Conservazione e creazione (Del Servo di Dio Padre Tomas Tyn, OP)

 Conservazione e creazione

Del Servo di Dio Padre Tomas Tyn, OP

Ho notato[1] accuratamente alcuni quesiti non risolti. Il primo era il perchè della creazione. Il perchè, vedete, mi dispiace di dover rispondere in modo così agnostico, ma il perchè bisogna chiederlo al Creatore stesso. Però questa è già una risposta. Non so se rendo l’idea.

Il fatto è questo, che non c’è un perchè né umano, né angelico, né creaturale in genere. Cioè, quello che mi preme dire è che non c’è un perchè, un motivo della creazione nelle creature stesse. Non c’è un motivo della creazione nelle creature stesse. Il motivo per cui le creature ci sono piuttosto che non esserci è in Dio e in Dio solo. 

Questa è la differenza dal pensiero antico. Infatti, secondo gli Antichi, l’universo c’è da sempre e per sempre; o anche, se non ci fosse da sempre, - perché c’erano alcuni, come Platone, che pensano che il tempo nasce nel tempo come partecipazione dell’eternità - è però per sempre. Quindi[2] è un qualche cosa di eterno o di sempiterno, qualche cosa di necessario, qualche cosa che non può non esserci. Questa è la mentalità antica. 

La mentalità nuova, e il cristiano non può pensare altrimenti, se pensa da cristiano, non può pensare altrimenti se non così, e cioè che, delle cose che ci sono non c’è nessuna che abbia diritto ad esserci. Ovvero, in altre parole, le cose finite, in quanto finite, sono non necessarie, cioè le cose finite sono, come si dice nel gergo filosofico, contingenti, cioè sono delle cose che ci sono di fatto, ma potrebbero benissimo anche non esserci. 

Quindi, il punto è questo: non c’è in un’essenza o in una natura finita e limitata, la ragione sufficiente del suo essere; non c’è il motivo sufficiente perché quella cosa ci sia piuttosto che non esserci. 

Quindi, quando ci facciamo l’angosciosa, bellissima domanda, che deve esserci, perché l’essere piuttosto che il non essere, dobbiamo rispondere in un duplice modo: l’essere infinito non è oggetto di quella domanda, perché l’essere infinito spiega sé stesso, in quanto è evidente che l’essere è e il non essere non è[3].

Tutto ciò che invece non è l’essere, ma ha l’essere, ovvero tutto ciò che non è essere per essenza, ma riceve l’essere per partecipazione, tutto ciò ha l’unica ragione del suo esserci, non in sé, ma nella causa del suo essere, cioè in quell’essere che è tale per essenza e che quindi con un atto sovranamente libero crea, pone nell’essere tutto ciò che è.

Allora teniamo fermo questo. La mentalità antica è quella che si dice in termini filosofici mentalità essenzialistica[4]. Essa è opposta alla mentalità esistenzialistica, come l’essenza è opposta all’esistenza. Mentalità antica, mentalità essenzialistica. Ovvero le essenze fondano sé stesse. Il mondo così come è, non può non esserci né può essere diverso da come è. Mentalità, ripeto, pagana.

Invece la mentalità cristiana, alla luce dell’essere puro, - dell’esistere, dell’exsistere, cioè di essere, di emergere dal nulla[5] - dice che le cose emergono dal nulla, non perché hanno diritto ad emergere, no, ma perchè c’è una causa creatrice che conferisce a loro quell’essere, che solo la causa possiede nella sua essenza. Invece tutte le altre essenze hanno quell’essere come dono che viene dal di fuori.

Da qui la differenza tra essenza finita ed essenza infinita. L’essenza infinita è quell’essenza che si identifica con lo stesso essere. Le essenze finite sono quelle essenze che non sono l’essere, ma ricevono l’essere, hanno l’essere, si rivestono dell’essere, ma lo ricevono come un qualche cosa di estrinseco; non hanno cioè in sé stesse il motivo sufficiente del loro esserci.

In altre parole, per dirlo in modo più popolare, l’essere delle creature è un dono ed è un dono gratuito, cioè le creature non possono fare un sindacato, andare dal Padre eterno e, quelle che non ci sono, dirGli: noi abbiamo diritto all’essere.

Il fatto è che alcune ci sono e altre no, e ce sono tante che non ci sono, ossia creature possibili che sono infinite, veramente infinite, attualmente infinite. É un grande mistero, perchè è l’unica istanza legittima di un numero attualmente infinito; si tratta cioè del numero infinito delle idee divine. 

Cioè Iddio concepisce un numero infinito di cose possibili. Di questo numero infinito di cose possibili, ne mette in atto, non so, 3 miliardi, 14 miliardi, 20 miliardi, non so quanti. Però un numero finito. Quindi infinite creature. Infinito meno finito uguale infinito; infinite creature possibili non sono state poste in atto d’esistere[6].

Ora, se queste creature possibili facessero un sindacato e si presentassero al Padre eterno dicendo: “Tu ci fa ingiustizia”, il Padre eterno direbbe: “Guardate voi stesse, creature mie care, e vi accorgerete che in voi stesse non c’è nessun motivo perchè voi siate piuttosto che non siate. Quindi, se io vi faccio esistere, lo faccio con un atto della mia gratuita, pura, libera e sovrana volontà”. 

Quindi non c’è creatura, che possa spiegare il perché dell’esserci delle cose finite, c’è solo Dio che ce lo può spiegare. E oserei quasi dire che persino Dio, che il Signore mi perdoni, non ce lo potrebbe spiegare adeguatamente, perché, vedete, il grande mistero è questo: che noialtri, lo sapete bene, quando vogliamo qualcosa, abbiamo una volontà motivata, cioè una volontà dipendente dal fatto che ciò che vogliamo è buono.

Infatti, se uno volesse qualche cosa di cui non è convinto che sia un bene, sarebbe insomma proprio un alienato. Cioè non sarebbe una persona normale, sarebbe un caso patologico. E anche, diciamo, nei casi patologici, quando uno vuole il male, non può volerlo in quanto è un male, ma può volerlo solo in quanto paradossalmente il male gli appare bene. Insomma tutto ciò che vogliamo, noi lo vogliamo perché lo consideriamo come buono o a ragione o a torto. 

Il Signore invece non è che consideri una creatura come più buona di un’altra rispetto all’essere[7]. Non c’è nella creatura nessun motivo perché una debba essere piuttosto che un’altra. Quindi il Signore non dice: “Io creo quella creatura perché è più giusto che essa sia[8]”. No. Il fatto che quella creatura abbia, tra virgolette, più diritto ad essere è stabilito ancora dalla decisione di Dio.

Cioè la decisione di Dio non è motivata dalla preesistenza del bene, ma l’esistenza del bene deriva come conseguenza dalla decisione previa di Dio. In altre parole, la liberissima decisione di Dio è primaria, precedente, antecedente ogni tipo di motivazione intellettuale. 

Quindi mentre Dio conosce le nature delle cose con il suo intelletto, l’essere delle cose Dio lo vuole puramente e semplicemente, senza poter dire: do l’essere a quella creatura perché mi pare che quella creatura sia migliore di quell’altra, o altre cose del genere.

Quindi in qualche modo persino Dio non ci potrebbe spiegare in modo umano; in modo divino sì, ma è proprio quello che noi non comprenderemmo. Dio non può nemmeno Lui spiegarci, in modo umano, il perché della creazione, perché fa quel torto marcio, come penserebbero i nostri sindacalisti.

La nostra mentalità ugualitaristica di oggi si chiede perché Dio pone nell’essere quella creatura anziché quell’altra, perché fa quel discrimine terribile di porre in essere, tra un’infinità possibile di creature, un numero solamente finito. Nemmeno Dio ce lo potrebbe spiegare in modo umano, ce lo spiegherebbe nel suo modo divino; direbbe: “perché io così ho voluto”. Dio veramente in questo è sovrano assoluto.

Allora in questo senso il perché della creazione sta nel fatto che non c’è un perché nelle creature stesse, c’è solo un perché nella sovrana volontà di Dio. Non c’è nemmeno un perché nell’intelletto divino. C’è un perché dell’essenza delle cose nell’intelletto divino, questo sì, ed è un perchè anche necessario; cioè Dio vedendo sé stesso, la sua infinita essenza, non può non concepire questa splendida infinita essenza, che è pienezza di essere, se non come possibile immagine di altre cose che ne potrebbero derivare in modo finito.

É una immagine molto inadeguata, ma pensate a uno scultore, un po’ come il demiurgo platonico, uno scultore che guarda un uomo realmente esistente per fare una scultura, cioè per imitare in un pezzo di pietra la bellezza di ciò che esiste nella natura. È chiaro che l’uomo esistente in rerum natura è molto più perfetto dell’uomo che esiste in un pezzo di marmo. Quindi si tratta di un’imitazione.

In Dio ovviamente è una cosa molto diversa perchè l’imitazione avviene addirittura in modo tale, che Dio estrinseca nelle creature sé stesso cosicché le creature non sono divine. Invece l’uomo rappresentato è sempre un’effige dell’uomo.

Comunque, si può dire che Iddio, contemplando la sua essenza, scorge in essa una certa esemplarità, cioè Egli vede la sua bontà come un modello di tante bontà particolari possibili.

L’uomo, da parte sua, imita Dio in quanto all’intelletto, l’animale imita Dio in quanto al sentire, la pianta imita Dio quanto ancora al vivere, al crescere, ecc. Il minerale imita Dio se non altro quanto al suo ordine, - del cristallo per esempio - oppure quanto allo stesso suo esistere. Comunque ogni creatura è imitazione e similitudine di Dio.

E Iddio non può non vedere Sé stesso, non come un’immagine, ma come un esemplare di tante possibili immagini esterne. Quindi l’essenza delle cose è, in questo senso, necessaria. Dio non può non pensarla, però, il porla o non porla nell’essere, questo dipende unicamente ed esclusivamente da Lui. Dio non ha obblighi con il mondo.

Ora c’è il grande pensatore Leibnitz, il quale, seguendo in questo il platonismo, cioè l’essenzialismo precedente precristiano, diceva per togliere di mezzo lo scandalo del male nel mondo, che il male deriva nel mondo non dalla volontà di Dio, bensì dal Suo intelletto.

Secondo Leibnitz, Dio, vedendo i possibili progetti di un mondo, ha scelto il mondo migliore, il migliore mondo possibile. E Dio era obbligato, con un obbligo morale, a scegliere il mondo migliore, attenuando con la scelta della sua volontà, i mali insiti in ogni tipo di mondo.

Ora, quale è la risposta cristiana? Siamo ancora troppo nell’essenzialismo. Perché? Perché di per sé il concetto del migliore dei mondi possibili, è un concetto contraddittorio, è un concetto umano, che si pone dalla parte dell’uomo, ma che dinanzi a Dio non ha senso, è meaningless, come dicono gli inglesi, privo di senso. 

Perché questo? Proprio perché tra ciò che è l’atto di esistere, l’actus essendi, l’essere, l’esistere nella sua pienezza, e ogni data finita esistenza, che non è l’essere, ma lo possiede solo per partecipazione, la distanza, non in termini spaziali si capisce, la distanza di bontà, di essere, è infinita. Vedete, la distanza tra finito e infinito è distanza sempre infinita, ontologicamente parlando, cioè parlando in termini di essere.

Perciò tra ogni dato mondo, anche migliore, è sempre pensabile un altro mondo ancora migliore. E non c’è nessun obbligo per cui Dio debba scegliere questo mondo piuttosto che quest’altro. C’è nella creazione una gratuita, gratuitissima comunicazione di essere a delle cose che di suo non hanno nessun diritto ad esistere, nessuna motivazione in sé di esistere. Vedete.

Quindi quando qualcuno ci chiede: perché l’essere piuttosto che il non essere? La risposta è duplice: perché l’essere per sé stesso è, e questo vale per l’essere infinito, che è Dio. Per quanto concerne gli esseri finiti, il loro perché è uno solo: la bontà sovranamente libera del loro creatore. Non ci sono altri perchè.

Questo per quanto concerne, diciamo così, la teologia della creazione, perché è una verità dogmatica: “all’inizio”, Berescit, “al principio Iddio creò il cielo e la terra”, Barah. Questa parola barah, “ha creato il cielo e la terra”, è pressoché, anzi non pressoché, è del tutto sconosciuta nelle popolazioni pagane antiche. Non esiste un equivalente.

Infatti, per i Greci esiste la generazione, la corruzione, esiste di tutto, ma non esiste la creazione. È un termine biblico. Però nel contempo a questa teologia della creazione corrisponde una profondissima filosofia dell’essere. É come se la Sacra Scrittura ci avesse obbligati ad abbandonare i nostri meschini finiti schemi umani di essenza, per varcare il limite dell’essenza e contemplare, al di là di ogni data essenza finita, l’essere infinito, il fatto di esistere. E questo è l’unico vero esistenzialismo.

Non quelle cose, che sono spacciate sotto quel nome al giorno di oggi, come per esempio in Sartre e in altri. Quindi l’unico vero esistenzialismo è quello che dice: l’atto di essere è al di là di ogni essenza, ma nel contempo tale da dare l’emergenza dal nulla ad ogni essenza che esiste. E questo legame tra l’essenza finita ed essere infinito, a cui l’essenza non ha diritto, questo legame che si chiama creazione, è oggetto di libera e sovrana volontà di Dio.

Quindi, Iddio pone nell’essere quello che Egli vuole. Però questo è un effetto della una sua bontà infinita. É qui che si abbozza già quasi nella creazione la teologia della grazia. Noi, infatti, se ci salviamo, perché ci salviamo? Ci salviamo perché siamo buoni? No, neanche per sogno. Invece, siamo buoni perchè Iddio ci ha usato misericordia.

I santi lo sapevo va bene questo, perché i santi erano umili. I pelagiani, invece, non si facevano santi proprio perché, per quanto asceti, non si umiliavano davanti a Dio, ma pensavano di poter scalare il cielo come facevano i Titani rispetto all’antico Olimpo.

Invece davanti a Dio bisogna riconoscere che l’uomo, come ogni creatura, è privo di alcun diritto. Vale a dire che tutto ciò che noi abbiamo di degno, di nobile, di buono, di valido, tutto questo, fin nei suoi minimi particolari, deriva da Dio sovranamente libero.

Notate la differenza della mentalità, come dire, cristiana, basta dire così, e filosofico-esistenziale nel senso che vi ho spiegato sopra, la differenza di questa mentalità rispetto alla mentalità contemporanea dell’egualitarismo. Scusate se dico così apertamente, ma con voi uno si può confessare senza timore.

Ebbene, io vi dico sinceramente che, per questi festeggiamenti della Rivoluzione Francese, il guaio non è tanto in quelle efferatezze che hanno fatto, ossia che hanno decapitato i nobili, i frati, le suore, i preti, vescovi. Questo è solo un sintomo, come si dice in medicina. La causa è molto più profonda: essa sta nel fatto della rivolta gnostica contro la sovranità di Dio, ossia il fatto che Dio si permette di decidere dell’uomo; invece no, è l’uomo che deve decidere la sua sorte.

Ora, questa è una matrice profondamente atea; per la gnosi il teismo è una cosa da ridere. Poi, possono anche introdurre un culto dell’Essere supremo e della ragione e tutte queste scemenze[9], ma sotto sotto la verità sta nel fatto della rivolta atea, profondamente atea, a nome dell’uomo contro Dio. Ed è una rivolta ugualitaristica, nel senso di dire che tutto questo, tutta questa limitatezza dell’essere, non ha da esserci, cioè l’uomo è assoluto.

Quindi ciò che mi dà da pensare, nella Rivoluzione Francese, più che tutto quel sangue, tutte quelle violenze che ci sono state, è il pensiero. Dunque, è ancora lo spirito che ha il primato. Quindi, quando sento, anche alcuni uomini di Chiesa, dire che in fondo la Rivoluzione Francese, con la sua dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, non ha fatto altro che ripristinare la dignità dell’uomo, come l’insegna anche San Tommaso nel suo trattato sulla legge naturale, mi viene semplicemente da ridere, se non mi venisse da piangere[10].

Allora, alla luce del trattato sulla creazione, tutto questo appare in meridiana luce, cioè appare con chiarezza che la creatura è creatura, essere finito, cui l’essere non è dovuto; Dio sovranamente dispone di ciò che sarà e di come sarà. Questo per quanto concerne il motivo della creazione.

Da: Conferenza del 19 gennaio 1989 - di P. Tomas Tyn, OP -  Testo rivisto, con note, da P. Giovanni Cavalcoli, OP

http://www.arpato.org/testi/lezioni_tincani/17_La_conservazione_come_creazione_19_gen_1989.pdf

http://www.arpato.org/creazione.htm

 

 

 

 Creazione del mondo, di Giusto de Menabuoi - 

Battistero Padova - sec. XIV

 

 

 



Immagine da internet


[1] Mancano le parole iniziali.

[2] Sottinteso: la creazione.

[3] Riferimento al famoso principio di non contraddizione enunciato da Parmenide.

[4] Padre Tomas con questa parola intende riferirsi al fatto che il grande pensiero antico ha la visione delle essenze, ma non si interroga sul loro esistere, per cui queste essenze diventano come degli assoluti o, potremmo dire, delle divinità.

[5] Padre Tomas vuole qui evidenziare il fatto che nella metafisica cristiana sorge un concetto dell’essere come “emergere dal nulla” in forza della dottrina della creazione.

[6] Si potrebbe anche dire: “in essere”.

[7] Padre Tomas si riferisce a due creature preesistenti.

[8] Che esista proprio lei.

[9] Può equivalere a stoltezze.

[10] Padre Tomas non intende negare il valore dei diritti dell’uomo, ma ci avverte che la famosa dichiarazione della Rivoluzione Francese sottende una concezione antropocentrica, che, al limite, conduce all’ateismo.

 

2 commenti:

  1. Essendo un principiante (ho riletto alcuni frasi un paio di volte) trovo che le note a piè di pagina siano molto giuste e opportune. Rimane la meraviglia davanti ad un'esposizione così profonda del Padre Tomas Tyn. Un testo che apre gli occhi su orizzonti nuovi come succede anche per i suoi scritti Padre Giovanni. Una domanda, conferma Padre che la narrazione della creazione nella Bibbia non ha equivalenti (come mi pare dopo una ricerca sommaria) in altre culture antiche precedenti?

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    1. Csro Alessandro, il concetto di creazione di per sè sarebbe tale da poter essere raggiunto con la semplice ragione umana, però, di fatto, nella storia del pensiero si riscotra che è stato raggiunto soltanto dal Popolo Ebraico nella Sacra Scrittura. Il che vuol dire che per gli altri Popoli, al di fuori di Israele, l'attributo dell'Essere Creatore appare come una rivelazione divina, in quanto lo stesso Israele è giunto a questo concetto accogliendo quella rivelazione di Sé, che Dio ha fatto a Mosè quando ha denominato Se Stesso "Io Sono Colui Che E'". Infatti, solo Colui che E' l'Essere, può rendere ragione della esistenza degli enti, in quanto è la causa del loro essere. Ora, creare non è altro che causare l'essere di ciò che è creato.

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