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19 agosto, 2026

Il falso concetto di fede di Severino - Terza Parte (3/3)

 

Il falso concetto di fede di Severino

Terza Parte (3/3)

 

6. «Affinchè la ‘storia della salvezza’ divenga problema, il ?Verbo’ deve essere allora innanzitutto pensato come ‘eternamente presso Dio’ ed eternante ‘presso la carne’; e il suo diventar carne deve innanzitutto significare che il Verbo che è eternamente presso la carne è entrato nell’apparire. Solo a questo punto, dinanzi alla verità dell’essere può aprirsi la domanda se la parola di Gesù, riascoltata al di fuori del ‘mondo’, sia il Verbo che parla in verità della nascosta luminosità del Tutto» (p.381).

Severino pretende di giudicare «alla luce della verità dell’essere», ossia alla luce della visione parmenidea dell’essere la parola di Cristo. Dunque secondo lui non occorre credere in Cristo per sapere chi egli è e per conoscere la verità della sua parola e quindi della interpretazione che di questa parola ci viene dalla Chiesa, ma è sufficiente la nostra ragione illuminata dall’essere parmenideo. 

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Severino pretende di giudicare «alla luce della verità dell’essere», ossia alla luce della visione parmenidea dell’essere la parola di Cristo. … Ecco di nuovo la ragione che pretende di conoscere Dio indipendentemente e al di sopra della fede. Qui vediamo quanto è giusto il rimprovero fatto a Severino dalla Congregazione, quando gli ha contestato di porre la ragione e la filosofia al di sopra della fede e del dato della rivelazione cristiana. Questo è puro gnosticismo e il bello è che Severino, come abbiamo visto, osa accusare la Chiesa stessa di gnosticismo perché insegna la superiorità della fede sulla ragione.

La carne di Cristo esiste dall’eternità nella mente di Dio, non nell’effettività della storia, perché Dio l’ha creata dal nulla e Maria l’ha generata 2000 anni fa e prima non esisteva nel mondo, ma solo in mente Dei. Gli enti materiali di questo mondo, compresa la carne di Cristo, a parte il loro essere in Dio, non sono enti eterni a noi nascosti, preesistenti ab aeterno in se stessi al loro apparire empirico fra noi in un certo momento del tempo e luogo dello spazio.

Leggendo le opere di Severino si ha l’impressione di leggere un trattato di geometria, non di filosofia. È la stessa impressione che si ha leggendo Spinoza. Ma lui almeno lo dice apertamente: «more geometrico demonstrata». Invece Severino è convinto di far filosofia. Infatti in Severino tutto è evidente, tutto è dedotto, tutto è fisso, tutto è certissimo, tutto è fermo, tutto è immobile, tutto è schematico, tutto è dimostrato, tutto è logico, ragionato, incontrovertibile, tutto è indiscutibile, tutto è determinato dal destino, o così sembra o vorrebbe farci credere. 

 

Manca l’azione, la vita, il movimento, il concreto, il mutamento, il progresso, il divenire. Da che cosa dipende questa impressione non priva di fondamento? Dal fatto che Severino considera bensì la causa formale, la struttura, l’ordine, l’impianto, l’essenza, le relazioni, l’universale, le idee, i concetti, ma non la causa agente, efficiente e produttiva, proprio come si dà negli enti logici o matematici. Pertanto non considera la realtà esterna, ma un sistema di idee o di concetti o di proposizioni che possono apparire ben connessi e congegnati, ma circa i quali uno, in fin dei conti, quando ci capisce qualcosa, si domanda: a quale realtà si riferisce l’Autore? Di che cosa sta parlando? Che cosa ci vuol mostrare? Infatti non sono concetti e giudizi che ti fanno capire la realtà, ma semplicemente le idee di Severino.

È quindi paradossale in Severino la compresenza di un odio contro la fede, la Chiesa e il cristianesimo che arriva fino alla bestemmia, con l’avanzare istanze sacrosante dello spirito, che solo il cristianesimo può soddisfare in pienezza. Si capisce che un Barzaghi abbia voluto accostarlo a San Tommaso. Tuttavia, chi lo ha capito veramente, a mio giudizio, con un’adeguata critica, non è stato Barzaghi, il quale compromette San Tommaso per seguire Severino, ma è stato il Padre Fabro tanto che lo stesso Severino gli ha detto di averlo capito, e il Padre Fabro non gliele manda a dire, avendo espresso su di lui un severissimo giudizio. Mentre non mi risulta Severino abbia mai lodato il Padre Barzaghi per l’accostamento che egli fa di San Tommaso al suo pensiero.

Immagini da Internet:
- Madonna della seggiola, Raffaello
- Santa Sede, Roma 

17 agosto, 2026

Il falso concetto di fede di Severino - Seconda Parte (2/3)

 

Il falso concetto di fede di Severino

Seconda Parte (2/3)

Severino non riconosce che la ragione conduce alla fede

Alle ragioni che Padre Fabro, uno dei redattori delle censure ecclesiastiche, con  profonda dottrina e sapienza, adduce a Severino per spiegargli  che ha torto,  in particolare riguardo al rapporto della ragione con la fede, Severino resta completamente sordo accusando Fabro di non averlo capito, mentre in realtà Fabro, profondissimo conoscitore sia di San Tommaso che della filosofia moderna, lo ha capito benissimo e lo confuta in modo magistrale, mostrando  a  Severino di non ha capito il nesso della ragione con le verità di fede.

Ma d’altra parte la sordità di Severino non fà meraviglia avendo egli ormai da alcuni anni respinto la fede come falsità, per cui controbatte a Fabro considerando le sue argomentazioni come opinioni discutibili, che egli si sente in grado di confutare in modo incontrovertibile in base alla metafisica di Parmenide.

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Un conto è sapere che Dio esiste, ed è creatore, e conoscere il fatto storico della Rivelazione. ... Tanto la ragione quanto la fede fanno riferimento al principio di non-contraddizione e alla verità dell’essere. Severino ha ragione nel pretendere che ogni proposizione per esser vera debba rivolversi nella vertà dell’essere. Solo che trascura il fatto che esiste una verità dell’essere che è comprensibile alla nostra ragione e c’è una verità dell’essere che supera la nostra ragione, verità che ci è rivelata da Dio e che è oggetto della fede.  

In base a ciò è chiaro che il principio di Tertulliano «credo quia absurdum» è a sua volta un’assurdità. Se la fede comportasse contraddizione, sarebbe dovere di onestà intellettuale rifiutare la fede. Così pure è stoltezza il contrasto luterano tra fede e ragione. Pio XI ebbe a dire che razionali e dimostrabili sono i motivi per credere; misteriose e a noi inaccessibili sono le ragioni della verità da credere.

Il guaio di Severino è che si è fissato sulla falsa e calunniosa idea, secondo la quale la Chiesa sosterrebbe che Dio annulla gli enti e non c’è mai stato modo di persuaderlo di rinunciare a questa obbrobriosa falsità. In realtà questa idea che tutto provenga dal nulla e torni al nulla è propria del nichilismo leopardiano. Severino lo sapeva bene, tanto che ha scritto addirittura un libro sul nichilismo leopardiano. E allora perchè attribuire alla Chiesa quella falsità? Non si è reso conto di con quanta facilità poteva essere smentito anche da un ragazzo che conosce il Catechismo? ... Certamente, se tutto è eterno, il tempo sparisce. Ma Severino stesso si rende conto di tale enormità, per cui alla fine reintroduce dalla finestra ciò che ha fatto uscire dalla porta e il tempo viene recuperato, non come accidente della sostanza materiale, ma come successione di eterni che compaiono e spariscono come apparizioni finite dell’eterno.

Immagine da Internet: Casa di Leopardi

16 agosto, 2026

Il falso concetto di fede di Severino - Prima Parte (1/3)

 

Il falso concetto di fede di Severino

Prima Parte (1/3)

La ricerca della verità

Severino ricevette una buona educazione cattolica in famiglia e nella scuola e molto presto nacque in lui la vocazione filosofica con un forte bisogno di certezza e di verità. Del resto, se fu assunto ad insegnare all’Università Cattolica di Milano, incontrando l’ammirazione dello stesso Padre Gemelli[1], ciò non fu dovuto solo alla sua notevole preparazione filosofica, ma anche al fatto della sua notoria pratica della religione cattolica.

Severino era stato sensibile all’idealismo di Giovanni Gentile; ma ciò fu giudicato dai docenti della Cattolica che lo accolsero un fatto positivo nel senso di un’apertura ai valori della filosofia moderna. Ciò naturalmente non significava che essi fossero ignari del pericolo dell’idealismo.  Era nato però quel bisogno, che pur era stato quello dei modernisti, di ammodernare e far progredire la filosofia assumendo non supinamente ma criticamente i valori della modernità. 

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 Il mondo cattolico era turbato da un aspro conflitto fra filoidealisti e realisti, che però non riuscivano a far progredire il tomismo. … Di lì a pochi anni Gustavo Bontadini avrebbe tentato una conciliazione fra idealisti e realisti, che però ha favorito l’idealismo contro il realismo. Il filosofo che invece è riuscito a trovare la conciliazione è stato Maritain. Il difetto della Cattolica è stato quello, rimproveratogli da Fabro, di prendere come maestro Bontadini e non Maritain. … Lo sbaglio dei modernisti fu quello di usare come criterio di valutazione non la dottrina di San Tommaso, ma gli stessi princìpi errati della modernità.

Nel racconto della sua vita Severino narra come da giovane universitario, ancora credente, nacque tuttavia in lui la convinzione che la verità suprema veniva dalla filosofia e non dalla fede cristiana.

È interessante che Severino parla sempre della verità dell’essere e mai della verità del giudizio o del pensiero, anche se certamente ammette che il pensiero colga la verità. Egli ammette solo la verità ontologica e non quella gnoseologica. Ciò si vede da come definisce la verità. Egli non usa, come San Tommaso, la categoria della conformità (adaequatio), ma quella della apparizione (apparitio), della rivelazione, della manifestazione, basandosi, come Heidegger, sull’etimologia della parola greca corrispondente: a-letheia, non-latenza, non-nascondimento, svelatezza. 

Ma così succede che il verum non solo si converte con l’ens, come in Tommaso e come è nella realtà delle cose, ma s’identifica con l’ens, ovvero con l’essere, facendo sì che l’essere si risolva idealisticamente nell’apparire, sia pur un apparire verace. Il che vuol dire che Severino non distingue l’essere come essere dall’essere come vero, l’essere dall’essere pensato o rappresentato, ma il vero coincide con l’essere, è lo stesso essere o quella che egli chiama «verità dell’essere».

Ora invece bisogna dire che l’apparire al soggetto conoscente non appartiene necessariamente all’essere, bensì è rappresentazione dell’essere che appare al soggetto, per cui alla fine è un atto che è relativo al soggetto e non all’essere reale. Da qui la confusione idealistica del pensiero con l’essere. Infatti, per l’idealista l’essere è solo ciò che appare a lui come essere. Per lui l’essere che non gli appare, fuori della sua mente, non esiste.

Immagine da Internet: Papa Giovanni Paolo II e Padre Cornelio Fabro

15 luglio, 2026

II Dio di Giuseppe Barzaghi. È anche il Dio di Avvenire?

 

II Dio di Giuseppe Barzaghi

È anche il Dio di Avvenire?

 

Un interessante rapporto fra Dio e la grammatica

Avvenire del 7 luglio scorso ospita a p.20 un’intervista di Andrea Galli a Padre Giuseppe Barzaghi dal titolo: «Dio si nasconde nella grammatica». Galli ha preso occasione dell’intervista dalla recente pubblicazione del libro di Barzaghi Filosofia della grammatica. Dai nomi alle cose e dalle cose a nomi per le Edizioni Studio Domenicano di Bologna.

 Il Padre Barzaghi in questa intervista dice molte cose giuste e profonde. È molto suggestiva l’idea che Dio possa nascondersi dietro gli umili segni della grammatica,  questa simbologia che regola l’uso di una data lingua, e che tutti siamo tenuti ad imparare se vogliamo comunicare con gli altri. Essa è un mezzo di comunicazione fra uomini di qualunque idea, religione e cultura, anche tra credenti ed atei. La grammatica in tal modo è un potente strumento di comunione universale all’interno di una data area linguistica. 

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Il predicato dell’essere possiede comunemente un predicato nominale, per es. io sono un uomo, il sole è caldo, l’uomo è una persona. Per questo comunemente l’essere è la copula del giudizio, non significa da solo, ma, come dice Tommaso al seguito di Aristotele, "consignifica" unendo soggetto e predicato.

Immagine da Internet

14 giugno, 2026

Le menzogne di Severino - Avvenire continua a darsi la zappa sui piedi

 

Le menzogne di Severino

Avvenire continua a darsi la zappa sui piedi

 

L’ultima trovata del quotidiano cattolico

È ormai da alcuni anni che il quotidiano cattolico Avvenire pubblica periodicamente articoli di nemici del cattolicesimo senza confutare le loro menzogne dando quindi al lettore l’impressione di essere d’accordo con loro. Ho avuto occasione più volte di segnalare questo fatto esortando il quotidiano a essere fedele alla sua linea programmatica, ma purtroppo senza alcun risultato.  È evidente che il giornale, benchè si dichiari «quotidiano di ispirazione cattolica», di fatto è sotto l’influsso di nemici del cattolicesimo.

Per esempio, Avvenire del 12 giugno scorso a p.19 riporta un articolo dello stesso Severino, dal titolo Il destino parla nella terra isolata[1], dal quale traggo il brano finale:

«L’alienazione del senso autentico della verità investe anche il cristianesimo. Ma anche il “cristianesimo” come ogni altro evento “storico” appare all’interno dell’interpretare secondo cui si costituisce la terra isolata dal destino della verità. ...

 

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Severino parla tranquillamente e boriosamente del suo «scontro con la Chiesa», come farebbe un uomo politico che si scontra con un’altra corrente politica. Non si rende conto di quello che dice. La Chiesa è invincibile e chi le è contro, se ne renda o non se ne renda conto, è spinto dal demonio, le cui forze alla Parusia di Cristo saranno sconfitte. Severino vuole lottare contro Dio?


Immagine da Internet: Emanuele Severino

07 maggio, 2026

Immutabilità e causalità in Dio - Terza Parte (3/3)

 

Immutabilità e causalità in Dio

Terza Parte (3/3)

Dio creatore o Dio ordinatore?

Bontadini pensa che per assicurare l’immutabilità divina bisogna togliere a Dio la causalità efficiente e motrice e lasciargli solo l’intellegibilità, la razionalità o il pensiero o l’identità. Hegel, al contrario, ritiene che per garantire che Dio agisca, occorre renderlo fluido, agitato e mutevole. Né l’uno né l’altro hanno capito come si devono accordare in Dio la sua immutabilità con la sua onnipotenza o forza attiva e causativa.

Occorre invece tener presente che quanto più un ente è saldo, ben fondato, fermo, solido, irremovibile, robusto, stabile e forte, tanto più è sicuro, duttile, agile, sciolto, potente. diversificato e vasto nell’azione.  Immutabile non vuol dire inerte o rigido come un sasso o come un morto. 

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Bontadini, credendo per influsso di Severino che il concetto del nulla sia contradditorio e quindi nichilistico, si sforza di escogitare un concetto di creazione che faccia a meno di fare riferimento al nulla (ex nihilo), per cui concepisce la creazione non come produzione o causazione del finito da parte dell’infinito efficiente, ma come semplice relazione di dipendenza della creatura dal creatore ovvero del finito dall’infinito, semplice relazione del relativo all’Assoluto all’interno dell’Assoluto o, prendendo spunto da Hegel e da Spinoza, come determinazione o finitizzazione finita dell’infinito, in modo tale che Dio non produca o non causi nulla al di fuori di sé, ma solo agendo all’interno della propria essenza, la quale, coincidendo con l’essere come tale, non ammette nulla al di fuori di sé, giacchè al di fuori dell’essere non c’è che il nulla. 

Osservo che se da Dio togliamo la causalità efficiente come fa Bontadini, resta un Dio inerte e inattivo come una figura geometrica, dove l’ordine è puramente intellegibile, formale e strutturale, ma astratto, privo di vita e di dinamicità. Se d’altra parte, come fa Hegel, da Dio togliamo l’immutabilità, il movimento che da essa scaturisce perderebbe il fondamento del suo impulso e la sua stessa esistenza, perderebbe il suo esser causa dell’effetto. Il vero Dio è congiunzione di agente e di azione, di movente e movimento, di amante e di amore, è forza genitrice di forza, roccia sulla quale costruire la casa.

Bontadini non riesce a darci l’idea di un Dio vivente, che interviene ad operare meraviglie, quel «fuoco divorante» (Dt 4,24), del quale parla la Scrittura, il Dio che «scuote cieli e la terra» (Eb 12,26).  San Tommaso da par suo spiega magnificamente come in Dio si riveli la congiunzione dell’immutabilità del suo essere col mutare delle libere scelte.

Tommaso vuol farci capire che l’azione in Dio non va intesa come qualcosa che passa, ossia con la categoria del divenire, come accade in noi e come l’intende Hegel, ma con quella dell’essere, e addirittura dell’atto d’essere (atto secondo), della perfezione assoluta e del complemento ultimo. L’agire divino, pertanto, non è come nella creatura atto imperfetto di una potenza mista di attività e di passività, ma atto istantaneo atemporale, senza divenire e senza potenzialità. In tal modo l’agire, il causare e il produrre divini (barà) non compromettono affatto l’immutabilità divina, che giustamente sta a cuore a Bontadini.

Né il mobilismo irrequieto hegeliano-rahneriano, né l’eternalismo glaciale severiniano-bontadiniano riescono a spiegare l’esistenza pluralistica e diversificata del mondo, dell’ente contingente e  diveniente, perchè sia nell’uno che nell’altro manca, al di là dell’attenzione lodevole all’Assoluto, la sintesi in Dio tra l’essere e l’agire, il pensare e il fare, l’atto d’essere e la potenza attiva, sicchè il Dio di Bontadini, nonostante lo sforzo di Bontadini di elaborare un concetto di creazione, è un Dio chiuso in se stesso, che non produce niente, mentre il Dio di Rahner è un agitato rivoluzionario immerso nel tempo, che disfa quello che fa, eterno suscitatore di conflitti e di guerre.

Immagini da Internet:
- La Pietà e il Giudizio Universale, Michelangelo

26 aprile, 2026

Maritain e Bontadini. Un confronto fra due maestri - Parte Settima (7/7)

 

Maritain e Bontadini

Un confronto fra due maestri

Parte Settima (7/7)

 

L’Intero per Bontadini è il quadro originario di pensiero nella sua interezza, nel quale il pensiero coincide con l’essere e l’esperienza si concilia con la ragione. All’interno di questo pensare appare l’esistenza di Dio come la vera ed unica realtà, ciò che toglie la contraddizione del divenire.

Ciò significa che per Bontadini la sintesi dell’immediato come esperienza che pone il contradditorio e del mediato, come ragione che ponendo l’identità, toglie la contraddizione del divenire è il processo dialettico o struttura originaria o intero, per il quale è provata l’esistenza di Dio. 

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Maritain non ha dedicato una speciale attenzione alla questione della creazione nel suo aspetto metafisico e in ciò il Maritain brilla di meno di Bontadini. Maritain assume senza problemi la dottrina cristiana della creazione ricavata dalla rivelazione biblica.

C’è però da notare che la proposta bontadiniana di «rigorizzare» la nozione tomista di creazione basandola sull’essere di Parmenide anziché sul motore immobile di Aristotele, se da una parte è valida per il fatto del richiamo all’essere (einai), che in Aristotele non è presente, dall’altra è sbagliata in quanto, sulla scia di Parmenide, Bontadini non afferra la dignità del divenire, anche se ha fatto bene a superare l’on di Aristotele per captare l’einai di Parmenide, confrontandolo con il nome divino di Es 3,14.

Ciò che faceva difficoltà a Bontadini nel dogma della creazione era l’espressione «de nihilo», che comporta la negazione dell’essere. Considerando il principio di non-contraddizione secondo il quale l’essere non è il non-essere, a Bontadini l’espressione del dogma appariva contradditoria e nichilistica. Si ritenne allora in dovere di elaborare un’altra definizione della creazione, più rigorosa, che non potesse dar luogo a quel rischio di nichilismo.

Egli, così, ricorrendo non alla metafisica di Aristotele, ma a quella di Parmenide, in dibattito con Severino, ha creduto di poter «rigorizzare» la dottrina tomistica, rispondente al dogma della creazione. Egli aveva presente la sentenza dei filosofi eleatici secondo la quale «dal nulla non diviene nulla» (ex nihilo nihil fit). Questa sentenza è senz’altro vera, se si intende dire che il diveniente non è causato dal nulla, perché il nulla non causa nulla. La causa dell’essere è l’essere.

Ma essa non vale più se si suppone un ente creatore, ossia tanto potente nel causare, che il suo atto abbia come effetto la produzione di tutto il diveniente. Ora, se il creatore lo produce tutto, allora evidentemente, prima che esistesse, quell’ente era nulla, ossia non esisteva. In tal senso si può dire che Dio creando l’ente, lo trae dal nulla. L’ente creato trae origine dal nulla non perché da sé sia uscito dal nulla o perché causato dal nulla, ma nel senso che Dio lo ha fatto essere, nel presupposto che prima che la creatura fosse, di lei nulla esisteva. Dunque dal nulla di per sé non viene nulla, se non è Dio stesso che lo trae dal nulla.

 
Immagine da Internet: Mosè, Michelangelo, Roma

25 aprile, 2026

Maritain e Bontadini. Un confronto fra due maestri - Parte Sesta (6/7)

 

Maritain e Bontadini

Un confronto fra due maestri

Parte Sesta (6/7)

 

Il principio di ragion sufficiente

 

Per Quem omnia facta sunt

Certamente tanto Bontadini quanto Maritain hanno alta stima della ragione, produttrice della filosofia. Tuttavia, mentre la ragione maritainiana è quella che rispetta il dato del senso e, mediante l’operazione astrattiva dell’intelletto coglie l’intellegibilità del divenire, la ragione bontadiniana è similmente a quella cartesiana e kantiana, una ragione dispotica e violenta[1]  che invece di ammirare le opere di Dio. trova da ridire e le considera contradditorie.

Maritain insieme col Garrigou-Lagrange associa al principio di causalità quello di ragion d’essere o ragion sufficiente, preso da Leibniz. Occorre distinguere la causa di una cosa o dell’essere di una cosa, dalla ragion d’essere o ragion sufficiente di una cosa.

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Sia Maritain che Bontadini sono grandi filosofi, per la passione, l’acume, il rigore, l’acribia e la costanza che pongono nell’introdurci e prepararci alla domanda su Dio e a parlarci di Dio. Chi apre meglio la strada a Dio? Maritain o Bontadini? Non c’è dubbio che è Maritain. Bontadini parla di una «via direttissima», più rapida di quelle offerte da San Tommaso, che Maritain si ferma a commentare. In realtà la via di Bontadini non è nuova, ma è sostanzialmente la famosa via dell’argomento ontologico di Sant’Anselmo, che già San Tommaso aveva confutato .

Bontadini s’illude di aver trovato una via più breve di quelle di San Tommaso, ma in realtà una via più breve non esiste, come non c’è via più breve del passaggio dal mosso al motore, ...  L’avvicinamento ulteriore dei due termini provoca solo un corto circùito, ossia la confusione, caratteristica del panteismo.

Bontadini trova che la formulazione tomistica dell’atto creativo come produzione di tutto l’ente dal nulla fuori di Dio ha bisogno di essere liberata da un senso nascostamente nichilistico che sarebbe dato dal fatto della produzione dal nulla. Infatti secondo Bontadini ciò comporterebbe un’affermazione e una negazione simultanea dell’essere, che evidentemente è proibita dal principio di non-contraddizione. 

Su questo punto Bontadini si lascia suggestionare dalla tesi di Severino che, ispirandosi a Parmenide contro Aristotele, vorrebbe togliere il prima e il poi nella formulazione dell’atto creativo nel tempo per il quale si dice che prima l’ente non esiste e poi esiste. È chiaro che se si toglie il prima e il poi nasce la contraddizione; ma nulla e nessuno autorizza a togliere il prima e il poi.


Immagine da Internet: Freedom, di Zenos Frudakis, Philadelphia

24 aprile, 2026

Maritain e Bontadini. Un confronto fra due maestri - Parte Quinta (5/7)

 

Maritain e Bontadini

Un confronto fra due maestri

Parte Quinta (5/7)

 

La questione del divenire

Cielo e terra passeranno.

Le mie parole non passeranno

Mt 24,35  

La questione del divenire, connessa con la percezione del concreto, della temporalità e del transitorio, e quindi del senso della storia, del mutamento delle idee e dei costumi, del progresso del sapere, dell’evoluzione dell’universo, segna profondamente di sé il pensiero moderno, più di quello medioevale. Nel pensiero antico troviamo alcune intuizioni profonde, di perenne valore, le quali, migliorate dalla rivelazione cristiana, si ripresentano oggi. Ma gli errori antichi sono tornati a causa di una diminuzione dell’intelligenza metafisica rispetto al Medioevo, per cui essi affascinano o sfidano drammaticamente i contemporanei.  

La filosofia del nostro tempo è largamente influenzata dallo storicismo hegeliano, che fa perder di vista l’immutabilità divina e col pretesto dell’Incarnazione del Verbo, chiude il pensiero teologico nell’orizzonte della temporalità.

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Maritain e Bontadini convengono nel ritenere il principio di non contraddizione come un principio fondamentale della filosofia e dello stesso discorso umano. Essi tuttavia non lo intendono allo stesso modo e non gli danno la stessa importanza e la stessa estensione. 

Mentre Maritain lo considera solo un principio del dire o pensare, distinto dal principio d’identità, che è principio dell’essere, base del principio di non-contraddizione, Bontadini chiama principio di non contraddizione anche il principio di identità formulandolo in questo modo: «l’essere non è il non-essere». Egli però lo formula anche in un modo sbagliato, che si trova anche in Severino: «l’essere non può non essere». Per la verità, questo è solo il principio di non-contraddizione dell’essere necessario, che lascia fuori l’essere contingente, che è l’essere che può non essere. Solo l’essere necessario non può non essere.

Opportunamente il Maritain enuncia il principio d’identità a questo modo: «l’essere non può essere il non-essere». Egli lo enuncia anche a questo modo: «ogni ente è ciò che è». Un’altra formulazione la prende dal Garrigou-Lagrange: «ogni ente è di una natura determinata che lo costituisce in proprio».

Con la ragion d’essere tocchiamo il piano dell’essenza, dell’intellegibilità e della razionalità o del pensabile. Qui è toccato il pensiero e gioca il principio di non-contraddizione - non est simul affirmare et negare, come lo enuncia sinteticamente San Tommaso - e la sua negazione è il contradditorio, ciò che non può essere pensato.

Una proposizione o una tesi può essere contradditoria, ma il divenire è qualcosa che appartiene all’ordine dell’essere, ossia dell’identità del reale, dove non gioca il contradditorio, ma con l’esclusione dell’impossibile, si dà solo il possibile e l’attuale, che è ciò che sul piano della realtà fonda il non-contradditorio, e fonda quindi il moto, il produrre e la stessa attività creatrice divina, che pure sta tanto a cuore a Bontadini - qui in netta opposizione con Severino, per il quale il concetto di creazione implica contraddizione e nichilismo.

 
Immagine da Internet: Arca di San Domenico, Niccolò dell'Arca, Bologna