venerdì 27 novembre 2020

Lettera aperta ad Aldo Maria Valli

 Lettera aperta ad Aldo Maria Valli

L’amico Aldo Maria Valli mi ha informato del suo progetto di pubblicare una raccolta di commenti al Concilio Vaticano II, mi ha fatto altresì conoscere i nomi dei contribuenti e ha proposto anche a me di pubblicare un mio articolo sull’argomento, cosa alla quale ben volentieri ho acconsentito.

Però, dando una scorsa ai nomi, mi sono accorto che essi appartengono tutti alla corrente conservatrice, critica delle dottrine del Concilio. Di quasi tutti conosco il pensiero, anche perché ho avuto con loro in questi ultimi anni amichevoli discussioni.

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domenica 22 novembre 2020

Può esistere un ateo in buona fede? (Terza parte - 3/3)

 Può esistere un ateo in buona fede?

Terza Parte - 3/3 

«Né caldo né freddo» (Ap 3,16)

Ma al di fuori di questa alternativa così netta esistono oggi posizioni sedicenti cattoliche, come quella di Hans Küng, il quale tiene il piede su due staffe, a somiglianza di Kant: per lui non si può dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio, ma non si può dimostrare razionalmente neanche l’ateismo. Egli dunque si professa per suo conto teista, ma non si pone affatto la prospettiva di confutare l’ateo. 

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https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/puo-esistere-un-ateo-in-buona-fede_21.html 


Kant sbaglia quindi gravemente nel sostenere nella Critica della ragion pura che la dimostrazione razionale dell’esistenza di Dio, soprattutto se sorretta dalla filosofia scolastica, «al di fuori delle scuole non ha mai convinto nessuno». 

Immanuel Kant

 

Hans Küng nel suo libro dichiara apertamente di non accettare alcuna evidenza oggettiva e primaria né sensibile né razionale e per conseguenza respinge il valore eminentemente razionale del principio di causalità, il quale si fonda appunto sulle prime evidenze del senso e della ragione. Dunque in Küng la ragione non riesce a mettersi in moto e a procedere con la sua forza logica naturale, ma oscilla fra il sì e il no.




Hans Küng  

 

                                                                                (immagini da internet)

venerdì 20 novembre 2020

Può esistere un ateo in buona fede? (Seconda Parte - 2/3)

  Può esistere un ateo in buona fede?

Seconda Parte (2/3)

Da dove viene l’ateismo contemporaneo?

L’ateo è uno che non pensa a Dio o respinge Dio nei suoi interessi intellettuali e nel suo agire morale; ma sa benissimo che esiste e che deve rendergli conto del suo operato. Per questo la sua coscienza non ha mai pace e cerca sempre, ma invano, di soffocarla. In ogni caso preferisce fare la sua volontà e quindi vive come se per lui Dio non esistesse.

Le obiezioni che egli fa alla natura di Dio o ai suoi attributi, alla sua esistenza o alla dimostrabilità di tale esistenza sono vani pretesti dei quale egli cerca di convincersi, ma dei quali egli per primo sa che sono vani. Si crogiola nella contraddizione del pensare e nell’incoerenza della vita. Fa del suo tormento interiore la sua soddisfazione e lo scarica sugli altri tormentando gli altri.

Chiediamoci però adesso: che cosa è successo in questi ultimi secoli perché siamo giunti a questo punto?

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Il tipico ragionamento che fa cadere nell’ateismo è quello narrato da Raissa Maritain, in riferimento all’ateismo nel quale cadde ella stessa da giovane.  ... Essa diceva a sé stessa: se Dio esiste dev’essere buono e onnipotente. Ma se permette il male o non è buono o non è onnipotente. Dunque non esiste.

C’è chi crede di essere ateo perché senza saperlo rifiuta un concetto sbagliato di Dio. Maritain parla a questo proposito di «pseudoateismo».

Raïssa Oumançoff e Jacques Maritain 



Dichiara Fichte:

  «Io sono immortale, imperituro, eterno, quando decido di  obbedire alla legge della ragione. Io divengo a me stesso fonte del mio essere e del mio apparire; e da quel momento ho la vita in me stesso, indipendentemente da qualcosa fuori di me»

 Johann Gottlieb Fichte

giovedì 19 novembre 2020

Può esistere un ateo in buona fede? Prima Parte (1/3)

 Può esistere un ateo in buona fede?

Prima Parte (1/3)

L’ateismo è un’opinione come un’altra?

L’ateo è in colpa o può essere in buona fede? Considerando il buonismo imperante, potrebbe sembrare una domanda provocatoria: ma è ovvio che è in buona fede! Anzi, considerando che tutti si salvano, l’ateo ha il paradiso assicurato! Eppure non è così certo e in questo articolo mi propongo scandalosamente di dimostrare che – a certe condizioni -  è in colpa, ammesso che il lettore non si ritragga disgustato alla sola vista del titolo e sia disposto ad ascoltarmi. Spero almeno di suscitare il dubbio, perché è solo così che dimostriamo vera carità verso l’ateo.

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L’ateismo non nasce da nessun bisogno di verità, come vorrebbe farci credere Nietzsche

Leopardi credette che l’essere sia illusione e nulla, venga dal nulla e vada verso il nulla.

 

 

Friedrich Nietzsche 

Giacomo Leopardi

(Immagini da internet)

 

domenica 15 novembre 2020

Una risposta al Cardinale Zuppi

 Una risposta al Cardinale Zuppi

A colloquio con un Pastore

Nel blog di Libero del 10 novembre scorso è apparsa un’intervista di Alessia Ardesi al Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna, dal titolo: Coronavirus, il cardinale Matteo Zuppi: "Non è una maledizione di Dio. Vi spiego come sono inferno e paradiso".

Le risposte del Cardinale manifestano un uomo dal fare dolce ed accogliente, cordiale, dalla fede serena, ricco di sensibilità per la diffusa situazione di sofferenza provocata dal covid, capace di donarci parole confortanti ed atte ad alimentare la speranza, degno di ammirazione per la sua lunga esperienza tra le fasce più svantaggiate della popolazione.

L’uomo e la donna nella resurrezione

Ho notato tuttavia alcuni punti, circa i quali vorrei dire una parola con tutto rispetto per l’illustre Porporato. In corsivo la domanda dell’intervistatrice e sotto la risposta del Cardinale.

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Card. Matteo Zuppi


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giovedì 12 novembre 2020

Santa Caterina di Massimo Roncoroni

Santa Caterina di Massimo Roncoroni 

In sintonia con Caterina

L’illustre filosofo e teologo Massimo Roncoroni, Laico Domenicano, ha scritto uno studio bello, utile, dotto ed ampio, ancora inedito, dedicato alla spiritualità e alla personalità di Santa Caterina da Siena: «Intelletto d’amore e Caterina da Siena». Richiestomi dal caro Amico Massimo, Fra Tommaso nella Famiglia Domenicana, ben volentieri ne faccio una recensione, accompagnata dall’aggiunta di altre mie considerazioni, essendo anch’io da quarant’anni un appassionato studioso e devoto della grande Santa Senese.

Roncoroni focalizza l’attenzione, come recita il titolo stesso del suo studio, attorno al grande tema dell’intelletto d’amore, ossia l’intelletto amante, mosso dall’amore, indirizzato ad amare, illuminato dall’amore, sfociante nell’amore. È per eccellenza l’intelletto cristiano, nel quale, osserva l’Autore, l’intelletto è strettamente unito alla volontà, la carità è sposata alla verità, le parole alle opere, la contemplazione all’azione[, il pensiero alla vita.

Roncoroni intende giustamente il concetto di «intelletto d’amore» come sorgente intellettuale fondamentale della dottrina cateriniana, per cui si ferma con molta attenzione a precisarne e chiarirne il significato con un opportuno rimando a Dante Alighieri. Intelletto d’amore vuol dire giudicare con amore e per amore, dovere assoluto di ogni cristiano, il quale basa la sua spiritualità – e Roncoroni fa bene ad insistervi – sulla sintesi di verità e carità.

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Santa Caterina da Siena

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Il mistero dell’eresia (Terza Parte - 3/3)

 Il mistero dell’eresia 

(Terza Parte - 3/3) 

 Il dogma

L’eresia si oppone direttamente al dogma. La parola «dogma» proviene dalla filosofia greca e precisamente dal verbo dokeo, che significa l’espressione verbale di un pensiero o di una volontà in un duplice senso: o della certezza o dell’opinione, cosa comprensibile nella filosofia greca, dove il filosofo stenta a distinguere ciò che è universalmente certo da ciò che è sua opinione.

Ma nella Scrittura chiarissima è la distinzione fra il dogma divino, assolutamente certo, la Parola di Dio (dabar, logos) e il dogma umano, nella sua incertezza. Per questo i libri sapienziali, senza negare che il sapiente possegga una sapienza razionale (hokmah), esaltano, ben al di sopra di essa, la sapienza ovvero il dogma divino, la Parola di Dio, verità assoluta. Questa parola è un «mistero» (sod, raz), che può essere eventualmente il contenuto di un «sogno» e l’uomo può chiedere a Dio che gli venga rivelato (cf Dn 2,18).

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Pierre Legors il Giovane, Allegoria della Religione che sconfigge l'Eresia (1695-1697 ca.) - Roma, Chiesa del Gesù.

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Sant'Ireneo di Lione

mercoledì 11 novembre 2020

Il mistero dell’eresia (Seconda Parte - 2/3)

 Il mistero dell’eresia 

(Seconda Parte - 2/3)

Essenza giuridica dell’eresia

Facciamo un altro passo per stabilire che cosa è l’eresia. Resta sempre vero che essa è un giudizio dell’intelletto, un giudizio falso. Ma su quale materia? Essa riguarda la dottrina di Gesù Cristo. L’eresia è il rifiuto di una o più verità di fede insegnate da Cristo. Allora l’Antico Testamento non ha il problema dell’eresia? La dottrina di fede dell’Antico Testamento, soprattutto quella di Mosè, dei profeti e dei libri sapienziali prepara e introduce alla dottrina di Cristo.

Facciamo un nuovo passo e stabiliamo il concetto cattolico di eresia. Qui entra in gioco la funzione del Magistero della Chiesa, il quale per mandato di Cristo ha il compito di determinare ciò che è di fede, soprattutto gli articoli di fede e i dogmi che sono fondati su di essi e per conseguenza le proposizioni eretiche, ossia quelle che mettono in dubbio, falsificano o negano le verità di fede.

Chi manca del concetto cattolico di dogma cade in difficoltà inestricabili dovendo definire che cosa è l’eresia. Come infatti l’essenza del dogma si comprende solo facendo riferimento all’ufficio del Sommo Pontefice di definire che cosa è di fede, così per corrispondenza è impossibile sapere che cosa è un’eresia senza far riferimento all’autorità del Papa nel definire il dogma. Senza il riferimento al Papa non si può sapere che cosa è di fede e per conseguenza senza riferimento al Papa non si può sapere che cosa è falso nella fede, ossia che cosa è l’eresia.

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Il Sant’Offizio non è di per sé infallibile nei suoi giudizi, se non è ratificato dal Papa,  cosa che appunto avvenne con la famosa condanna di Galileo «per eresia», perché Papa Urbano VIII  non appose la sua firma al decreto, ma lasciò che il tribunale decidesse autonomamente. 

Galileo a Venezia con il Doge

(Immagini da internet)

Gli errori che toccano quelle aree del sapere umano, che non sono oggetto della Rivelazione o non hanno rapporto con essa, come per esempio nel campo della matematica o della chimica o della fisica, non possono avere alcun rapporto con l’eresia.

 

 Sala dell'Inquisizione - Bologna, San Domenico


martedì 10 novembre 2020

Il mistero dell’eresia (Prima Parte - 1/3)

  Il mistero dell’eresia (1/3)

         Gaude, Maria Virgo, cunctas haereses sola

 intermisti in universo mundo.

 

                                                                              Dall’Officium parvum Beatae Mariae Virginis

                                                        dell’Ordine Domenicano, Ed.1962

 

Chi ne parla troppo, chi ne parla troppo poco

 

Perché parlo di «mistero» dell’eresia e non semplicemente, come si usa, di «problema»?[1] Perché ciò che tocca la fede, il mysterium fidei, sia pur per negarla o falsificarla, è a sua volta un mistero, «mysterium iniquitatis» (II Ts 2,7), appunto per questo rapporto sia pur per contraddizione, con il mistero del credere.

Come il credere è un mistero, così il rifiuto di credere, l’eresia, la falsità, l’infedeltà, l’incoerenza, la disobbedienza, la menzogna, l’inganno in materia di fede, l’adulterazione o la strumentalizzazione della fede, la fede finta, ossia l’ipocrisia, l’apostasia in materia di fede non hanno una spiegazione razionale, così come ce l’hanno gli errori in campo scientifico o filosofico.

La spiegazione è insondabile, come è insondabile ai nostri occhi in quel tale il perché del credere e del rifiuto di credere. Solo Dio lo sa. È il mysterium iniquitatis. L’errore riguardante la fede è connesso, sia pur a contrario, col mistero dell’atto di fede. 

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Pietro Ligari

Ardenno 1686 – Sondrio 1752

La Fede sconfigge l’Eresia

(Immagine da internet)





Editore VivereIn
Anno 2008

martedì 3 novembre 2020

Le radici panteistiche del buonismo

  Le radici panteistiche del buonismo

I presupposti del buonismo

È molto diffusa oggi una certa concezione e pratica della misericordia e della carità, collegata con una certa concezione di Dio e della morale per la quale tutti sono buoni. Dio è buono, gli uomini sono buoni, io sono buono, la natura è buona.  Il diavolo non esiste. L’inferno è vuoto.

È ciò che si è convenuti di chiamare «buonismo». Esso è stato chiamato anche «misericordismo», perché il buonismo vede la bontà solo nella misericordia, trascurando che vi sono anche ben altre forme di bontà, come la benevolenza, l’amore coniugale e familiare, la magnanimità, la generosità, la glorificazione, la giustizia, l’amicizia, la correzione, l’educazione. 

Tuttavia, davanti a queste idee molte persone buone ed oneste avvertono un certo disagio; da una parte provano una certa attrattiva, ma sentono anche che c’è qualcosa che non va. Avvertono un’eccessiva enfasi sulla misericordia e una negligenza nel soddisfare alle esigenze e ai doveri della giustizia. Notano che sono i disonesti a trovarsi a proprio agio in questo clima di buonismo facendo peraltro la figura dei «misericordiosi». Infatti, la cosa che balza agli occhi, se non vogliamo essere ciechi e cercare vane scuse, è l’esistenza del male, del peccato e della sofferenza. 

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per San Giovanni la croce è la gloria di Cristo. Ma Cristo nella gloria è libero dalla croce

(immagini da internet) 

 

San Giovanni della Croce non è stato solo uno dei più grandi mistici cristiani ma anche un sommo artista sia come poeta che come disegnatore. Un giorno, siamo nel 1575, nella chiesa dell'Incarnazione Giovanni ha una visione. Mentre è appartato in preghiera, in un'angolo che da sul transetto, Cristo gli appare sulla Croce. Ha la testa reclinata sul petto, le braccia sostenute da pesanti chiodi, le gambe piegate sotto il peso del corpo, con un'espressione di assenso totale al sacrificio. Cessata la visione prende carta e penna e riproduce quanto ha visto.

giovedì 29 ottobre 2020

Papa Francesco e gli omosessuali

  Papa Francesco e gli omosessuali

Da dove parte il Papa

Nell’ultima parte dell’Enciclica Fratelli tutti il Papa, con alcune elevate considerazioni filosofiche, mostra il fondamento ontologico, antropologico e morale della fratellanza umana universale, facente capo alla dignità della persona umana e all’universalità della natura umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio, uomo e donna, fondamento dell’uguaglianza umana e dell’universalità della legge morale naturale, uguale per tutti e per conseguenza degli inalienabili ed insopprimibili diritti ed indispensabili doveri universali dell’uomo, corrispondenti ai divini precetti del decalogo mosaico, norme supreme della legislazione della Comunità internazionale, nonché delle costituzioni e dei codici civili degli Stati.

Questa poderosa affermazione dell’oggettività ed universalità della natura umana, congiuntamente a quella della assoluta obbligatorietà per tutti della legge morale naturale, obbedendo alla quale ogni uomo raggiunge la sua perfezione e la sua felicità, è accompagnata per tutto il corso dell’Enciclica da una severa e martellante condanna di ogni forma di individualismo, soggettivismo, edonismo, idealismo, chiusura mentale, egocentrismo, sopruso, ingiustizia individuale e sociale, politica ed economica, violenza fisica, psicologica o morale, sotterfugio, falsa libertà e volontà di dominio e di potenza del soggetto individuale o collettivo, che pretenda di sottrarsi all’obbedienza alla legge di Dio ed al rispetto della legge e del diritto naturale.

Papa Francesco respinge quindi nettamente la concezione rahneriana della persona, intesa come soggetto singolo autoregolantesi, che non applica nel concreto le esigenze di una natura umana oggettiva ed universale, ma determina liberamente il proprio essere singolo, in una plasmazione di sé e in un’autotrascendenza atematica ed immanentistica, in forma totalmente soggettivistica ed esistenziale, al di fuori di ogni partecipazione a un bene comune ed universale.

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Il primo passo per gustare questa bellezza è dato dalla comprensione e dall’ammirazione per il progetto divino sulla sessualità umana, progetto che possiamo contemplare nel racconto della creazione di Adamo ed Eva, congiuntamente al progetto escatologico della felicità finale dell’uomo e della donna, dopo la conclusione della travagliata storia della natura decaduta ma redenta dal sangue di Cristo.

 
 
 
Creazione di Adamo Ed Eva, bassorilievo, Firenze 
Gesù Cristo risorge da morte, icona
 
Immagini da internet 

L'eresia del buonismo - 1 novembre 2020, ore 17,30

 



lunedì 26 ottobre 2020

Le tesi della dogmatica buonista

  Le tesi della dogmatica buonista

Parole di consolazione in periodo di covid

Dedicato al Card. Raniero Cantalamessa

NOTA: tengo a precisare che questo elenco di eresie non intende assolutamente riferirsi, come forse qualcuno potrebbe pensare, al pensiero di Padre Cantalamessa nel suo insieme, ma, partendo dalla sua affermazione che Dio non castiga, io non ho fatto altro che manifestare le conseguenze e le premesse logiche di quella affermazione.

1. Che Dio mandi la sofferenza è incompatibile con la bontà divina. Dio è soltanto pura misericordia per tutti. Dio non è mai severità, ma solo tenerezza. Non vuole la sofferenza di nessuno, ma semplicemente la permette perché la combattiamo. Se quando capita un’alluvione o il crollo di una diga, viene da domandarci dove sia la tenerezza di Dio, dobbiamo pensare che Dio non c’entra e pensare piuttosto all’imprevidenza dei geologi.

2. Quindi la sofferenza non dipende da Dio. Egli quindi non può far nulla per toglierla. Essa esiste, ma neppure Dio sa perché esiste. Dio convive con la sofferenza e noi dobbiamo fare lo stesso e non possiamo fare altro.

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Arcabas, Il Padre Misericordioso

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