06 ottobre, 2026

Predicare oggi - Quarta Parte (4/5)

 

Predicare oggi

Quarta Parte (4/5)

 

Le origini e la fine dell’Inquisizione

Lucio III e Federico Barbarossa

Pio VI e Napoleone

 

Le origini dell’Inquisizione intesa come Tribunale che irroga la pena di morte per gli eretici, le troviamo nell’incontro che Lucio III ebbe nel 1183 a Verona con l’Imperatore Federico I di Germania. In tale incontro il Papa e l’Imperatore si accordarono nella difesa della fede cattolica nel senso che mentre il Papa si assumeva il compito per il tramite di un apposito tribunale di giudicare i delitti di eresia, l’Imperatore si impegnava a punirli con la pena di morte. Questa iniziativa incontrò tanto favore presso i Papi e i sovrani cattolici, e presso le stesse popolazioni cattoliche, che era destinata a durare nei secoli successivi fino al sec. XVIII.

Subito dopo l’incontro con l’Imperatore, il 4 novembre del 1184, il Papa emanò un famoso Decreto, dal titolo Ad abolendam, che fu detto «Carta dell’Inquisizione». 

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Noi oggi guardiamo con ammirazione i giudici Falcone e Borsellino, eroici magistrati uccisi dalla mafia. Similmente nel Medioevo i cattolici, cittadini e governanti, che erano la stragrande maggioranza della popolazione dell’Europa occidentale, guardavano con ammirazione gli Inquisitori uccisi dagli eretici, e come oggi chiediamo giustizia per gli eroici magistrati uccisi dai criminali, così allora popolo, governanti e prelati esigevano che si facesse giustizia contro gli eretici assassini perturbatori dell’ordine civile ed ecclesiale e in tal senso si adoperavano.

In tal modo la Chiesa venera come martiri col titolo di Beati alcuni Inquisitori come il Beato Pietro Ruffia, il Beato Antonio Pavoni e il Beato Matteo Cervèri, tutti Inquisitori piemontesi uccisi nell’arco dei secc. XIV-XV. Nel secolo XIII abbiamo avuto un Santo martire domenicano Inquisitore, San Pietro da Verona.

Certo oggi non sapremmo concepire un Inquisitore sugli altari e forse saremmo portati a pensare che i loro uccisori hanno fatto bene a liberarsene. Eppure la Chiesa è infallibile quando beatifica o canonizza qualcuno. Oggi gli eretici si considerano martiri e gli aguzzini saremmo noi cattolici. In realtà gli aguzzini sono loro e i martiri siamo noi, similmente a come Cristo e Santo Stefano sono stati martiri dei farisei.

Soppressa infatti l’Inquisizione, non vuol dire che sia cessata la lotta all’eresia, che fa parte del nostro DNA domenicano. Ma vuol dire impostarla in modo nuovo, più evangelico, più terapeutico, vuol dire combatterla più evangelicamente nelle modalità che ho detto e che vanno anche oltre le indicazioni dello stesso Concilio Vaticano II e forse preparano il prossimo, correggendo la sua tendenza troppo indulgente e buonista.

Il dialogo ecumenico, interreligioso e con i non-credenti, avviato dal Concilio Vaticano II, per espressa volontà dello stesso Concilio, non è fine a se stesso, ma è ordinato all’evangelizzazione e alla correzione degli errori e delle eresie, affinchè tutti arrivino alla piena comunione con la Chiesa cattolica.

Immagini da Internet:
- Martirio di San Pietro da Verona, di Mattia e Gregorio Preti a Taverna
- Beati Martiri di Algeria, del Vescovo Pierre Claverie e dei compagni

04 ottobre, 2026

Predicare oggi - Terza Parte (3/5)

 

Predicare oggi

Terza Parte (3/5)

 

Come nessun Ordine nella Chiesa quanto l’Ordine domenicano ha legato tanto il suo fine, i suoi interessi, le sue competenze, la sua sorte e il suo destino, i suoi trionfi e  le sue sconfitte, le gioie e le sofferenze ai valori suddetti, così nessun Ordine ha tanto legato le sue vicende, i suoi interessi, i suoi dolori e le sue gioie le sue vittorie e le sue sconfitte, la sua competenza e le sue insufficienze, la sua fama e la sua emarginazione,  la sua sorte e il suo destino alla questione, alla tematica, alla problematica, ai drammi e alle tragedie dell’eresia. Non si può pensare all’ideale domenicano senza pensare a due parole: verità ed eresia.

San Domenico, per sua espressa dichiarazione, preferiva ricevere gli insulti degli eretici che ricevere le lodi dai cattolici. Col suo modo di fare socievole, affabile, amabile, col suo buon umore non alieno dalle facezie, si attirava - raccontano i biografi - l’affetto, la stima e la simpatia di tutti, ma ovviamente intendendo questo «tutti», come tutti i buoni e tutti i credenti, mentre comprensibilmente era oggetto di odio da parte degli eretici, anche se in certi casi sapeva attirarsi la stima anche da parte di loro, cosa che poi gli consentiva di avvicinarli a Cristo con la sua instancabile predicazione e straordinaria carità. E così ben si spiegano le parole che Papa Gregorio IX pronunciò ammirato a suo riguardo con felice espressione: «inexplicabile gaudium concipiens de zelo animarum».

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Ben si rappresenta la predicazione domenicana col simbolo della luce. Ecco allora la stella sul capo di San Domenico e il sole nel petto di San Tommaso. Nell’inno dedicato a San Domenico da secoli, il Santo Patriarca viene invocato col titolo di Lumen Ecclesiae, Doctor veritatis. Il buon predicatore domenicano deve saper unire, in certe circostanze che lo richiedono, l’umiltà a un’ira moderata animata dalla carità. La pratica della mitezza in ogni situazione non è conveniente. Cristo stesso ci dà l’esempio che bisogna saper alternare la mitezza alla giusta ira. Egli non è solo Agnello, ma anche Leone. Egli non è solo colui che cavalca un’asina (Mt 21,5), ma anche il Cavaliere dell’Apocalisse (19,11). 

La predicazione contro l’eresia è essenziale alla predicazione domenicana. Solo che oggi, dopo il Vaticano II, il paradigma del predicatore non è più l’inquisitore, ma il medico. Il paradigma dell’eretico non è più il criminale ma il malato.

Papa Onorio III, dopo i cenni favorevoli di Innocenzo III, che trovò l’idea di Domenico perfettamente conforme a quanto egli e il Concilio Lateranense volevano, approvò l’Ordine con la Bolla del 22 dicembre 1216. Ma in seguito ne scrisse altre che illustrano quanto il Papa gradisse il progetto di San Domenico e quanto si attendeva dai Domenicani. Do il testo della Bolla del 21 gennaio 1217, dove appare evidente la funzione terapeutica e pugnace della predicazione domenicana. È presente la lotta e la confutazione dell’eresia, ma il predicatore è presentato nella funzione del medico, animato da un’ardente carità, sotto l’immagine della mandragora, che allora era considerata un’erba medicinale.

La vicenda di Giordano Bruno è la vicenda di uno spirito dalla forza straordinaria, che ben si comprende che a 15 anni abbia voluto farsi Domenicano. … È infatti in lui presente anche il tipico amore domenicano per lo studio indefesso dei grandi pensatori che ci gettano nell’infinito, ci aprono le porte dell’eroico furore, dell’assoluto come origine e fine delle cose, ci fanno spiccare il volo nel puro pensiero e nella totalità dell’essere. Bruno ha fatto sua, sia pure in modo deforme, la grande questione domenicana della verità e della predicazione della verità a costo della vita.

Siamo in un periodo effervescente ed esaltato, nel quale si diffondono in Europa dottrine dell’antichità pagana, che allettano con la prospettiva dell’autoaffermazione, del panteismo e della magia. Così Bruno divenne un fervente predicatore, non però del Vangelo ma di dottrine antropocentriche. Scambiò il Dio dei cieli col dio di questo mondo. È stato un martire del demonio. Tuttavia quanto danno ha fatto alla Chiesa quella pena del rogo! Bruno è diventato una bandiera della massoneria e dell’idealismo tedesco.



Immagini da Internet:
- San Tommaso d'Aquino, Musei Civici di Como, Palazzo Volpi
- Giordano Bruno, Ettore Ferrari, Roma 
 

01 ottobre, 2026

Predicare oggi - Seconda Parte (2/5)

 

Predicare oggi

Seconda Parte (2/5)

 

La questione dell’eresia e della predicazione antieretica

da Innocenzo III a San Paolo VI

ovvero

dal Concilio Lateranense IV del 1215 al Concilio Vaticano II

 

Bisogna distinguere nella predicazione la catechesi dalla predicazione apostolica. La prima è ufficio dei laici, dei genitori, dei missionari, dei parroci e della scuola. La seconda è riservata ai Vescovi. Nella prima il laico, mosso dallo Spirito, prende l’iniziativa del parlare. Nella seconda il predicatore, Vescovo o presbitero o diacono, predica per mandato del Vescovo o del Papa. San Tommaso chiama missio a Deo il mandato al laico, la quale fonda il parlare cristiano del laico e missio a Praelato il mandato che la predicazione riceve dal Vecovo.

Successe però alla fine del sec. XII che in Francia nacque un movimento ereticale, quello dei catari, semplici laici, i quali, respingendo la predicazione vescovile e i dogmi cristiani, impiegavano uomini e donne nella predicazione di un culto teo-satanico e di una condotta morale rigorista e ad un tempo dissoluta sotto pretesto della libertà spirituale.

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Bisogna distinguere nella predicazione la catechesi dalla predicazione apostolica. La prima è ufficio dei laici, dei genitori, dei missionari, dei parroci e della scuola. La seconda è riservata ai Vescovi. Nella prima il laico, mosso dallo Spirito, prende l’iniziativa del parlare. Nella seconda il predicatore, Vescovo o presbitero o diacono, predica per mandato del Vescovo o del Papa. San Tommaso chiama missio a Deo il mandato al laico, la quale fonda il parlare cristiano del laico, e missio a Praelato il mandato che la predicazione riceve dal Vecovo.

Successe però alla fine del sec. XII che in Francia nacque un movimento ereticale, quello dei catari, semplici laici, i quali, respingendo la predicazione vescovile e i dogmi cristiani, impiegavano uomini e donne nella predicazione di un culto teo-satanico e di una condotta morale rigorista e ad un tempo dissoluta sotto pretesto della libertà spirituale. 

Questo fenomeno preoccupante dette occasione a Innocenzo III di precisare in che cosa consiste la predicazione cristiana e a chi spetta, senza ovviamente negare la previa funzione della catechesi laica familiare, scolastica e parrocchiale. Egli però esortava nel contempo i Vescovi, considerata l’emergenza gravissima data dal fenomeno cataro, a farsi aiutare nella predicazione da chierici di loro fiducia.

Confrontando le disposizioni del Concilio Lateranense IV con quelle del Vaticano II relative alla confutazione delle eresie, troviamo una notevolissima differenza: mentre il Lateranense dedica un capitolo intero, il terzo, delle sue Costituzioni, alla figura dell’«eretico», dando delle disposizioni su come predicare agli eretici e sulla necessità di «sterminare gli eretici», il Vaticano II non usa neppure una volta il termine «eresia» e su questo argomento è evasivo, impreciso, generico, privo di mordente, trascurando quasi tutti i passi neotestamentari che io ho avuto cura di citare, perché sono essenziali per avere una visione completa della natura, delle forme, degli attori, dei ministri, delle finalità, dei modi, dei metodi, dei mezzi e dei destinatari della predicazione cristiana a tutti i livelli.

Il Frate domenicano è il primo Religioso nella storia della Chiesa a ricevere la qualifica di «predicatore» come qualifica che designa la finalità dell’Istituto. Certamente anche prima che sorgesse l’Ordine domenicano, esistevano altri Istituti o Famiglie religiose che praticavano la predicazione, ma ciò avveniva solo occasionalmente, non in forza della finalità propria e istituzionale dell’Istituto, che era un’altra.

Immagini da Internet:
- Onorio III approva la Regola di San Domenico, di Leonadro da Ponte, Santi Giovanni e Paolo, Venezia
- Padre Bartolomeo de las Casas, Archivio Generale delle Indie, Spagna

29 settembre, 2026

Predicare oggi - Prima Parte (1/5)

 

Predicare oggi

Prima Parte (1/5)

 

Educare alla fede

Come è noto, Cristo incaricò gli Apostoli di annunciare il Vangelo a tutto il mondo conducendo gli uomini a credere nel messaggio di Cristo per ottenere la salvezza eterna.  Dovendo pertanto il Vangelo, per volere di Cristo, essere insegnato fino alla fine del mondo, questo ufficio è passato ai Vescovi sotto la guida dei Sommi Pontefici, Successori di Pietro.

Tuttavia apparve subito fin dall’inizio dell’opera evangelizzatrice, che essa doveva essere attuata gradualmente, preparata da una preevangelizzazione, che rendesse le persone disponibili ad accogliere la Parola di Dio.  Sia l’opera evangelizzatrice che quella pre-evangelizzatrice è di competenza dei Successori degli Apostoli sotto la guida del Papa.

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Il predicatore, quindi, ha un vero e proprio dovere di convertire gli uomini a Cristo, secondo il comando di Cristo stesso dato agli Apostoli di «ammaestrare tutte le nazioni» (Mt 28,19).

Infatti, che cosa è questo in fondo se non il comando di rendere credenti o di convertire alla fede tutti gli uomini? 

Per questo Cristo è severo contro chi, pur avendo visto i segni di credibilità, e comprendendo che si deve credere, non vuol credere. Infatti qui il credere è un dovere ragionevole richiesto dalla fiducia, dall’umiltà e dall’amore.

 


Immagine da Internet: San Domenico di Gusman


27 settembre, 2026

La setta e la comunità cristiana. Settarismo e comunione - Seconda Parte (2/2)

 

La setta e la comunità cristiana

Settarismo e comunione

Seconda Parte (2/2)

 

La setta e il settario

La setta è cosa diversa dal partito, dalla corrente, dal gruppo, dalla società di amici, dal movimento, dalla scuola filosofica e teologica, dall’associazione, dalla comunità religiosa. Tutte queste realtà sono inserite nel contesto sociale, aperte ai rapporti con le altre componenti della società, dotate del senso dell’universale e dei valori comuni, operanti per il bene comune, consce dei propri limiti, rispettose delle diversità. 

Le sètte invece riducono l’universale al particolare, assumono la parte al posto del tutto, si ritengono l’umanità dei giusti contro l’umanità degli empi, si ritengono proprietarie infallibili di tutta la verità, negando la presenza di alcunché di positivo negli avversari. Sono incapaci di mediare fra gli estremi e tra i nemici, non sanno trovare punti in comune fra di loro. Non sono mosse dall’amore, ma dall’odio, anche se possono essere conservatrici come rivoluzionarie, laiche come religiose, colte come popolari, mondiali come regionali, numerose come esigue.

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Il problema insolubile della comunità scismatica o settaria è quello di come e su quale base assicurare l’unità dottrinale e disciplinare, mancando l’assistenza il carisma di Pietro. È interessante come in clima luterano, con Kant, sia nata la teoria della «dialettica trascendentale», ripresa poi e perfezionata da Hegel, secondo la quale la ragione è naturalmente in contrasto con se stessa, senza che sia possibile raggiungere una quiete definitiva nella verità.

Dobbiamo infatti ricordare come il vero capo, pastore e guida nella Chiesa, per volontà di Cristo, è Pietro. Dunque che senso può avere riformare la Chiesa o conservare la tradizione senza e contro Pietro? Hanno potuto organizzare una comunità cristiana senza il capo? Evidentemente no. E allora chi hanno messo a capo? Se stessi e i loro successori. Come hanno potuto conservarsi queste comunità nei secoli fino ad oggi senza dissolversi? È un puro dono della misericordia di Dio, perché separandosi dal Romano Pontefice, che è come Vicario di Cristo il principio e il garante dell’unità della Chiesa, avrebbero dovuto a quest’oggi dissolversi in una quantità di sètte o in un totale individualismo. … E così vediamo tra i luterani degli enormi contrasti, che loro chiamano eufemisticamente «differenze» o «diversità». E così si passa tra di loro da teologi ammiratori di San Tommaso come Kierkegaard e Pannenberg ai teologi che sconfinano nell’idealismo come Kant o nell’egologia come Fichte o nella mitologia come Schelling o nel panteismo come Hegel o nell’esistenzialismo come Bultmann. 

Ci sono due modi per separarsi dalla Chiesa: o quello di lasciarla perché giudicata corrotta, modernista e irrecuperabile per formare la vera Chiesa della tradizione, oppure quello di ritenersi appartenenti alla Chiesa voluta dal Concilio Vaticano II, ma interpretata secondo un modello di Chiesa modernista, quindi separato dalla vera Chiesa voluto da Cristo.

La modestia e la prudenza vogliono che nella vita presente teniamo presente che non c’è peccatore che non si possa convertire e non c’è santo che non possa tralignare. In ogni uomo, per quanto malvagio, c’è del bene e in ogni santo, per quanto perfetto, in questa vita ci sono dei difetti. Nessuno possiede quaggiù tutte le virtù o è nella piena luce e nessuno è solo immerso nei vizi o nelle tenebre. Quindi noi siamo liberi sì di seguire qualcuno che ci sembra un maestro, una guida o un profeta, una scuola, un movimento, una spiritualità, ma sempre con l’occhio attento a che ciò ci serva per migliorare la nostra comunione con Dio, con la Chiesa e con i fratelli.

Immagini da Internet: Sibilla Libica e Sibilla Cumana, Michelangelo, Roma

26 settembre, 2026

La setta e la comunità cristiana. Settarismo e comunione - Prima Parte (1/2)

 

La setta e la comunità cristiana

Settarismo e comunione

Prima Parte (1/2)

 

Perché non si parla più di sètte?

Una cosa degna di nota è il fatto che l’uso del termine «setta» per designare un’associazione religiosa è scomparso dal linguaggio pastorale della Chiesa, quando invece, negli ultimi due decenni del secolo scorso fino al primo decennio, si diffuse un largo uso del termine, tanto che sorsero persino periodici espressamente dedicati a trattare delle «sètte», si fondarono centri di studio  sulle «sètte», ci furono sociologi che si specializzarono su questo tema, furono organizzati convegni e dibattiti sull’argomento, furono pubblicati addirittura documenti di conferenze episcopali. Ovviamente è chiaro che in tutto questo immenso lavoro sono rimasti molti dati importanti ed attuali, molti giudizi giusti, molti orientamenti utili.

Ma per quale motivo oggi i Vescovi non trattano più di questo tema? Perchè ci si è accorti che il concetto stesso di «setta» rischia di essere è settario e corrisponde a un modo  di giudicare le associazioni religiose scismatiche o ereticali in modo manicheo, esclusivista ed astratto, modo di giudicare semplicistico, tagliente e sbrigativo, che fu frequente in passato, ma che è stato superato dalla pastorale avviata dal Concilio Vaticano II, che ci ha fatto capire che non c’è associazione religiosa così perversa e anormale, che non abbia lati positivi, così come non esiste nella storia di questo mondo comunità umana, e questo vale anche per la Chiesa, che non abbia difetti da togliere o aspetti da riformare.

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Ognuno pretende di definire che cosa è cattolico indipendentemente dal Catechismo della Chiesa cattolica.

L’ecclesiologia conciliare, che presenta un volto di Chiesa più ampio che per il passato, un esser Chiesa graduato e non per sic e non, secondo lo schema semplicistico del dentro e fuori, ha contribuito a farci provare ritrosia a definire come «setta» un dato gruppo o movimento religioso. Un tempo si vedeva la Chiesa come un tutto e si diceva: o tutto o niente. Oggi si vede ancora la Chiesa come un tutto, ma un tutto che può esser partecipato in vari gradi e misure. Queste partecipazioni sono quelle che in passato si chiamavano sètte.

La setta invece sorge da una religione preesistente, staccandosi da essa con la  convinzione fanatica di esser la vera Chiesa, di realizzare meglio l’ideale della Chiesa, dalla quale si separa, convinta di essere una comunità migliore e di realizzare meglio il fine della Chiesa salvandola dalla corruzione o dalla distruzione.

Le religioni non cristiane tendono ad assolutizzare se stesse senza averne il diritto. Esse tendono al settarismo, in quanto tendono, benchè in possesso solo di alcune verità religiose, e senza averne il mandato divino come nella religione cristiana, a voler conquistare tutta intera l’umanità. Tale diritto infatti, spetta solo alla religione cristiana, l’unica fra tutte ad esser stata fondata da Dio stesso, Gesù Cristo. Tuttavia la moderna storia delle religioni ci rende edotti di immensi valori spirituali e morali, fino alla teologia e alla mistica, presenti in queste enormi millenarie formazioni umane, per cui, senza ignorare gli errori e i difetti presenti in esse, possiamo arrivare a dire con Papa Francesco che la pluralità e varietà delle religioni, in quanto contenenti sul piano del vero e del bene valori diversi (a prescindere dal confronto vero-falso) sono veramente volute da Dio e - possiamo aggiungere col Concilio - tutte convergono verso Cristo e provengono da Cristo.

Le sètte cristiane oggi assumono come quadro di fondo della loro azione la lotta tra la Donna dell’Apocalisse e il Dragone, ossia la lotta, direbbe Sant’Agostino, fra la città fondata nell’amor Dei usque ad contemptum sui e la città dell’amor sui usque ad contemptum Dei. E fin qui tutto bene. Solo che la setta si sente incarnata nella Donna apocalittica al posto della Chiesa, per cui considera la sua lotta contro la Chiesa come fosse la lotta contro la sinagoga di Satana.

Immagini da Internet: Sibilla Persica e Sibilla Eritrea, Michelangelo, Roma

21 settembre, 2026

Alzò gli occhi al cielo. Gesto e parola nella Liturgia. Alcune proposte.

 

Alzò gli occhi al cielo

Gesto e parola nella Liturgia

Alcune proposte

Alzati gli occhi al cielo

Gv 17,1 

Un incontro fra Novus e Vetus Ordo?

Il rito della Messa risulta dalla confluenza dei due momenti o elementi fondamentali e convergenti della vita umana: quello della convivialità, rappresentato dalla mensa e quello del culto divino, rappresentato dall’altare.

La riforma liturgica operata dal Concilio Vaticano II ha abbandonato o posto in secondo piano l’altare e ha messo in primo piano la mensa, sicchè, se nelle Messe preconciliari il celebrante con i ministri si inginocchiavano davanti all’altare posto su sette gradini a significare che l’altare dev’essere in alto, verso Dio, nelle Messe postconciliari i concelebranti si siedono attorno all’altare che appare più mensa che altare, innalzato magari su di un solo gradino

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La presenza di due altari potrebbe a mio avviso essere utilizzata e valorizzata in una nuova riforma del rito della Messa che andasse incontro sintetizzandole alle due istanze differenti del Vetus e del Novus Ordo.






Immagini da Internet: 

- Duomo di Siena

- Santa Gemma Galgani 


17 settembre, 2026

I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio - Ottava Parte (8/8)

 

I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio

Ottava Parte (8/8)


La questione della creazione

Kant accenna più volte alla creazione, ma senza mai fermarsi su questo concetto. Ne parla come di un termine della teologia cristiana, che però per lui non offre alcun interesse speculativo. Non si rende conto quanta importanza ha il concetto di creazione in relazione alla questione dell’esistenza di Dio che sta trattando.

Questa trascuratezza nel prendere in esame il concetto di creazione dipende dal fatto che abbiamo già notato, che Kant non si rende conto – lui, docente di metafisica - dell’importanza fondamentale del problema dell’essere. E sappiamo quanto il concetto della creazione è connesso con quello dell’essere. 

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Kant è interessato alla questione della realtà e della cosa, ma solo dal punto di vista dell’essenza o dell’idea, non dell’essere. Parlando dei cento talleri, fa capire che si distingue l’essenza (concetto di 100 talleri) dall’esistenza (talleri reali), ma anche qui non c’è in gioco il tema dell’essere. 

Cita il concetto dell’ente quando parla dell’ente supremo, originario, realissimo, sommo o necessario, ma non considera mai - lui, docente di metafisica! - l’ente per se stesso (ens ut ens) e non si chiede mai da che cosa è composto: avrebbe scoperto l’essere.

San Tommaso ci fa capire, come chiarisce il Padre Fabro, che l’esistere (existere) è l’essere in atto (esse in actu), mentre l’essere (esse) è atto della potenza (esse ut actus o actus essendi). Mentre l’essere in atto è la semplice attuazione di una possibilità, l’atto d’essere è l’atto di una potenza di essere.

Ora la questione della creazione è la questione dell’essere, è il chiedersi qual è l’origine di cose che non sono l’essere, ma hanno l’essere o lo hanno solo parzialmente o, come diceva Platone, l’hanno per partecipazione. E se non l’hanno da sé e non l’hanno tutto, da dove viene quell’essere limitato che esse posseggono? Perchè esistono se potrebbero non esistere?

Aristotele si interrogò sulla causa del divenire, non dell’essere. Per questo non si pose il problema della creazione. Il suo Dio, quindi, non è un Dio creatore come causa dell’essere, ma è la causa prima del movimento delle cose, il motore immobile. Ma egli non si chiese perché esistono la materia ed esistono le forme. 


 
Aristotele, come Kant, non si è mai interrogato sull’essere (einai) delle cose, ma solo sull’ente (on) e sulle essenze (usìa). Aristotele tuttavia capì che era possibile conoscere l’essenza dell’ente materiale (sinolo di materia e forma) e spirituale. A Kant manca la nozione dell’ente, per cui la sua nozione della cosa non corrisponde a quella dell’ente, ma solo alla cosa materiale, come si evince facilmente dal fatto che per lui la cosa è oggetto di esperienza ed è ciò che fornisce il materiale empirico del conoscere.

 Tuttavia nessuno si sbaglia o resta ignorante circa l’esistenza di Dio, come nessuno può vivere se non respira e non batte il cuore. Ciò che è possibile ma che dipende dalla volontà e non dalla ragione, è fare di una causa seconda una causa prima: è l’idolatria. Ma il concetto di causa prima è inevitabile. Lo possiede anche chi lo nega. Quello che è possibile è distogliere volontariamente lo sguardo da Dio o fermarsi volontariamente nel cammino che conduce a Lui, ma si fa questo solo perchè si è capito dove conduce e non ci si vuol incontrare con Dio. L’ateismo è questo.

Immagini da Internet: Volti, Modigliani


16 settembre, 2026

I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio - Settima Parte (7/8)

 

I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio

Settima Parte (7/8) 

 

L’argomento ontologico

Kant rileva che per l’ontologista è contradditorio affermare che Dio non esiste[1], perché sarebbe come dire che non esiste ciò che non può non esistere.  Ma Kant osserva che in realtà in questo giudizio non c’è alcuna contraddizione perché nel soggetto abbiamo un concetto, non un esistente. È solo nel predicato che abbiamo l’esistenza. Non è contradditorio negare l’esistenza di un’essenza. Contraddizione avremmo se dicessimo che Dio esiste e non esiste. Kant fa osservare che per l’ontologista c’è contraddizione perché per lui negare l’esistenza di Dio equivale a negarne l’essenza.  Ma osservo io che appunto l’ateo che nega l’esistenza nega che esista un ente assolutamente necessario. Dunque al credente resta il dovere di dimostrarne l’esistenza e non darla per scontata.

Ha quindi sempre senso la domanda: come sappiamo che esiste ciò che non può non esistere? Predicare l’essere o l’esistere di qualcosa, osserva Kant, non comporta l’aggiunta ad una cosa di qualche predicato essenziale di quella cosa. Essa è sempre quella, sia che esista sia che non esista, sia essa reale o solo possibile.  Osservo che quando noi diciamo: Dio esiste, aggiungiamo nel giudizio, non nel concetto, un predicato, quello dell’esistere, che è contenuto nell’essenza o nel semplice concetto del soggetto, o nella semplice apprensione del soggetto. Ma siamo autorizzati ad usare quel predicato perché abbiamo scoperto che Dio esiste partendo dalle cose. 

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Osservo che l’essenza semplicemente concepita o pensata non dice ancora possesso di fatto dell’esistenza o giudizio di esistenza reale, neppure per quanto riguarda Dio. Possiamo certo concepire un ente la cui essenza sia quella di esistere, ma un conto è concepire, un conto è giudicare: per poter affermare che questo ente esiste bisogna che ne abbiamo le prove ontologiche dagli effetti dell’attività di questo ente, effetti che devono toccare l’essere delle cose. Si tratta di muoversi col pensiero nella realtà prima che nel pensero stesso e nei concetti. Il problema dell’esistenza di Dio è un problema di realtà, prima che di concetti o di essenze. Non basta il concetto. Invece Kant crede che tutte le prove dell’esistenza di Dio siano fasulle, perché tutte riconducibili alla falsa prova ontologica. Ma ciò, come sto dimostrando, è falso.

Kant stesso però è incoerente nel distinguere l’essenza dall’esistenza a proposito dei cento talleri. Prima infatti afferma che il predicato dell’essere o dell’esistere non aggiunge nulla al predicato dell’essenza, e poi afferma che «rispetto allo stato delle mie finanze nei cento talleri reali c’è più che nel semplice concetto di essi (cioè nella loro possibilità)».

 

Quando dico «Dio esiste», non esprimo solo il concetto di Dio, ma aggiungo il predicato dell’esistere alla semplice essenza, anche se questa unica essenza è identità di essenza e di essere.

Il predicato dell’esistere non significa o esprime solo l’oggetto di cui si parla come «assolutamente dato».  Dato da chi? L’essere non è semplicemente «la posizione di una cosa». L’essere è l’atto della cosa per il quale la cosa è fuori dal nulla. Ammettiamo pure che sia la posizione della cosa. Ma vogliamo domandarci chi l’ha posta? L’ho posta io? E l’ho posta in che senso? L’ho fatta esistere? Creata dal nulla? Senza di me non esisterebbe? Non l’ha creata Dio? Kant sembra sottintendere: la cosa l’ho posta io e basta. Non facciamoci ulteriori domande. Ma arriverà Fichte il quale dirà chiaro e tondo: la cosa l’ho posta io. Per Fichte la creazione divina è un mito per gli ingenui o è la rappresentazione simbolica di ciò che faccio io. Del Dio biblico creatore possiamo fare a meno.


Immagini da Internet: Il cambiavalute e sua moglie e Gli esattori delle imposte, Quentin Massys

15 settembre, 2026

Il caos e la ragione. Il mistero e l’assurdo

 

Il caos e la ragione

Il mistero e l’assurdo

 

Benedetto sei Tu, che penetri gli abissi

Dan 3,55

 

Siamo davanti a una scelta

 

Dal 18 al 20 settembre p.v. a Modena, Carpi e Sassuolo si terrà un Convegno filosofico dedicato al tema del Caos. L’iniziativa può a tutta prima sorprendere, perché uno potrebbe domandarsi: che cosa ha a che vedere il caos con la filosofia, quando questa evoca la funzione della ragione, emanazione dello spirito e dell’intelletto, indagatrice della realtà intellegibile, dominatrice della materia, ragione fondativa, illuminatrice, chiarificatrice, certificante, distinguente, ordinatrice, legislatrice, finalizzatrice, esplicativa, mentre il concetto del caos evoca immagini del tutto opposte: quella della confusione, del disordine, dell’irrazionalità, del demenziale, dell’informe, del contradditorio, dell’irregolare, dell’arbitrario, dell’ambiguo, dell’impenetrabile, dell’abisso tenebroso, dell’insensato, dell’assurdo, della totale oscurità? Il caotico pare dire stoltezza, insignificanza, violenza, illegalità, illibertà, infondatezza, insensatezza. Quindi alla fine: falsità, ipocrisia, perversità, malvagità e nichilismo.

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Dal 18 al 20 settembre p.v. a Modena, Carpi e Sassuolo si terrà un Convegno filosofico dedicato al tema del Caos.

L’iniziativa può a tutta prima sorprendere, perché uno potrebbe domandarsi: che cosa ha a che vedere il caos con la filosofia, quando questa evoca la funzione della ragione

Nella tradizione filosofica occidentale il tema del caos ha radici storiche antiche ed importanti: nella grecità troviamo Esiodo … Anassimandro

Nella latinità il Caos è personificato da Virgilio come Padre della Notte e dell’Erebo; in Ovidio è l’Averno, come regno delle tenebre e come massa primigenia della materia confusa e informe; per Seneca è lo spazio infinito, il vuoto; per Papinio Stazio, poeta del primo secolo, sono le tenebre profonde ed infinite.

Parmenide ed Anassagora in Occidente sono stati i primi a respingere l’idolatria del caos e ad affermare il primato dell’essere

Immagine da Internet

I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio - Sesta Parte (6/8)

 

I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio

Sesta Parte (6/8) 

Seconda parte

Confutazione delle prove kantiane

 

Stolti per natura tutti gli uomini

che dai beni visibili non riconobbero Colui Che È

e non riconobbero l’artefice pur considerandone le opere

Sap 13,1

 

Kant è più rigoroso di San Tommaso nell’elenco delle prove

San Tommaso ha raccolto cinque prove dell’esistenza di Dio così come se le è trovate davanti, senza la preoccupazione di dare ad esse un ordine sistematico. Infatti le prime due, la prima tratta dal divenire – quidquid movetur ab alio movetur - e la seconda dalla causa efficiente – omne quod factum, est ab aliquo factore est factum - , conducono a un motore immobile e ad una causa prima del mondo.  Quindi potremmo chiamarle cosmologiche.

La terza passa dall’ente contingente all’ente necessario e la quarta passa dal meno al più nell’essere per arrivare all’ente ottimo e massimo – l’essere per essenza introdotto dall’essere per partecipazione che suppone l’essere per essenza -, per cui le possiamo chiamare prove metafisiche. La quinta – omne agens agit propter finem - parte dall’agire e dimostra che deve esserci un fine ultimo. La potremmo chiamare prova morale. 

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La cosa curiosa che possiamo notare nelle prove tomistiche è che non si fa cenno all’elevazione della ragione dalle cause materiali alle cause spirituali. In nessuna delle cinque prove Tommaso conclude, come pure lo stesso Aristotele aveva concluso, con la noesis noeseos, con uno Spirito assoluto. La cosa è molto strana, perché se c’è un teologo che dimostra rigorosamente l’identità dell’essere col pensiero in Dio purissimo Spirito, sicchè Dio è ad un tempo Essere sussistente e Pensiero sussistente, questo è proprio San Tommaso.

Invece ha pensato a ciò Kant, probabilmente per un influsso agostiniano mediato da Lutero. Infatti Kant alla prova cosmologica fa seguire una sola altra prova, la terza, quella che egli chiama «fisico-teologica», essendo la prima quella ontologica anselmiana. In questa terza prova Kant parla appunto di Dio come Spirito, come sommo Intelletto, sommo pensiero, idea suprema, ideale morale, ideatrice del mondo, il quale ne è una partecipazione, un’imitazione e una copia materiale, alla maniera di Platone.

Occorre dire che le prove dell’esistenza di Dio, a parte quella falsa anselmiana, tenendo conto del mondo materiale e di quello spirituale si possono effettivamente ridurre a due: il retrocedere dal mondo alla causa prima e l’elevarsi dal mondo materiale allo Spirito assoluto.

Kant sostiene che queste prove non valgono perché porrebbero come reale ciò che è solo ideale. … Kant non sa apprezzare l’analogia dell’ente, cosicchè non riesce a cogliere l’analogia del concetto di sostanza e del principio di causalità. La sostanza, per lui, e la causalità riguardano solo i fenomeni e non lo spirito, anche se ammette la causalità della volontà nell’agire morale. Da qui viene che l’insegnamento di Sap 13,5 «dalla grandezza e bellezza del creature per analogia si conosce l’autore» resta per lui lettera morta.


Potremmo anche chiedere a Kant come fa «l’ultimo sostegno esistente ab aeterno» a chiedersi da dove viene? ... Ci chiediamo inoltre perché mai l’ultimo sostegno dovrebbe sparire, sicchè noi restiamo sospesi nel vuoto senza sostegno davanti a un «baratro» e che potere ha mai la ragione speculativa di far sparire la «massima perfezione»?... Quello che comunque sta diventando chiaro è che, per Kant, il Dio della ragione naturale e del cristianesimo non è un ente reale, ma è una ingenua finzione della ragione illusa dalla dialettica trascendentale e confusa dalle antinomie della ragione, per la quale finzione la ragione concepisce come ente supremo esterno alla ragione l’ideale della ragione, l’idea suprema unificatrice della molteplicità delle rappresentazioni e quindi del sapere della ragione.

Tra tutte le prove dell’esistenza di Dio la più rigorosa e la più certa, ma anche la più sottile e più ardua e meno popolare e divulgativa, è quella che prova l’esistenza dell’ente necessario a partire dall’ente contingente, l’ente che non può non essere dall’ente che può non essere, per cui l’ente che non è in forza di sé e in ragione di sé (ens ab alio), deve necessariamente essere in forza di un ente che esiste in forza di se stesso (ens a se). Kant conosce questa prova del passaggio dal contingente al necessario, ma si vede che non l’ha capita perché non la sa apprezzare. 

Immagini da Internet: L'Angelus e la Raccolta delle patate, Millet

14 settembre, 2026

I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio - Quinta Parte (5/8)

 

I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio

Quinta Parte (5/8) 

 

Il conflitto delle idee trascendentali

(pp.362-409)

La prima antinomia riguarda il mondo nello spazio e nel tempo. Essa si divide in due: il mondo nello spazio e il mondo nel tempo. Per quanto riguarda la prima, Kant dice che è possibile sostenere tanto che il mondo è racchiuso in uno spazio limitato, quanto che lo spazio è illimitato. 

Kant non chiarisce il significato delle dimensioni dell’universo, circa la nostra conoscenza del quale la scienza progredisce continuamente nella scoperta del sempre più piccolo e del sempre più distante. Sotto questo punto di vista noi non arriviamo mai a scoprire un confine invalicabile, un limite definitivo, ma a ogni limite che scopriamo, proseguendo nell’indagine, ne scopriamo un altro ulteriore e così via senza fine. Le dimensioni dell’universo ci appaiono sempre più grandi e i suoi componenti sempre più piccoli di quelli che avevamo scoperto in precedenza. Kant tiene conto di questa infinità materiale e trascura la finitezza ontologica dell’universo. 

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Tommaso osserva in primo luogo che nella ricerca delle cause, si può retrocedere all’infinito nei legami accidentali fra cause ed effetti, ma non nella concatenazione causale razionalmente motivata e ordinata o nelle cause di per sé, realmente esplicative. … Tommaso osserva pertanto che il processo all’infinito impedisce l’affermazione della causa prima, se si tratta di una retrocessione nell’essere, non nel divenire. Nell’essere causato occorre fermarsi alla causa prima: ananke stenai, come diceva Aristotele, altrimenti tutto perde di senso. ... In secondo luogo Tommaso distingue le cause del divenire dalle cause dell’essere. Il divenire è nel tempo, ma non necessariamente l’essere. Ora qui il problema è la causa dell’essere. Per questo, osserva l’Aquinate, nulla impedisce l’ipotesi di una serie causale infinita nel divenire indipendentemente dal tempo che può essere finito come può essere infinito. Invece nel retrocedere nelle cause dell’essere, occorre fermarsi e non si può retrocedere all’infinito, ma bisogna fermarsi ad una causa prima, altrimenti tutto perde di senso.

La differenza tra la forma spirituale – l’anima umana - e le forme inferiori è data solo dal fatto che mentre la forma umana sussiste da sé, le forme inferiori provengono dalla materia e, alla corruzione dell’individuo, tornano nella materia. Se la loro forma si estingue – per esempio la forma del legno è sostituita dalla forma della cenere – non è perché sia composta e si disintegri, ma perché perde la sua immaterialità e discende al livello della materia. ... Per questo non è vero che, per il fatto che la sostanza materiale è indefinitamente scomponibile, dissolubile, disintegrabile e divisibile, nel mondo non esiste nulla di semplice. Di semplici ci sono le forme, siano esse sussistenti e spirituali, come le anime umane o siano forme materiali, come quelle dei corpi infraumani. Certamente gli atomi democritei come le monadi leibniziane puntuali e senza dimensioni non esistono, perchè anche gli atomi si sono rivelati composti e il punto è un ente matematico immaginario e non reale od ontologico.


La terza antinomia pone due tesi opposte estremistiche ed entrambe false. Essa vorrebbe lasciare indeciso se nel mondo esiste l’azione libera o tutto è determinato secondo necessità come credeva Democrito, per cui quegli atti umani che sembrano liberi nel bene come nel male esprimono il Destino della necessità come in Emanuele Severino o sono voluti dal Destino e dalle inflessibili leggi di natura, come nel positivismo di Auguste Comte. … La vera libertà sta nell’obbedienza alla legge. Il necessitarismo e determinismo, dal canto loro, sono una forma di comodo o viceversa un disperante fatalismo materialista, che ignora la libertà dello spirito e la responsabilità degli atti morali.

Il concetto di ente necessario non è una nozione di partenza nella dimostrazione dell’esistenza di Dio, così che questa esistenza possa essere dimostrata solo perchè abbiamo questo concetto, come erroneamente fece Sant’Anselmo, ma è una nozione di arrivo, giustificata dall’esperienza delle cose contingenti, la nozione che ci facciamo di Dio solo dopo aver considerato il fatto che se esiste, come esiste, quell’ente contingente del quale abbiamo esperienza. Deve per conseguenza necessariamente esistere, non nella mia mente ma nella realtà, per spiegare l’esistenza del contingente, quell’ente assolutamente necessario che chiamiamo «Dio».

Immagini da Internet: Autoritratto e La Gioconda, Leonardo da Vinci