Modernisti e passatisti Una guerra che dura da 60 anni - Prima Parte (1/2)

 Modernisti e passatisti

Una guerra che dura da 60 anni

Prima Parte (1/2)

Sorse la guerra là dove ci si attendeva la conciliazione

Il Concilio Vaticano II si propose, tra i suoi fini, quello far avvicinare ed incontrare i lontani, riconciliare i divisi, riunificare i separati, sedare i contrasti, evidenziare ciò che unisce, salvare il salvabile, evitare ìl giudizio farisaico e senza appello, promuovere l’unione, la pace e la concordia fra tutti gli uomini di buona volontà, l’amore del nemico, la coscienza che gli uomini possono pentirsi, che la fragilità prevale sulla malizia, che non si deve spegnere il lucignolo fumigante o spezzare la scanna fessa, che bisogna andare adagio nel condannare, dominare l’ira, non punire senza grave ragione; il valore della mitezza, della misericordia, della pazienza, della comprensione, dell’attenuante, dell’indulgenza, della tolleranza  e del perdono, senza opportunismi, relativismi o doppiezze e senza per questo cedere al male o scendere a patti col peccato.

Ma paradossalmente durante i lavori del Concilio emersero due correnti in forte contrasto tra di loro: coloro che venivano chiamati «progressisti» e quelli che erano denominati «tradizionalisti» o «conservatori». Il Concilio che era stato indetto per la promozione della pace vide invece nascere nel suo seno la guerra.

La cosa incresciosa che cominciò a verificarsi fu l’insorgere di un’incomprensione reciproca fra i due partiti, che ancora a tutt’oggi non si è sanata, ma permane, sicchè resta sempre la necessità per i buoni cattolici di aiutare questi due partiti a parlarsi e a comprendersi a vicenda, così da realizzare quell’integrazione reciproca per la quale, considerando i doni divini ricevuti, avrebbero naturale inclinazione e disposizione.

Quale fu allora esattamente il pomo della discordia tra i due partiti? Lo si afferra subito se teniamo presente un’altra delle finalità del Concilio: quella di ammodernare la vita cristiana, assumendo i valori della modernità, far avanzare la dottrina cattolica servendosi di questi valori, adottare un linguaggio o un modo di esprimere i valori della fede, tale d render meglio comprensibili questi valori agli uomini del nostro tempo con l’adottare, per quanto possibile, il loro stesso linguaggio, abbandonando espressioni, pratiche, leggi, idee, usi, consuetudini e abitudini, anche di lunga data, ma invecchiati o resisi inservibili o rivelatisi inutili, superati o addirittura dannosi rispetto alle esigenze, ai bisogni, alle prospettive e ai progressi del nostro tempo. Occorreva continuità laddove era in gioco l’eterna verità e rottura laddove ci si accorgeva di aver sbagliato

Il Cardinale Ratzinger, nel riferire l’atmosfera dei lavori conciliari, ai quali egli aveva preso parte come perito, narra che in certi momenti drammatici una un’ondata di relativismo sembrava impadronirsi dell’assemblea conciliare, per cui pareva che tutto dovesse essere messo in discussione.

Certamente c’è una punta di esagerazione nelle parole dell’illustre e grande teologo, ma, dette da lui, che pur appartenne all’ala progressista, destano certamente molta impressione, se si pensa che si tratta di un’assemblea eletta di pastori della Chiesa provenienti da tutte le parti del mondo. Poi naturalmente la certezza della verità apparve grazie all’immancabile assistenza dello Spirito Santo. Ma vi furono momenti di grande tensione.

Quello che stupisce è come abbia potuto accadere questa incertezza circa la distinzione fra ciò che nella Chiesa è da conservare e ciò che è da abbandonare, tra ciò che può mutare e ciò che non può mutare, tra ciò che passa e ciò che non passa, tra ciò che è di fede e ciò che è semplice teologia, tra ciò che è di diritto divino e ciò che è di diritto ecclesiale.

In poche parole, allora, si trattava di decidere che cosa conservare e che cosa abbandonare dell’attuale complesso di valori; che cosa mantenere e che cosa mutare; che cosa assumere e che cosa rifiutare.  Ma stupisce che dovessero nascere discussioni e dissensi su materie di fondo assodate e tradizionali, fra Vescovi che dovrebbero essere maestri nella fede e di prudenza pastorale. Si ha l’impressione di un episcopato impreparato, anche se ci fu certamente il lato valido della situazione, ossia la possibilità di parlare in piena libertà, così che potesse emergere la volontà e la verità dello Spirito Santo, cosa che effettivamente avvenne, come in tutti i Concili.

I due schieramenti

Si cominciò a chiamare «progressisti» quei Padri che maggiormente spingevano per il cambiamento, per abolire usanze precedenti, per introdurre nuove  iniziative pastorali, per riformare istituzioni, per aprire nuove visuali, per ricavare nuove deduzioni da princìpi precedenti, per ottenere una Chiesa più al passo dei tempi, più vicina gli uomini di oggi, più santa, più capace di evangelizzare, più disposta a correggere le sue pecche, più aperta ai valori del mondo contemporaneo o, come si diceva, ai «segni dei tempi». Il rischio di questi cosiddetti progressisti era quello di lasciarsi contaminare dallo storicismo, dall’evoluzionismo, dal situazionismo e dal relativismo modernisti.

Per quanto riguarda coloro che venivano chiamati «tradizionalisti» e «conservatori», faccio presente che a questi termini preferisco quello di «passatista». Perché passatista? Perché costoro sono attaccati a un passato ormai finito, vorrebbero riesumare un passato ormai finito. Potrebbe andar bene anche il termine di «arretrato» o «retrogrado», per riferirci a chi è rimasto indietro, a chi non avanza o addirittura torna indietro.

È chiaro che nel passato ci sono le nostre radici. È chiaro che la storia è  maestra di vita. A che serve la memoria se non per ricordare il messaggio che ci viene dal passato, l’esempio dei nostri antenati, l’educazione ricevuta dai nostri cari che non sono più, i grandi eventi della storia. C’è un passato che è ancora vivo, c’è un passato da far rivivere, ma c’è anche un passato ce è finito e che inutile o dannoso voler mantenere. C’è un passato da dimenticare e cancellare. Qui si distingue il passatismo da un sano conservare e da un sano tradizionalismo.

Naturalmente non si tratta per nulla di respingere ciò che ancora vale o sempre varrà. Non si tratta affatto di cambiare ciò che non deve o non può cambiare.  È chiaro che il dato della Tradizione va conservato, è chiaro che bisogna custodire e conservare con la massima diligenza il deposito della fede e delle divine istituzioni. Occorrerà semmai intenderle nel senso giusto.

Ma c’è tradizione e tradizione. Un conto è la sacra Tradizione come fonte della Rivelazione insieme alla Scrittura, entrambe a noi mediate dal Magistero della Chiesa, che ne è l’interprete per mandato di Cristo; e un conto sono le tradizioni ecclesiali, di per sé abrogabili, non importa che abbiano 1000 o 2000 anni. Che in 2000 anni non si sia mai dato che una donna distribuisca la Comunione alla Messa, non vuol dire che la cosa non si possa fare. Che in 2000 anni sia mai esistito un Papa emerito, non vuol dire che la cosa non possa accadere.

Invece la sacra Tradizione va assolutamente conservata, va conosciuta e applicata sempre meglio e questo è il fattore di progresso nella Chiesa. Infatti il progresso è valido se poggia sulla Tradizione e parte dalla Tradizione. Dal che vediamo come Tradizione e progresso ben lungi dall’escludersi, si implicano a vicenda.

Il difetto del partito passatista è invece il fatto di essere rimasto attaccato ad un passato ecclesiale e dottrinale ormai superato o a comportamenti o ad usi che oggi riconosciamo come sbagliati. Non riesce a comprendere come le innovazioni conciliari non rompono affatto con la Tradizione, ma la confermano.

Il difetto dei passatisti è quello di mettere la Tradizione contro il Papa, quando il Papa è precisamente l’interprete e il custode della Tradizione. È sbagliato credere che un Papa possa andare contro la Tradizione, perché essa, al pari della Scrittura, è fonte della Rivelazione e un Papa non può andare contro la Parola di Dio.

C’è anche chi parla di «destra» per costoro e di «sinistra» per i progressisti, ma queste qualifiche, oltre che essere legate alla politica, mentre qui si tratta di correnti ecclesiali, sono anche inadeguate e insufficienti ad esprimere tutta la ricchezza  programmatica dei due partiti, giacchè mentre la sinistra politica indica solo un orientamento filomarxista, il cosiddetto «progressismo», che sarebbe meglio chiamare «modernismo», include anche la tendenza idealista-panteista filoluterana dei rahneriani.

Parlare di «sinistra» per designare un movimento ecclesiale è riduttivo e lo stesso dicasi di una destra, che non manca per esempio di accenti tomistici, benché di impostazione preconciliare e comunque il tomismo nulla ha a che vedere con qualunque ideologia di destra.

Esiste peraltro un progressismo del tutto ortodosso, che si differenzia dal modernismo, anche se entrambi si prefiggono lo scopo di valorizzare la modernità. Questo progressismo riflette pienamente ed esattamente il progressismo conciliare, a differenza di quello modernista di un Küng, di un Rahner o uno Schillebeeckx o dei teologi della liberazione o della Scuola di Bologna.

Ma mentre il progressismo ortodosso – pensiamo per esempio ai maritainiani o ai discepoli di Congar – sa guardare criticamente alla modernità, assumendo solo quello che è compatibile con la dottrina cattolica, il modernismo fa un idolo della modernità, assumendo acriticamente e servilmente tutto, a costo di respingere ciò che nel cattolicesimo è incompatibile con la modernità.

E c’è un progressismo che mira sempre al meglio, ai progressi della scienza, della tecnica, della virtù e della santità, un progressismo che cerca nel passato e nel presente i germi e le speranze del futuro, che capisce e fa proprie le tendenze sane del proprio tempo, che conosce l’escatologia e vuol realizzarne un inizio sin da quaggiù. Ma c’è anche un falso progressismo, che meglio sarebbe chiamare modernismo, il quale è insofferente della ripetizione del medesimo, anche se si tratta di valori vitali del sapere o della morale, che ha la smania dell’originalità e della stranezza, che mette in dubbio i valori inalterabili della tradizione, che vuol sopprimere valori del passato tuttora validi, che si sente in dovere di rifondare ab imis l’umano sapere.

La corrente modernista è quella largamente prevalente sia numericamente che come influsso sociale rispetto a quella dei passatisti, perché i modernisti sono penetrati nelle strutture di potere, per cui spesso sono modernisti coloro stessi che dovrebbero intervenire per correggere o punire e ovviamente non lo fanno.

Come tutte le malattie fisiche e spirituali il modernismo ha vari gradi di gravità. Le forme leggere sono le più diffuse. Come notava Pio X, il modernismo grave distrugge tutte le convinzioni di carattere dogmatico e provoca nello spirito uno stato di irresponsabile, tracotante ebetismo, soggettivismo e relativismo dottrinali e morali, non privo dell’ipocrisia e della presunzione di chi si crede all’avanguardia della Chiesa. Molti sono ingannati dal modernismo in buona fede, soprattutto sedotti dal cattivo esempio dei pastori e dei teologi di grido.

Il modernismo di oggi è spesso limitato alla negazione soltanto di alcune verità di fede. Eresie oggi per esempio diffuse sono la negazione del peccato originale, del sacrificio di Cristo e della Messa, dell’immortalità dell’anima, del merito delle opere buone, dell’inferno e dell’universalità della legge morale.

Il modernismo colpisce sia i teologi che i vescovi: i teologi i quali propalano liberamente i loro errori senza che i vescovi intervengano e i vescovi che bensì non fanno aperta professione di modernismo, ma il fatto il non intervenire mostra quanto meno che minimizzano o scusano il fenomeno.

Come è nato il conflitto al Concilio

Motivo di contrasto che si affacciò subito all’inizio dei lavori fu l’idea dei progressisti di riformare la liturgia della Messa. Non che dalla Sacrosanctum Conciliumo sia uscita una vera e propria riforma del rito romano, ma ne vennero poste le basi, le ragioni, i criteri, i princìpi, le premesse.

Già qui nacque lo scontro fra gli innovatori e i lefevriani, un doloroso e scandaloso contrasto che è in atto ancor oggi più che mai, con la reazione violenta dei passatisti al Motu proprio di Papa Francesco Traditionis Custodes. Il guaio è che oggi il novus ordo è difeso da liturgisti eretici come Andrea Grillo, il quale mette sullo stesso piano, con libertà di scelta, la transustanziazione cattolica e l’impanazione luterana o come i rahneriani, i quali negano che la morte di Cristo sia stata un sacrificio espiatorio e assegnano al sacerdozio non l’offerta del sacrificio ma la presidenza della comunità.

Che senso, che scopo aveva il progetto di riforma della Messa al Concilio? Non era sbagliato, anzi era opportuno. Intendeva sostanzialmente andare incontro a quanto di buono era rimasto nella Cena luterana. I lefevriani se ne accorsero, ma si allarmarono in un modo esagerato accusando poi la Messa novus ordo del 1970 di essere filoprotestante, il che non è assolutamente vero, perché, se così fosse, sarebbe eretica, cosa che un Concilio non potrà mai fare.

Inoltre i progressisti pensarono di trasformare il rito tradizionale, così che esso consentisse una maggiore coscientizzazione e partecipazione attiva dei fedeli e nutrisse maggiormente il popolo di Dio del cibo della Parola di Dio rendendo più comprensibile il significato e più fecondo l’effetto dell’azione liturgica.

I progressisti, dunque, all’ombra dei quali agivano nascostamente i filoluterani, ebbero questa idea, come ho detto, di riformare profondamente il rito romano della Messa, mentre i lefevriani non ne sentivano assolutamente la necessità. Per loro il rito andava bene così com’era e così doveva essere conservato in saecula saeculorum. Come sappiamo, alla fine la spuntarono i progressisti e dalla Sacrosanctum Concilium uscì il nel 1970 il novus oedo approvato e promulgato da San Paolo VI.  

La celebrazione nel vecchio rito di San Pio V da allora ha subìto diverse sorti; ancora nel 1962 era stato leggermente modificato da San Giovanni XXIII e permesso; era quello che oggi chiamiamo vetus ordo o «Messa antica»[1]. Respinto da San Paolo VI, almeno ufficialmente, fu riammesso da San Giovanni Paolo II e ulteriormente liberalizzato da Benedetto XVI col Motu proprio Summorum Pontificum. Adesso Papa Francesco, accortosi che gli scismatici passatisti ne facevano la bandiera del rifiuto del novus ordo, delle dottrine del Concilio e del magistero pontificio da San Giovanni XXIII a questo Papa, ha stretto di nuovo i freni.

La questione del vetus ordo non tocca solo i passatisti, ma anche tradizionalisti moderati in comunione col Papa, i quali, appunto perché non scismatici, si sentono comunque ingiustamente colpiti dalle restrizioni imposte dal Motu proprio di Francesco.

Occorre star vicino a questi fratelli afflitti e indignati ed incoraggiarli all’obbedienza con spirito di sacrificio. La Messa non è un sacrificio? E del resto, quello che conta è la Messa. Che sia vetus ordo o novus ordo, l’importante è prendere la Messa.

I cattolici normali si trovano a dover vivere in questa situazione di guerra in modo simile, se mi è consentito, a quello dei poveri cittadini italiani che nel 1944 si trovavano a dover sopportare lo scontro fra le truppe alleate e i tedeschi, fra fascisti e comunisti.

Così oggi i cattolici che vorrebbero vivere in pace si trovano ad essere tirati per la giacca, ad essere corteggiati, strumentalizzasti, osteggiati, oppressi, emarginati, fraintesi, accusati, derisi o perseguitati da sinistra e da destra. Tuttavia essi svolgono con la forza dello Spirito Santo un’essenziale funzione pacificatrice a patto che non pieghino né a destra né a sinistra, ma procedano nell’integrità della vita cattolica sotto la guida di Papa Francesco.

Fine Prima Parte (1/2)

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, Natale 2021

  

C’è un progressismo che mira sempre al meglio, ai progressi della scienza, della tecnica, della virtù e della santità, un progressismo che cerca nel passato e nel presente i germi e le speranze del futuro, che capisce e fa proprie le tendenze sane del proprio tempo, che conosce l’escatologia e vuol realizzarne un inizio sin da quaggiù. 

Ma c’è anche un falso progressismo, che meglio sarebbe chiamare modernismo, il quale è insofferente della ripetizione del medesimo, anche se si tratta di valori vitali del sapere o della morale, che ha la smania dell’originalità e della stranezza, che mette in dubbio i valori inalterabili della tradizione, che vuol sopprimere valori del passato tuttora validi, che si sente in dovere di rifondare ab imis l’umano sapere.

I cattolici normali si trovano a dover vivere in questa situazione di guerra in modo simile, se mi è consentito, a quello dei poveri cittadini italiani che nel 1944 si trovavano a dover sopportare lo scontro fra le truppe alleate e i tedeschi, fra fascisti e comunisti.

Così oggi i cattolici che vorrebbero vivere in pace si trovano ad essere tirati per la giacca, ad essere corteggiati, strumentalizzasti, osteggiati, oppressi, emarginati, fraintesi, accusati, derisi o perseguitati da sinistra e da destra. 

Tuttavia essi svolgono con la forza dello Spirito Santo un’essenziale funzione pacificatrice a patto che non pieghino né a destra né a sinistra, ma procedano nell’integrità della vita cattolica sotto la guida di Papa Francesco.

Immagini da internet


[1] È improprio parlare di «Messa in latino» perché esiste anche il novus ordo in latino.

8 commenti:

  1. Silvio Romanelli14 gennaio 2022 13:20

    Caro Padre Cavalcoli,
    sono perfettamente d'accordo con lei, padre, nell'iniziare a usare il termine "passatisti" per riferirsi a coloro che nella Chiesa cattolica rimangono in prigione in passato.
    Per favore, smettiamola di chiamarli "tradizionalisti"!
    Qualcosa di simile accade a coloro che usurpano il nome di "progressisti".
    Così come è offensivo per i semplici cattolici che i modernisti si definiscano "progressisti", allo stesso modo è offensivo per i veri cattolici che i passatisti, i lefebvriani o i filolefebvriani si definiscano "tradizionalisti". È un insulto alla Tradizione! Più o meno simile al caso che i luterani volessero definirsi la vera religione "biblica".

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    1. Caro Silvio,
      sono pienamente d’accordo.
      Le faccio i miei rallegramenti per queste precisazioni terminologiche, che ci danno chiarezza e ci orientano nel fare le dovute distinzioni tra i diversi movimenti ecclesiali.
      Questa chiarezza terminologica ci è a sua volta di aiuto per evidenziare difetti e pregi dei due schieramenti, modernisti e passatisti, nella speranza che il nostro impegno fervoroso e paziente, con l’aiuto di Dio, possa avere successo nell’avvicinare tra di loro i due partiti, al fine che possa realizzarsi una reciproca comprensione e che si raggiunga quella pace e quella concordia nella Chiesa, che da sessant’anni tutti desideriamo.
      In tal modo potremo essere di aiuto al Papa, il Padre comune, al quale supremamente va il compito di promuovere la concordia tra fratelli, di sedare i conflitti e di ottenere che tutti, possibilmente, aderiscano all’unica fede nell’unione della carità.

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  2. «Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» ( Mt.23, 52). Il Vat. II, fedele alla Parola, mantenendo inalterata la fede e la Tradizione, ha tratto fuore dal tesoro della Chiesa con creatività innovativa ciò che poteva e credeva essere utile alla Vita e giovare alla Missione della Chiesa nel mondo. Condivido pienamente il suo articolo. Purtroppo il momento storico che stiamo vivendo credo che per la Chiesa sia più pernicioso del tempo del Concilio. Oggi i passatisti, più agguerriti che mai,si presentano come i nuovi martiri di una Chiesa che, per loro, non è più la Chiesa di Cristo e, in nome delle tradizioni, attaccano la Tradizione viva della Chiesa che trova una delle sue massime espressioni nel vescovo di Roma, il Papa. Credono di essere la vera Chiesa cattolica, una Chiesa senza papa o con un papa immaginario, e non si accorgono che stanno fondando una setta, o una nuova chiesa. Ho sempre ritenuto che il difetto dei passatisti non è tanto l'attaccamento al Rito V.O. della Messa, quanto il rifiuto incondizionato al Vaticano II fino al disprezzo della Messa N.O. Credo che papa Francesco sia stato costretto al moto T.C. proprio da questo. Noto, con sofferenza, che non è facile dialogare con i passatisti in quanto molti mancano di buona conoscenza e soprattutto di spiritualità matura. Poi, poiché il diavolo si veste di angelo di luce, non si può sottovalutare il sostegno a costoro e l'apporto storico-dogmatico non autentico e falsato di prelati che si mettono alla testa di questi nostalgici frustrati anziché, con le maniere paterne, accompagnarli ad una fede matura che favorisce l'unione a Cristo nella Sua Chiesa, il rispetto del Magistero e l'anelito per la salvezza di tutti gli uomini. Credo nello Spirito del Signore e sono sicuro che, anche con difficoltà, alla fine porterà luce alle persone di buona volontà e che ricercano unicamente la gloria di Dio. Ossequi

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    1. Caro Don Pietro Paolo,
      condivido pienamente la sua analisi e faccio mie le sue speranze.

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  3. Caro Padre Giovanni,
    sono d'accordo (come potrei non farlo?) quando lei dici: "C’è un passato che è ancora vivo, c’è un passato da far rivivere, ma c’è anche un passato ce è finito e che inutile o dannoso voler mantenere. C’è un passato da dimenticare e cancellare. Qui si distingue il passatismo da un sano conservare e da un sano tradizionalismo".
    Tuttavia, mi sembra che dovremmo smettere di usare espressioni come "sano tradizionalismo" o "sano progressismo". Capisco perfettamente il significato che vuoi dare a queste denominazioni, ma credo che il suo sforzo sia inutile, perché per decenni sia il tradizionalismo che il progressismo sono andati alla deriva verso posizioni estremiste, spesso eretiche e scismatiche.
    Si dice spesso che "tutti gli ismi sono cattivi". Forse questa non è una regola esaustiva, ma penso che in questo caso si applichi. Ciò che è salutare nella Chiesa è l'inclinazione o sensibilità al compito di progresso e di rinnovamento; ma il progressISMO è folle. Ciò che è salutare nella Chiesa è l'inclinazione o la sensibilità al compito della conservazione; ma ciò che è folle è il conservatorISMO. Senza contare che nella Chiesa è salutare essere tradizionali (come potrebbe un cattolico non essere "tradizionale"), ma ciò che è folle è il tradizionalISMO.
    Non voglio cadere in discussioni grossolane di parole, ma penso che questo uso sarebbe utile per evitare discussioni superflue.
    Grazie.

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    1. Caro Pietro,
      io ho proposto il termine passatista, però è chiaro che non ne faccio un assoluto. Basta intendersi. Come sappiamo le parole sono ad libitum.
      Il senso che lei dà a tradizionalismo e progressismo, lo trovo abbastanza accettabile. In questo caso ismo mi sembra designare la deformazione del valore corrispondente, nel senso che tradizionalismo può significare un malinteso senso della tradizione, e progressismo può significare la mania del rinnovare.
      Io insisto tuttavia nel ritenere che di per sé tradizionalismo e progressismo sono termini innocenti. Tuttavia sono d’accordo con lei quando rileva che spesso ci si è riferiti ad un modo falso di rispettare la tradizione e a un falso progresso.
      Quanto all’espressione cattolico tradizionale, vorrei dire che mi sembra un pleonasmo, perché, come diceva San Pio X, è essenziale all’essere cattolico il rispetto della tradizione. D’altra parte l’espressione cattolico tradizionale mi pare possa essere usata dai passatisti, per chiudere il senso del cattolicesimo nella categoria della tradizione, mentre sappiamo che il cattolico ama anche il progresso.
      Per quanto riguarda la questione della conservazione, la quale in se stessa è un grande valore, non c’è dubbio che il termine conservatorismo ha un significato negativo, che si riferisce al conservare quello che non va conservato.
      Per quanto riguarda il termine conservatore, di solito gli si dà un significato negativo. Secondo me, data l’importanza del conservare nella fede cattolica, converrebbe forse dargli un senso positivo.

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    2. Grazie, padre Cavalcoli, per le sue precise precisazioni, che in genere condivido, senza alcun problema, tanto più che sono solo questioni terminologiche.
      Senza intenzione di polemizzare, ma semplicemente per chiarire i concetti che gestisci, voglio fare riferimento alla tua frase: "D’altra parte l’espressione cattolico tradizionale mi pare possa essere usata dai passatisti, per chiudere il senso del cattolicesimo nella categoria della tradizione, mentre sappiamo che il cattolico ama anche il progresso".
      Capisco che qui lei stia usando la parola "tradizione" nel senso deformato fissista passatisti (lefebvriano o filo-lefebvriano). Perché penso che tu sappia indubbiamente meglio di me che il senso corretto della tradizione è quello di tradizione viva, che progredisce nel suo chiarimento (verso l'apprendimento della Verità). Quindi mi sembra che non si debba dire che "il cattolico ama ANCHE la tradizione E il progresso", perché è chiaro che la vera tradizione IMPLICA il progresso.
      Grazie.

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    3. Caro Pietro,
      ti confesso che l’espressione “cattolico tradizionale” mi dà un certo disagio, proprio perché il vero cattolico è un amante della Sacra Tradizione. D’altra parte sono d’accordo con te che il vero amore per la Tradizione implica l’amore per il progresso, “progresso nella continuità” secondo la felice espressione di Papa Benedetto XVI.
      D’altra parte l’espressione “cattolico tradizionale” fa pensare all’esistenza di cattolici non tradizionali. Cattolici di questo tipo indubbiamente non possono essere buoni cattolici e mi fanno pensare ai modernisti.
      Io però mi domando: l’uso di questa espressione, in una situazione come quella di oggi, dove spesso si fa della tradizione un idolo, anziché collegarla con la Scrittura, al di sotto della viva Parola di Cristo, e come fonte della Rivelazione, accanto alla Scrittura, interpretate entrambe dal Magistero, l’uso di questa espressione può essere veramente utile o può essere strumentalizzata dai passatisti?

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