La metafisica
in San Tommaso e nel Beato Giovanni Duns Scoto
Seconda Parte (2/6)
La questione dell’essere sussistente
Che cosa è infatti questa semplicità assoluta, che secondo Scoto, dovrebbe avere il concetto dell’ente? In realtà, il concetto dell’ente include il concetto dell’essenza e dell’essere: ente è ciò che ha l’essere in un’essenza. L’essenza è ciò che l’ente è. Dell’essere non riusciamo a formarci un concetto e quindi non possiamo darne una vera definizione. Ne abbiamo solo un’intuizione.
Tutti - come appare evidente dall’uso del verbo essere - abbiamo questa intuizione, tutti sappiamo che cosa è l’essere, nessuno ce lo insegna, ma lo capiamo da soli; ma è facile parlare di ciò che vediamo in questa intuizione. Come ha ben notato il Beato Antonio Rosmini, l’essere appare come qualcosa di divino, nettamente distinto e superiore a tutti gli altri contenuti del nostro intelletto.
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Confondere Dio con l’essere vuol dire cadere nel panteismo. Infatti l’essere è l’atto di ogni ente, è un valore universale, presente in tutti gli enti come loro atto nei modi e gradi più diversi. Se Dio fosse l’essere, dovrebbe essere l’atto di ogni ente appartenente ad ogni ente, sicchè ogni ente, in quanto è, sarebbe Dio. Oppure Dio sarebbe l’essere universale comune a tutti gli enti. Oppure sarebbe l’insieme di tutti gli enti.
Pare che per Scoto il concetto di Dio si raggiunga chiarendo, come ha fatto Bonaventura, il significato ultimo ed assoluto dell’essere. È possibile che Scoto, parlando della semplicità ed univocità del concetto dell’ente, intendesse riferirsi all’essere.
Certamente Scoto non arriva con Hegel a sostenere l’identità dell’essere col non-essere. … Il molteplice non gli appare affatto vano, ma non ha nessun problema a riconoscerlo come realtà finita creata da Dio.
Che diritto abbiamo ad usare la stessa parola per enti che sono differenti tra di loro sotto la ragione di ente? Vorrà pur dire che questo concetto è al contempo uno e diversificato. Altrimenti dovremmo finire con Parmenide, per il quale l’essere è uno e basta. Siccome le differenze, il divenire e il molteplice sono fuori dell’essere, esse non esistono, sono pura apparenza.
E si arriva a Severino e a Bontadini. Se l’essere per sé è uno, ogni cosa, tutto, eterno, immutabile e necessario, allora esiste solo Dio. E il mondo? Non può esistere fuori di Dio, ma solo in Dio, identico a Dio. Ed eccoci nel panteismo. Certo, la nozione scotista dell’ente non porta subito a queste conseguenze o non implica queste premesse. Eppure la logica ci conduce ad esse.
Aristotele si accorse che «l’ente si dice in molti modi» (to on pollacòs legomenon). E dà l’esempio della sostanza e dell’accidente come di due analogati, dei quali il primo è il superiore, mentre l’accidente è inferiore. Invece per Duns Scoto la sostanza è una differenza che insieme all’accidente si aggiunge all’ente, dal significato univoco. Ma l’ente non è forse o sostanza o accidente? Possono forse la sostanza e l’accidente astrarre dall’essere o dall’esistere?
Immagini da Internet: Aristotele e Parmenide, La Scuola di Atene, Raffaello
















