Maritain e Bontadini
Un confronto fra due maestri
Parte Quinta (5/7)
La questione
del divenire
Cielo e
terra passeranno.
Le mie
parole non passeranno
Mt 24,35
La questione
del divenire, connessa con la percezione del concreto, della temporalità e del
transitorio, e quindi del senso della storia, del mutamento delle idee e dei
costumi, del progresso del sapere, dell’evoluzione dell’universo, segna
profondamente di sé il pensiero moderno, più di quello medioevale. Nel pensiero
antico troviamo alcune intuizioni profonde, di perenne valore, le quali, migliorate
dalla rivelazione cristiana, si ripresentano oggi. Ma gli errori antichi sono
tornati a causa di una diminuzione dell’intelligenza metafisica rispetto al
Medioevo, per cui essi affascinano o sfidano drammaticamente i contemporanei.
La filosofia
del nostro tempo è largamente influenzata dallo storicismo hegeliano, che fa
perder di vista l’immutabilità divina e col pretesto dell’Incarnazione del
Verbo, chiude il pensiero teologico nell’orizzonte della temporalità.
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Maritain e Bontadini convengono nel ritenere il
principio di non contraddizione come un principio fondamentale della filosofia
e dello stesso discorso umano. Essi tuttavia non lo intendono allo stesso modo
e non gli danno la stessa importanza e la stessa estensione.
Mentre Maritain lo considera solo un principio del dire
o pensare, distinto dal principio d’identità, che è principio dell’essere, base
del principio di non-contraddizione, Bontadini chiama principio di non
contraddizione anche il principio di identità formulandolo in questo modo: «l’essere
non è il non-essere». Egli però lo formula anche in un modo sbagliato, che si
trova anche in Severino: «l’essere non può non essere». Per la verità, questo è
solo il principio di non-contraddizione dell’essere necessario, che lascia
fuori l’essere contingente, che è l’essere che può non essere. Solo l’essere
necessario non può non essere.
Opportunamente il Maritain enuncia il principio
d’identità a questo modo: «l’essere non può essere il non-essere». Egli lo
enuncia anche a questo modo: «ogni ente è ciò che è». Un’altra formulazione la
prende dal Garrigou-Lagrange: «ogni ente è di una natura determinata che lo
costituisce in proprio».
Con la ragion d’essere tocchiamo il piano dell’essenza,
dell’intellegibilità e della razionalità o del pensabile. Qui è toccato il
pensiero e gioca il principio di non-contraddizione - non est simul affirmare
et negare, come lo enuncia sinteticamente San Tommaso - e la sua negazione è il
contradditorio, ciò che non può essere pensato.
Una proposizione o una tesi può essere contradditoria,
ma il divenire è qualcosa che appartiene all’ordine dell’essere, ossia dell’identità
del reale, dove non gioca il contradditorio, ma con l’esclusione dell’impossibile,
si dà solo il possibile e l’attuale, che è ciò che sul piano della realtà fonda
il non-contradditorio, e fonda quindi il moto, il produrre e la stessa attività
creatrice divina, che pure sta tanto a cuore a Bontadini - qui in netta
opposizione con Severino, per il quale il concetto di creazione implica
contraddizione e nichilismo.
Immagine da Internet: Arca di San Domenico, Niccolò dell'Arca, Bologna