03 agosto, 2026

Non uccidere - Dio libera Israele dal giogo del Faraone - Prima Parte (1/4)

 

Non uccidere

Dio libera Israele dal giogo del Faraone

Prima Parte (1/4)

Dicono: pace! E pace non c’è

Ez 3,10


C’è qualcosa che non funziona

Da diversi anni tutti i giorni i media invocano la pace, si fanno continuamente manifestazioni e fiaccolate per la pace, si prega per la pace, ma non si chiarisce mai che cosa è la pace. Oppure, s’intuisce che cosa i buonisti, i maggiori protagonisti di queste manifestazioni, intendono con questa parola; essi intendono una società dove tutti si vogliono bene e vanno d’accordo.

Certamente la pace è un ideale stupendo. Esso corrisponde alla visione apocalittica della Gerusalemme celeste. Ma il fatto è che per adesso siamo ancora su questa terra, dove permangono le conseguenze del peccato originale, che ci obbligano, per ottenere e mantenere, per quanto è possibile, la pace, a severe misure d’emergenza, tra le quali le operazioni militari. Per questo, quaggiù la pace, sempre imperfetta e in pericolo,  spesso si ottiene solo con la vittoria militare sul nemico, s’intende nemico della pace, anche se a parole parla di pace, come pure facevano Mussolini, Hitler e Stalin.

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Col peccato originale viene in piena luce un concetto che nella Scrittura ha un’enorme importanza; il concetto del «nemico». ... La Bibbia non proibisce di uccidere coloro che ci vogliono uccidere, soprattutto se non ci sono in gioco i nostri interessi personali, ma il bene della nazione e della patria. 

La morte con la quale viene punita la prima Coppia è ad un tempo la morte fisica e spirituale. Per morte spirituale ovviamente non intendo la morte ontologica dell’anima, cosa impossibile, data la sua immortalità essenziale, ma intendo la perdita della grazia e della giustizia originali, con la conseguente insopprimibile tendenza a peccare, chiamata «concupiscenza», che dura per tutta la vita terrena.

Tuttavia la Coppia primitiva, uscita dall’Eden ed entrata in questo mondo, fu perdonata da Dio, come risulta indirettamente da alcuni segni della divina misericordia: l’annuncio al serpente che avrebbe posto inimicizia tra lui e la donna, tra la sua stirpe e la stirpe della donna, che gli avrebbe schiacciato la testa (vedi Gen 3,15) e la premura di Dio di fare per la Coppia «tuniche di pelli» (Gen 3,21) e di vestirla, simboli evidenti di un rivestimento di grazia. 


Si deve aggiungere che Adamo ed Eva furono raggiunti anche dalla grazia di Cristo, salvatrice di tutta l’umanità, grazia che pertanto ha avuto evidentemente un’efficacia retroattiva. In tal modo essi furono illuminati su di un senso nuovo e superiore del Quinto Comandamento, che da ora in poi non ci comanda solo di amare e promuovere la vita naturale, ma anche quella soprannaturale, ossia di procurarci anche la vita della grazia santificante, quella che Cristo chiama «vita eterna». Naturalmente in questo caso l’acquisto di questa vita divina non dipende dalle sole nostre forze, ma da queste forze in quanto mosse dalla stessa grazia, sicchè anche qui meritiamo la vita, ma il nostro stesso meritare è dono della grazia. Il Comandamento “Non uccidere” nella vita di grazia acquista un nuovo e superiore significato: non uccidere la vita di grazia col peccato.


 

immagini da Internet:
- Adamo ed Eva, mosaico, Duomo di Monreale
- Gesù Cristo, mosaicco, Duomo di Monreale

30 luglio, 2026

Sulla questione del castigo divino - Quarta Parte (4/4)

 

Sulla questione del castigo divino

Quarta Parte (4/4)

 

Lutero dalla disperazione alla spavalderia

La vicenda di Lutero riveste un’importanza enorme per il tema che c’interessa. Si può dire che la questione del castigo divino e dell’ira divina siano il nodo e il perno centrale attorno al quale ruota tutta la vita di Lutero. L’iniziale terrore del castigo divino e la convinzione di non poter liberarsi dalla colpa, divenuti insopportabili, suscitarono in Lutero, nella famosa «esperienza della torre» del 1515 o 1516, l’improvvisa certezza della propria predestinazione in base ad una supposta apparizione di Cristo che gli prometteva la salvezza, purchè credesse in questa promessa, senza preoccuparsi dei propri peccati.

Come nella dialettica hegeliana il negativo è la molla che fa scattare il processo dialettico, così per Lutero la sua esperienza traumatica giovanile dell’ira divina, fu la miccia che provocò l’esplosione della sua vulcanica personalità con la sua caratteristica spavalda certezza della sua predestinazione. Lutero cacciò il terrore dell’inferno con una tale violenza da cadere nel difetto opposto di una ostinata sicumera di essere salvato, che costituì in realtà la vera occasione di perdere la propria anima, salvo che Dio abbia veramente avuto pietà di lui.

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Lutero non ha capito che la vera pace della coscienza e la salvezza nascono da un incontro amorevole fra due persone, un equilibrio fra due libertà: quella umana e quella divina.

Non ci si accorge che il fantasma della crudeltà si nasconde dietro l’eccesso di indulgenza, perchè i malfattori si credono scusati e ne approfittano per aumentare la loro malvagità.

Il Concilio di Trento, pur condannando gli errori di Lutero, ha saputo riconoscere i punti dottrinali fondamentali nei quali Lutero ha mantenuto la verità cristiana.

Ad ogni modo, è giunto il momento, dopo cinque secoli di discussioni, e le indicazioni date dal Concilio di Trento e grazie all’ecumenismo promosso dal Concilio Vaticano II, di dare una valutazione complessiva aggiornata su Lutero riconoscendo i suoi meriti e i suoi torti. … Il Concilio di Trento fa notare a Lutero che egli confonde la concupiscenza, che è tendenza o inclinazione al peccato ma non ancora peccato, e per questo essa può stare assieme con la grazia, con l’atto o lo stato di peccato, che comporta l’assenza della grazia.

 

 

 

Il grande castigo escatologico è descritto nell’Apocalisse. Qui il piano divino prevede, come è noto, il trionfo finale descritto di Cristo alla guida dei giusti sulle potenze di Satana alla guida degli empi.

Lutero, a differenza dei buonisti di oggi, credeva a queste verità. Sapeva che ci sono i beati e ci sono i dannati. C’è il premio e c’è il castigo. Le sue ultime parole, raccolte da testimoni presenti al trapasso, non furono le parole spavalde del Lutero certo di salvarsi, ma furono parole ispirate ad umiltà, furono parole di supplica a Dio e di abbandono nelle sue mani: «Siamo mendicanti, Wir sind Bettler». Una reminiscenza evidentemente agostiniana e, più in radice, un sentimento evangelico. 



Immagini da Internet:
- Particolari del Giudizio Universale, Michelangelo

27 luglio, 2026

Sulla questione del castigo divino - Terza Parte (3/4)

 

Sulla questione del castigo divino

Terza Parte (3/4)

 

Il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento

La Bibbia concepisce Dio sul modello di un sovrano sapiente e provvidente, che si prende cura del suo popolo educandolo a livelli sempre maggiori di virtù, promovendo il suo progresso morale e civile per condurlo a una sempre maggiore felicità.

Dio, in un primo tempo, sdegnato per la disobbedienza dei progenitori, decide di non lasciare per sempre l’umanità nelle condizioni di miseria che si meritava, ma in Cristo la risolleva da quella condizione e le offre uno stato glorioso di vita, quella dei figli di Dio, superiore a quello che ci sarebbe stato se Adamo non avesse peccato. Ecco perché la Chiesa canta paradossalmente: o felice colpa, che meritasti un simile redentore!

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L’etica evangelica è più delicata, più esigente e quindi più perfetta ed elevata di quella mosaica. 

 

Occorre che la Chiesa, guardandosi dal ripetere gli eccessi di severità del passato e mantenendo e sviluppando le conquiste dottrinali del Concilio e gli stessi lati buoni della sua pastorale, recuperi quanto di giusto c’è nella via giusta precedente.



 

Si tratta di una pastorale che necessita di tornare ad usare in pienezza il concetto biblico di Dio e della sua provvidenza a beneficio dell’uomo.

Occorre innanzitutto chiarire per sempre una buona volta, dando fine a nefasti equivoci, inutili e pretestuose polemiche e proteste, come verità di ragione e di fede, che il castigo divino non implica in Dio nessuna cattiveria o crudeltà o ingiustizia o mancanza di misericordia o accezione di persona o arbitrarismo volontarista o, peggio che peggio, predestinazione all’inferno, ma al contrario, è effetto di un atto della sua bontà e del suo amore ed è sempre attenuato dalla misericordia.

Immagini da Internet:
- Cristo e l'adultera, Galleria dell'Accademia di Venezia
- Scomunica di Federico II da parte di Gregorio IX, Giorgio Vasari, 1572 circa, Musei Vaticani, Sala Regia

25 luglio, 2026

Sulla questione del castigo divino - Seconda Parte (2/4)

 

Sulla questione del castigo divino

Seconda Parte (2/4)

 

Le pene post mortem

Infine c’è da dire che se Dio manda tribolazioni per purificarci, manda prove per renderci partecipi del sacrificio di Cristo, perché ci correggiamo dei nostri difetti, ci castiga nella vita presente per farci fare penitenza, ed estende questo castigo purificatore temporaneamente al di là della morte nel purgatorio, il castigo per eccellenza, castigo eterno puramente afflittivo, il castigo più severo è senza dubbio l’inferno.

San Giovanni della Croce distingue le purificazioni attive dalle purificazioni passive. Quelle attive sono le pratiche ascetiche della vita presente, come le pratiche penitenziali o le osservanze regolari della vita religiosa. Le purificazioni passive invece sono quelle che Dio stesso opera in noi e che quindi riceviamo da Dio stesso accettando da Lui, come Giobbe e soprattutto come Cristo, prove e tribolazioni. 

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Se oggi i regimi democratici si fanno un punto d’onore gestire carceri rispettosi della dignità umana, vorremo mai che Dio, creatore dell’uomo a sua immagine e somiglianza, si lasci superare in fatto di umanità dalla giustizia umana? Per questo San Tommaso nota che nell’inferno i dannati non sono puniti tanto quanto meriterebbero, così come i beati sono premiati più di quanto meriterebbero. Una cosa essenziale da ricordare, se vogliamo sapere veramente che cosa è l’inferno è che la misericordia divina è presente anche là. 
 
Inoltre c’è da notare che per la Bibbia esiste un nesso fra il peccato, il castigo e la morte. L’etica biblica è un’etica della vita, promotrice della vita e della vita eterna.  Dio comanda all’uomo ciò che lo fa vivere. Per conseguenza il disobbedire a Dio comporta la morte, ma morte non solo in senso fisico, ma anche in certo modo morte dell’anima. 
 
Peccato mortale non vuol dire quindi estinzione dell’anima, ma privazione dell’anima della sua vita di grazia. Per questo Cristo chiama «omicida» il demonio, perché, spingendo l’uomo a disobbedire a Dio, lo priva della vita, che è il vivere con Dio e di Dio.
 
Di fatto e curiosamente la parola «castigo» è una parola che oggi mette a disagio, per cui c’è la tendenza a non farne uso. Lo stesso Card. Ratzinger ebbe un giorno a riconoscere l’imbarazzo che provava ad usare questa parola. Il termine vicino a quello di castigo è quello di «punizione», usato tranquillamente nel linguaggio sportivo senza che crei alcun problema psicoemotivo. Altro termine vicino è quello di «sanzione penale» altrettanto tranquillamente usato dai magistrati senza particolari patemi d’animo. Ma non sono la stessa cosa. Non posseggono la carica semantica, i molteplici significati, la profondità di senso, l’orizzonte storico, il potere evocativo che proviene dalla parola castigo, non per nulla contenuta nei testi sacri delle religioni e in modo eccellente nella Scrittura.


Immagini da Internet:
- Giudizio Universale, Michelangelo
- Punizione, Francis William Edmonds

24 luglio, 2026

Sulla questione del castigo divino - Prima Parte (1/4)

 

Sulla questione del castigo divino

Prima Parte (1/4)

 

Linguaggio biblico e pastorale moderna

Un fatto noto a tutti è che i Papi del postconcilio hanno smesso di parlare di un insieme di attributi e di atti divini, che viceversa giocano un ruolo eminente nella Scrittura ed anche presso altre religioni, e che si potrebbero riassumere nel concetto di un Dio giusto giudice, adirato e vendicatore che castiga e fà giustizia punendo i malfattori con pene temporali purificatrici o correttive, ma anche con l’inferno, un Dio che manda pene anche agli innocenti, il Dio degli eserciti che combatte, sconfigge e castiga per mezzo dei giusti gli empi suoi nemici, un Dio che con la forza delle armi uccide i nemici dei giusti, libera gli oppressi dai tiranni e li vince in battaglia dando la vittoria al popolo che combatte in suo nome e con la sua forza.

La ricca tematica dei Salmi riguardante l’ira divina, i castighi, i rimproveri, le prove che il Signore ci manda, le sue minacce, tutto ciò è completamente ignorato, per cui soprattutto noi Religiosi, che recitiamo l’ufficio divino tutti i giorni, non possiamo non notare con disagio questo stridente contrasto. I Salmi non sono parola di Dio? Che cosa li recitiamo a fare? 

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Il tacere sulle punizioni divine non è senza conseguenze incresciose riguardo alla giustizia umana. Si cerca sì di sostenere il compito dello Stato di proteggere i cittadini dall’azione della malavita, si parla sì del compito della magistratura di far giustizia, si parla sì del dovere di difendere la causa dei poveri, ma si trascura di mettere in luce i fondamenti e le basi teologiche e bibliche dell’attività giudiziaria e del diritto penale. Sembra che le pene irrogate dai giudici civili nulla abbiano a che fare con la giustizia divina. Il giudice non è un esecutore della volontà divina, ma semplicemente un rappresentante del popolo o un funzionario dello Stato. 


Il castigo giudiziario è l’irrogazione della pena al reo a norma di legge da parte del giudice. In questo caso il trasgressore non viene immediatamente punito in forza dell’atto stesso compiuto, ma, siccome qui l’irrogazione della pena dipende dalla volontà del giudice divino, questi a sua discrezione può procrastinare la punizione ad altro momento, anche per dar tempo al peccatore di pentirsi e di riparare al peccato commesso. Qui abbiamo l’esempio della vicenda del ricco epulone, che non viene castigato subito di volta in volta, ma solo al termine della sua vita.

Immagini da Internet:
- Allegoria della giustizia, Paolo Veronese
- Giudizio Universale, Michelangelo 
 

22 luglio, 2026

La Messa valida e la Messa lecita

 

La Messa valida e la Messa lecita

 

La perenne questione del farisaismo

Ai tempi di Cristo lo spettacolo del fariseo che prega in piedi alla vista di tutti suscitava l’ammirazione della gente. Oggi il vedere un prete che dice la Messa interessa il 5% della popolazione. Ma il farisaismo, se con questo termine intendiamo l’arte di farsi ammirare basata sulla finzione, è oggi più che mai fiorente, miete un enorme successo, ed ha diverse forme. Esse sono fondamentalmente due: il lefevrismo e il modernismo. 

Restando nel campo della liturgia, il modernista suscita ammirazione per le stranezze e l’originalità delle sue invenzioni; il lefevriano suscita ammirazione per l’esecuzione esattissima delle rubriche della Messa di San Pio V, da lui considerata la «Messa di sempre» nel senso che la Messa nata dalla riforma promossa dal Concilio Vaticano II non è più la Messa di sempre, ma una Messa mutata, falsata e corrotta dal luteranesimo.

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Il cammino della Chiesa nella storia è simile ad una scolaresca che sta facendo sotto la guida della maestra una gita in un sentiero di montagna non privo di pericoli. 

Come sempre accade, c’è il grosso della scolaresca che cammina tranquillo, normalmente. Ma ci sono due gruppetti di ragazzi, uno che và troppo avanti col rischio di precipitare per la scarpata, e un altro che si ferma a parlottare, per cui resta indietro.

Immagine da Internet

 

19 luglio, 2026

Il diavolo e il peccato originale

 

Il diavolo e il peccato originale

 

Un lettore ha commentato il mio commento all’articolo della Prof.ssa Perroni con alcune considerazioni, alle quali ho ritenuto di rispondere, pensando con ciò di fare cosa utile per i Lettori. Questo è il testo dello Scrivente:

Come scrivo nel libro recente "Mi riprendo il vangelo" (pp. 80-81): "La Bibbia, in realtà, non attribuisce a Dio la precarietà, la sofferenza e la morte. Questi limiti vengono piuttosto collegati alla libertà umana e alla condizione creaturale. Non una colpa da espiare, ma un limite da abitare. Un limite che sentiamo stretto e che ci spinge ancora oggi a cercare un colpevole fuori di noi: Adamo, il diavolo o qualunque altra figura su cui proiettare la fatica dell’esistere».

Osservo che se Dio non commette il male di colpa, la sua giustizia irroga il male di pena. Così la coppia primitiva è stata punita con la morte per aver disobbedito a Dio col peccato originale. Certamente noi non espiamo la colpa del peccato originale, che ci viene cancellata dal battesimo. Dobbiamo invece espiare le nostre colpe personali. 

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 https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/il-diavolo-e-il-peccato-originale.html


Che abbiamo la tendenza a scaricare le nostre responsabilità su fattori diversi dalla nostra volontà, è vero, purchè però ciò non diventi il pretesto, come sembra fare lo Scrivente, per mettere in forse l’esistenza della spinta al male che viene dalle conseguenze del peccato originale e dal demonio.

Certo non possiamo dare a loro la colpa dei nostri peccati, però è vero che gli ostacoli al bene e le tentazioni al peccato che ci vengono da quelle due realtà possono provocare in noi delle attenuanti delle nostre colpe. Da qui il nostro dovere di ingaggiare una battaglia quotidiana per vincere queste forze e non essere vinti da esse.



Immagine da Internet: Adamo ed Eva, Hans Baldung detto Grien

17 luglio, 2026

Il serpente del Genesi è il diavolo?

 

Il serpente del Genesi è il diavolo?

 

La teologa Marinella Perroni ha pubblicato ne L’Osservatore Romano del 7 luglio scorso un articolo dal titolo Nella Genesi non c'è, alle origini di un equivoco il serpente, la donna e il frutto. E Satana?

La lettura di questo articolo mi ha enormemente sorpreso, perché ho notato subito i gravi errori che vi si trovano e che avrò cura di confutare nel corso di questo mio articolo.

La mia sorpresa è grande e, devo dire, anche la mia amarezza, perché questo articolo scandaloso è pubblicato addirittura in un quotidiano che se non riflette ufficialmente il Magistero pontificio, quanto meno dal 1850, data della sua nascita, ha come suo programma di rappresentare degnamente e diffondere mondo gli insegnamenti della Chiesa, opponendosi alle pubblicazioni, che danneggiano la fede e la Chiesa. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/il-serpente-del-genesi-e-il-diavolo.html

 

La Perroni in questa analisi non ha tutti i torti e giustamente vuole prendere le difese della dignità femminile. Ma è chiaro che non è questo il modo di sostenere la pari dignità personale dell’uomo e della donna, perché l’ignoranza dell’azione di satana nella nostra vita e di quelle che sono le conseguenze del peccato originale non solo non serve a questa finalità, ma certamente la contrasta e la falsifica.

 

 

Immagine da Internet: 
Adamo ed Eva tentati dal serpente, Miniatore inglese (1460 c.), Londra
 
 

16 luglio, 2026

Attualità di Schillebeeckx - Corso di Cristologia A.A. 1998/1999 - Parte Terza (3/5)

 

Attualità di Schillebeeckx

Corso di Cristologia A.A. 1998/1999

Parte Terza (3/5)

 

Ritengo che la Cristologia di Schillebeeckx, che ha avuto larga diffusione nel periodo postconciliare, continui ad influenzare la cristologia contemporanea per il fatto che non ci sono stati interventi importanti del Magistero e dei teologi cattolici finalizzati a mettere in evidenza la tendenza ariana della cristologia di Schillebeeckx.

Per questo ho pensato di offrire ai Lettori il Corso sulla Cristologia di Schillebeeckx che tenni allo Studio Teologico Domenicano di Bologna nell’A.A. 1998/1999.

 

Padre Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 25 maggio 2026

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 Prima Parte del Corso:

-  Cap. I:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/2026/05/attualita-di-schillebeeckx-corso-di.html

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/attualita-di-schillebeeckx.html

- Cap. II

https://padrecavalcoli.blogspot.com/2026/05/attualita-di-schillebeeckx-corso-di_01563192906.html

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/attualita-di-schillebeeckx-corso-di.html






Immagine da Internet:

Gesù Cristo, Ultima Cena, Leonardo, Milano 







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LA CRISTOLOGIA DI SCHILLEBEEGKX

Parte Terza (3/5)

 

Capitolo III - Sottotitoli:- nn. 134 – 148

 Capitolo IV - Sottotitoli: 1-2-3 - nn. 149 - 176

 Pag. 45 – 58 testo originale dattiloscritto di Cavalcoli:

Cf. https://www.arpato.org/studi.htm n. 36:  https://www.arpato.org/testi/studi/Cavalcoli_Schillebeeckx_1998.pdf

 

 CAP. III - GESU’, PROFETA ESCATOLOGICO

 

134. In Schillebeeckx è vivo il problema di determinare l’identità di Gesù, il senso profondo e sostanziale della sua persona e del suo messag­gio secondo categorie che da una parte siano adatte e comprensibili per il nostro tempo e dall’altra riflettano veramente la realtà di Gesù colta nell’esperienza (atematica) di fede. Inoltre, queste categorie devono essere confermate dall’analisi storico-critica della figura di Gesù. Nel­l’applicazione di questo metodo e di questi criteri, lo Schillebeeckx ritiene che l’attributo essenziale da dare oggi a Gesù sia quello di “profeta escatologico”, mediatore della piena rivelazione del Padre e della salvezza per tutto il mondo.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/attualita-di-schillebeeckx-corso-di_0627829277.html

 

15 luglio, 2026

II Dio di Giuseppe Barzaghi. È anche il Dio di Avvenire?

 

II Dio di Giuseppe Barzaghi

È anche il Dio di Avvenire?

 

Un interessante rapporto fra Dio e la grammatica

Avvenire del 7 luglio scorso ospita a p.20 un’intervista di Andrea Galli a Padre Giuseppe Barzaghi dal titolo: «Dio si nasconde nella grammatica». Galli ha preso occasione dell’intervista dalla recente pubblicazione del libro di Barzaghi Filosofia della grammatica. Dai nomi alle cose e dalle cose a nomi per le Edizioni Studio Domenicano di Bologna.

 Il Padre Barzaghi in questa intervista dice molte cose giuste e profonde. È molto suggestiva l’idea che Dio possa nascondersi dietro gli umili segni della grammatica,  questa simbologia che regola l’uso di una data lingua, e che tutti siamo tenuti ad imparare se vogliamo comunicare con gli altri. Essa è un mezzo di comunicazione fra uomini di qualunque idea, religione e cultura, anche tra credenti ed atei. La grammatica in tal modo è un potente strumento di comunione universale all’interno di una data area linguistica. 

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https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/ii-dio-di-giuseppe-barzaghi-e-anche-il.html


Il predicato dell’essere possiede comunemente un predicato nominale, per es. io sono un uomo, il sole è caldo, l’uomo è una persona. Per questo comunemente l’essere è la copula del giudizio, non significa da solo, ma, come dice Tommaso al seguito di Aristotele, "consignifica" unendo soggetto e predicato.

Immagine da Internet

09 luglio, 2026

Mons. Pozzo a proposito delle ordinazioni lefevriane.

 

Mons. Pozzo a proposito delle ordinazioni lefevriane.

 

Presento una intervista a Mons. Pozzo, ex segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, per il dialogo con i lefevriani, pubblicata da La Nuova Bussola Quotidiana il 7 luglio scorso, Mons. Pozzo: nel 2018 fu la Fraternità a rifiutare l’accordo, di Stefano Chiappalone.

Riporto alcuni brani tratti da questa intervista:

https://lanuovabq.it/it/mons-pozzo-nel-2018-fu-la-fraternita-a-rifiutare-laccordo?

In essa il lettore potrà trovare utili chiarimenti circa questa drammatica vicenda, che impegna noi tutti cattolici a cercare più che mai la concordia tra di noi nella comunione al Vicario di Cristo.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/mons-pozzo-proposito-delle-ordinazioni.html


  

La comunione con il Romano Pontefice è la condizione assolutamente necessaria per essere membro della Chiesa cattolica. Ciò vale a maggior ragione per il sacerdozio cattolico.

 

Immagine da Internet: Mons. Guido Pozzo

08 luglio, 2026

Il significato del martirio di Santa Maria Goretti

 

Il significato del martirio di Santa Maria Goretti

 

Maria Goretti è un modello per la donna?

Tre teologhe tedesche hanno recentemente commentato il gesto di Santa Maria Goretti, che accettò di essere uccisa pur di non peccare contro la castità.

Secondo queste teologhe il gesto di Maria non sarebbe da portare ad esempio, ma al contrario sarebbe tale da supporre una concezione della donna irrispettosa della sua dignità.

Siccome gli argomenti di queste teologhe possono presentare una apparente persuasività, ho pensato di rispondere punto per punto a quello che scrivono. Uso un testo tradotto da Google dal tedesco.

Continua a leggere:  

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/il-significato-del-martirio-di-santa.html 


Tengo a precisare che la Chiesa da sempre, seguendo il Vangelo, ha insegnato ai suoi fedeli a preferire la morte piuttosto di commettere un peccato mortale, si tratti o non si tratti castità, come per esempio l’idolatria, l’obbedienza a un comando ingiusto oppure l’abiura alla propria fede per abbracciare un’altra fede. Per questo il riferimento a Pio XII è fuori luogo.

A proposito di questo grande Papa vorrei ricordare che suo merito storico è quello di essere stato il primo Papa a riconoscere ufficialmente la pari dignità personale dell’uomo e della donna e la loro reciproca complementarità come voluta da Dio nel piano originario della creazione. Tutto il pontificato di Pio XII, dal 1939 al 1958, è segnato da periodici interventi ufficiali dedicati a trattare questo tema.

 

Immagine da Internet: Maria Goretti, 1902 


05 luglio, 2026

Un concetto modernista di Tradizione

 

Un concetto modernista di Tradizione

Avvenire colpisce ancora

Il giorno dopo le ordinazioni dei lefevriani è apparso su Avvenire un articolo della teologa Simona Segoloni Ruta dal titolo: «La teologa: la tradizione è una realtà vitale, non un reperto storico». La teologa affronta un punto importantissimo della dottrina cattolica che effettivamente è connesso con uno dei motivi dello scisma lefevriano. 

Infatti uno dei rimproveri che a suo tempo San Paolo VI fece a Mons. Lefebvre fu quello di sostenere un concetto falso di Tradizione. Ma la Segoloni nella sua critica ai lefevriani si basa anch’essa su di un concetto errato di Tradizione, di segno opposto, ossia di stampo modernista, che purtroppo non corrisponde affatto a quanto il Concilio Vaticano II insegna sulla sacra Tradizione. 

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/un-concetto-modernista-di-tradizione.html

 

 

 

L’Avvenire fa bene ad appoggiare la Chiesa nel suo intervento contro i lefevriani. Tuttavia, per rendersi credibile ed efficace in questa azione correttiva, dovrebbe aver maggior cura della sua fedeltà al Magistero la Chiesa, correggendo la tendenza modernistica, che gli faccio notare da alcuni anni.






 

Immagine da internet: teologa Simona Segoloni Ruta 

04 luglio, 2026

Osservazioni alla lettera del 3 luglio di Don Pagliarani al Papa

 

Osservazioni

alla lettera del 3 luglio di Don Pagliarani al Papa

 

Credo di fare cosa utile ai lettori commentare alcuni passi di questa lettera di Don Pagliarani per mostrare ciò che può essere accettabile e ciò che può essere respinto.

Assumo pertanto soltanto alcune sue proposizioni, che ritengo che abbiano bisogno di tale discernimento.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/osservazioni-alla-lettera-del-3-luglio.html


 

 
 
 
 

02 luglio, 2026

Un mio commento al provvedimento del DDF nei confronti della Fraternità San Pio X

 

Un mio commento al provvedimento del DDF

nei confronti della Fraternità San Pio X

 

Il Card. Fernandez, nel Decreto e nella Nota esplicativa in data odierna, ha parlato di scisma e di scomunica.

Siccome Don Pagliarani ha negato che la Fraternità è scismatica, citando San Tommaso, credo di far piacere ai lettori se faccio notare a Don Pagliarani che quanto dice non corrisponde a verità.

Continua a leggere:

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/un-mio-commento-al-provvedimento-del.html

 


La Chiesa, come madre premurosa, accoglierà con sincero affetto e viva sollecitudine tutti coloro che desiderano tornare alla piena comunione. I Nunzi Apostolici disporranno delle procedure che gli Ordinari potranno utilizzare nei diversi casi.

Si esortano, infine, tutti i fedeli a rimanere saldi nella comunione con il Romano Pontefice, con i Vescovi in comunione con lui e con tutta la Chiesa (cfr. Lumen Gentium, 22; can. 751 CIC), e ad astenersi dal partecipare alle celebrazioni e attività promosse dalla suddetta Fraternità Sacerdotale San Pio X.

01 luglio, 2026

Il mio commento alla risposta di Don Pagliarani all’appello del Santo Padre

 

Il mio commento

alla risposta di Don Pagliarani all’appello del Santo Padre

 

Credo di far piacere ai miei lettori presentare un mio commento a questa lettera di Don Pagliarani al Papa, del 30 giugno scorso[1]. Toccherò solamente alcuni punti, riferendomi a singole affermazioni di Don Pagliarani.


Dice Don Pagliarani:

“Paradossalmente, ci sembra nostro preciso dovere, nel contesto attuale, fare il possibile per ricucire la tunica di Cristo, lacerata da forze e pressioni incompatibili con uno spirito autenticamente cattolico.” ... 

Se in tutto ciò Pagliarani ha ragione, con ciò non intendo assolutamente giustificare gli argomenti di questa lettera nei confronti del Papa.

Anzi dobbiamo ricordare il severo avvertimento del Santo Padre:

“lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità” ...

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L'essere nel pensiero di Giovanni di San Tommaso - P. Tomas Tyn - Quarta Parte (4/4)

 

L'essere nel pensiero

di Giovanni di San Tommaso

Padre Tomas Tyn

Quarta Parte (4/4)

 

 

16.                   Nell'anima umana si trova tutta la sussistenza dell'uomo, ma non totalmente spiegata e sviluppata

Si vero in corpore non admittimus partialem subsistentiam, et tamen anima subsistit separata, necessario dicendum est totam subsistentiam hominis dari in anima: sed non totaliter explicari in anima, sed in communicatione eius ad corpus.

L'anima sussiste separatamente dal corpo e nel corpo non vi è una sussistenza parziale, anzi, se vi fosse una parziale sussistenza nel corpo, non si vede come l'anima potrebbe sussistere separatamente, perché allora non vi sarebbe un granché di differenza tra essa e le forme inerenti alla materia che non sus­sistono in sé, ma solo nel composto ilemorfico, quasi condivi­dendo la sussistenza con la comparte materiale.

Per conseguenza la sussistenza, che è indivisibile, è tutta nell'anima sussistente, ma non è totalmente spiegata in essa, perché l'anima è forma del corpo, sicché il corpo entra assieme ad essa nella costituzione dell'essenza umana completa. L'anima comunica allora la sua sussistenza al corpo così che, nello stato di separazione, essa risulta sussistente, sì, ma non persona perché comunicabile al corpo, comunicabile dunque non come un universale ad un particolare (altrimenti non sarebbe individua) né come natura ad un soggetto di inesione (cosa che ripugna alla sussistenza), ma come parte formale dell'essenza alla sua comparte materiale. Nel contempo la stessa sussistenza ed esistenza che sono nell'uomo sono anche nell'anima umana. Morto l'uomo tutto l'essere di lui rimane nella sola anima, ma in quello stato non è, come gli sarebbe connaturale, comunicato al corpo. 

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