25 febbraio, 2024

Dio può dare un contrordine? La vicenda del sacrificio di Abramo

 

Dio può dare un contrordine?

La vicenda del sacrificio di Abramo

 La vicenda biblica del sacrificio di Abramo è sempre stata una dura prova per gli esegeti, messi davanti a un fatto dove sembra che Dio sia andato contro quanto egli stesso ci proibisce, ossia l’omicidio ed abbia voluto da Abramo un sacrificio umano, un rito orrendo, una perversione del sacrificio religioso proibito dalla stessa Bibbia. Meno male, vien fatto di dire, che all’ultimo momento Dio si pente, dà un contrordine e proibisce l’omicidio.

Quel povero Abramo obbedisce al primo ordine senza batter ciglio, ma immaginiamo con quale angoscia e amarezza, e non gli viene in mente che forse aveva capito male, forse quella non era veramente la voce di Dio, il Dio della vita. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/dio-puo-dare-un-contrordine-la-vicenda.html


Abramo è lodato da Dio e premiato per la sua fede ed obbedienza, certamente.

Egli ha obbedito a Dio in quanto in buona fede, in un primo tempo, influenzato senza colpa da idee pagane, si accingeva a metterle in pratica, se Dio stesso per mezzo dell’angelo non lo avesse disingannato e non gli avesse fatto conoscere la sua vera volontà: non sacrificare il figlio, ma sacrificare un ariete.  


Immagine da Internet:
- Sacrificio di Abramo ed Isacco, miniatura, Bibbia di Padova

24 febbraio, 2024

Possiamo costruire una macchina pensante?

 

Possiamo costruire una macchina pensante?

Più intelligente dell’uomo

Su Avvenire del 16 febbraio scorso è apparso un articolo di Vincenzo Ambriola dal titolo Ma se è «generale» l’intelligenza artificiale pensa?[1] E riassume il discorso in questi termini:

«La nuova frontiera della tecnologia è sviluppare macchine capaci non solo di svolgere compiti definiti ma di applicare schemi di risoluzione a qualsiasi situazione. Come fa l’uomo».

 ...

Dobbiamo dire che la risposta alla domanda di Ambriola in realtà non è difficile, se solo riflettiamo al fatto che il concetto stesso di «macchina pensante» è contradditorio. Infatti la conoscenza, con la conseguente coscienza, razionalità, volontà e il linguaggio della comunicazione umana sono attività per loro essenza immateriali, e quindi non possono essere l’effetto di una macchina costruita dall’uomo, la quale appartiene al mondo materiale, oggi studiato dalla fisica quantistica. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/possiamo-costruire-una-macchina-pensante.html


L’attività conoscitiva già nell’animale e ancor più nell’uomo non é un’attività transitiva, fisica, quantistica e materiale, che emana dall’agente verso l’esterno nello spazio e nel tempo, ma è un’attività immanente al soggetto, per la quale l’agente riflette ed agisce e torna su  se stesso,  - ecco la coscienza -, entra in se stesso, è trasparente a se stesso, cosa assolutamente impossibile ai corpi e alle sostanze chimiche o materiali, che non possono penetrare entro se stesse, per l’impenetrabilità della materia, ma solo proiettarsi al di fuori verso un oggetto o termine esterno.

Il conoscere raggiunge e contatta sì l’oggetto esterno, ma poi se ne appropria immaterialmente e intenzionalmente, lo interiorizza non nella sua materialità, cosa che semmai appartiene all’attività nutritiva, ma lo fa suo mediante una rappresentazione immateriale, un’immagine o un concetto. Per questo Aristotele diceva che non è la pietra che è nell’anima, ma l’immagine della pietra.

Immagine da Internet:
- bassorilievo greco

21 febbraio, 2024

Tomisti a confronto con Severino sul problema della creazione - Terza Parte (3/3)

 

Tomisti a confronto con Severino sul problema della creazione

Parte Terza (3/3)
 
Dio e il mondo

Il mondo è distinto da Dio e Dio è distinto dal mondo, perché il mondo è creato da Dio. Tuttavia Dio vede il mondo virtualmente ed eminentemente esistente nell’essenza divina identico all’essenza divina, la quale peraltro non è composta di Dio e mondo, ma è semplicissima, è la somma unitaria di tutte le perfezioni, è l’atto o attuazione di tutti i possibili ed è causa sapientissima creatrice di tutte le cose. Dio vede il mondo in Sé identico a Sé, ma vuole il mondo nel suo essere creato distinto dal suo essere creatore distinto da Sé e fuori di Sé o esterno a Sé.

Ora la causa intelligente, per poter produrre l’effetto, deve precontenerlo in se stessa in quanto da essa ideato e voluto. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/tomisti-confronto-con-severino-sul_21.html

 

Bontadini chiama Dio «l’Intero», perché è il risultato della somma delle parti, che sono le creature.

Per San Tommaso Dio, conoscendo Se stesso, vede all’interno della sua essenza il mondo come imitazione della sua idea paradigmatica del mondo, identico all’essenza divina. Ma nel contempo vede fuori di Se stesso il mondo stesso che ha creato.

Severino ritiene impossibile il creare, in quanto, invece di intenderlo come passaggio dal non-essere all’essere, dal poter essere all’essere, lo intende come essere del non-essere, cosa evidentemente assurda.

Il creare, come operazione esclusiva di Dio onnipotente, vuol dire far essere, causare l’essere, far passare un ente possibile presente in mente Dei dallo stato di esistenza possibile all’esistenza attuale, dar l’essere a un’essenza progettata da Dio.

Solo l’Essere come ipsum Esse può causare l’essere, così come il fuoco causa il fuoco, la vita causa la vita, la mente causa il pensiero. Questo è il creare, così come lo intendono la ragione e la fede.

Immagine da Internet:
- Dio crea il mondo, miniatura della Bibbia dei Grands Augustins

20 febbraio, 2024

Tomisti a confronto con Severino sul problema della creazione - Seconda Parte (2/3)

 

Tomisti a confronto con Severino sul problema della creazione

Parte Seconda (2/3)
 

Il divenire hegeliano riguarda ad un tempo il sapere e l’essere

La definizione hegeliana del divenire inteso come identità di essere e nulla è sofistica ed innaturale, tale da screditare il valore del divenire, da giustificare l’accusa di nichilismo fatta da Severino al concetto di divenire e da offendere il principio di non-contraddizione, nonostante tutte le assicurazioni che Hegel ci dà. Probabilmente Hegel intende dire che nel concetto dell’essere c’è tutto perchè contiene tutte le determinazioni e non ne contiene nessuna perchè è aperto a tutte.

È sbagliato inoltre, come fa Hegel, dire che la nozione di essere astrae da tutte le determinazioni, sicchè togliendo tutto appare vuoto. Da qui l’identificazione col nulla. Già questo è un procedimento sbagliato, perchè non è vero che la nozione dell’ente prescinde da tutti gli inferiori, giacchè anche di essi si predica l’entità.

Ma Hegel aggiunge a questo errore, che mostra ignoranza in fatto di metafisica, quello di definire il divenire come «unità dell’essere col nulla», quando in realtà esisteva già la definizione aristotelica del divenire in di tutte le sue forme, che non si esauriscono affatto nel nascere e nel perire».

Continua a leggere:

 https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/tomisti-confronto-con-severino-sul_20.html

 

Ciò che dice Hegel assomiglia a ciò che dice Aristotele, e cioè che l’intelletto umano, all’inizio della sua attività, è vuoto di contenuti: la famosa tavoletta, nella quale non c’è scritto nulla. Non c’è nulla perché ci può essere scritto tutto. Ma Aristotele distingue l’inizio del nostro sapere dall’inizio dell’essere. Per Aristotele all’inizio dell’essere non c’è il nulla, ma il motore immobile, c’è Dio, la pienezza dell’essere, così come per la Bibbia all’inizio non c’è il nostro sapere, ma c’è Dio.

Anche Hegel dice che all’inizio c’è Dio, l’assoluto. E per questo dice che si deve cominciare da Dio. Ma ecco il solito equivoco idealista: Hegel confonde l’inizio del nostro sapere con l’inizio dell’essere, ossia con ciò che dà inizio all’essere, Dio. È chiaro che Dio, l’essere assoluto, è all’inizio di tutto con il suo atto creatore del mondo. Dio è il primo principio del mondo, l’archè, il fondamento di tutto. Ma il nostro sapere non può essere privo di presupposti, perché è creato da Dio e presuppone Dio.

Per la Scrittura e per Aristotele, Dio è il primo e l’ultimo, e in mezzo c’è il mondo. Anche per Hegel è così, solo che per lui questo ciclo dell’essere è lo stesso movimento del nostro pensiero, ed ecco la sua famosa dialettica. Come in Parmenide, tutto è in Dio e tutto avviene in Dio. Per Eraclito il divenire è l’Assoluto. Per questo Hegel trova facile congiungere Parmenide ed Eraclito nell’Assoluto. Come per Parmenide anche per Eraclito non c’è nulla di esterno all’Assoluto. È vero che al di fuori dell’essere non c’è nulla. E se l’essere è il divenire e questo è Dio, esiste solo Dio e non c’è nulla fuori di Dio. Ma questo è già Severino e Bontadini.

 Immagine da Internet:
- Dio Padre con gli angeli, Perugino (ca. 1450-1523, Musei vaticani, palazzo apostolico

19 febbraio, 2024

Tomisti a confronto con Severino sul problema della creazione - Prima Parte (1/3)

 

Tomisti a confronto con Severino sul problema della creazione

Parte Prima (1/3)

Da sempre Tu Sei

Sal 93,2

Un’impresa votata al fallimento

Nel clima filosofico e teologico ispirato dal Concilio Vaticano II negli anni ’60 del secolo scorso all’Università Cattolica di Milano fiorì un interessante tentativo di aprire il tomismo ad un più ampio confronto col pensiero moderno secondo le indicazioni del Concilio soprattutto ad opera di Gustavo Bontadini, che ebbe l’idea di tentare una più rigorosa definizione del concetto di creazione divina  col valersi dell’ontologia di Parmenide, allora valorizzato da Heidegger convinto che dai tempi di Parmenide la filosofia avesse perduto la percezione dell’essere  e dell’esistenza per fermarsi alla considerazione dell’ente, dell’idea e dell’essenza.

Questi tomisti, influenzati dalla concezione parmenidea dell’essere, dalla quale risulta che il divenire e quindi il passaggio dal non-essere all’essere è contradditorio o impossibile, credono (influenzati da Severino) che la formula dogmatica creatio ex nihilo sappia di nichilismo, per cui si sentono in dovere di esprimere il dogma della creazione in modo tale da non far uso della categoria del non-essere, ossia del nulla, perché dicono che il nulla non esiste e l’essere non può essere negato dal non-essere. 

Continua a leggere:

 https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/tomisti-confronto-con-severino-sul.html

Grande merito effettivo di Parmenide è stato quello che non si può dire che l’essere non è. Si tratta nientedimeno che del famoso e fondamentalissimo principio di non-contraddizione, sacro anche per Aristotele e San Tommaso. Solo che questi tomisti piuttosto sprovveduti, credendo di essere più acuti di San Tommaso, dimenticano che Tommaso, spiegando meglio il principio di non-contraddizione ed illustrando il dogma della creazione, chiarisce che nell’affermare la provenienza della creatura dal nulla, la Chiesa non intende dire che la creatura è e non è – cosa assurda -, ma semplicemente che non esisteva prima di essere creata. Prima era solo pensata da Dio, poi Dio l’ha realizzata. Che cosa c’è di assurdo in tutto ciò? La Scrittura paragona in modo del tutto legittimo, per analogia, Dio all’artefice che realizza un’idea della sua mente.

Il creare non comporta una simultaneità di essere e non essere, ma un passaggio dal non-essere all’essere. Per questo, per evitare questo concetto di passaggio dal prima al poi, affermano che la creazione è una semplice dipendenza nell’essere, una relazione dell’ente creato a Dio, confondendo la creazione con la conservazione.

Unico punto di contatto, peraltro molto importante, fra Tommaso e Parmenide è che entrambi ammettono l’essere semplice, uno, eterno, immutabile e necessario e il principio di non contraddizione. Ma anche qui non c’è pieno accordo, perché mentre Tommaso distingue l’uno dal molteplice, il semplice dal composto, l’eterno e il necessario dal temporale e contingente, Parmenide li confonde nell’unità monistica dell’essere, e mentre Tommaso include il divenire nella non-contraddizione, per Parmenide il divenire è contradditorio.

Immagine da Internet:
- Dio crea l’universo, Miniatura dal Codex Vindobonensis 2554, Bibbia illustrata del 1220-1230 circa

18 febbraio, 2024

Modernità modernismo postmodernità

Modernità modernismo postmodernità

La parabola del figliol prodigo

La postmodernità è la situazione spirituale di oggi, allorchè ci troviamo in mezzo alle conseguenze disastrose, al nichilismo, alle conflittualità, alla disillusione, al disorientamento, al disgusto, allo scetticismo, ai detriti e alle macerie del crollo di quella modernità, che i cartesiani, per propagandare efficacemente la filosofia di Cartesio, chiamarono «filosofia moderna».

E di fatto fu tanto abile la loro opera di convincimento, che essi convinsero moltissimi, persino gli storici della filosofia e gli stessi nemici di Cartesio a ritenere che la sua fosse veramente la «filosofia moderna», la vera filosofia.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/modernita-modernismo-postmodernita.html

 

Essere moderni, progrediti e rinnovatori è un bisogno, è un preciso dovere morale. È comandato dallo stesso cristianesimo. Chi non progredisce nella carità – dice Sant’Agostino – non ha carità. Come dice continuamente il Papa, il cristiano è uno che cammina sempre, sempre si rinnova, progredisce e migliora, sempre avanza verso il Regno di Dio.

L’istanza dei modernisti dei tempi di San Pio X era giusta: la Chiesa aveva bisogno di svecchiarsi e di ammodernarsi. Doveva confrontarsi col pensiero moderno e non semplicemente condannarne gli errori, per assumerne gli aspetti positivi.

Non basta conservare il deposito della fede; occorre anche conoscerlo sempre meglio. Non basta trasmettere quello che si è imparato; occorre anche far avanzare la ricerca, proporre nuove strade, nuove soluzioni, aprire nuove vie. Occorre abbandonare vecchi pregiudizi o usi inadatti ai tempi, anche se di lunga data.

Dobbiamo dunque essere moderni e non modernisti, rispettosi del moderno, e del postmoderno, con sano discernimento critico, basato sul Magistero della Chiesa e la sana filosofia, non fanatici o idolatri del moderno.

Immagine da: https://www.vatican.va/content/francesco/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2023/10/4/messa-nuovicardinali.html

17 febbraio, 2024

La coscienza umana è una realtà immateriale appartenente al mondo dello spirito

 

La coscienza umana è una realtà immateriale

appartenente al mondo dello spirito

Un fisico che vuol definire la coscienza mediante la fisica

Su Avvenire del 10 febbraio scorso è apparso un articolo di Roberto Italo Zanini dal titolo «Il fisico. Faggin: “La coscienza è un fenomeno quantistico”», dedicato al convegno “Per una nuova antropologia. Incontro fra scienza e mistica”, svoltosi il giorno successivo alla fondazione culturale San Fedele di Milano organizzato dalla Fondazione Nova Cana, protagonista il Prof. Federico Faggin, fisico quantistico, inventore di sofisticati congegni elettronici al servizio della robotica e dell’informatica, che da molti anni indaga su come la fisica può affrontare il problema dell’esistenza e del funzionamento della coscienza umana. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/la-coscienza-umana-e-una-realta.html


Osserviamo che l’identità dell’io col Tutto non è mistica cristiana ma esperienza brahmanica o buddista. In questa esperienza il soggetto ha la duplice impressione da una parte di essere il Tutto esistente ab aeterno, per cui la sua coscienza aperta all’Assoluto diventa uno con l’Assoluto, ma dall’altra il Tutto si restringe nei limiti della sua coscienza, al punto che essa diventa calcolabile in quanto «fenomeno puramente quantistico». Il finito diventa infinito, l’infinito diventa finito. La materia diventa spirito e lo spirito diventa materia. Siamo in fondo davanti ad una forma di panteismo.

L’esigenza di unità fra spirito e materia, fra sapere scientifico e sapere metafisico è comprensibile, ma Faggin, per evitare il dualismo cartesiano, finisce per negare la distinzione filosofica e cristiana di anima e corpo, materializzando la coscienza e per dissolvere l’io empirico nell’Io assoluto alla maniera dei panteisti idealisti tedeschi o di quelli indiani.

Ma nel contempo la cosa interessante è che Faggin in altri contesti non citati qui sembra lanciare una sfida ai fisici materialisti che vorrebbero spiegare l’origine della coscienza dal cervello e immaginano la possibilità di una macchina dotata di coscienza, tale da guidare l’uomo, senza capire che è l’uomo, costruttore della macchina – ed egli ne sa qualcosa -, che governa la macchina e non viceversa. 

 Immagine da Internet: Federico Faggin

16 febbraio, 2024

Una interpretazione modernista della Fiducia supplicans

 

Una interpretazione modernista della Fiducia supplicans

Ancora una volta tentano il colpo

Le edizioni San Paolo hanno pubblicato il testo della dichiarazione Fiducia supplicans con una introduzione di Don Giuliano Zanchi. Purtroppo con questo intervento siamo davanti all’ennesimo tentativo dei modernisti di utilizzare a loro favore gli insegnamenti della Chiesa.

Ho già spiegato a lungo sul mio blog come in realtà dev’essere interpretato il documento del Card. Fernandez, il quale, a differenza delle interpretazioni di modernisti e filolefevriani, i primi esultanti, i secondi sdegnati, non può essere assolutamente inteso nel senso di dare il minimo spazio di legittimità al peccato di adulterio e di sodomia, come se la dottrina della Chiesa avesse cambiato su questi punti fondamentali della morale. Vediamo brevemente in che cosa consiste questa interpretazione.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/una-interpretazione-modernista-della.html

 

 

L’interpretazione errata del sottofondo etico ed ecclesiologico della Dichiarazione è evidentemente difforme dai suoi veri intenti, dove si ribadisce il permanere dell’etica cristiana tradizionale, l’illiceità dei rapporti sessuali extramatrimoniali e si afferma che la benedizione ha lo scopo di aiutare la coppia in un cammino di penitenza, di conversione e di liberazione dai peccati.

Immagine da Internet

 

15 febbraio, 2024

Mediatori di pace - Quarta Parte (4/4)

 Mediatori di pace

Quarta Parte (4/4)
 
 Pregi e difetti del Concilio

 Ogni Concilio, grazie all’impulso dello Spirito Santo, fa avanzare la Chiesa sulle vie del regno di Dio, ma in quanto opera umana, contiene sempre limiti e difetti pastorali, i cui effetti negativi richiedono un nuovo Concilio che vi rimedi e così via fino alla fine del mondo. Il Vaticano II non fa eccezione. Esso certamente ha aperto un’epoca nuova, rimediando all’eccessiva severità che era stata avviata dal Concilio di Trento sia all’interno della Chiesa che nei confronti del mondo.

Per capire l’opera del Concilio nei suoi pregi e nei suoi difetti bisogna leggere i discorsi di San Giovanni XXIII in preparazione al Concilio o il famoso discorso inaugurale, che danno al Concilio la sua impostazione. Il pregio della pastorale di San Giovanni XXIII, che ha indotto a convocare il Concilio è stato l’aver capito che occorreva che la Chiesa assumesse i valori della modernità. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/mediatori-di-pace-quarta-parte-44.html

 

Tutti i riformatori della tradizione cristiana, compreso lo stesso Lutero, sulla via dei profeti veterotestamentari, hanno sempre inserito nella loro predicazione la minaccia dei castighi divini. Infatti, se qualcuno ci fa una calorosa esortazione a fare certe cose, ma non ci avverte delle conseguenze negative del non farle, crediamo che si tratti di cose puramente facoltative, che se non le facciamo non succede niente. Così per molti è stato il messaggio conciliare: belle proposte; ma poi preferisco regolarmi diversamente. Per i modernisti il Concilio ci presenta un Dio misericordioso che non castiga nessuno. Per i lefevriani il castigo divino incombe su chi accetta il Concilio. 
 
Il Papa pensò, in parte illudendosi, che sarebbe bastato nei confronti del mondo moderno un atteggiamento di benevolenza e di esortazione per poterlo persuadere. È qui che vediamo il punto debole della pastorale del Concilio, non nella dottrina, che è ottima, checché ne pensino i lefevriani.

Chi vede nella modernità solo decadenza e prevaricazioni certamente sbaglia. Tuttavia è vero che abbiamo bisogno di convertirci e di recuperare i valori dimenticati.

Benedetto XVI è stato l’unico Papa del postconcilio che parlando ai lefevriani espresse critiche al Concilio, facendo loro presente che se volevano essere in comunione con la Chiesa, dovevano accettare le dottrine nuove del Concilio, ma che nel contempo era lecito «discutere la parte pastorale».

Affermazione della massima importanza perché finalmente, dopo quasi cinquant’anni dalla fine del Concilio giungeva un riconoscimento sommamente autorevole di una certa posizione critica che si manifestò sin dall’immediato postconcilio non riguardo alle dottrine, ma all’impostazione pastorale.

Immagini da Internet:
- I Cavalieri dell'Apocalisse, Miniatura (970 circa)
- La Donna dell’Apocalisse, di Rubens

13 febbraio, 2024

Mediatori di pace - Terza Parte (3/4)

 

 Mediatori di pace

Terza Parte (3/4)
 
 Terza parte.

I dati da tenere presenti per la soluzione del problema

 Che cosa è il modernismo

Vediamo adesso come si configurano i due schieramenti contrapposti. Cominciamo dai modernisti. Come è noto, fu chiamato «modernismo» da San Pio X il vasto complesso di dottrine ereticali che ebbe vita ai tempi del Santo Pontefice, mentre gli stessi esponenti di questo movimento designarono se stessi con questo termine, naturalmente in tono di vanto e in un senso positivo, come di cattolici che intendevano ammodernare la cultura cattolica tenendo conto delle conquiste culturali dei tempi moderni.

San Pio X vide invece nel modernismo niente più che un cumulo di errori, «la somma di tutte le eresie», senza riconoscere in esso alcunché di positivo, sulla base di una generale condanna della «filosofia moderna». Il rimedio proposto dal Papa era il puro e semplice ritorno a San Tommaso e alla teologia scolastica, senza accennare per niente a una possibile assunzione critica dei valori della modernità. 
 
Continua a leggere:
 

Alla radice prima del conflitto che oggi travaglia la Chiesa fra indietristi e modernisti sta in una questione di fondo metafisica che li coinvolge entrambi: il problema di come accordare il mutevole con l’immutabile, l’essere col divenire, l’essere con l’agire, la fedeltà al passato e la proiezione verso il futuro.

Chi nell’ente diveniente ha visto giusto ed è stato capace di dirci come essere e divenire, come stasi e moto, come mutevole e immutabile si concilino nell’unico ente, dando a ciascuno dei due componenti il suo, è stato Aristotele.

Per Aristotele l’ente vivente corporeo ha una sua identità propria, ha un’essenza e proprietà specifiche e individuali, ha una materia e una forma, è composto di sostanza e accidenti, ha un essere e un agire, accoppia in sé l’immutabilità dell’essenza col dinamismo dell’agire, è nello spazio e nel tempo, si sviluppa e progredisce, pur mantenendo intatta la sua identità.

Con la Chiesa siamo davanti ad una sostanza vivente, a una mistica persona, il corpo mistico di Cristo, come insegna San Paolo, benché composta di persone, il popolo di Dio o comunità cristiana. E come un corpo ha molte membra, così noi siamo membra di questo corpo, parti integranti di questa persona mistica.

La Chiesa è una comunità umana che cresce, si sviluppa, si rinnova, progredisce nella storia. Occorre aver ben chiara la sua essenza. Non muta la sua essenza. Mutano le sue forme storiche.

La Chiesa ancor oggi raccomanda San Tommaso, sapiente utilizzatore in chiave cattolica del pensiero di Aristotele, perché Tommaso, Dottore Comune della Chiesa, è impareggiabile nel porre termine alle controversie, nel creare accordi fra avversari, nella promozione del dialogo fra posizioni avverse, nel giocare come fattore di mediazione nei contrasti dottrinali, che sono fonti di discordie fra l’eternalismo e la rivoluzione, fra opposti estremismi.

Immagini da Internet:
- La Madonna del cucito, Quirinale
- Maria, Madre della Chiesa, Subiaco (Roma)

11 febbraio, 2024

Mediatori di pace - Seconda Parte (2/4)

 Mediatori di pace

Seconda Parte (2/4)

 Seconda parte. Come risolvere il problema

Che cosa occorre al mediatore di pace

per essere costruttore di pace

L’etica cristiana ha tra i principali suoi obbiettivi l’edificazione della pace e della riconciliazione: dell’uomo con Dio e degli uomini fra loro. Per ottenere questo scopo il cristiano deve sconfiggere i nemici della pace: la falsità, il peccato, la malizia, la carne, il mondo e Satana. Se il cristiano facesse pace con questi nemici non sarebbe vero amico della pace, ma una persona doppia e disonesta. Non si può stare ad un tempo con Cristo e con Satana. Non si può adorare ad un tempo Dio e il mondo.

La pace è dunque sì frutto del dialogo, della discussione, della trattativa, della mitezza, della dolcezza, della carità, della pazienza, del sacrificio, della giustizia, della misericordia, e del buon esempio, ma è anche effetto della vittoria e dell’assoggettamento dei nemici della pace, affinchè cessino di disturbare e dividere i pacifici mettendoli gli uni contro gli altri.

La pace per la Scrittura è in ultima istanza un dono messianico, è la condizione escatologica del cristiano al di là dei conflitti e delle miserie della presente vita morale, sofferente delle conseguenze divisive del peccato originale, benchè fin da ora sia possibile e doveroso iniziare nella Chiesa l’edificazione della pace escatologica. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/mediatori-di-pace-prima-parte-24.html


Dialettica ed analettica sono due opposti modi di pensare e di procedere nel pensare basati su due opposte concezioni dell’essere. La dialettica si basa su di una concezione univoco-equivoca dell’essere. Essa concepisce l’unità e l’identità come univoca e il molteplice-diverso come equivoco, in modo tale che per distinguere e diversificare, separa e contrappone; e non sa unire; e invece di unire, confonde. Ne risulta che il falso e il male non è che il diverso. Mentre il diverso è il falso, il male, il nemico, l’odioso da eliminare ed escludere.

L’etica che nasce da questa orribile concezione dell’essere non può che essere l’etica della violenza, e quindi della distruzione dell’altro, un’etica che esclude l’altro per principio, proprio in quanto altro, e include ciò che dovrebbe essere escluso ed evitato, ossia il falso, il male, legittimando il peccato.

Come invece funziona l’analettica? Che cosa è l’analettica? È il ragionare analogico o per analogia, in base all’analogia dell’essere. Questo concepire e questo ragionare sa cogliere nella Chiesa l’unità nella varietà o nella molteplicità. Sa che cosa non muta e che cosa può mutare. Distingue l’universale dal particolare, il necessario dal contingente, l’essenziale dall’accessorio.

Immagini da Internete:
- La lettrice, Jean-Honoré Fragonard, 1776, Washington
- Aracne (o La Dialettica), 1575-77, Il Veronese, Venezia

09 febbraio, 2024

Ulteriori chiarimenti sulla materia e la forma dei Sacramenti

 

Ulteriori chiarimenti sulla materia e la forma dei Sacramenti

Ritengo utile ripubblicare questo dialogo tra Aristotele, la Materia e la Forma, perché qui il Lettore può trovare il punto di partenza ontologico e cosmologico al quale il dogma ecclesiastico della composizione del Sacramento di materia e forma fa riferimento per la concezione di materia e forma propria della realtà sacramentale.

Che cosa intendo dire? Come ho già spiegato ai Lettori, che mi hanno interpellato sulla distinzione tra materia e forma fatta dal Card. Fernandez, la nozione di materia e forma in Liturgia ha un significato traslato rispetto al significato ontologico che materia e forma hanno nella filosofia di Aristotele.

Infatti, nella materia del Sacramento c’è effettivamente qualche cosa di materiale, anche se non si tratta della materia prima, della quale parla Aristotele, ma è una materia già formata, una materia seconda, una sostanza come per esempio l’acqua, il pane, il vino, l’olio, la persona umana. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/ulteriori-chiarimenti-sulla-materia-e.html

"E' necessaria la formazione liturgica, cioè alla liturgia e dalla liturgia, sulla quale state riflettendo in questi giorni. Non si tratta di una specializzazione per pochi esperti, ma di una disposizione interiore di tutto il popolo di Dio. Ciò naturalmente non esclude che vi sia una priorità nella formazione di coloro che, in forza del sacramento dell’Ordine, sono chiamati ad essere mistagoghi, cioè a prendere per mano e accompagnare i fedeli nella conoscenza dei santi misteri. Vi incoraggio a proseguire in questo vostro impegno affinché i pastori sappiano condurre il popolo al buon pascolo della celebrazione liturgica, dove l’annuncio di Cristo morto e risorto diventa esperienza concreta della sua presenza che trasforma la vita." Papa Francesco  - Roma, 8.2.24

Da: DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI PARTECIPANTI ALLA PLENARIA DEL DICASTERO PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI - Sala Clementina - Giovedì, 8 febbraio 2024
https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2024/february/documents/20240208-plenaria-culto-divino.html

07 febbraio, 2024

Mediatori di pace - Prima Parte (1/4)

 

 Mediatori di pace

 Prima Parte (1/4)

Diamoci alle opere della pace

Rm 14,19

Prima parte. Il problema

  La posizione del problema

 Tutti avvertiamo oggi che noi cattolici siamo profondamente divisi tra di noi in una forma nuova, mai accaduta finora nella Chiesa. Non occorre aver l’amore per la Chiesa di una Santa Caterina da Siena per accorgersi con dolore e sconcerto che stiamo vivendo  un momento drammatico, nel quale gli scandali, le stranezze, i cattivi esempi e le polemiche, si succedono quotidianamente gli uni gli altri in un turbinoso accavallamento che sembra non aver fine.

Un fatto eclatante che nessuno che abbia gli occhi aperti e amore per la Chiesa può negare è che questo turbamento, questo sconvolgimento, questa agitazione, questa confusione, questa conflittualità, questa sciagurata opposizione indietristi-modernisti sono sorti immediatamente dopo il Concilio. Si pensi solo al famoso ’68. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/mediatori-di-pace-prima-parte-14.html

Gli osservatori acuti ed imparziali come Maritain, si accorsero subito del sorgere di due partiti contrapposti: i lefevriani e i modernisti, che molta stampa già influenzata dai modernisti chiamava rispettivamente con gli eufemismi di «conservatori» o «tradizionalisti» (in senso spregiativo) e «progressisti» (erano loro, la vera Chiesa).

Ma il Card. Ottaviani, Pro-Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, già il 24 luglio del 1966, con lucidissima analisi della situazione, inviava ai Vescovi un elenco di 10 errori modernistici come falsa interpretazione delle dottrine del Concilio, errori che si ritroveranno successivamente in documenti come il Catechismo Olandese e il Corso fondamentale sulla fede di Rahner, tuttora influenti nel panorama della teologia attuale.

 

Oggi accade che quella che dovrebbe essere una normale costruttiva dialettica tra il fattore di stabilità e quello di riforma, presente in ogni società, ha assunto una forma patologica, traumatica, febbricitante e lacerante.

In questi sessant’anni si è progressivamente scavato un solco tra le due parti che sembra sempre meno valicabile, benchè tradizione e progresso, conservazione e riforma sarebbero fatti di per sé per combinarsi assieme e completarsi reciprocamente.

Una domanda che ci poniamo è: come mai ad un Concilio, il cui nome stesso dice amore, conciliazione e pace ha potuto seguire la divisione, l’odio e la guerra? Un motivo che certo non è una vera causa o spiegazione, ma può esser considerato un’occasione che ha dato spazio all’intervento del diabolos, del divisore, è il fatto che questo Concilio è stato diverso da tutti gli altri.

Ma se vogliamo chiarire fino in fondo il problema di che cosa è stato e cosa ha voluto fare il Concilio, dobbiamo dire che, per la prima volta nella storia dei Concili, esso non è stato un Concilio di riforma, ma un Concilio profetico.

Non si tratta più tanto di ritornare a un passato perduto, quanto piuttosto di progredire, muoversi ed avanzare verso nuove vie per un futuro noto nelle sue grandi linee dal dato rivelato apocalittico e profetico, e nel contempo carico di mistero, che ci sarà rivelato quando giungeremo alla meta per adesso solo pregustata e oggetto della speranza.  Ecco il tipico progressismo del Concilio.

Immagini da Internet:
- Card. Ottaviani
- Papa Francesco I

06 febbraio, 2024

Materia e forma dei Sacramenti

 

Materia e forma dei Sacramenti

 

Il Card. Fernandez ha pubblicato il 2 febbraio scorso l’importante  

NOTA GESTIS VERBISQUE SULLA VALIDITÁ DEI SACRAMENTI*.

* https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_ddf_doc_20240202_gestis-verbisque_it.html

 

La cosa interessante da notare in questo Documento è il ritorno dei due termini tradizionali materia e forma del Sacramento, dove la materia è un qualche cosa di materiale, per esempio la coppia uomo e donna nel Matrimonio, l’uomo maschio nell’Ordine, l’acqua nel Battesimo, il pane e il vino nell’Eucarestia.

Invece la cosiddetta forma è una formula verbale rituale fissa ed immutabile, che si chiama forma in quanto in filosofia la forma rappresenta un qualche cosa di spirituale o di intenzionale, che dà forma alla materia e normalmente viene espressa nella parola o nel linguaggio.

Questi due termini sono presenti nel Catechismo di San Pio X. Viceversa nell’attuale Catechismo essi sono assenti. Al loro posto troviamo l’aggettivo “essenziale”. A che cosa si riferisce il Catechismo? Evidentemente a quella che è l’essenza o sostanza del Sacramento, sostanza che è stata istituita da Nostro Signore Gesù Cristo, come afferma il Concilio di Trento.

Il termine sostanza deriva indubbiamente dalla filosofia di Aristotele e si riferisce a un composto di due elementi che sono la materia e la forma. In Aristotele questi due elementi hanno un carattere ontologico-cosmologico, così come noi diciamo che una cosa materiale è composta di materia e forma.

Ora, il Sacramento non è una sostanza naturale, ma è un composto artificiale, per cui la Chiesa usa i due termini materia e forma in un senso traslato, come per esempio si parla di materia di studio, dove materia rappresenta un complesso di cose o una cosa materiale o una persona, come per esempio il penitente, il cresimando, il malato, l’acqua, il pane, il vino e l’olio, sulle quali viene pronunciata la formula rituale.

Potremmo chiederci per quale motivo il Documento rimette in auge la distinzione che troviamo nel Catechismo di San Pio X. A mio avviso la risposta da dare è che la distinzione tra materia e forma ci dice con maggior chiarezza qual è l’essenza o sostanza del Sacramento tale da assicurarne la validità, perché, ha notato il Card. Fernandez, purtroppo c’è da constatare che in molti casi certi Sacramenti sono amministrati invalidamente.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 6 febbraio 2024

*******

CCC Catechismo della Chiesa Cattolica:  

https://www.vatican.va/archive/catechism_it/index_it.htm

Catechismo di San Pio X:

http://www.parrocchiabrugnetto.it/catpiox.htm

 



02 febbraio, 2024

Trattato sugli Atti umani - P. Tomas Tyn - Lezione 7 (2/2)

 

 Trattato sugli Atti umani

P. Tomas Tyn

Lezione 7 (Parte 2/2)

P.Tomas Tyn, OP - Corso “Atti Umani” - AA.1986-1987 - Lezione n. 16 (A-B)

Bologna, 10 marzo 1987

http://www.arpato.org/corso_attiumani.htm

Dopo avere studiato le fonti della moralità nella complessità dell’atto umano, di quell’atto che è nella sua unità e interiore ed esterno, vi ricordo sempre come S.Tommaso distingue sempre secundum rationem, la dualità dell’atto interno ed esterno. In fondo sono un unico atto, uno nell’essere morale, di per sé uno nell’essere morale. Però è bene analizzare separatamente l’aspetto di interiorità e di esteriorità. E’ certo che non c’è un atto esterno senza un atto interiore; c’è però un atto interiore senza un atto esterno.

Per esempio, dare esteriormente l’elemosina non è mai senza una certa disposizione interiore, o caritatevole o farisaica, ma in ogni caso una certa disposizione interiore ci dev’essere. Invece amare Dio è solo un atto interiore. Nessuno lo vede, nessuno lo sa, e però è un atto interiore. Quindi, insomma, ci possono essere degli atti interiori senza un aspetto esterno. Ma non c’è atto esterno ovviamente senza un aspetto interno, da cui procede. E ovviamente la parte determinante dell’atto umano è la parte interiore.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/trattato-sugli-atti-umani-p-tomas-tyn_2.html

 

Se io penso che una cosa buona sia cattiva e agisco contro coscienza, agisco secondo verità, ma contro coscienza, per cui io certamente sbaglio. Per esempio, - adesso questi sono esempi veramente estremi, -, ma, mettiamo un persecutore dei cristiani, il quale è convinto che il cristianesimo è un delitto contro la sicurezza pubblica, se non perseguita i cristiani, si mette in stato di peccato. Anche se oggettivamente fa bene, lo fa per accidens, ma moralmente fa male, perché agisce appunto contro la presentazione dell’oggetto. L’oggetto gli è presentato come cattivo e lui agisce sottoposto a una coscienza di fare del male, anche se di fatto materialmente fa del bene.

S.Tommaso fa un altro esempio, molto moderno quello quanto alla coscienza errata. E’ l’esempio dell’adulterio. In fondo certamente l’adulterio è una cosa cattiva, sbagliata. Però, se uno avesse una coscienza errante, che gli presenta l’adulterio come uno stile di vita. Come, ahimè, al giorno di oggi succede! Veda lo stile dei mass-media, o meglio, non veda la stile mass-media.


Ad ogni modo, uno ne fa proprio uno stile di vita, come succede appunto largamente, a questo punto, se la coscienza gli dice: tu, figliolo, non devi privarti; se te ne privi, guai a te! Quante ce ne sono di queste capziose argomentazioni! Diventerai malato, eccetera, e via dicendo. E’ inutile che insistiamo sull’argomento. Ebbene, insomma, se la mia coscienza in qualche modo comprende l’astinenza sessuale, che di fatto è buona, come un qualche cosa di cattivo, se uno si astiene, facendo materialmente del bene, formalmente, moralmente farà del male.

Ma ovviamente ci sono veramente delle cose piuttosto notevoli, che S.Tommaso qui dice. Perciò io capisco un po’ lo scrupolo di quei moralisti che accuratamente distinguevano tra materia indifferente, dove l’errore era ammesso, e materia moralmente qualificata. S.Tommaso ha veramente un notevole coraggio nel dire che, se la volontà si scosta dalla coscienza errante, non è mai volontà buona.

Quindi, una volontà che non sottostà al modo in cui le è presentato l’oggetto, è una volontà sempre comunque cattiva. Però, non basta. Questo è importante. Se infatti la volontà non sottostante alla coscienza errante, è sempre cattiva, non è detto che la volontà, per il solo fatto di conformarsi alla coscienza errante, sia buona. E’ questo che è curioso. E’ severo il nostro Amico. Sembrerebbe essere molto di larga manica, ma in fondo è severo.


Immagini: P. Tomas Tyn:
- nel chiostro del convento di Bologna;
- nel parlatorio del convento di Bologna, ottobre 1989, foto di Roberta Ricci

31 gennaio, 2024

Trattato sugli Atti umani - P. Tomas Tyn - Lezione 7 (1/2)

 

 Trattato sugli Atti umani

P. Tomas Tyn

Lezione 7 (Parte 1/2)

P.Tomas Tyn, OP - Corso “Atti Umani” - AA.1986-1987 - Lezione n. 16 (A-B)

Bologna, 10 marzo 1987

http://www.arpato.org/corso_attiumani.htm

Se vi ricordate bene, siamo sempre ancora nella quaestio 18, della I-II, una questione, non mi stancherò mai di ripeterlo, estremamente importante, perchè fonda la obbiettività della norma morale. Abbiamo visto le fontes moralitatis.

L’ultima volta abbiamo parlato, se vi ricordate, nell’articolo settimo, del rapporto che esiste tra il fine e l’oggetto. Abbiamo detto, con S.Tommaso, che là dove c’è un nesso tra il fine prossimo e il fine remoto, ebbene, la moralità che scaturisce dal fine remoto, dal fine dell’operante, è quasi generica rispetto alla moralità più particolare, che scaturisce dal fine dell’opera. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/trattato-sugli-atti-umani-p-tomas-tyn_31.html

 
 

Notate che a prima vista ogni buon moralista sarà portato a dire che un atto umano, un vero e proprio atto umano, indifferente, non ci può essere, per la ragione che abbiamo già detto, cioè che c’è una certa esigenza, una profonda esigenza, radicata nella stessa essenza dell’atto umano, in quanto è umano, cioè in quanto procedente dalla volontà deliberata, un’esigenza proprio in qualche modo connessa essenzialmente per se con la libertà dell’atto, e cioè l’esigenza di sottostare, di rapportarsi in un rapporto di obbedienza, di conformità, e di sottomissione, alla norma della legge morale.

Vale a dire che l’uomo, nell’atto umano, ha il dovere di autodeterminarsi secondo le determinazioni della verità del suo essere. Nella vita morale in qualche modo noi liberamente ci autodeterminiamo a quel bene al quale già siamo determinati metafisicamente.


Quindi, agire moralmente significa agire secondo le esigenze della ragione, di quella ragione che ci rivela l’obiettiva verità del nostro essere umano, delle finalità insite nella natura umana. Insomma la ragione in qualche modo ci rivela i contenuti della legge naturale. Questi contenuti sono imprescindibili, sono dati, non sono qualche cosa di fattibile. Quei contenuti ci sono dati una volta per sempre, checché ne dicano i nostri storicisti.

Quindi, in qualche modo, in ogni atto libero, la libertà stessa dell’atto esige per natura sua di riprodurre nella sua libertà ciò che è la determinazione dell’altra libertà, cioè della libertà creatrice, la liberà che ha determinato una volta per tutte la verità del mio essere umano nella sua essenza e nella sua natura, cioè nelle sue finalità basilari.

S.Tommaso dice in sostanza che certamente non c’è un’opzione fondamentale fatta una volta per tutte. Ma, all’inizio dell’agire umano, all’inizio dell’agire morale, nella presa di coscienza di sé, nel primo atto che l’uomo pone, questo ordine al fine ultimo dev’essere in qualche modo instaurato, c’è una certa esigenza, mentre negli atti successivi agisce l’ordine al fine ultimo.

E lo stesso fatto di non instaurarlo è già un disordine morale. E quindi lo stesso fatto di fermarsi a livello di fini intermedi, là dove c’è una esplicita esigenza di deliberare su tutta la vita e di ordinarla tutta in radice, questa assenza dell’ordine globale è già un che di deteriore. Così anche nella concretezza dell’atto umano c’è sempre questa esigenza di ordinare, anche cose banalissime, ordinarle almeno a qualche fine sensato. E così in individuo l’atto umano non potrà che essere o buono o cattivo. 

 

 

Immagini: Padre Tomas Tyn, Parrocchia San Giacomo fuori le Mura, Bologna