La dialettica hegeliana come principio della guerra
Terza Parte (3/3)
La ragione hegeliana primeggia sull’intelletto
Hegel si fece un concetto meschino
dell’intelletto, come se questo limitasse il suo interesse alle scienze empiriche,
e come se il suo distinguere ed astrarre fosse un difetto da correggere o quanto
meno un limite da superare in una superiore speculazione che Hegel assegnava
alla ragione. Perchè questa stima più alta della ragione rispetto
all’intelletto? Perchè secondo Hegel la ragione possederebbe una forza di sintesi
propulsiva che l’intelletto non avrebbe.
Ora però bisogna ricordare che il
sapere comporta la visione della verità. E questo è atto dell’intelletto. Che
importa, che interesse può avere il muoversi tra tra concetti e contrasti
dialettici, se poi non giungiamo a vedere? Ora questo compito non spetta alla ragione,
ma spetta all’intelletto. La ragione è al servizio dell’intelletto; essa lavora
affinchè l’intelletto possa vedere: il ragionare non è fine a se stesso. L’intelletto
ragiona al fine di vedere, quietando quindi il moto della ragione che ha condotto
l’intelletto alla visione.
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Hegel
mostra un’esagerata stima per la ragione, trascurando il fatto che essa è
precisamente a servizio dell’intelletto. … Osserviamo che se la ragione mette
in moto il movimento dello spirito, l’intelletto dice certamente fissità, fermezza,
stabilità e permanenza. Ma Hegel, preso da
un concetto di vita come moto fisico, e suggestionato d’altra parte dalla
rigidità del sasso o del cadavere, non tenne conto che la vita dello Spirito divino
si esprime in una somma immutabilità, oggetto della visione dell’intelletto e non
della dialettica della ragione. …
Così, quando si tratta della conoscenza di
fede, ossia di accogliere una verità divinamente rivelata, la ragione, guidata
da una pia disposizione a credere (“pius credulitatis affectus”), causata dallo
Spirito Santo, prepara e motiva l’atto di fede. Ora, questo atto è un atto dell’intelletto,
che accoglie con semplicità e docilità una verità superiore alla capacità della
ragione.
Come è
noto, Hegel oppone al principio per cui l’essere non è il non-essere, ovvero
che è impossibile che un ente sia e non sia simultaneamente, il principio
opposto che “essere e nulla sono lo stesso”. E porta ad esempio della verità di
questo principio il divenire. Ma non è affatto vero che nel divenire ci sia
questa identità di essere e non essere. Il divenire, come già aveva capito
Aristotele, non è altro che l’atto di ciò che è in potenza, per cui nel momento
in cui il diveniente è tale, non può non essere tale.
Hegel
non comprende che, se il male non può esistere senza il bene, il bene può
esistere senza il male. La creatura può essere un misto di bene e di male, ma
il beato o l’angelo santo o Dio stesso sono beni assolutamente liberi dal male.
Certo, esiste un male di pena che è bene, ma non per questo è lecito confondere
il non-essere con l’essere, l’ente di ragione con l’ente reale. Dobbiamo dire invece
con tutta fermezza che non esiste mediazione o terzo termine tra l’esser tale e
il non-essere tale. Di conseguenza, sul piano morale la sana filosofia esclude
una mediazione fra l’atto buono e l’atto cattivo, fra il bene e il male, ma
pone tra di loro un’opposizione o separazione irriducibile, per cui si
escludono a vicenda. Per questo, per la
sana filosofia è possibile un essere senza il non-essere, un vero senza il
falso e un bene senza il male.
Immagine da Internet: Giardini Vaticani