Immutabilità
e causalità in Dio
Terza Parte
(3/3)
Dio creatore
o Dio ordinatore?
Bontadini pensa che per assicurare l’immutabilità
divina bisogna togliere a Dio la causalità efficiente e motrice e lasciargli
solo l’intellegibilità, la razionalità o il pensiero o l’identità. Hegel, al
contrario, ritiene che per garantire che Dio agisca, occorre renderlo fluido,
agitato e mutevole. Né l’uno né l’altro hanno capito come si devono accordare in
Dio la sua immutabilità con la sua onnipotenza o forza attiva e causativa.
Occorre invece tener presente che quanto più un
ente è saldo, ben fondato, fermo, solido, irremovibile, robusto, stabile e forte,
tanto più è sicuro, duttile, agile, sciolto, potente. diversificato e vasto nell’azione. Immutabile non vuol dire inerte o rigido come
un sasso o come un morto.
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Bontadini, credendo per influsso di Severino che il concetto del nulla sia
contradditorio e quindi nichilistico, si sforza di escogitare un concetto di
creazione che faccia a meno di fare riferimento al nulla (ex nihilo), per cui
concepisce la creazione non come produzione o causazione del finito da parte
dell’infinito efficiente, ma come semplice relazione di dipendenza della
creatura dal creatore ovvero del finito dall’infinito, semplice relazione del
relativo all’Assoluto all’interno dell’Assoluto o, prendendo spunto da Hegel e
da Spinoza, come determinazione o finitizzazione finita dell’infinito, in modo
tale che Dio non produca o non causi nulla al di fuori di sé, ma solo agendo all’interno
della propria essenza, la quale, coincidendo con l’essere come tale, non ammette
nulla al di fuori di sé, giacchè al di fuori dell’essere non c’è che il nulla.
Osservo
che se da Dio togliamo la causalità efficiente come fa Bontadini, resta un Dio inerte
e inattivo come una figura geometrica, dove l’ordine è puramente intellegibile,
formale e strutturale, ma astratto, privo di vita e di dinamicità. Se d’altra
parte, come fa Hegel, da Dio togliamo l’immutabilità, il movimento che da essa
scaturisce perderebbe il fondamento del suo impulso e la sua stessa esistenza,
perderebbe il suo esser causa dell’effetto. Il vero Dio è congiunzione di agente
e di azione, di movente e movimento, di amante e di amore, è forza genitrice di
forza, roccia sulla quale costruire la casa.
Bontadini
non riesce a darci l’idea di un Dio vivente, che interviene ad operare meraviglie,
quel «fuoco divorante» (Dt 4,24), del quale parla la Scrittura, il Dio che «scuote
cieli e la terra» (Eb 12,26). San Tommaso
da par suo spiega magnificamente come in Dio si riveli la congiunzione dell’immutabilità
del suo essere col mutare delle libere scelte.
Tommaso
vuol farci capire che l’azione in Dio non va intesa come qualcosa che passa,
ossia con la categoria del divenire, come accade in noi e come l’intende Hegel,
ma con quella dell’essere, e addirittura dell’atto d’essere (atto secondo), della
perfezione assoluta e del complemento ultimo. L’agire divino, pertanto, non è
come nella creatura atto imperfetto di una potenza mista di attività e di
passività, ma atto istantaneo atemporale, senza divenire e senza potenzialità.
In tal modo l’agire, il causare e il produrre divini (barà) non compromettono
affatto l’immutabilità divina, che giustamente sta a cuore a Bontadini.
Né il
mobilismo irrequieto hegeliano-rahneriano, né l’eternalismo glaciale severiniano-bontadiniano
riescono a spiegare l’esistenza pluralistica e diversificata del mondo, dell’ente
contingente e diveniente, perchè sia nell’uno
che nell’altro manca, al di là dell’attenzione lodevole all’Assoluto, la sintesi
in Dio tra l’essere e l’agire, il pensare e il fare, l’atto d’essere e la potenza
attiva, sicchè il Dio di Bontadini, nonostante lo sforzo di Bontadini di elaborare
un concetto di creazione, è un Dio chiuso in se stesso, che non produce niente,
mentre il Dio di Rahner è un agitato rivoluzionario immerso nel tempo, che
disfa quello che fa, eterno suscitatore di conflitti e di guerre.
Immagini da Internet:- La Pietà e il Giudizio Universale, Michelangelo