppia in una condizione di totale perfezione fisica e morale, dotata di doni preternaturali, come la scienza infusa, l’immortalità, l’impassibilità, e il pieno dominio sulla natura, uno stato, che la Chiesa chiama «stato di innocenza o di giustizia originale», in un mondo ben ordinato e benefico, a totale servizio dell’uomo.  

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«C’è stata un’altra interpretazione tentata all’interno del libro della Genesi soprattutto il capitolo due e tre, certamente una interpretazione molto precisa in Occidente, ma in realtà non contenuta nella Bibbia. Quale è questa spiegazione? La sapete tutti, perché è dentro il nostro immaginario, è un dato culturale: le nostre pitture all’interno di ogni chiesa ce lo testimoniano. … Spero che nessuno di voi continui a maledire quella povera coppia, per colpa della quale ci sono venuti tutti i mali, poverini! Un giorno o l’altro dovremo pentirci e dire: perdonateci, Adamo ed Eva per avervi fatti così cattivi verso di noi e di aver dato tutte le colpe a voi due, poverini! Spero che nessuno di voi lo faccia. È tutta l’umanità nella polarità uomo e donna, non all’origine dei tempi, ma nella esistenzialità di ciascuno di noi che a un certo punto afferma se stesso senza accettare i limiti, non fossero altro che i limiti posti dall’altro o dagli altri. Questo è quello che c’è».

Osservo che Bianchi considera un «dato culturale» ciò che invece è il dato rivelato, così come risulta dall’interpretazione fatta dal Magistero della Chiesa nel corso dei secoli, dal Concilio Lateranense IV, al Concilio di Trento, a Pio XII, fino agli insegnamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 e di San Giovanni Paolo II citati alla nota 4. In queste spiegazioni la Chiesa invece ci insegna che Dio creò effettivamente una prima coppia in una condizione di totale perfezione fisica e morale, dotata di doni preternaturali, come la scienza infusa, l’immortalità, l’impassibilità, e il pieno dominio sulla natura, uno stato, che la Chiesa chiama «stato di innocenza o di giustizia originale», in un mondo ben ordinato e benefico, a totale servizio dell’uomo.  

Osservo che il serpente genesiaco, come ho già spiegato, non è affatto il male, ma è il demonio, una creatura malvagia che istiga al male. Il male non è un soggetto, non è una sostanza. Non è neppure semplice assenza di bene, ma è privazione o carenza in un soggetto di un bene a lui dovuto o a cui ha diritto o che deve fare (privatio boni debiti). Il male non è solo distinto dal bene, ma è contro il bene, è nemico del bene. Il bene può essere sostanziale. Il male è accidentale. Sussiste solo nel bene e può esistere come non esistere. Il male può essere tolto; il bene, se è incorruttibile, no.

Immagine da Internet: Enzo Bianchi

13 ottobre, 2026

Bilancio dell’opera di Enzo Bianchi - Ovvero le difficoltà dell’ecumenismo - Seconda Parte (2/3)

 

Bilancio dell’opera di Enzo Bianchi

Ovvero le difficoltà dell’ecumenismo

Seconda Parte (2/3)

 

Perché Papa Francesco è intervenuto?

C’è comunque da mettere in luce, anche se la cosa è dolorosa, la presa di posizione di Papa Francesco, che da una parte non ha mancato di apprezzare gli aspetti positivi del pensiero e dell’opera di Bianchi, ed anzi di biasimare chi lo ha maltratto, ma dall’altra ha dato un segnale di avvertimento circa gli aspetti negativi, col suo noto provvedimento di allontanamento di Bianchi dalla Comunità di Bose.

Il fatto che nella vicenda di Bianchi sia intervenuto lo stesso Pontefice, sia pur attraverso la Segreteria di Stato, è il segno che occorreva rimediare a una grave situazione, che non toccava i semplici problemi interni della Comunità di Bose, ma la stessa posizione dottrinale e l‘impostazione evangelizzatrice della Comunità, che per il suo cedimento agli errori modernistici e dei fratelli separati, era uscita dalla piena comunione con la Chiesa attuando un ecumenismo sbagliato, non quello voluto dal Concilio, ma quello falso praticato dai modernisti.

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 «La mia convinzione è che un vero cristiano deve parlare meno, molto meno di Dio; è capire che questa parola di Dio è una parola terribilmente ambigua» (E. Bianchi).

Osservo dicendo che è falso che la parola «Dio» sia una parola ambigua o vuota. Basta aprire un dizionario alla parola «Dio» e vedremo che con questa parola designiamo l’«ente supremo». L’ente supremo lo chiamiamo «Dio». Si tratterà poi semmai di sapere o di dimostrare che un tale ente esiste. Che ci siano di quelli per i quali Dio è il mondo o è l’essere o il proprio io, questo certamente è un fatto, che però non pregiudica il senso comune della parola. 

La parola ambigua o equivoca è quella che non ha un unico significato, ma ne ha due senza che l’uno prevalga sull’altro, sicchè essa nel linguaggio si presta al fraintendimento o all’equivoco. … La parola «Dio» di per sé non è affatto ambigua, ma chiara, limpida, luminosa e consolantissima per chi la usa con retta intenzione sapendo di che cosa parla, ma può effettivamente diventare un tranello pericolosissimo nell’uso che ne fa l’ignorante, l’empio, l’ipocrita o l’impostore.

D’altra parte esistono effettivamente concetti sbagliati di Dio, panteistici, antropomorfici, materialistici, idolatrici, politeisti, evoluzionisti; ma un conto è il concetto, un conto è il significato della parola. Problema può essere quello di stabilire gli attributi dell’ente supremo. E allora la Bibbia ci dice che Dio è Colui Che è, il creatore del cielo e della terra. Aristotele ci dice che è il motore immobile, pensiero del pensiero. Platone ci dice che è l’Idea del Bene, e così via.

«Non chiedetevi tanto l’identità di Dio non chiedetevi tanto il volto di Dio; guardate come ho vissuto, nel mio vivere che è amore» (E.Bianchi).

Osservo che l’amore non può sostituire il conoscere. L’amore stesso è impossibile senza la conoscenza dell’oggetto amato o amabile. Bianchi dimentica completamente, egli che leggeva la Bibbia ogni giorno, che la Bibbia è tutto un anelito della nostra anima, come una cerva assetata dell’acqua, a conoscere chi è Dio, a conoscere il suo nome, a contemplare, a vedere il suo volto, la sua essenza, faccia a faccia, come sorgente dell’eterna beatitudine. L’amore spinge a vedere e consegue al vedere. Ma se in mezzo non c’è il vedere, non c’è neanche l’amore.

Immagine da Internet: Enzo Bianchi

12 ottobre, 2026

Bilancio dell’opera di Enzo Bianchi - Ovvero le difficoltà dell’ecumenismo - Prima Parte (1/3)

 

Bilancio dell’opera di Enzo Bianchi

Ovvero le difficoltà dell’ecumenismo

Prima Parte (1/3)

 

Anche il profeta e il sacerdote

si aggirano per il paese

e non sanno che cosa fare

Ger 14,17

 

Quale esempio ci ha lasciato?

a)    Un’idea originale

La figura di Enzo Bianchi, che ha lasciato recentemente questo mondo per presentarsi al Padre, e che vogliamo ricordare nella preghiera, è un personaggio simbolo dell’attuale situazione della Chiesa, in un momento storico agitato ed inquieto, che richiede tuttora l’attuazione autentica del programma del Concilio Vaticano II con particolare riferimento all’ecumenismo, al dialogo interreligioso e con i non-credenti, ancora dopo sessant’anni dalla fine del Concilio. Siamo caduti in una polarità che non riusciamo a risolvere tra passatisti e modernisti perché non riusciamo a conciliare tradizione e progresso, meta che tuttavia ci è indicata da una sana attuazione del Concilio, anche se tendenzialmente buonista. Occorre un aggiustamento del tiro, occorre recuperare una certa severità senza retrocedere al tempo preconciliare, ma conservando le conquiste e le aperture del Concilio.

Nel quadro di questa situazione si inserisce l’opera di Enzo Bianchi, che rappresenta l’aspetto popolare e divulgativo dell’attuale modernismo, mentre quello dotto e accademico è rappresentato dal rahnerismo. Diciamo senz’altro che la cosa più importante, utile e meritoria di Bianchi, in linea col programma conciliare, fu l’idea di fondare una comunità monastica ecumenica, quella di Bose, che ammettesse la convivenza fraterna nel nome del Vangelo di monaci cattolici, protestanti ed ortodossi, maschi e femmine, uniti nei valori comuni, e liberi di seguire la propria confessione nei punti di disaccordo; un’idea originale, mai prima tentata da nessuno, in piena conformità col programma ecumenico conciliare.

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Come è noto, Bianchi dopo essere stato allontanato da Bose, ha fondato a pochi chilometri di distanza, un’altra Comunità da lui denominata Casa della Madia, che ora si sta adoperando per ottenere dal Vescovo uno status giuridico, che sempre Bianchi non volle.

Ci si potrebbe chiedere quale sia stato il carisma di Bianchi. Molti non hanno dubbi: quello di essere una guida spirituale profetica, una figura più tipica della spiritualità russa, lo staretz, che si rifà agli antichi Padri del deserto. Certamente nella Chiesa esistono dei profeti, come riconosce lo stesso San Paolo. Essi, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, hanno la funzione di interpretare la situazione storica nella quale la Chiesa si trova, di prospettare nuovi e più avanzati modi realizzare il Vangelo e di avvicinarci al Regno di Dio.

Ma è chiaro che la custodia e l’interpretazione del deposito rivelato nella Chiesa cattolica non spettano di diritto al profeta, ma al sacerdote (cioè Pietro). L’errore del profetismo di Bianchi è quello di pretendere, come Lutero, di interpretare la Bibbia meglio del sacerdote e contro il sacerdote (cioè Pietro).

È interessante la prosopopea e la sicumera con le quali Bianchi, alla maniera degli esegeti protestanti, scarta con la massima disinvoltura l’interpretazione cattolica della Bibbia relegandola tra le favole, le ridicolaggini, le ingenuità, i pregiudizi e le assurdità. E meraviglia come non ci sia mai stato, a mia conoscenza, nessun Vescovo che abbia messo in luce queste cose, per avvertire i fedeli, mentre invece egli ha potuto fare delle tournées a parlare in diverse diocesi con grande successo di pubblico, e il quotidiano Avvenire, che dovrebbe rappresentare i cattolici italiani, non solo non ha mai criticato Bianchi, ma ha fatto un’enorme pubblicità delle sue attività.

Immagine da Internet: Enzo Bianchi

11 ottobre, 2026

La predicazione ecclesiale oggi - Seconda Parte (2/2)

 

La predicazione ecclesiale oggi

Seconda Parte (2/2)

 

Argomenti circa i quali attendiamo la parola del Papa

Faccio un elenco di domande o di argomenti circa i quali i comuni fedeli attendono da lui e solo da lui una risposta.

La fede è una conoscenza di cose vere, è assenso intellettuale ad un insieme di proposizioni o nozioni vere, è assenso a contenuti intellegibili astratti o è un incontro concreto, affettivo e personale con Cristo?

Le nozioni dogmatiche mutano o mantengono sempre il loro significato, pur facendoci conoscere sempre meglio la stessa verità rivelata? Il Papa può sbagliare o no quando insegna alla Chiesa in materia di fede come successore di Pietro, anche se non proclama un nuovo dogma?

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Mai come oggi la Chiesa ha avuto a disposizione strumenti di comunicazione e di informazione tanto numerosi ed efficaci quanto oggi, tanta quantità di conoscenze in tutte le scienze, compresa la filosofia e la teologia, mai tanto quanto oggi la Chiesa è giunta a conoscere l’indole, i pregi e difetti dei vari popoli, culture e religioni dell’umanità, mai quanto oggi lo Spirito Santo l’ha arricchita di doni di santità e di sapienza. 

Cristo e lo Spirito la conservano e la difendono nella sua missione essenziale e nei mezzi essenziali dei quali la hanno dotata per il compimento della sua missione, mezzi, modalità e metodi che ho brevemente esposto in questo articolo alla luce del Vangelo e dei suoi insegnamenti, dai quali oggi la Chiesa ha ricavato quelli del Concilio Vaticano II. Ciò che ho voluto dire in questo articolo è sostanzialmente ciò che segue.

Bisogna che il Papa riprenda il suo ruolo insostituibile di guida suprema della Chiesa nel campo della dottrina della fede, indicandoci quando siamo nel vero e quando sbagliamo, come dobbiamo migliorare e come ci dobbiamo correggere.

Il Papa in quanto tale per volontà di Cristo deve indicare le mete più importanti della Chiesa del proprio tempo, deve far sentire la sua voce nelle questioni più gravi, più difficili da risolvere, deve svelare e correggere gli errori più gravi, diffusi  e insidiosi  e lasciare ai Vescovi, ai parroci, agli educatori, ai missionari  e ai comuni fedeli l’esposizione della dottrina comune catechistica già nota e la trattazione delle questioni dottrinali e morali di minore importanza, di facile soluzione  e di limitata diffusione.

Immagine da: https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2026/10/11/angelus.html

10 ottobre, 2026

La predicazione ecclesiale oggi - Prima Parte (1/2)

 

La predicazione ecclesiale oggi

Prima Parte (1/2)

 

Un aumento vertiginoso dei documenti pastorali

Il Concilio Vaticano II ha prodotto una gran quantità di documenti, come mai era successo in tutta la storia della Chiesa grazie non solo alle aumentate conoscenze teologiche da essa raggiunte in quegli anni, ma anche al numero molto maggiore di Vescovi partecipanti, e a causa della quantità di argomenti da trattare e della molto maggiore facilità delle comunicazioni e dei mezzi di trasporto. All’epoca del Vaticano I non si potevano nemmeno immaginare Vescovi provenienti in aereo dall’Australia o dall’Argentina o dal Sud Africa.

Tale straordinaria esperienza collettiva di comunicazione alla Chiesa e al mondo ha riempito di entusiasmo i Papi e i Vescovi del postconcilio creando in loro, a quanto sembra, il desiderio e la volontà di mantenere anche in seguito quasi programmaticamente questo stile di predicazione collettiva o sinodale, come se si trattasse di una forma nuova, più evangelica, della predicazione ecclesiale ed apostolica.

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Bisogna che la pastorale sia organizzata in modo che ogni comune fedele, fino ai fanciulli e ai giovani, sappia quanto è necessario per raggiungere la salvezza. Dev’essere organizzata e fatta in modo che tutti possano comprendere il linguaggio cristiano, possano apprendere le verità di fede e siano difesi dai pericoli contro la fede. I fedeli devono esser ben forniti e difesi, ma non invasi da una massa enorme di documenti che aumentano di giorno in giorno senza peraltro affrontare e risolvere le questioni più gravi ed angoscianti e sventare le insidie più pericolose.

L’ufficio proprio, preziosissimo ed insostituibile del Papa è quello di porsi in alto, come dice San Gregorio Magno, che vedremo sotto, ad un livello contenutistico superiore al livello del Vescovo o del parroco, e trattando le grandi questioni che interessano o affliggono la Chiesa e che solo il Papa può risolvere con autorità ed efficacia, in particolare i casi di eresie diffuse, che facilmente giungono alle orecchie dei fedeli per mezzo dei potenti mass media.

Perché obbligare i teologi a fare quello che dovrebbero fare il Papa, la Santa Sede e i Vescovi? Non sarebbe meglio che queste eresie propalate con grande abilità ai quattro venti fossero segnalate, confutate e corrette dal Papa o da un Dicastero romano o dalla Conferenza episcopale o dal Vescovo?

Ritengo pertanto che non sia necessario, e che anzi sia controproducente o quantomeno inutile che i comuni fedeli, i Vescovi, i parroci, i formatori religiosi, gli educatori, i maestri cattolici, i catechisti e i missionari si trovino davanti quasi quotidianamente ad una continua abbondantissima produzione, da parte del Papa o della Santa Sede o dei Sinodi ecclesiali, di lunghi documenti dove vengono ripetute cose indubbiamente valide e importanti, ma tutto sommato già note alla maggioranza e da essa accolte, e dove invece i cattolici fedeli alla Chiesa desidererebbero da parte delle autorità, aiuti, interventi e chiarimenti circa fatti, eventi, iniziative, idee, comportamenti di personaggi noti e meno noti, laici o ecclesiastici, che nella Chiesa fanno sorgere divisioni o provocano scandali o turbamento, o chiederebbero all’autorità correzioni, purtroppo mancanti, nei confronti degli errori e delle eresie di questi personaggi.

Immagini da: Incontro con i Capi delle Chiese Orientali e i Presidenti delle Conferenze Episcopali, in occasione del decimo anniversario di “Amoris laetitia” https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2026/10/7/anniversario-amoris-laetitia.html

07 ottobre, 2026

Predicare oggi - Quinta Parte (5/5)

 

Predicare oggi

Quinta Parte (5/5)

 

L’idolo del dialogo

La parola «dialogo» ricorre quasi ossessivamente 156 volte e non una sola volta si parla della conversione, dei dogmi, della sana dottrina da promuovere e da difendere, degli equivoci da dissipare, delle insidie da evitare, delle infedeltà e degli errori da confutare e correggere, delle falsità, delle eresie da togliere, dei danni da riparare, delle lacune da colmare, e degli ostacoli da superare, come se tutte queste cose non esistessero, o non avessero niente a che vedere con l’ecumenismo o il dialogo interreligioso.  

Il dialogo evangelico non mette solo in gioco la diversità o la reciprocità, ma anche il problema del vero e del falso. Il vero dialogo evangelico non è dar sempre ragione all’altro ed evitare sempre e comunque di scontentare l’altro. Ma dialogo è anche quello di Cristo con i farisei, del Battista con Erode, di Samuele con Davide, dei profeti con i re d’Israele infedeli all’Alleanza.

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Tutto nella Nota sembra esaurirsi nella gioiosa presa di coscienza di una comunanza di valori, in uno scambio amichevole, cordiale e fraterno, in un apprezzamento ammirato delle diversità, nella fruizione della comune buona volontà, in una collaborazione costruttiva e stima reciproche, nella certezza di tutti di essere oggetto della divina misericordia. … Si tratta di un documento pastorale, benchè sia stato coinvolto il Dicastero per la Dottrina della Fede. Nella pastorale la Chiesa non decide sulla verità da insegnare, ma sul da farsi o su come comportarsi in date circostanze di tempo e di luogo, per guidare i fedeli nel modo migliore possibile e per espandersi nel mondo. 

Quanto al diritto alla libertà religiosa, esso è un diritto civile che concerne l’organizzazione dello Stato, non l’organizzazione della Chiesa, che è regolata dal diritto canonico. E tuttavia il Decreto Dignitatis humane dice chiaramente che è fondato sulla Rivelazione. Se il cittadino è libero di essere cattolico o non-cattolico, credente o non-credente, il diritto canonico non permette al cattolico di abbracciare l’eresia. Il diritto canonico non permette nessuna libertà religiosa ai cattolici, ma obbliga tutti i cattolici ad essere cattolici. La Chiesa quindi non ha facoltà di punire gli ebrei, gli ortodossi, i protestanti e i musulmani, per quanto abbiano idee false, ma non può tollerare che sedicenti o supposti cattolici mettano in pericolo con le loro menzogne la salute delle anime.

Bisogna pertanto che la Chiesa, attuando il meglio del messaggio conciliare, riprenda in pieno l’ufficio assegnatole da Cristo di essere luce delle genti, mandata da Lui ad evangelizzare tutti i popoli, maestra infallibile della verità salvifica, purificatrice e liberatrice delle menti e dei cuori per assoggettare ogni intelletto al pensiero di Cristo. 

Affinchè le attività ecumeniche e il dialogo interreligioso siano fruttuosi, come lo stesso Concilio vuole, affinchè si avvicini quel giorno desiderato da Cristo che si faccia un solo ovile e un solo pastore, benchè sappiamo che al Giorno del Giudizio i giusti saranno separati dagli empi, bisogna che la Chiesa riprenda con coraggio e parresia il suo compito magnanimo e materno, magisteriale e profetico, dettato da ardente carità, di dirci nelle dottrine dei fratelli separati e in quelle delle altre religioni, ciò che è vero e ciò che è falso. Deve indicarci, come ha sempre fatto e come dovrà sempre fare, quali sono le verità da accettare e quali sono le falsità da evitare.

Deve imitare la diligenza e competenza con le quali i medici prescrivono la cura da seguire o la cura con la quale le case farmaceutiche allegano al farmaco i pregi dello stesso farmaco, le norme dettagliate su come va usato e quali sono le cose da evitare, i rischi e le controindicazioni. Il Vangelo è il Farmaco per ogni malattia dello spirito contro i veleni del demonio. Questo vuol dire, secondo la volontà di Cristo, prendersi veramente a cuore la salute delle anime e condurle, libere dal male, alla santità.

Immagini da: VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV IN FRANCIA E VISITA ALLA SEDE DELL’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE PER L’EDUCAZIONE, LA SCIENZA E LA CULTURA (UNESCO)

06 ottobre, 2026

Predicare oggi - Quarta Parte (4/5)

 

Predicare oggi

Quarta Parte (4/5)

 

Le origini e la fine dell’Inquisizione

Lucio III e Federico Barbarossa

Pio VI e Napoleone

 

Le origini dell’Inquisizione intesa come Tribunale che irroga la pena di morte per gli eretici, le troviamo nell’incontro che Lucio III ebbe nel 1183 a Verona con l’Imperatore Federico I di Germania. In tale incontro il Papa e l’Imperatore si accordarono nella difesa della fede cattolica nel senso che mentre il Papa si assumeva il compito per il tramite di un apposito tribunale di giudicare i delitti di eresia, l’Imperatore si impegnava a punirli con la pena di morte. Questa iniziativa incontrò tanto favore presso i Papi e i sovrani cattolici, e presso le stesse popolazioni cattoliche, che era destinata a durare nei secoli successivi fino al sec. XVIII.

Subito dopo l’incontro con l’Imperatore, il 4 novembre del 1184, il Papa emanò un famoso Decreto, dal titolo Ad abolendam, che fu detto «Carta dell’Inquisizione». 

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Noi oggi guardiamo con ammirazione i giudici Falcone e Borsellino, eroici magistrati uccisi dalla mafia. Similmente nel Medioevo i cattolici, cittadini e governanti, che erano la stragrande maggioranza della popolazione dell’Europa occidentale, guardavano con ammirazione gli Inquisitori uccisi dagli eretici, e come oggi chiediamo giustizia per gli eroici magistrati uccisi dai criminali, così allora popolo, governanti e prelati esigevano che si facesse giustizia contro gli eretici assassini perturbatori dell’ordine civile ed ecclesiale e in tal senso si adoperavano.

In tal modo la Chiesa venera come martiri col titolo di Beati alcuni Inquisitori come il Beato Pietro Ruffia, il Beato Antonio Pavoni e il Beato Matteo Cervèri, tutti Inquisitori piemontesi uccisi nell’arco dei secc. XIV-XV. Nel secolo XIII abbiamo avuto un Santo martire domenicano Inquisitore, San Pietro da Verona.

Certo oggi non sapremmo concepire un Inquisitore sugli altari e forse saremmo portati a pensare che i loro uccisori hanno fatto bene a liberarsene. Eppure la Chiesa è infallibile quando beatifica o canonizza qualcuno. Oggi gli eretici si considerano martiri e gli aguzzini saremmo noi cattolici. In realtà gli aguzzini sono loro e i martiri siamo noi, similmente a come Cristo e Santo Stefano sono stati martiri dei farisei.

Soppressa infatti l’Inquisizione, non vuol dire che sia cessata la lotta all’eresia, che fa parte del nostro DNA domenicano. Ma vuol dire impostarla in modo nuovo, più evangelico, più terapeutico, vuol dire combatterla più evangelicamente nelle modalità che ho detto e che vanno anche oltre le indicazioni dello stesso Concilio Vaticano II e forse preparano il prossimo, correggendo la sua tendenza troppo indulgente e buonista.

Il dialogo ecumenico, interreligioso e con i non-credenti, avviato dal Concilio Vaticano II, per espressa volontà dello stesso Concilio, non è fine a se stesso, ma è ordinato all’evangelizzazione e alla correzione degli errori e delle eresie, affinchè tutti arrivino alla piena comunione con la Chiesa cattolica.

Immagini da Internet:
- Martirio di San Pietro da Verona, di Mattia e Gregorio Preti a Taverna
- Beati Martiri di Algeria, del Vescovo Pierre Claverie e dei compagni

04 ottobre, 2026

Predicare oggi - Terza Parte (3/5)

 

Predicare oggi

Terza Parte (3/5)

 

Come nessun Ordine nella Chiesa quanto l’Ordine domenicano ha legato tanto il suo fine, i suoi interessi, le sue competenze, la sua sorte e il suo destino, i suoi trionfi e  le sue sconfitte, le gioie e le sofferenze ai valori suddetti, così nessun Ordine ha tanto legato le sue vicende, i suoi interessi, i suoi dolori e le sue gioie le sue vittorie e le sue sconfitte, la sua competenza e le sue insufficienze, la sua fama e la sua emarginazione,  la sua sorte e il suo destino alla questione, alla tematica, alla problematica, ai drammi e alle tragedie dell’eresia. Non si può pensare all’ideale domenicano senza pensare a due parole: verità ed eresia.

San Domenico, per sua espressa dichiarazione, preferiva ricevere gli insulti degli eretici che ricevere le lodi dai cattolici. Col suo modo di fare socievole, affabile, amabile, col suo buon umore non alieno dalle facezie, si attirava - raccontano i biografi - l’affetto, la stima e la simpatia di tutti, ma ovviamente intendendo questo «tutti», come tutti i buoni e tutti i credenti, mentre comprensibilmente era oggetto di odio da parte degli eretici, anche se in certi casi sapeva attirarsi la stima anche da parte di loro, cosa che poi gli consentiva di avvicinarli a Cristo con la sua instancabile predicazione e straordinaria carità. E così ben si spiegano le parole che Papa Gregorio IX pronunciò ammirato a suo riguardo con felice espressione: «inexplicabile gaudium concipiens de zelo animarum».

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Ben si rappresenta la predicazione domenicana col simbolo della luce. Ecco allora la stella sul capo di San Domenico e il sole nel petto di San Tommaso. Nell’inno dedicato a San Domenico da secoli, il Santo Patriarca viene invocato col titolo di Lumen Ecclesiae, Doctor veritatis. Il buon predicatore domenicano deve saper unire, in certe circostanze che lo richiedono, l’umiltà a un’ira moderata animata dalla carità. La pratica della mitezza in ogni situazione non è conveniente. Cristo stesso ci dà l’esempio che bisogna saper alternare la mitezza alla giusta ira. Egli non è solo Agnello, ma anche Leone. Egli non è solo colui che cavalca un’asina (Mt 21,5), ma anche il Cavaliere dell’Apocalisse (19,11). 

La predicazione contro l’eresia è essenziale alla predicazione domenicana. Solo che oggi, dopo il Vaticano II, il paradigma del predicatore non è più l’inquisitore, ma il medico. Il paradigma dell’eretico non è più il criminale ma il malato.

Papa Onorio III, dopo i cenni favorevoli di Innocenzo III, che trovò l’idea di Domenico perfettamente conforme a quanto egli e il Concilio Lateranense volevano, approvò l’Ordine con la Bolla del 22 dicembre 1216. Ma in seguito ne scrisse altre che illustrano quanto il Papa gradisse il progetto di San Domenico e quanto si attendeva dai Domenicani. Do il testo della Bolla del 21 gennaio 1217, dove appare evidente la funzione terapeutica e pugnace della predicazione domenicana. È presente la lotta e la confutazione dell’eresia, ma il predicatore è presentato nella funzione del medico, animato da un’ardente carità, sotto l’immagine della mandragora, che allora era considerata un’erba medicinale.

La vicenda di Giordano Bruno è la vicenda di uno spirito dalla forza straordinaria, che ben si comprende che a 15 anni abbia voluto farsi Domenicano. … È infatti in lui presente anche il tipico amore domenicano per lo studio indefesso dei grandi pensatori che ci gettano nell’infinito, ci aprono le porte dell’eroico furore, dell’assoluto come origine e fine delle cose, ci fanno spiccare il volo nel puro pensiero e nella totalità dell’essere. Bruno ha fatto sua, sia pure in modo deforme, la grande questione domenicana della verità e della predicazione della verità a costo della vita.

Siamo in un periodo effervescente ed esaltato, nel quale si diffondono in Europa dottrine dell’antichità pagana, che allettano con la prospettiva dell’autoaffermazione, del panteismo e della magia. Così Bruno divenne un fervente predicatore, non però del Vangelo ma di dottrine antropocentriche. Scambiò il Dio dei cieli col dio di questo mondo. È stato un martire del demonio. Tuttavia quanto danno ha fatto alla Chiesa quella pena del rogo! Bruno è diventato una bandiera della massoneria e dell’idealismo tedesco.



Immagini da Internet:
- San Tommaso d'Aquino, Musei Civici di Como, Palazzo Volpi
- Giordano Bruno, Ettore Ferrari, Roma 
 

01 ottobre, 2026

Predicare oggi - Seconda Parte (2/5)

 

Predicare oggi

Seconda Parte (2/5)

 

La questione dell’eresia e della predicazione antieretica

da Innocenzo III a San Paolo VI

ovvero

dal Concilio Lateranense IV del 1215 al Concilio Vaticano II

 

Bisogna distinguere nella predicazione la catechesi dalla predicazione apostolica. La prima è ufficio dei laici, dei genitori, dei missionari, dei parroci e della scuola. La seconda è riservata ai Vescovi. Nella prima il laico, mosso dallo Spirito, prende l’iniziativa del parlare. Nella seconda il predicatore, Vescovo o presbitero o diacono, predica per mandato del Vescovo o del Papa. San Tommaso chiama missio a Deo il mandato al laico, la quale fonda il parlare cristiano del laico e missio a Praelato il mandato che la predicazione riceve dal Vecovo.

Successe però alla fine del sec. XII che in Francia nacque un movimento ereticale, quello dei catari, semplici laici, i quali, respingendo la predicazione vescovile e i dogmi cristiani, impiegavano uomini e donne nella predicazione di un culto teo-satanico e di una condotta morale rigorista e ad un tempo dissoluta sotto pretesto della libertà spirituale.

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https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/predicare-oggi-seconda-parte-24.html

Bisogna distinguere nella predicazione la catechesi dalla predicazione apostolica. La prima è ufficio dei laici, dei genitori, dei missionari, dei parroci e della scuola. La seconda è riservata ai Vescovi. Nella prima il laico, mosso dallo Spirito, prende l’iniziativa del parlare. Nella seconda il predicatore, Vescovo o presbitero o diacono, predica per mandato del Vescovo o del Papa. San Tommaso chiama missio a Deo il mandato al laico, la quale fonda il parlare cristiano del laico, e missio a Praelato il mandato che la predicazione riceve dal Vecovo.

Successe però alla fine del sec. XII che in Francia nacque un movimento ereticale, quello dei catari, semplici laici, i quali, respingendo la predicazione vescovile e i dogmi cristiani, impiegavano uomini e donne nella predicazione di un culto teo-satanico e di una condotta morale rigorista e ad un tempo dissoluta sotto pretesto della libertà spirituale. 

Questo fenomeno preoccupante dette occasione a Innocenzo III di precisare in che cosa consiste la predicazione cristiana e a chi spetta, senza ovviamente negare la previa funzione della catechesi laica familiare, scolastica e parrocchiale. Egli però esortava nel contempo i Vescovi, considerata l’emergenza gravissima data dal fenomeno cataro, a farsi aiutare nella predicazione da chierici di loro fiducia.

Confrontando le disposizioni del Concilio Lateranense IV con quelle del Vaticano II relative alla confutazione delle eresie, troviamo una notevolissima differenza: mentre il Lateranense dedica un capitolo intero, il terzo, delle sue Costituzioni, alla figura dell’«eretico», dando delle disposizioni su come predicare agli eretici e sulla necessità di «sterminare gli eretici», il Vaticano II non usa neppure una volta il termine «eresia» e su questo argomento è evasivo, impreciso, generico, privo di mordente, trascurando quasi tutti i passi neotestamentari che io ho avuto cura di citare, perché sono essenziali per avere una visione completa della natura, delle forme, degli attori, dei ministri, delle finalità, dei modi, dei metodi, dei mezzi e dei destinatari della predicazione cristiana a tutti i livelli.

Il Frate domenicano è il primo Religioso nella storia della Chiesa a ricevere la qualifica di «predicatore» come qualifica che designa la finalità dell’Istituto. Certamente anche prima che sorgesse l’Ordine domenicano, esistevano altri Istituti o Famiglie religiose che praticavano la predicazione, ma ciò avveniva solo occasionalmente, non in forza della finalità propria e istituzionale dell’Istituto, che era un’altra.

Immagini da Internet:
- Onorio III approva la Regola di San Domenico, di Leonadro da Ponte, Santi Giovanni e Paolo, Venezia
- Padre Bartolomeo de las Casas, Archivio Generale delle Indie, Spagna