Perché Dio permette il male? - Terza Parte (3/3)

 Perché Dio permette il male?

Terza Parte (3/3)

Il problema del castigo del peccato 

La ragione naturale sa che se Dio bontà infinita permette l’esistenza del male deve avere un motivo. E tale motivo lo ha scoperto inizialmente la religione naturale. Indubbiamente, prima della venuta di Cristo la religione naturale presso i popoli pagani, seppure in un orizzonte politeistico e nell’Israele veterotestamentario in un clima monoteistico, esprimono la convinzione che l’uomo non è in pace con Dio perché ha peccato contro di Lui, per cui sente il bisogno di offrirGli sacrifici per placare l’ira divina ed ottenere perdono e grazia.

Inoltre già i saggi pagani, come per esempio gli stoici o filosofi come Seneca, sapevano dare un perché alla sofferenza giustificandola col fatto che essa mette alla prova la nostra pazienza e la saldezza delle nostre convinzioni e della nostra virtù.

Certo vi era in ciò una punta di orgoglio e una pretesa di autosufficienza, che poi sarà all’origine del pelagianesimo: si guardava come a modello di pazienza e di fortezza alle fatiche di Ercole o a quelle di Sisifo. E tuttavia vediamo come già la ragione naturale sappia dare, sia pure nei suoi imiti e nei suoi difetti, una qualche spiegazione dell’esistenza della sofferenza, nonché norme sul modo di sopportarla ed alleviarla. Tuttavia è chiaro che una luce immensa, consolante e definitiva è stata gettata sul tremendo mistero della sofferenza dal Vangelo di Gesù Cristo.

La ragione naturale non può non riferire a Dio l’esistenza del male, non però nel senso di accusarlo di essere la causa prima del male, cosa che sarebbe blasfema, data l’infinita bontà di Dio, ma sull’esempio di Giobbe, per esprimere fiducia nell’operato divino che manda la sofferenza: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!» (Gb 1,21). «Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?» (Gb 2,10).

La storia di Giobbe è particolarmente edificante perché aggiunge un elemento nuovo al fatto già noto ai pagani che la sofferenza dipende dal peccato. Questo fatto nuovo è che può aver senso e valore anche la sofferenza dell’innocente. La ragione infatti non fatica a capire che Dio castiga il peccatore. Da qui presso tutti i popoli antichi l’esercizio del potere giudiziario a livello umano e, nel rapporto con Dio, le pratiche religiose nell’offerta di sacrifici per placare la divinità offesa dal peccato dell’uomo.

Che la vittima del sacrificio debba essere pura e preziosa è già chiaro. Ma che essa possa essere un uomo innocente, come ha fatto Cristo (cf Mt 20,28; Gv 15,13), che si offra spontaneamente come vittima, questo era assolutamente ignorato, perché sarà l’apporto nuovo del sacrificio cristiano.

La sofferenza dell’innocente come dunque spiegarla? È su ciò che la storia di Giobbe c’illumina e ci consola. Che Dio infatti possa far soffrire l’innocente non sembra segno di bontà, ma di invidia, quella che i Greci chiamavano fthonos theòn, l’invidia degli dèi: il dio è invidioso della felicità dell’uomo e, per il timore che l’uomo si ponga al di sopra del dio, lo umilia e lo fa soffrire. Ma con Giobbe si tratta di tutt’altra cosa. Qui Dio fa soffrire, sì, ma proprio perché è buono e vuole esaltare l’uomo, come si vede chiaramente dalla conclusione della storia di Giobbe.

Ecco allora che con Giobbe già la ragione naturale può comprendere che, se Dio bontà infinita fa soffrire l’innocente, deve aver un motivo degno della sua bontà. La ragione non trova nulla di ripugnante o scandaloso in ciò. Giobbe ci è di esempio. Si trova invece davanti al mistero. Sa che la risposta c’è, ma non sa quale sia. Si fida di Dio e accetta. Spetta a Dio, se crede, rivelarla. E così di fatto è avvenuto con la Rivelazione di Gesù Cristo.

Un concetto che la Scrittura vuol chiaramente insegnarci, in particolare con la storia di Giobbe, è che Dio manda la sofferenza sì come castigo, ma con finalità educativa. Egli, come si esprime la Scrittura, vuol «metterci alla prova»[1]. Si tratta evidentemente di un’espressione metaforica antropomorfica, come farebbe un falegname, il quale, avendo costruito una sega, la impiega a segare un legno duro, per vedere quanto essa è efficace.

È chiaro che Dio, avendoci creati e conoscendo i nostri limiti e la nostra fragilità, non ha alcun bisogno si verificare quali sono i limiti della nostra resistenza agli sforzi, alla sofferenza o alle tentazioni. Lo sa benissimo in anticipo senza fare alcuna prova. E allora che vuol dire l’espressione, soprattutto quando è riferita alla nostra fede?

Semplicemente che Dio vuol rafforzare la nostra fede. Tutti sanno infatti che il vivente si rafforza superando ostacoli o vincendo forze avverse. Ebbene, la cosiddetta «prova» che Dio manda non è altro che un espediente del suo amore per farci crescere nella virtù. Egli non manda mai una prova superiore alle nostre forze, come farebbe il demonio, per farci cadere, ma, se le nostre forze non sono sufficienti, Dio ne aggiunge lui, in modo che siamo in grado di superare la prova.

Se Dio dunque ci prova, lo fa per rafforzarci. Infatti Egli, insieme con la prova, dà la forza per superarla. È il demonio che ci prova per abbatterci, anche se Dio, come nel caso di Giobbe può servirsi del demonio per provarci. Invece chi cade, come Cristo, sotto la croce, non ne ha colpa. Se Dio non dà la forza, non esige che la prova sia superata, per cui se cadiamo, restiamo innocenti.

Per questo la formula del Padre nostro «non indurci in tentazione» non vuol dire non ci tentare, perché questa è opera del demonio, non di Dio, ma significa «non metterci in una prova o tentazione superiore alle nostre forze, ma soccorrici nella tentazione», sottintendendo che se Dio non ci soccorre e noi cadiamo, restiamo innocenti, così come Cristo non ha avuto colpa, se è caduto sotto il peso della croce. 

La nuova formula «non abbandonarci alla tentazione» è più chiara, per non confondere Dio col diavolo, anche se è sottinteso che Dio comunque permette ed anzi vuole che siamo tentati o perché, sperimentando la nostra debolezza, vuole che ci umiliamo e ci affidiamo a Lui o perché vuole rafforzarci dando l’aiuto per superarla. 

Occorre tuttavia osservare a proposito di Giobbe, che se Dio alla fine lo loda per la sua pazienza e la sua fiducia, per un certo verso lo rimprovera e lo corregge, perché Giobbe ha difeso eccessivamente la sua innocenza. I suoi amici che gli dicevano: «se soffri, devi aver commesso qualche peccato», non avevano tutti i torti. Diciamo che avevano una visuale del peccato troppo ristretta, che non teneva conto delle conseguenze peccato originale, le quali conseguenze colpiscono tutti, anche gli innocenti. Anche i bimbi innocenti uccisi da Erode non erano esenti dalle pene e dalle cattive tendenze causate dal peccato originale, tendenze che si sarebbero certamente manifestate non appena essi avessero raggiunto l’età di ragione.

Le idee degli amici di Giobbe, sono le stesse idee, che, nell’episodio evangelico del cieco nato, fanno da retroterra a quanto chiedono a Gesù: «chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché nascesse cieco?» (Gv 9,1). Qui Gesù implicitamente distingue il peccato personale da quello originale, per cui, escludendo che il cieco avesse peccato, evidentemente si riferisce a peccati personali e non al peccato originale, le cui conseguenze sono all’origine di tutte le sofferenze dell’umanità.

E qui cade a proposito anche l’episodio della torre di Siloe (Lc 13, 4-5), dove pure si capisce che Gesù sottintende la differenza del peccato originale da quello personale, in quanto, mentre nel peccato personale il castigo dev’essere tanto più severo quanto è più grave il peccato, le conseguenze del peccato originale, cioè l’essere uccisi dal crollo della torre di Siloe, è cosa indipendente dai peccati personali commessi.

Da notare che Gesù non dice che quei 18 fossero innocenti; ma fa solo un confronto fra chi pecca di più e chi pecca di meno. E peraltro Gesù subito dopo trae occasione dal tragico episodio per avvertire: «se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13, 5). È lo stesso avvertimento che possiamo dare oggi, con riferimento alla pandemia, a coloro che non curano la propria conversione.

Un problema che la ragione naturale non riesce a risolvere è come mai esiste nell’uomo una tendenza a fare il male, causa a sua volta di un’infinità di sofferenze.  Platone ipotizza una caduta originaria dall’iperuranio delle anime preesistenti ai corpi in questo mondo materiale, sorgente per l’anima di tentazione al peccato. Ma non spiega in che cosa sia consistita questa caduta e perché è avvenuta.

Platone non spiega per quale motivo la materia dovrebbe essere il carcere dell’anima ed inoltre divide l’uomo in due sostanze separate, l’anima che viene dal cielo e il corpo che si trova sulla terra, in modo tale che la beatitudine dovrebbe consistere che l’anima, alla morte, si libera dl corpo e torna in cielo.

Il mito platonico può suggerire qualcosa che ricorda il peccato originale. Il suo difetto è che Platone non ha capito che non è l’anima che deve liberarsi dal corpo, ma è tutto l’uomo, anima e corpo, che quaggiù tende al male ed è tutto l’uomo, anima e corpo, che ha bisogno di essere liberato dal male.

La risposta della fede 

Sulla questione del male Gesù ha confermato i dati della metafisica e dell’etica naturale che ho esposto, ci ha rivelato l’origine prima del male nel peccato dell’angelo e nel peccato dei progenitori, ossia il peccato originale, ci ha mostrato lo scopo del male, che è quello di perdere le anime, ci insegnato come evitare il male e come utilizzare la sofferenza per salvarci.

Innanzitutto Cristo, il cui pensiero è stato esplicitato da S.Paolo, che sviluppa il racconto genesiaco del peccato originale, ci spiega qual è stata l’origine del male: il peccato dell’angelo, che ha indotto a peccare i nostri progenitori. La colpa poi, con le sue conseguenze penali, si è trasmessa e si trasmette per generazione a tutta l’umanità: E Cristo, prendendo su di è il castigo del peccato, ci libera con la sua Croce dal peccato e dalla morte, morte che è castigo del peccato originale.

Il fatto che l’uomo col suo agire stolto reca danno a se stesso, l’ostilità che egli riceve dalla natura, dal prossimo e dal demonio, l’enorme differenza che esiste fra individui fortunati e individui sfortunati, tra chi vive 100 anni e chi è ucciso nel seno della madre, tra chi vive in ambienti naturali ottimi e che vive in ambienti proibitivi, tra chi può ricevere un’adeguata educazione e chi non lo può, le scandalose sperequazioni economiche fra individui e individui, i difetti della giustizia umana che colpisce gli innocenti e risparmia i malfattori, ogni genere di sofferenza fisica e morale fino alla morte stessa, sono tutte conseguenze del peccato originale.

A quest’ultimo riguardo Cristo ordina categoricamente agli uomini di praticare la giustizia, per cui il potere di Cesare è giustificato dal fatto che custodisce la giustizia sociale, premiando i giusti e castigando i malfattori. Tuttavia, attesi i difetti della giustizia umana, spetterà a Dio correggerli aspettando alla resa dei conti il malfattore che l’ha fatta franca, affinché, se è sfuggito alla giustizia umana, non sfugga a quella divina.

Gesù ha confermato inoltre il dovere naturale di lottare, per quanto è possibile, con l’arte della medicina ed ogni sana risorsa umana, tecnica o scientifica, personale o sociale, contro la sofferenza in noi e nel prossimo, accompagnando questa lotta con la preghiera, ma nel contempo ha confermato la necessità di accettare e moderare la sofferenza nelle pratiche ascetiche e penitenziali.

Il Vangelo c’insegna che la sofferenza che continua ad esistere nonostante i nostri sforzi per eliminarla, è un capitale da utilizzare e far fruttare per far penitenza e seguire Cristo sul cammino della Croce. In tal modo ciò che sarebbe un prodotto di scarto diventa sorgente di salvezza e mezzo di purificazione e di perfezione. Cristo ci ha confermato che la sofferenza è conseguenza del peccato, per cui il male principale non è la sofferenza, ma il peccato. Occorre essere pronti a soffrire per liberaci dai vizi e conquistare le virtù.

Importante, anzi essenziale, per capire veramente le intenzioni e gli insegnamenti di Cristo in quest’arduo argomento del male e della sofferenza, materia, non limitarsi alle pochissime frasi che toccano esplicitamente la questione, ma accogliere le esplicitazioni degli insegnamenti del Signore nella seguente dogmatica ecclesiale, in particolare, per esempio. Gli insegnamenti del Concilio di Trento sul mistero della Redenzione o sullo stesso argomento quelli del Catechismo della Chiesa cattolica. 

Fine dell’opera salvifica di Cristo è la liberazione dal peccato e dalla sofferenza.  Ma il mezzo è la stessa sofferenza accettata e vissuta in spirito di sacrificio per la salvezza del prossimo. È quella che Cristo chiama «croce»: «se qualcuno vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24).

C’è inoltre da tenere presente che l’atto decisivo col quale Cristo ha operato la nostra salvezza, al di là di tutti suoi gesti d’amore verso tutti, della sua predicazione e dei suoi miracoli, è stata la sua passione. Da qui un paradosso dell’etica cristiana, che, a differenza di quello che potrebbe attendersi la semplice etica naturale, che punta sull’azione e che considera debolezza e fallimento il patire, l’etica cristiana dà somma importanza al patire come testimonianza del sommo amore ed imitazione del sacrificio redentore di Cristo.

Da qui la stima cristiana per il martirio e per la vita religiosa, in quanto pienezza della consacrazione battesimale, per la quale, «sepolti con Cristo» (cf Rm 6,4 e Col 2,12), risorgiamo con Lui. Da qui il significato liturgico della vita cristiana, che trae il suo alimento dalla celebrazione della Santa Messa, rinnovazione incruenta del sacrificio di Cristo, per cui, come dice il Concilio Vaticano II, nella celebrazione eucaristica «si attua l’opera della nostra redenzione»[2] e «la  liturgia è il culmine verso cui tende la vita della Chiesa e insieme la fonte da cui promana tutta la sua virtù»[3].

Il che si riferisce al fatto che nella liturgia abbiamo una pregustazione della visione e della gioia dei misteri escatologici, ma occorre anche ricordare che dobbiamo assolutamente mettere in pratica nella vita quotidiana quanto abbiamo appreso dalla partecipazione alla Messa, per non cedere alla sterile ipocrisia di fermarci ai bei pensieri e alle belle parole senza passare ai fatti.

Il paradosso dell’etica cristiana è dunque l’amore per la sofferenza; ma non per la sofferenza come tale, cosa che sarebbe morbosa e abominevole, ma per la sofferenza in quanto prezzo e mezzo per seguire Cristo. Quindi il cristiano non si limita ad accettare in questo senso e con questo spirito la sofferenza quando vine, ma la cerca volontariamente e gioiosamente come occasione per offrirsi vittima con Cristo per la salvezza dei fratelli.

Il paradosso della gioia cristiana è il gioire nel soffrire per la causa di Cristo, nel ricevere insulti ed umiliazioni a causa di Cristo, nel patire per il bene del prossimo, per il bene della Chiesa e per l’onore di Dio. Nel cristiano la natura, che funziona normalmente, si ribella spontaneamente alla sofferenza. Così spieghiamo l’angoscia di Cristo nel gethsemani. Una natura che provasse gusto nel soffrire o nel far soffrire sarebbe mostruosa.

Gesù, come uomo normale e virtuoso, aveva un bisogno naturale e del tutto onesto di godimento fisico. Eppure volle obbedire al Padre di sacrificarsi sulla croce per la salvezza dell’umanità, e ciò, nonostante la ripugnanza della natura e i patimenti subìti, gli procurò un’intima ineffabile gioia, per cui Gesù persino sulla croce godeva della visione beatifica[4].

In quest’ordine di idee San Giacomo può affermare: «Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subìte ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancar di nulla» (Gc 1,2).

Questa gioia nella sofferenza tipica del cristiano si spiega se teniamo presente che la nostra anima è spirituale, ma nel contempo anima anche le potenze sensitive che abbiamo in comune con gli animali. Si tratta dunque di due piani vitali distinti. Da qui la possibilità che mentre il corpo prova dolore, lo spirito gioisca per il fatto che si tratta di un dolore motivato dall’amore per Dio e per i fratelli.

L’obbedienza di Cristo al Padre non ha quindi nulla a che vedere con certe forme di soggezione fanatica ed autolesionista ad un capo dispotico, soggezione acritica e supina, irriguardosa delle esigenze del proprio benessere fisico, come possiamo notare in certe sètte religiose fondamentaliste o addirittura terroriste, nelle quali l’idea del sacrificio è totalmente pervertita in un autoannullamento finalizzato all’affermazione violenta e imbonitrice della setta religiosa.

Il Padre celeste, dal canto suo, vuole certamente il sacrificio del Figlio; ma ciò non va interpretato, come alcuni empi malamente intendono, nel senso orribile e blasfemo che il Padre abbia voluto la morte del Figlio per sé stessa. Viceversa, il Padre ha voluto salvare l’umanità per mezzo del Figlio. Questa è stata la volontà del Padre. Ha voluto che il Figlio si offrisse «vittima di espiazione» per la remissione dei peccati (I Gv 4,10).

Posta questa volontà e dato che l’offerta vittimale comporta la morte della vittima, in tal senso si può dire, senza mancare di rispetto al Padre, che indirettamente ha voluto la morte del Figlio. Ragionare diversamente vuol dire confondere il sacrificare con l’assassinare. Costoro dimenticano che l’atto morale non è oggettivamente qualificato dalla materia circa la quale opera o dal suo aspetto materiale, ma dalla forma o contenuto intellegibile intenzionale dell’atto stesso, altrimenti, col loro ragionamento, bisognerebbe proibire di mangiare il pollo o la verdura per evitare la crudeltà insita nell’atto di uccidere il pollo o la verdura.

Il rischio della formazione cristiana di oggi, soprattutto della formazione alla vita religiosa non è più, generalmente, quello di un comandare e di un obbedire in un’atmosfera di morboso dolorismo o di indiscreta retorica vittimistica o sacrificale, ma al contrario, a causa di un fraintendimento.

Perché dunque la sofferenza? Perché abbiamo peccato.

Perché la sofferenza? Per liberarci dal peccato.

Perché la sofferenza? Per liberarci dai vizi e acquistare le virtù.

Perché la sofferenza? Per condurci in paradiso.

Perché la sofferenza? Perché vogliamo amare Dio e il prossimo come Cristo lo ha amato.

Gesù Dunque ci ha fatto capire che il Padre ha tratto dal peccato un bene maggiore di quello che possedevamo prima del peccato. Ci ha rivelato che il Padre, pur non avendo colpa del peccato, ha voluto che esistesse il peccato. Infatti, se non avesse voluto, il peccato non sarebbe esistito. Gesù ci ha rivelato sul male dei «perché» che noi non avremo mai saputo, se Egli non ce li avesse rivelati.

Ma esiste tuttavia il perché più profondo ed ultimo, un perché dei perché, che non ci ha rivelato, perché appartiene talmente all’intima decisione del Padre, che, anche se ce lo avesse rivelato, non lo avremmo capito, E la domanda tremenda è questa: perché il Padre ha voluto il peccato, quando anche senza il peccato, se Egli avesse voluto, l’uomo avrebbe potuto ugualmente raggiungere direttamente, senza passare dal peccato, la stessa gloria celeste, che raggiunge adesso nella supposizione del  peccato?

Non lo sappiamo e non possiamo saperlo. Ma, come Giobbe, fidiamoci del Padre. Egli ci ha dato nel suo Figlio la massima prova del suo amore per noi, e quindi rinunciamo a voler sapere ciò che è troppo al di sopra della nostra piccola comprensione. Accontentiamoci di quanto ci ha rivelato il Figlio, che si presta ad essere indagato in un progresso che durerà per l’eternità. Per questo è bene seguire il monito di Dante: «State contente, umane genti, al quia, chè se possuto aveste veder tutto, mestier non era parturir Maria» (Purgatorio, III v.37).

In conclusione, possiamo dire che, in quest’ordine di idee, al di là di tutte le cose preziosissime che Cristo ci ha rivelato con la sua parola, la sua vita, passione, morte e risurrezione sul perché della sofferenza, resta sempre vero che «il perchè della sofferenza – come dice Papa Francesco – è un mistero».

Difficoltà nella predicazione 

San Paolo chiama «scandalo della croce» (I Cor 1,23; Gal 5,11) la spiegazione cristiana del perché della croce. Che deve fare allora il predicatore? Deve dar scandalo? Dev’essere un provocatore? Paolo spiega cosa intende dire. La Croce è scandalo per gli increduli e per gli stolti. Ma «per coloro che sono chiamati, sia Giudei, sia Greci, è potenza di Dio e sapienza di Dio» (I Cor1, 23-24).

Dunque la spiegazione cristiana non è contro la ragione, ma in armonia con essa. Tuttavia, chi non ne ha mai sentito parlare o ha dei pregiudizi contro di esso o anche un cattolico inquinato dal modernismo o dal buonismo, facilmente trova ostico questo discorso, si ribella, gli ripugna o lo capisce alla rovescia.

Come fare? Occorre che il predicatore sia innanzitutto ben preparato, abbia assunto in pieno su questo punto l’insegnamento del Vangelo e della Chiesa. Occorre che viva personalmente questo mistero: ciò gli suggerirà le parole più adatte.

Occorre – come dice Santa Caterina – che sia mosso da un’«ardentissima carità», perché il mistero della croce è un mistero d’amore. Occorre che sappia comprendere, caso per caso, la situazione particolare dl sofferente, comprendere il suo punto do vista, discernere se è o no preparato ad ascoltare, se c’è probabilità che capisca ed apprezzi. È un farmaco potente e risolutivo, ma occorre che il paziente sia nelle condizioni di poterlo recepire. Altrimenti è meglio non somministrarlo, perché potrebbe avere una reazione di rigetto non volontaria e maliziosa, mi buona fede, a causa di pregiudizi o fraintendimenti.

Importante è la gradualità, partendo da esigenze o preferenze personali del paziente e fargli fare un passo alla volta, fermandosi appena ci si accorge che non può proseguire oltre. Penserà Dio stesso a consolarlo interiormente con illuminazioni ben più importanti da quelle che può ricevere dal predicatore.

Esistono, soprattutto per quelli che sono lontani dalla fede, espedienti di tipo psicologico o basato su semplici motivazioni umane, come per esempio coltivare la speranza nella medicina, assicurare una vicinanza premurosa ed affettuosa, il ricorso a sollievi ispirati all’arte, alla bellezza, allo spettacolo, alla musica, al gioco addirittura a battute di spirito, a seconda dei gusti, delle preferenze o degli stati d’animo del sofferente o del malato. A volte può bastare la semplice vicinanza silenziosa. In queste situazioni può essere più eloquente il silenzio che la parola. Dio non manca di farglisi sentire e farsi riconoscere.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 11 febbraio 2021

 

Come Giobbe, fidiamoci del Padre. Egli ci ha dato nel suo Figlio la massima prova del suo amore per noi, e quindi rinunciamo a voler sapere ciò che è troppo al di sopra della nostra piccola comprensione. 

di quanto ci ha rivelato il Figlio, che si presta ad essere indagato in un progresso che durerà per l’eternità. Per questo è bene seguire il monito di Dante: «State contente, umane genti, al quia, chè se possuto aveste veder tutto, mestier non era parturir Maria» (Purgatorio, III v.37).

In conclusione, possiamo dire che, in quest’ordine di idee, al di là di tutte le cose preziosissime che Cristo ci ha rivelato con la sua parola, la sua vita, passione, morte e risurrezione sul perché della sofferenza, resta sempre vero che «il perchè della sofferenza – come dice Papa Francesco – è un mistero».

Dante, Paradiso (Immagini da internet )



[1] Cf Gen 22,1; Es 15,25; 20,20; Dt 8,2; 13,4; Gdc 2,22; 3,1;  7,4; II Cr 32,31; Gb 7,17; Sal 26,2; 66,10; 81,8; Gv 6,6; Ap 2,10.

[2] Cost. Sacrosanctum Concilium, n.1.

[3] Ibid., n.10.

[4] Lo insegna Pio XII nell’enciclica Haurietis aquas del 1956, riprendendo la dottrina di S.Tommaso.

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