lunedì 19 ottobre 2020

Alberto Melloni asinus italicus

  Alberto Melloni asinus italicus

Rispondi allo stolto secondo la sua stoltezza

                                                                                                                                              Pro 26,5

 Il modernismo storicista

Alberto Melloni è il più noto ed importante storico modernista contemporaneo. È il continuatore della Scuola di Bologna di storia del cristianesimo e della Chiesa fondata da Giuseppe Alberigo, la cui impostazione ermeneutica non contempla l’evoluzione omogenea del dogma[1], ma, in accordo con lo storicismo di Wilhelm Dilthey, erede di Hegel, per il quale non esiste una verità assoluta, eterna e sovratemporale e indipendente dagli eventi della storia, la verità è relativa al mutare dei tempi e delle circostanze storiche o, come si dice, veritas filia temporis.

Per lo storicismo infatti non esiste una realtà immutabile ed universale metastorica o sovrastorica o metafisica, ossia sovratemporale, ma tutto è storia, tutto è divenire storico, tutto è in movimento, tutto dev’essere continuamente ammodernato e rinnovato, tutto invecchia, passa e trascorre per essere sostituito dal nuovo, che a sua volta invecchia e viene sostituito da un’altra novità e così all’infinito, senza che mai si possa giungere a una verità o ad una quiete definitiva ed insuperabile. Non esiste nulla che non cambi, sia nella natura che nello spirito e quindi anche nelle dottrine, nel pensiero e nella morale. Dio stesso muta e diviene nel tempo. 

Lo storicismo ammette un progresso storico. Esso però non è dato da un continuo miglioramento della conoscenza e della pratica di valori assoluti, ma dal puro e semplice mutamento dei valori precedenti, i quali vengono considerati superati non perché si ha una migliore conoscenza della verità, ma per il semplice fatto che sono precedenti e si sono consunti, non importa che fossero veri o falsi. Ad ogni passo della storia tutto viene radicalmente mutato e rivoluzionato. 

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Card. Giacomo Lercaro

Immagine da internet 

domenica 18 ottobre 2020

Luigino torna alle origini

  Luigino torna alle origini

Luigino sotto lo sguardo di Dio

Dopo essersi perduto nella selva oscura di questo mondo, e aver ridotto il destino dell’uomo all’effimero «volo di un giorno della farfalla», per aver abbandonato «il primo patto della fanciullezza», poiché la dritta via era smarrita, Luigino Bruni, dall’agosto scorso nei suoi articoli su Avvenire, nei quali appare evidente la narrazione della sua personale storia spirituale, che appare però paradigmatica per molti di noi, sta recuperando a grandi passi il tempo perduto, sta tornando alle origini, sta tornando al punto da dove aveva iniziato a smarrirsi.

Chi fa marcia indietro con l’auto, non è un nostalgico del passato, ma vuole imboccare la giusta strada per avanzare e per aprirsi al futuro. In questo retrocedere che è un avanzare, Luigino scopre o ritrova alcuni valori e ce ne parla nel suo ultimo articolo di domenica 11 ottobre scorso «più grandi del nostro cuore».

In questo viaggio all’indietro Luigino scopre la bellezza e grandezza originaria della sua anima, creata da Dio, ideata, progettata a sua immagine e somiglianza, voluta ed amata da Dio dall’eternità e per l’eternità. Altro che la farfalla di un giorno! Luigino scopre di essere, in quanto guardato da Dio, molto più grande e innocente di quanto pensava, tanto grande che la cima di se stesso gli sfugge, come non vediamo la cima di un alto monte nascosto tra le nubi. 

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«in principio c’è uno sguardo, sentirsi visti da un occhio che mi guarda e mi vede come nessuno mi ha visto mai. Uno sguardo che è immediatamente voce, perché mentre ci guarda pronuncia il nostro nome, ci rivela il nostro compito e il nostro posto al mondo, ci fa intravvedere che gli episodi che hanno segnato la nostra vita hanno un senso, sono i capitoli del “libro” che stavamo già scrivendo e non lo sapevamo. È a questo livello intimo e profondissimo che si gioca il destino di una vocazione».
(Immagini da internet)

sabato 17 ottobre 2020

Papa Francesco e la fratellanza - (Quarta parte - 4/4)

 Papa Francesco e la fratellanza

 Quarta parte (4/4)

La fratellanza universale, coagulo delle religioni

È impossibile un’unione fraterna senza render culto assieme al vero Dio almeno in forza della religione naturale. Questo è il tema che il Papa svolge nell’ultima parte dell’enciclica dedicata alla fratellanza tra i fedeli delle religioni. Chiaramente qui il riferimento a Dio non è al Dio cristiano, ma al Dio della religione naturale.

Particolare attenzione dedica il Pontefice all’accordo di Abu-Dhabi, del quale più volte cita dei passi. Il Papa, mentre riconosce che tutte le religioni cercano la pace, non manca di condannare la violenza perpetrata in nome della religione. Non è difficile qui leggere un riferimento all’Islam. Riporto comunque un brano molto bello dell’accordo di Abu-Dhabi.

Sono espressioni accorate, quasi imploranti, di grande potenza espressiva e ricche di una nobile carica emotiva. Bisogna essere dei duri di cuore per non restarne commossi e avvinti, pensando soprattutto che è la prima volta nella storia dell’Islam che un Papa dice queste parole insieme con un grande esponente dell’Islamismo. È motivo di grande speranza per la Chiesa e per l’Islam, che possa aver finalmente termine lo straziante passato periodo di 14 secoli di guerre e possa iniziare con questo storico evento un’era di pacifici rapporti tra i discepoli di Cristo e i discepoli di Maometto.

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È impossibile un’unione fraterna senza render culto assieme al vero Dio almeno in forza della religione naturale. Questo è il tema che il Papa svolge nell’ultima parte dell’enciclica dedicata alla fratellanza tra i fedeli delle religioni. Chiaramente qui il riferimento a Dio non è al Dio cristiano, ma al Dio della religione naturale. 

 Assisi, 1986 (immagine da internet) 

venerdì 16 ottobre 2020

Papa Francesco e la fratellanza (Terza parte - 3/4)

  Papa Francesco e la fratellanza 

Terza parte - 3/4

Il conflitto tra fratelli

Se il patriottismo del Santo Papa Wojtyla aveva una chiara motivazione religiosa, quello di Papa Francesco sembra di tipo più politico, e perciò pericoloso per un Papa, che rischia così il nazionalismo e la parzialità. Mi riferisco alla sua non celata simpatia per la teologia della liberazione sudamericana, cosa che favorisce nella Chiesa la corrente di sinistra provocando l’immancabile reazione della destra: un meccanismo maledetto, che ci tormenta da cinquant’anni e stride dolorosamente rispetto a quella che dovrebbe essere la fraternità intraecclesiale.

Un difetto comune ai due partiti è l’orgoglio che non le fa piegare a riconoscere d’aver torto davanti alle critiche dell’avversario, per cui la risposta non è l’umile riconoscimento del proprio errore e la gratitudine per chi lo ha corretto, ma è o il silenzio o l’insulto o la derisione. Altro difetto è la falsa ed ostinata certezza delle proprie idee, provocata dalla superbia e dalla presunzione, per cui ci si rifiuta di metterle in dubbio e le si vuole imporre agli altri ad ogni costo. Altro difetto è l’assolutizzazione della propria parte di verità, negando l’altra metà presente nell’avversario, ed ignorando pertanto che le due metà sono fatte per stare assieme e completarsi a vicenda, onde formare il tutto.

È noto a tutti così come da cinquant’anni assistiamo nella compagine ecclesiale ad una preoccupante polarizzazione fra passatisti e modernisti. I termini usuali di «tradizionalisti» e «progressisti» non sono appropriati, perché può esistere un giusto tradizionalismo, come esiste un falso progressismo, che è modernismo. Del resto, conservazione e progresso sono fatti di per sé per completarsi a vicenda. 

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Occorre allora adesso affrontare un altro aspetto della fraternità cristiana, sempre sul piano del combattimento non più con la spada materiale, ma, come dice San Paolo, con la «spada della Parola di Dio» (Ef 6,17). 

È un’operazione molto delicata, perché vale sempre il proverbio «si ferisce più con la parola che con la spada». 

Francesco è un attento denunciatore di tutti i peccati che si commettono con la lingua. 

 

Affresco XIV Sec. - Kosovo, nel Katholikon Monastero dell'Ascensione di Cristo

Susanna e i vecchioni (1580 circa) -Paolo Veronese (1528-1588) -Museo del Louvre a Parigi

Immagini da internet


 

giovedì 15 ottobre 2020

Papa Francesco e la fratellanza (Seconda parte - 2/4)

  Papa Francesco e la fratellanza  

(Seconda parte - 2/4)

La questione della guerra

Qual è il rapporto fra fratellanza e popolo? Il Papa spiega che i popoli devono sentirsi fra di loro fratelli. Ancor oggi essi sono generalmente organizzati in entità statali con un loro territorio e dotati di forza bellica. Come si concilia il possesso di forze armate col dovere della fratellanza universale ed internazionale?

L’uccisione del fratello, come racconta il Genesi, è la prima ed immediata conseguenza del peccato originale. Esso infatti ci spinge ad invidiare e ad odiare il fratello, a essere, come dice Hobbes, non fratello, ma «lupo» per l’altro. Tuttavia resta in ciascuno di noi, anche nei più cattivi, una nostalgia dell’Eden e una fondamentale tendenza, non totalmente distrutta dal peccato, alla socialità, alla fratellanza e a voler bene agli altri.

Tuttavia non riusciamo ad evitare i conflitti personali e collettivi, tra gruppi, classi, popoli e nazioni. Siamo portati a diffidare, ad aggredire, ad opprimere, a derubare, a far violenza, a tormentare, ad incrudelire, a schiavizzare, a ferire, ad infierire, a torturare, ad uccidere i fratelli. Il Papa denuncia bene tutti questi mali. 

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Caino ed Albele di Marc Chagall
(Immagine da internet)

L’uccisione del fratello, come racconta il Genesi, è la prima ed immediata conseguenza del peccato originale. 
 
Esso infatti ci spinge ad invidiare e ad odiare il fratello, a essere, come dice Hobbes, non fratello, ma «lupo» per l’altro. 
 
Tuttavia resta in ciascuno di noi, anche nei più cattivi, una nostalgia dell’Eden e una fondamentale tendenza, non totalmente distrutta dal peccato, alla socialità, alla fratellanza e a voler bene agli altri. 
 

Papa Francesco e la fratellanza (Prima parte - 1/4)

 Papa Francesco e la fratellanza (Prima parte - 1/4)

Un’enciclica umanistica

Il discorso di Papa Francesco non sembra a tutta prima il discorso di un Pontefice, maestro della fraternità umana perché maestro della fratellanza cristiana, ma sembra il discorso programmatico – peraltro bello anche se troppo prolisso – di un saggio Presidente di turno all’Assemblea plenaria dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Comprendo l’intento esplicito del Papa di rivolgersi a «tutti gli uomini di buona volontà» e bisogna dire che egli è stato molto abile in ciò. Tuttavia, io penso che mentre per quanto riguarda la fratellanza umana e sociale ormai dai tempi di Leone XIII la Chiesa, con un continuo crescendo fino a Papa Benedetto XVI ci ha fornito un ricchissimo corpo dottrinale, oggi come oggi il bisogno impellente sia quello di chiarire il significato, l’originalità e il valore della fratellanza cristiana in un messaggio indirizzato non solo ai cristiani, nell’ambito del dialogo intraecclesiale e dell’ecumenismo, ma all’intera umanità perché Cristo chiama tutti gli uomini a diventare fratelli in Lui e figli del Padre nello Spirito Santo.

Il Papa è molto abile nel mettere in luce valori di fratellanza che si possono ricavare da dottrine anticristiane o eretiche come l’illuminismo, la massoneria, il liberalismo, il marxismo, la teologia della liberazione e l’islamismo. Critica difetti di queste dottrine. Ma non va generalmente oltre, se non alla fine, con un forte messaggio teologico e religioso. 

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Quanto all’ateismo marxista, presentandosi come paladino del bene comune ed accusando il teista di individualismo, esso in realtà è proprio lui che, supponendo l’autoreferenzialità e l’assolutizzazione del proprio io, conduce a quell’egoismo ed individualismo della chiusura all’altro, che cade sotto i colpi inesorabili della condanna bergogliana. 

Per questo, benché Papa Francesco non affronti esplicitamente il problema dell’ateismo, bisogna dire comunque che ne condanna implicitamente i presupposti teoretici e le conseguenze pratiche.

venerdì 9 ottobre 2020

Luigino riprende in mano l’antica cetra

 Luigino riprende in mano l’antica cetra

A te ricorriamo noi esuli figli di Eva.

E mostraci dopo questo esilio Gesù.

 

Se ti dimentico, Gerusalemme

 

Procede positivamente su Avvenire la risalita di Luigino Bruni dopo la squallida conclusione, nell’agosto scorso, con la «farfalla di un giorno» e la miope ed arida apologia del lavoro quotidiano, un processo di dissoluzione dei valori cristiani in una serie di articoli quasi settimanali su Avvenire della domenica, dei quali mi ero accorto sin dal marzo scorso.

Ma ormai dal mese scorso Luigino ha iniziato una bella e promettente rimonta, ha spiccato il volo non della farfalla, ma dell’aquila verso quel cielo, che aveva malinconicamente accantonato, in seguito al tradimento del «primo patto della fanciullezza».

Ma Luigino non si é arreso all’apparente sconfitta, allo scetticismo ed all’ateismo; con una forte e poderosa riscossa di coscienza, ha recuperato la fede perduta e ormai da più di un mese, la sta riscoprendo più bella di prima, perché ha pagato o ricomprato con la sofferenza e la penitenza ciò che aveva abbandonato. Uno di questi valori è il senso cristiano della vita presente, che Luigino rappresenta adesso sotto la tradizionale metafora dell’esilio, e a tal fine commenta il Salmo 137.

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Gerusalemme Celeste, Arazzo dell'Apocalisse, Castello di Angers, Francia

Gerusalemme Celeste, Rupnik 

(immagini da internet) 



martedì 6 ottobre 2020

Il conforto cristiano alla persona sofferente

 Il conforto cristiano alla persona sofferente

Il paradosso cristiano della sofferenza

Uno dei più grandi pregi del cristianesimo è quello di saper dare al sofferente un conforto e una consolazione che nessun’altra religione, morale, filosofia o psicologia sa dare, a patto, s’intende, che il sofferente o il malato sia desideroso di guarire, creda in Dio, ed abbia fiducia nelle parole del Vangelo.

Infatti il conforto cristiano non è un conforto semplicemente umano, solidaristico o psicologico, che pure ha la sua utilità quando il sofferente non è pronto a comprendere l’apparente paradosso del discorso della Croce. Perché il conforto cristiano possa avere il suo effetto, bisogna che il sofferente, illuminato dalla fede ed animato dalla carità cristiana, viva già una vita cristiana o quanto meno sia aperto alla comprensione di ciò che gli viene comunicato dal fratello di fede, laico o sacerdote che sia.

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San Gregorio Magno - Fabris D. (1861), San Girolamo riceve il viatico  (Immagini da internet)

giovedì 1 ottobre 2020

Luigino o della fratellanza

  Luigino o della fratellanza

Al cuore del cristianesimo

Sto commentando in questo mio blog dal marzo scorso gli articoli pressoché settimanali di Luigino Bruni su Avvenire della domenica. I lettori che mi hanno seguito da allora sin qui ricorderanno i miei commenti agli articoli di Luigino. In essi, fino all’agosto scorso, ho dovuto constatare con profondo dispiacere e quasi con incredulità un’opera a tappe che Luigino ha condotto di demolizione uno per uno  dei valori del cristianesimo, fino a giungere a negare addirittura l’esistenza dell’eterna futura beatitudine celeste insegnata dalla fede cristiana, per indossare le vesti della farfalla - sono le sue stesse parole -, «che vive per un giorno» o per chiudersi nell’orizzonte terreno del lavoro quotidiano.

Ma poi ecco improvvisamente apparire da tre o quattro puntate ad oggi una vigorosa rimonta spirituale, che mi ha molto consolato ed abbiamo avuto uno scambio epistolare dapprima problematico e poi molto cordiale. E vedo con piacere che Luigino non fa più la parte dell’effimera farfalla di un giorno dallo sguardo corto, ma è diventato una robusta aquila dallo sguardo acuto e dal volo alto.

Questa volta Luigino ci parla del bellissimo valore della fratellanza, umana e cristiana, in un piccolo e succoso saggio, che avremmo desiderato più lungo, ma sappiamo bene quali sono le inesorabili esigenze di spazio dei giornali. Il titolo è Come profumo e rugiada: un commento al bellissimo Salmo 133, che suscita anche in me un’eco di infinita e inesprimibile dolcezza, di ricordi, affetti, desideri, commozione, sincerità, confidenza, comunione, tenerezza, nostalgia, rimpianti, e speranze. Un’eco di paradiso. Quel Salmo descrive come saremo quando saremo in paradiso. 

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«Massimo ristoro e sollievo mi veniva dai conforti degli amici. … I colloqui, le risa in compagnia, lo scambio di cortesie affettuose, i dissensi occasionali, senza rancore, come di ogni uomo con sé stesso, e i più frequenti consensi, insaporiti dai medesimi rarissimi dissensi; l’essere ognuno dell’altro ora maestro ora discepolo, la nostalgia impaziente di chi è lontano, le accoglienze festose per chi ritorna». (Sant'Agostino)

Karol Wojtyla (immagini da internet) 

 

sabato 26 settembre 2020

Luigino fra la grazia e il merito

 Luigino fra la grazia e il merito

Siamo prevenuti dalla grazia

In Avvenire di domenica 20 settembre Luigino Bruni affronta nell’articolo Doni che chiamiamo meriti uno dei temi più ardui, più importanti e più classici della teologia: il rapporto dei nostri meriti con la grazia che ci viene da Dio.

Luigino esordisce con la costatazione che «l’eccedenza è una delle leggi auree della vita. È madre della generatività e della generosità». «L’eccedenza più importante non è quella che esce dal nostro cuore, è quella che vi entra». Si tratta dell’«eccedenza della grazia sui nostri meriti».

Luigino non intende negare i nostri meriti nei confronti di Dio, ma affermare che essi hanno radici profonde che ci superano e testimoniano dell’amore di Dio per noi. Commentando il Salmo 127, scrive:

«Nella Bibbia si può parlare dei beni come benedizione perché prima c’è la certezza morale che a un livello molto più profondo i beni sono dono. Dire che chi “costruisce la casa” non sono i costruttori ma “il Signore”, significa riconoscere che anche nelle cose più concrete e quotidiane, dove è evidente che siamo noi con il nostro lavoro ad aggiungere mattone su mattone, a un livello più profondo e quindi più vero quei mattoni e quel sudore sono grazia, sono provvidenza».

Sembra di notare una possibile polemica contro il criptopelagianesimo di un Rahner, che concepisce l’uomo come «autotrascendenza», intesa come moto ad un tempo della grazia e della libertà, verso l’«orizzonte della trascendenza», che sarebbe Dio stesso, dal che non si capisce come Dio dovrebbe essere trascendente e come la grazia dovrebbe entrare nell’uomo dall’alto e non uscire dall’uomo dal basso, riducendo così la grazia al merito.

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Domingo Báñez

Luis Molina

 

Immagini

da internet




venerdì 25 settembre 2020

Il significato mistico del senso del tatto (Terza Parte di Tre Parti)

 Il significato mistico del senso del tatto

 Terza Parte di Tre Parti

L’uso del simbolo del tatto in mariologia

Caso specialissimo ed unico di verginità è la verginità della Madonna e di Gesù Cristo. Non ha nulla a che fare con la verginità di tipo ascetico, di emergenza, transitorio, motivata dallo stato di natura decaduta, perché i soggetti sono assolutamente innocenti, ma rappresenta l’eccellentissima vita in Dio dei due soggetti, così da riverberare il divino, evidentemente asessuato, nella loro umanità. La loro verginità non è quindi da considerare modello di vita religiosa o di celibato sacerdotale, perché sarebbe un atteggiamento presuntuoso. Ma dev’essere solo oggetto di ammirazione, di ringraziamento e di contemplazione delle grandi opere del Signore. Indubbiamente tutti possiamo e dobbiamo rivolgerci a Gesù e Maria, affinchè ci aiutino nella pratica della castità.

Modelli adeguati alla nostra condizione di peccatori sono invece quelli dei Santi, che hanno sperimentato le miserie e le cadute della natura decaduta, hanno dovuto lottare contro la concupiscenza tutta la vita, fuggire le occasioni, dominare a fatica le passioni, fare aspre penitenze, difficili rinunce, attuare una dura disciplina, senza mai peraltro riuscire a vincere del tutto il fomite del peccato.

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L’unione dell’uomo e della donna, come diceva San Giovanni Paolo II, più ancora che la procreazione, riguarda il «senso dell’esistenza umana».

 

 

 

Nel Breviloquio così infatti si esprime il Serafico a proposito del tatto spirituale: «Adstringitur summa suavitas sub ratione Verbi incarnati inter nos habitantis corporaliter et reddentis se nobis palpabile, osculabile, amplexabile per ardentissimam caritatem, quae mentem nostram per ecstasim et raptum traensire facit ex hoc mundo ad Patrem».

giovedì 24 settembre 2020

Il significato mistico del senso del tatto (Seconda Parte di Tre Parti)

 Il significato mistico del senso del tatto

Seconda Parte di Tre Parti 

Il falso spiritualismo nel momento in cui disprezza la sensibilità

ne resta ingolfato


Il falso spiritualista che deriva da Cartesio, ritiene illusione credere che le immagini che sono in noi di cose che sembrano essere fuori di noi siano immagini di cose che sono effettivamente fuori di noi. Secondo lui il fatto non è evidente, ma occorre dimostrarlo. E lo fa ricorrendo alla propria autocoscienza assoluta, la quale gli garantisce che ciò che sembra fuori, in realtà è dentro ed è un prodotto dell’autocoscienza o soggettività assoluta, detta anche «io trascendentale».  

Cartesio imposta male la questione della veracità dei sensi. Egli nota bensì che ogni tanto ci ingannano. Ma tratta del dato del senso non come di un dato del quale possiamo fare immediata e certa esperienza, ma come se si trattasse di messaggio che ci viene recapitato da una persona, circa la quale può porsi il problema della sua credibilità, per cui fa un paragone che non calza: «noi – egli dice – non ci fidiamo più di una persona che ci ha ingannato una volta».

Questo può essere anche giusto, ma vale solo nei rapporti interpersonali: non c’entra niente con la questione della veracità del senso, dove, quando ci accorgiamo di essere stati ingannati o di esserci sbagliati, la cosa sensata che tutti fanno per sapere qual è la verità, è semplicemente quella di tornare all’esperienza e farci correggere dall’esperienza. Gli errori del senso si correggono considerando con maggiore attenzione che cosa ci dice il senso. 

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C’è un toccare sacro proprio anche del fedele alla Santa Comunione, per il quale egli, ricevendo Gesù eucaristico nella mano o con la lingua, tocca Gesù stesso sotto le specie eucaristiche.

 

Immagini da internet


mercoledì 23 settembre 2020

Il significato mistico del senso del tatto (Prima Parte di Tre Parti)

 Il significato mistico del senso del tatto

Prima parte di Tre Parti

                                                         C’è un tempo per abbracciare

                                                                                                  e un tempo per astenersi dagli abbracci

Qo 3,5

Che cosa è la conoscenza 

La conoscenza è un modo immateriale di esistere dell’anima, per il quale essa, attuando la potenza conoscitiva, diventa intenzionalmente il reale esterno, il quale in tal modo, mediante un atto del senso (sensazione o percezione) e rappresentazione (immagine, similitudine, concetto), pur restando in sé stesso fuori dell’anima, viene a trovarsi, in quanto sentito o percepito o rappresentato, nell’anima.

L’essere intenzionale o esse cognitum è un essere immateriale prodotto dal conoscente all’interno di sé stesso, col quale tende all’essere reale esterno rappresentandolo all’interno mediante la rappresentazione. L’essere reale è la regola della verità dell’essere intenzionale, che è lo stesso conoscere. L’essere conosciuto è lo stato dell’essere reale all’interno dell’anima all’atto del conoscere.

Il conoscere, quindi, è distinto dall’essere reale oggetto del conoscere. Il conoscere è essere intenzionalmente l’essere reale esterno. Quando si attua come deve attuarsi, lo riproduce o rappresenta interiormente così com’è, e lo esprime nel linguaggio, ma mentre l’essere intenzionale è un prodotto immateriale del conoscente, l’essere reale esterno, materiale o spirituale, è un ente reale creato da Dio.

L’idealista, quindi, che riduce o identifica l’intenzionale o essere pensato o idea col reale, ovvero il pensare o conoscere con l’essere, confonde la produzione del suo concetto o della sua idea con la produzione del reale ed attribuendo al proprio pensare la produzione del reale, pretende di sostituirsi a Dio creatore del reale. Inoltre l’idealista, identificando il suo pensiero o la sua idea col reale, rende impossibile la spiegazione dell’errore, che consiste esattamente in una discordanza del pensiero dal reale.

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L’essere reale è la regola della verità dell’essere intenzionale, che è lo stesso conoscere. 

L’essere conosciuto è lo stato dell’essere reale all’interno dell’anima all’atto del conoscere. 

 

  Antonio Canova (immagine da internet)