09 marzo, 2026

La metafisica di Gesù (5)

 

 

La metafisica di Gesù (5)

 

Presento ai Lettori un brano sul tempo, tratto da un libro che pubblicai nel 2014, dedicato a illustrare una cosa alla quale finora non si era mai pensato e cioè presentare quella che si potrebbe chiamare “la metafisica di Gesù”.

Propongo “Gesù Eterno Signore del tempo”, cap. VI, 5d.

 

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 9 marzo 2026

*****

La metafisica di Gesù (1) - (2) – (3) – (4):

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/la-metafisica-di-gesu.html

https://padrecavalcoli.blogspot.com/2024/10/la-metafisica-di-gesu.html

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/la-metafisica-di-gesu-2.html

https://padrecavalcoli.blogspot.com/2025/06/la-metafisica-di-gesu-2.html

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/la-metafisica-di-gesu-3-prima-parte-12.html

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/la-metafisica-di-gesu-3-seconda-parte-22.html

https://padrecavalcoli.blogspot.com/2026/01/la-metafisica-di-gesu-4.html

*****

Dal Libro del 2014, pubblicato dalle Edizioni di L’Isola di Patmos, Roma:

GIOVANNI CAVALCOLI: «GESÙ CRISTO FONDAMENTO DEL MONDO: INIZIO, CENTRO E FINE ULTIMO DEL NOSTRO UMANESIMO INTEGRALE»

Il concetto di Cristo fondamento del mondo, racchiude le altezze più sublimi del Santo Padre e Dottore della Chiesa Agostino vescovo d’Ippona: il Christus totus. Come ripeterà infatti il Sommo Pontefice Benedetto XVI nel corso del suo ministero apostolico: Cristo non è una parte dell’esperienza umana, ma la nostra totalità. Egli è l’inizio, il centro e il fine ultimo del nostro umanesimo integrale. E fu proprio su queste premesse teologiche che l’allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Cardinale Joseph Ratzinger, pubblicando su disposizione del Santo Pontefice Giovanni Paolo II la esortazione Dominus Jesus, ribadì questa totalità, in aperta contrapposizione a un male inteso ecumenismo e a un male inteso dialogo inter-religioso, ma soprattutto in contrapposizione al relativismo.

https://isoladipatmos.com/novita-gesu-cristo-fondamento-del-mondo-inizio-centro-e-fine-ultimo-del-nostro-umanesimo-integrale/

***

Cap. VI, 6 d, “Gesù Eterno Signore del tempo”

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/la-metafisica-di-gesu-5.html 

 

Non c’è dubbio che esistono interventi di Dio nella storia, che cambiano il corso dei tempi e manifestano la sua onnipotenza e la sua misericordia. Cristo è l’Intervento o, come si ama dire oggi, benchè con una certa improprietà, è l’Evento per eccellenza. Certo è lecito parlare di “ciò che Dio ha fatto” in Cristo. E’ lo stesso linguaggio della Scrittura. Tuttavia sappiamo anche che essa a volte si esprime in un modo metaforico o antropomorfico, che va rettamente interpretato, per non fare di Dio un grossolano deus ex machina delle antiche commedie romane.

Gli interventi di Dio nella storia, i magnalia Dei, propriamente, non sono ciò che Dio ha fatto, ma ciò che Dio fa, perchè la sua Essenza eterna si identifica con la sua azione, ed Egli non conosce molte azioni, ma tutte si risolvono nella sua unica Essenza. I detti interventi invece sono gli effetti temporali del suo agire eterno.

 

Si comprende allora che questi interventi, per quanto siano riferiti a Dio, sono solo fatti storici, come tali oggetto della storia sacra e non della teologia, la quale considera Dio come tale e non gli effetti della sua azione nella storia, siano pure la vita e le opere di Cristo. 

Non si tratta allora di narrare ma di considerare, argomentare sillogisticamente, dedurre, dimostrare speculativamente, tutte le operazioni insomma, che fanno capo all’intelletto speculativo e quindi alla metafisica.

Si tratta certo di narrare ciò che Cristo ha fatto e ciò che Cristo ha detto. Ma l’indagine sui suoi detti e sulla sua dottrina – dovrebbe essere evidente – non è più narrazione ma esercizio dell’intelletto speculativo: ed è questa la vera teologia, detta appunto tradizionalmente “speculativa”.

 
 
Immagini da Internet: Abbazia di Fontenay

07 marzo, 2026

San Tommaso ci parla del male - Terza Parte (3/3)

 

San Tommaso ci parla del male

 

Terza Parte (3/3)

Prima e Seconda Parte:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/2026/03/san-tommaso-ci-parla-del-male-prima.html

https://padrecavalcoli.blogspot.com/2026/03/san-tommaso-ci-parla-del-male-seconda.html 

***

 

3.    La posizione perdonista

La posizione perdonista sembra essere rappresentata da Marcello Bordoni. In una voluminosa opera dal titolo Gesù di Nazaret Signore e Cristo, vol. III, Ed. Herder-P.U.L., Roma 1986, pp. 500-51l, egli propone due “modelli interpretativi” della passione di Cristo: uno di tipo “profetico”, manifestazione del perdono divino; l’altro di tipo “redentivo”, inteso come opera soddisfattoria o espiatrice. Egli li dichiara entrambi legittimi, come se si potesse scegliere liberamente fra i due, lasciando intendere la sua preferenza per il primo, in base all’idea secondo la quale il secondo modello sarebbe difficilmente accessibile alla sensibilità dell’uomo contemporaneo. Egli dimostra però di fraintendere la nozione tradizionale della “sostituzione vica­ria” assimilandola ai riti pagani del “capro espiatorio”, sicché il significato del sacrificio di Cristo pare essere svuotato dal suo signi­ficato soddisfattorio, e ciò anche a causa della tendenza del Bordoni a minimizzare le esigenze della giustizia riparatrice, per ricondurre anche il sacrificio redentivo a una pura dinamica di misericordia.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/san-tommaso-ci-parla-del-male-terza.html



Il problema del male, nella nostra condotta, ha anche stretta relazione col demonio, perché il demonio, come abbiamo già accennato, ci isti­ga a peccare, può tormentarci con le sue suggestioni, vessazioni o possessioni, e può essere strumento della divina giustizia in questa vita come nell’inferno.

Anche su questo argomento, purtroppo, si notano incertezze, errori e superficialità anche in teologi preparati e famosi. La tendenza è quella di negare l’esistenza del demonio inteso come persona, per ridurre la sua figura a una “personificazione” del male o a un “simbolo” del male. Questa vanificazione dell’esistenza di Satana, e della sua azione e funzione nel piano della salvezza e nell’attuazione della giustizia divina, è molto pericolosa, perché porta i fedeli a non occuparsi del­l’azione del demonio.



Immagine da Internet:
- San Michele Arcangelo schiaccia il demonio, miniatura, Museo San Marco, Firenze

06 marzo, 2026

San Tommaso ci parla del male - Seconda Parte (2/3)

 

San Tommaso ci parla del male

 

Seconda Parte (2/3)

Prima Parte:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/2026/03/san-tommaso-ci-parla-del-male-prima.html

 ***

 SECONDA PARTE

 

Alcuni errori moderni

al vaglio della dottrina tomista

 

Presentazione

A dimostrazione dell’utilità di questo trattato tomistico e in generale della dottrina tomista sul problema del male, concludiamo questa Introduzione presentando una serie di tesi attualmente in circolazio­ne, la cui erroneità può essere mostrata alla luce dei criteri tomistici.

Possiamo costatare oggi l’esistenza di quattro gruppi di errori concer­nenti il problema del male da un punto di vista filosofico e cristiano: a) errori metafisici; b) errori concernenti il rapporto del male con Dio; c) errori cristologici, ossia concernenti il rapporto di Cristo col male; d) errori antropologico-morali, ossia riguardanti il rapporto della vita umana colmale.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/san-tommaso-ci-parla-del-male-seconda.html

 

È vero che la sofferenza di Cristo è un valore altissimo, è vero che il Verbo, assumendo una natura umana, ha assunto la sua sofferenza, è vero che noi ci salviamo grazie alla sofferenza di Cristo. Ma non è la sofferenza come tale che salva. Nella concezione cristiana che voglia evitare un morboso dolorismo, la sofferenza, di per sé, resta un difet­to che non può convenire alla perfettissima natura divina, resta una sventura che non può convenire a un Dio infinitamente beato. Nella concezione cristiana la sofferenza diventa potenza di vita e liberazio­ne da ogni male di pena o di colpa proprio perché è la sofferenza assunta da un Dio che non può soffrire, e proprio per questo guarisce dalla sofferenza. La sofferenza non si muta in salute, se non è elimi­nata dalla forza della salute.



Immagine da Internet: Miniatura, Museo San Marco, Firenze

05 marzo, 2026

San Tommaso ci parla del male - Prima Parte (1/3)

 

San Tommaso ci parla del male

 

Prima Parte (1/3)

 

Ho pensato di rendere un utile servizio ai Lettori pubblicare una mia introduzione ad un Trattato di San Tommaso sul tema del male.

Il Lettore, che avrà la possibilità di leggere il testo dell’Aquinate, ne potrà trarre grande frutto spirituale.

Io qui mi limito a presentare la mia introduzione, che in qualche modo riassume i temi trattati da San Tommaso.

La traduzione in italiano è opera di P. Roberto Coggi, che è stato mio docente in teologia nello Studio Domenicano di Bologna.

 

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 28 Febbraio 2026 

 ***

 https://www.edizionistudiodomenicano.it/prodotto/le-questioni-disputate-7/ 

 

Le Questioni Disputate di Tommaso d’Aquino, ESD, 2002 

Il volume 6 corrisponde alle Questioni Disputate De malo 1-6.

Gli argomenti trattati sono:
1 – il male in generale
2 – i peccati
3 – la causa del peccato
4 – il peccato originale
5 – la pena del peccato originale
6 – la scelta umana.

Introduzione di Giovanni Cavalcoli.

Testo latino critico dell’Edizione Leonina.
Traduzione italiana a fronte di Roberto Coggi.

 

 

***

INTRODUZIONE

Continua a leggere: 

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/san-tommaso-ci-parla-del-male-prima.html  


Il problema del male, della sua essenza, delle sue forme e dei suoi rimedi, è un problema di sempre, di tutti i giorni, di tutte le civiltà e di tutti i tempi.

 


Immagine da Internet:
- "Tommaso d'Aquino", miniatura tratta dal manoscritto "Summa theologiae", inizio del XIV secolo, Bibliothèque municipale, Troyes.
 
 

04 marzo, 2026

Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini - Parte Terza (3/3)

 

Trascurando il comandamento di Dio,

voi osservate la tradizione degli uomini

 Parte Terza (3/3)

Il rifiuto luterano della Sacra Tradizione

La Rivelazione divina delle verità cristiane è contenuta sia nella Scrittura che nella Tradizione. È, questa, una verità di fatto e di fede dalla quale purtroppo si allontanò Lutero sostenendo che tutte le verità necessarie alla salvezza sono già sufficientemente contenute nella sola Scrittura, escludendo che altre verità possano essere contenute nella Tradizione, che egli considerava un semplice fallibile, farraginoso ed arbitrario prodotto dell’uomo, né più né meno come Gesù considerava le tradizioni farisaiche, senza comprendere la divinità della Sacra Tradizione e la necessità, quindi, di accogliere anche i dati che sono contenuti in essa, mentre respinse il dovere di ogni buon cattolico di aderire all’interpretazione che il Magistero dà sia della Scrittura che della Tradizione.

Lutero considera giustamente la Scrittura come Rivelazione divina, ed ha ragione quando dice che essa contiene quella Parola di Dio che fa l’oggetto della fede cristiana. Il suo errore è stato quello di perder di vista che la Bibbia glie l’aveva consegnata la Chiesa, che essa era stata scritta dalla Chiesa, che se egli stesso possedeva la fede, era perché aveva creduto nella Chiesa, che egli stesso poteva interpretarla e comprenderla vivendo nella Chiesa e ascoltando la Chiesa.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/trascurando-il-comandamento-di-dio-voi_4.html 

 

 




Immagine da Internet:
- Mons. Lefebvre

 

03 marzo, 2026

Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini - Parte Seconda (2/3)

 

Trascurando il comandamento di Dio,

voi osservate la tradizione degli uomini

 Parte Seconda (2/3)


La Sacra Tradizione

Quella che la Chiesa cattolica chiama «Sacra Tradizione» è una dottrina divina, rivelata, che contiene verità uscite dalla bocca di Cristo, che Egli chiama le sue «parole» o la sua «dottrina», verità sovrarazionali e soprannaturali, attinenti al mistero di Dio e al suo piano di salvezza dell’uomo, verità che non sono sperimentabili, comprensibili e dimostrabili dalla semplice ragione, come avviene nelle tradizioni umane storiche, scientifiche, filosofiche o morali.

Essa è chiamata anche Tradizione Apostolica, perchè è la dottrina divina da Lui rivelata, che Cristo ha affidato agli Apostoli da custodire, interpretare, spiegare, predicare a tutto il mondo fino alla fine del mondo. Di questa dottrina le verità principali gli Apostoli hanno pensato subito di farle trasmettere per iscritto per mezzo degli Evangelisti e per mezzo di San Paolo e di San Giuda. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/trascurando-il-comandamento-di-dio-voi_3.html



 
 
 
 
 
 
 
DICASTERIUM PRO DOCTRINA FIDEI
circa l'incontro tra il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e il Superiore Generale della FSSPX
  
 
 
 
 

02 marzo, 2026

Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini - Parte Prima (1/3)

 

Trascurando il comandamento di Dio,

voi osservate la tradizione degli uomini

 Parte Prima (1/3)

 

Mantenete le tradizioni che avete appreso (II Ts 2,14)

 Il senso della polemica di Gesù sulla tradizione

Sappiamo come oggi nella Chiesa soprattutto a partire dall’immediato postconcilio un movimento di cattolici cosiddetti «tradizionalisti», i quali, presentandosi come difensori di quella che chiamano «Tradizione», pretendono di respingere le nuove dottrine del Concilio Vaticano II e arrivano ad accusare di eresia l’insegnamento dei Papi del postconcilio, in quanto esegeti del Concilio.

Questo fenomeno scismatico mostra chiaramente che la questione della natura e del valore della tradizione cattolica è una questione molto seria. Il problema non è tanto quello di ammettere la legittimità di una tradizione cristiana. Anche i luterani a loro modo l’ammettono. Il problema è quello di chiarire qual è il concetto giusto di Tradizione cattolica e quali sono i suoi contenuti, i suoi monumenti, la sua autorità, le sue fonti, le sue funzioni e le sue ragioni.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/trascurando-il-comandamento-di-dio-voi.html


 
Consiglio generale della Fraternità San Pio X
 
 
 
 

28 febbraio, 2026

La metafisica in San Tommaso e nel Beato Giovanni Duns Scoto - Sesta Parte (6/6)

 

La metafisica

in San Tommaso e nel Beato Giovanni Duns Scoto

Sesta Parte (6/6)

 

Ockham prepara Lutero

Gli errori di Ockham furono condannati nel 1328 da Giovanni XXII; ma ciò non impedì il permanere nella teologia scolastica, della scuola occamista, tollerati dalla Chiesa, tanto che nel sec. XV sorge in Germania un suo importante seguace, Gabriel Biel, che dichiarò apertamente di seguire in teologia Ockham pur mitigando gli errori ed avvicinandola alla dottrina della Chiesa. Biel, però, a differenza di Ockham, che accusò di eresia il Papa, fu in comunione col Papa, sicchè non fu mai condannato. Tuttavia ciò fu forse un’imprudenza perché svvenne che gli errori occamisti continuassero ad essere accolti nelle Università della Chiesa. Cosicchè Lutero assunse all’Università le idee occamiste, che lo portarono ad affermare esplicitamente di essere del partito di Ockham.

In tal modo  gli errori di Ockham riappaiono in Lutero come la sua sfiducia nella ragione, il suo disprezzo per la metafisica di Aristotele e di San Tommaso, il suo concetto di un Dio spaventoso e ad un tempo connivente col peccato, col suo concetto anarchico e individualistico della libertà cristiana, il suo concetto di fede come esperienza immediata, il primato della salvezza sulla contemplazione, il rifiuto dell’analogia per l’equivocità, la concezione di Dio non come ipsum Esse, ma come il Dio-per-me. 

 Continua a leggere:

 https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/la-metafisica-in-san-tommaso-e-nel_28.html


Francesco Suarez è sorto nel periodo della riforma tridentina, periodo nel quale il tomismo, che già da tempo era raccomandato dai Papi, dovette affrontare il confronto con Lutero, che filosoficamente, per sua stessa dichiarazione, era discepolo di Ockham.

Suarez affronta la questione luterana in modo diverso da quello che fu l’atteggiamento dei tomisti domenicani. … Il suo errore però, a quanto sembra, è stato quello di voler creare una sintesi superiore e più comprensiva di quella creata da Tommaso, che includesse anche scotisti ed occamisti. Nella famosa controversia De auxiliis tra Gesuiti e Domenicani della fine del ’500, i suareziani ebbero come loro campione Molina, mentre i Domenicani in quell’occasione ebbero Domingo Bañez. La cosa curiosa fu che in quell’occasione i Domenicani apparvero vicini a Lutero nel sostenere la causalità della grazia, i Gesuiti si avvicinarono a Pelagio esagerando la potenza del libero arbitrio. 

 

Da Suarez deriva il disprezzo di Rahner per l’essenza vista da lui come semplice possibilità astratta, mentre la realtà per lui si esaurisce in ciò che con linguaggio heideggeriano chiama l’«esistenziale». In tal modo Rahner confonde la natura umana come tale con la natura umana nelle condizioni storico-esistenziali della vita presente conseguente al peccato originale, sicchè viene compromessa l’universalità ed immutabilità della legge morale e sembra che la vita soprannaturale sia la semplice attuazione delle possibilità insite nella pura natura. 

Altro difetto che da Scoto passa a Suarez è il modo di impostare la questione dell’esistenza di Dio. … Certamente possiamo passare dal concetto del finito a quello dell’infinito. Ma questo non è ancora dimostrare che Dio esiste. Lo abbiamo dimostrato invece quando ci rendiamo conto che il mondo non può non avere una causa della sua esistenza. Allora certo ci renderemo conto che questa causa è un ente infinito, ma solo adesso e non prima di considerare che è causato. … La stessa cosa dicasi per la nozione dell’ente. Allora, se Dio non è il primo e sommo ente, che mi trascende e mi ha creato, Dio sono io.

Immagini da Internet: Lutero e Rahner

26 febbraio, 2026

La metafisica in San Tommaso e nel Beato Giovanni Duns Scoto - Quinta Parte (5/6)

 

La metafisica

in San Tommaso e nel Beato Giovanni Duns Scoto

Quinta Parte (5/6)

 

La questione dell’essenza di Dio

Come è noto, San Tommaso fa consistere l’essenza divina nell’essere sussistente. Invece Scoto, che non vede come sia possibile che l’essere sussista da solo, preferisce definire l’essenza di Dio col concetto dell’infinito. Egli crede che si tratti di un concetto originario, benchè riconosca che è una determinazione dell’ente: l’infinito è l’ente non-finito. Invece non riflette sul fatto che il concetto dell’infinito non è in realtà un concetto originario, ma derivato appunto dall’attribuire l’infinità all’ente. 

L’ente è una nozione precedente, ed è la prima e la più universale (ens in communi o commune). Questo lo sa anche Scoto, ma egli non si ferma a riflettere sulla composizione del concetto dell’ente come ciò che ha un’essenza in atto d’essere, cosa che invece fa San Tommaso, che così afferma l’atto d’essere (actus essendi o esse ut actus).

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/la-metafisica-in-san-tommaso-e-nel_26.html

 

Se l’essere per essenza appare e l’apparire è apparire a qualcuno, l’uomo è quel qualcuno che rende possibile l’apparire e quindi l’essere. Come dirà Heidegger l’uomo è quell’essere al quale l’essere appare, è l’esserci dell’essere (Dasein). Abbiamo qui in germe già la fenomenologia di Husserl dell’essere inteso come essere che appare alla coscienza o come correlato della coscienza. Abbiamo l’essere di Severino, per il quale la molteplicità e il divenire, il tempo e lo spazio non sono altro che l’apparire eterno all’uomo di una successione e di una molteplicità di apparizioni eterne e finite dell’essere.

La realtà comprende tanto il singolare quanto l’universale. Il singolare è l’ente esistente in atto d’essere. L’universale è l’uno nei molti, ed è l’essenza. L’universale è la specie (species, eidos) o forma (eidos, morfè, usìa, che è intesa dall’intelletto. Bisogna distinguere la specie logica da quella ontologica. La prima corrisponde al concetto; la seconda corrisponde all’essenza della cosa.

Un grande errore della gnoseologia di Ockham, legato ad una reazione al concettualismo di Scoto, è quello di rifiutare il concetto come immagine o rappresentazione o similitudine della cosa. Il concetto, per Ockham, è un semplice «segno naturale» della realtà. E ciò si capisce: se l’universale non esiste nella realtà, conseguentemente non resterà neppure nel pensiero. … Ockham credeva che il concetto consista nello stesso atto d’intendere, senza rendersi conto che invece è un prodotto del pensiero, è una forma prodotta dall’intelletto formato dalla forma della cosa (species impressa), è una forma interiore per mezzo della quale e nella quale l’intelletto coglie ed esprime (species expressa) interiormente ciò che della cosa esso ha compreso.

Il famoso volontarismo divino occamista è conseguenza logica dell’equivocità dell’essere e della negazione occamista del principio di non-contraddizione, nonostante le sue assicurazioni in contrario. In tal modo Ockham fa sparire l’universalità della natura umana e l’obbligo morale assoluto della legge morale naturale, dato che infatti, secondo lui, Dio, se volesse, potrebbe legittimare atti morali oggettivamente malvagi.

Immagini da Internet: Guglielmo di Ockham e Edmund Husserl
 

23 febbraio, 2026

La metafisica in San Tommaso e nel Beato Giovanni Duns Scoto - Quarta Parte (4/6)

 

La metafisica

in San Tommaso e nel Beato Giovanni Duns Scoto

Quarta Parte (4/6)

 

Essere reale ed essere di ragione

Al seguito di Aristotele Tommaso divide l’ente in ente reale, esterno al pensiero, creato da Dio, posto nello stato di singolarità (ens extra animam), ed ente di ragione (ens in anima), costruito dalla ragione ed immanente in essa: il concetto, che è immagine dell’essenza astratta ricavata dall’esperienza sensibile del singolo ente reale esistente fuori del pensiero. Ora Tommaso ci fa presente che tra ens in anima ed ens extra animam non c’è una posizione intermedia, come non c’è via di mezzo tra il fuori e il dentro. 

In base a ciò risulta che l’essenza come la intende Avicenna, essenza che non è né universale né individuale, né astratta né concreta, né reale né di ragione, né logica né ontologica, né intramentale né extramentale, né pensata né pensabile, è una pura invenzione di Avicenna, una cosa che non essendo nella realtà e neppure nel pensiero, non è assolutamente nulla, ma un puro segno o elemento grafico di una composizione di parole. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/la-metafisica-in-san-tommaso-e-nel_23.html

Tommaso ci fa presente che tra ens in anima ed ens extra animam non c’è una posizione intermedia, come non c’è via di mezzo tra il fuori e il dentro.  

In base a ciò risulta che l’essenza come la intende Avicenna, … è una pura invenzione di Avicenna, una cosa che non essendo nella realtà e neppure nel pensiero, non è assolutamente nulla, ma un puro segno o elemento grafico di una composizione di parole. Così succede che tutto quello che si può dire di Dio non sono concetti che rappresentano la realtà, ma sono delle semplici parole o formule verbali. Ciò tuttavia non ha impedito alla teologia islamica di elaborare tutta una serie di attributi divini - i 99 nomi di Allah - quasi perfettamente coincidenti con quelli stabiliti da San Tommaso. 

Occorre osservare che molto probabilmente la famosa distinzione formale scotistica a parte rei e la sua famosa dottrina dell’ecceità hanno questo fondamento avicenniano. Si tratta per la verità di due categorie che non hanno spazio né nella realtà né nel pensiero. Così anche la distinzione avicenniana tra essenza ed essere non è sufficiente, perché Avicenna, facendo dell’essere un accidente appartenente all’essenza e non atto dell’essenza-potenza, lascia spazio all’idea che in fin dei conti l’essere non è un atto superiore all’essenza, ma niente più che un modo d’essere secondario dell’essenza e inferiore all’essenza, sicchè in fin dei conti l’essenza è più importante dell’essere, e l’essenza diventa inseparabile dal suo essere, così come il modo di una cosa non si può separare dalla cosa.


Da qui si capisce perché Scoto dice di non capire come un’essenza posta al di fuori delle sue cause, quindi esistente, ossia un’essenza creata possa essere priva della sua esistenza e quindi dichiara di non capire perché si debba aggiungere all’essenza una esistenza, che secondo lui possiede già. Ma San Tommaso, quando parla dell’essere, che Dio creando aggiunge all’essenza, non parla evidentemente dell’essenza già creata, ma dell’essenza creabile, la quale, come dovrebbe essere evidente, non ha ancora l’essere, cioè è un nulla.

Scoto crede che la necessità che abbiamo di ricorrere ai sensi per cogliere l’essenza delle cose e quindi la necessità di astrarre l’essenza universale dal dato sensibile particolare sia un castigo del peccato originale e quindi corrisponda all’attuale situazione di natura decaduta e non fosse presente nello stato edenico, dove la nostra natura si esprimeva in maniera normale e perfetta. Egli ritiene pertanto che, se la nostra natura fosse rimasta integra com’era nell’Eden, noi sapremmo cogliere l’essere delle cose immediatamente e intuitivamente senza dover ricorrere ai sensi, che sono fonte di inganno o quanto meno di incertezza. Essi ci danno ciò che sembra, non ciò che è, in modo simile a come pensava Platone. 

Invece Tommaso concorda con Aristotele nel riconoscere che è del tutto naturale e normale per il nostro intelletto giungere alla verità intellegibile partendo dalla verità sensibile, per cui, se non si raggiunge questa, non si raggiunge neppure quella.

Immagini da Internet: Avicemma e Duns Scoto

22 febbraio, 2026

La metafisica in San Tommaso e nel Beato Giovanni Duns Scoto - Terza Parte (3/6)

 

La metafisica

in San Tommaso e nel Beato Giovanni Duns Scoto

Terza Parte (3/6)

 

La forma, l’essere e l’essenza in antropologia

Tommaso comprese lucidamente che per Aristotele l’intelletto umano è proprio di ciascun individuo. Comprese che per lo Stagirita l’intelletto umano non è unico per tutti gli induividui e non li trascende, come credeva Averroè, ma benchè sia una forma universale comune a tutti, non è al di sopra (thyrahen) dell’individuo, ma della materia corporale.

In tal modo Aristotele, con la sua teoria dell’anima umana (psychè), unica forma spirituale sostanziale del corpo, da una parte assicurava l’unità della persona umana, e dall’altra poneva i livelli inferiori di vita vegetativo e sensitivo non come forme differenti dalla forma spirituale, come avrebbero voluto gli scotisti, ma come unica forma che dà un unico essere, forma che dà forma immediatamente alla materia prima (prote yle), forma dalla quale promana la vita vegetativa e sensitiva.  In tal modo la persona umana non risulta dalla sintesi di quattro forme (distinctio formalis a parte rei), come vorranno gli scotisti: forma spirituale, forma sensitiva, forma vegetativa, forma corporis, ma da un’unica forma spirituale, appunto l’anima, che dà vita al corpo, alla nutrizione, ai sensi, al sesso e allo spirito. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/la-metafisica-in-san-tommaso-e-nel_22.html

 

Distinzione reale fra essenza ed essere vuol dire per San Tommaso certamente distinzione che riguarda il reale, la cosa, l’ente, l’essere, ma riferita all’essere in quanto atto e all’essenza in quanto potenza. Sta qui, come è noto, l’originalità del concetto tomista di essere: l’aver concepito l’essere come atto. Neppure Aristotele era arrivato a ciò. Egli aveva bensì scoperto la differenza tra potenza (dynamis) ed atto (energheia), ma aveva applicato questa distinzione solo alla materia (yle) e forma (morfè). 

Tuttavia occorre fare attenzione che Tommaso non concepisce l’atto come azione, come farà Gentile, ma come forma, perfezione, finalità, compiutezza, analogamente all’entelècheia aristotelica. … Quanto al concetto del nulla, è solo il concetto tomista dell’essere come atto che fa capire veramente il concetto biblico di quel nulla dal quale Dio crea le cose. Infatti nella concezione scotista e suareziana dell’essere non come atto, ma come semplice esistenza, il nulla appare non come negazione o assenza dell’atto, ma come non esistenza attuale dell’essenza o dell’ente o della cosa possibile. 

D’altra parte in una visione parmenidea dell’essere, come quella di Scoto e Suarez, il nulla non esiste, come dice Parmenide: «il non-essere non è». … In campo metafisico lo sbaglio di Scoto e di Suarez è quello di non chiedersi perché l’ente finito è finito: da che cosa dipende la sua finitezza? Tommaso invece non si accontenta di constatarla, ma si domanda da che cosa dipende e scopre che essa dipende dal fatto che la sua essenza finita finitizza l’atto d’essere che essa riceve.

Scoto non capì che Tommaso parla di un’aggiunta all’essenza ancora priva di esistenza, ossia prima di essere creata. Se prima di essere creata quell’essenza non aveva l’esistenza, questo non vuol dire che fosse nulla, perché era già pensata da Dio per ricevere l’essere. E se d’altra parte l’essenza fuori della sua causa, ossia l’essenza creata, ha l’esistenza, questa esistenza non l’ha da sé in quanto essenza, ma ce l’ha perché l’ha ricevuta da Dio. Per questo Tommaso aggiunge l’essere all’essenza. Se infatti creare vuol dire dare l’essere, vuol dire che l’essenza, prima di ricever l’essere non ce l’ha. Se invece ce l’ha già come potrebbe essere creata dal nulla? Dove andrebbe a finire l’opera creatrice? 


Immagini da Internet: San Tommaso d'Aquino e Francisco Suárez