Il conforto cristiano alla persona sofferente

Il conforto cristiano alla persona sofferente

Il paradosso cristiano della sofferenza

Uno dei più grandi pregi del cristianesimo è quello di saper dare al sofferente un conforto e una consolazione che nessun’altra religione, morale, filosofia o psicologia sa dare, a patto, s’intende, che il sofferente o il malato sia desideroso di guarire, creda in Dio, ed abbia fiducia nelle parole del Vangelo.

Infatti il conforto cristiano non è un conforto semplicemente umano, solidaristico o psicologico, che pure ha la sua utilità quando il sofferente non è pronto a comprendere l’apparente paradosso del discorso della Croce. Perché il conforto cristiano possa avere il suo effetto, bisogna che il sofferente, illuminato dalla fede ed animato dalla carità cristiana, viva già una vita cristiana o quanto meno sia aperto alla comprensione di ciò che gli viene comunicato dal fratello di fede, laico o sacerdote che sia.

L’apparente paradosso consiste precisamente nel fatto che il cristianesimo congiunge il naturale rifiuto della sofferenza e la lotta contro la sofferenza a un certo amore soprannaturale per la sofferenza, non certo in quanto tale, che sarebbe peccato, ma in quanto partecipazione espiativa ed amorosa alle sofferenze di Cristo, che, innocente, per amor nostro e per soddisfare al Padre per i nostri peccati, si è fatto carico del castigo dei nostri peccati, per espiare al nostro posto sulla croce e guadagnarci la remissione dei peccati e la liberazione dalla sofferenza. Per esprimere in due parole il paradosso che in realtà è divina sapienza, giustizia e misericordia: la sofferenza libera dalla sofferenza.

Per questo il confortatore, prima di impostare il discorso al sofferente, deve accertarsi della situazione spirituale di questi, per decidere sul tipo di conforto da dargli, cosicché esso sia conforme o adatto alle aspettative, alla capacità di ascolto, alla situazione e alle convinzioni del sofferente; per questo il confortatore somministrerà un conforto semplicemente umano a chi non è capace di recepire di più; darà il conforto cristiano a chi è già cristiano.

Oppure può capitare la circostanza che il sofferente, benché ancora ignaro della consolazione cristiana, sia pronto a comprenderla e riceverla. In tal caso il confortatore deve approfittare dell’occasione che gli si presenta per beneficare il sofferente del conforto cristiano. Oppure, se il sofferente è vittima in buona fede di pregiudizi o errori circa il conforto cristiano, quello potrà essere il momento opportuno per illuminarlo e disingannarlo, così da renderlo disponibile ad essere cristianamente confortato. Se invece il sofferente si mostra ostile al discorso cristiano e refrattario a lasciarsi persuadere, bisogna rinunciare ad un’opera di convincimento o, se è il caso, lo si può ammonire esortandolo, sull’esempio di Cristo e degli apostoli, alla conversione per non incorrere nell’eterna dannazione.

Consolare gli afflitti

Il confortatore, come indica la Lettera Samaritanus bonus della CDF, può, se è il caso, ricordare al malato

«il valore della vita umana nella malattia, il senso della sofferenza e il significato del tempo che precede la morte. Il dolore e la morte, infatti, non possono essere i criteri ultimi che misurano la dignità umana, la quale è propria di ogni persona, per il solo fatto che è un “essere umano”». Infatti,come spiega il documento, «la sofferenza, lungi dall’essere rimossa dall’orizzonte esistenziale della persona, continua a generare un’inesauribile domanda sul senso del vivere.[6] La soluzione a questo drammatico interrogativo non potrà mai essere offerta solo alla luce del pensiero umano, poiché nella sofferenza è contenuta la grandezza di uno specifico mistero che soltanto la Rivelazione di Dio può svelare.[7]».

Il consolatore, continua la Lettera, deve aiutare il malato ad avere

«lo sguardo di chi non pretende di impossessarsi della realtà della vita, ma sa accoglierla così com’è, con le sue fatiche e le sue sofferenze, cercando di riconoscere nella malattia un senso dal quale si lascia interpellare e “guidare”, con la fiducia di chi si abbandona al Signore della vita che in esso si manifesta».

E precisa:

«È un contributo essenziale quello che spetta agli operatori pastorali e all’intera comunità cristiana, sull’esempio del Buon Samaritano, perché al rifiuto subentri l’accettazione e sull’angoscia prevalga la speranza,[66] soprattutto quando la sofferenza si prolunga per la degenerazione della patologia, all’approssimarsi della fine». Infatti, «Spe salvi facti sumus, nella speranza, quella teologale, indirizzata verso Dio, siamo stati salvati, dice San Paolo (Rm 8, 24)».

«“Il vino della speranza” – continua la Lettera - è lo specifico contributo della fede cristiana nella cura del malato e fa riferimento al modo in cui Dio vince il male nel mondo. Nella sofferenza l’uomo deve poter sperimentare una solidarietà e un amore che assume la sofferenza offrendo un senso alla vita, che si estende oltre la morte».

«Un profondo senso religioso – osserva poi il documento - può permettere al paziente di vivere il dolore come un’offerta speciale a Dio, nell’ottica della Redenzione[73]».

Infatti il conforto cristiano al sofferente è fondato sul mistero della Redenzione e non è altro che un’applicazione salutare di questo mistero, il quale suppone che il malato sappia che la sua sofferenza è conseguenza del peccato originale e può essere un castigo divino per peccati suoi personali. Ovviamente si suppone che il malato sappia inoltre con esattezza, secondo il senso biblico, che cosa è il castigo divino, rigettando un certo concetto popolare e superstizioso di castigo divino, come atto balzano e irrazionale di un Dio dispotico e rancoroso.

Un’affermazione problematica del Papa

È possibile che sia riferendosi al castigo in questo senso, che il Papa nella sua Enciclica Tutti fratelli dice: «Non voglio dire che si tratta di una sorta di castigo divino» (n.34). E perché non lo dice? In mezzo a tutti gli equivoci, i pregiudizi, le menzogne e la confusione che circolano su questo delicato ed importante argomento persino tra certi vescovi, sarebbe stata un’ottima chiarificazione e consolazione alla luce della fede. E se queste cose non le dice il Papa, chi deve dirle, considerando anche l’immensa letteratura ascetica e morale, alla quale potrebbe attingere o parlando per esperienza personale?

Il Papa spiega la sventura della pandemia con queste parole: «è la realtà stessa che geme e si ribella». Qui abbiamo una specie di personificazione della realtà, come se essa fosse una persona che facciamo soffrire e che quindi si ribella contro di noi. Sembra dunque che siamo castigati da questa «realtà». Parrebbe che si trattasse della natura. E difatti il Papa ha recentemente detto al riguardo che la «la natura si vendica».

E invece questa volta il Papa esclude questa spiegazione: «E neppure basterebbe affermare che il danno causato alla natura alla fine chiede il conto dei nostri soprusi». Dunque adesso Francesco invoca una «realtà» diversa o più profonda o superiore alla natura. Ma non ci spiega quale sia questa «realtà» che è così ostile e potente da provocare da un anno in tutto il mondo un tale pericolo mortale, che ci angoscia tutti e che finora neppure l’impegno degli scienziati di tutto il mondo riesce a scongiurare.

Invece di citare questa mitica, potentissima e indefinibile realtà malvagia o giustiziera, che ci ricorda tanto l’anti-dio del manicheismo o la dea Pachamama, perché il Papa, maestro della fede, interprete della Scrittura e pastore della Chiesa, non ci dice chiaramente che questa Realtà che «chiede il conto dei nostri soprusi», cioè dei nostri peccati, non è altro che Dio stesso?

Tutto sarebbe illuminato e sapremmo bene con chi abbiamo a che fare, ossia con un Padre buono e giustamente severo, ma soprattutto misericordioso, sapremmo perché siamo castigati e chi è che ci castiga, presso chi dobbiamo riparare, a chi dobbiamo render conto, chiedere perdono e misericordia, con chi dobbiamo riconciliarci, come e a quali condizioni liberarci da questo male, a chi chiedere luce e forza per correggerci e per migliorarci. Perché d’altra parte la pandemia non potrebbe essere il castigo divino per le gravissime ingiustizie sociali ed economiche denunciate da Francesco?

D’accordo, ci va di mezzo un numero immenso di sfruttati e di poveri in tutto il mondo, i quali, oltre a subìre il sopruso dei ricchi, devono sorbirsi anche la pandemia. Ma siamo sicuri che anche tutti costoro siano semplicemente vittime innocenti o non sappiamo piuttosto che ognuno di noi è un peccatore con un conto da saldare? E che ciascuno ha le sue responsabilità, chi di più chi di meno? E quand’anche fossimo proprio del tutto innocenti - cosa che non è -, chi ci impedisce di unirci alle sofferenze redentrici che ha patito per noi l’Innocente Agnello immolato? E se non crediamo in Dio, non sarebbe questa l’occasione per scuoterci e ricordarci che Dio esiste?

Mi piace riportare il commento alle parole del Papa fatto da un mio amico teologo. Mi pare plausibile per scagionare il Papa dal sospetto di voler negare che una sventura sia un castigo divino:

«Sarei dispiaciuto (e probabilmente accadrà) se alcuni dicessero che il papa in un'enciclica ha detto o fatto intendere che i castighi divini non esistono e che quindi (essendo una affermazione presente in una enciclica) essa potrebbe essere considerata verità di fede e per contro considerato eretico chi ancor oggi afferma che esistono i divini castighi. 

A mio avviso, infatti, Francesco, nell' enciclica, ha semplicemente espresso una sua sensibilità, preoccupazione pastorale e opinione, e non una affermazione per così dire dogmatizzabile. Ciò lo evinco dal fatto che il papa non ha scritto "non è in alcun modo un castigo divino o un modo che Dio ha per provarci e per farci riflettere sulle nostre relazioni con la religione, Dio, la Chiesa e i sacramenti", ma ha solamente e giustamente detto "Non voglio dire che è un castigo divino".

Ossia il Papa semplicemente si asterrebbe dall’affermare, ma non intenderebbe neppure negare. Si tratterebbe di una semplice scelta linguistica contingente o posizione personale senza voler fare alcuna affermazione dottrinale. Questo modo di esprimersi, a prescindere delle intenzioni del Papa, appare tuttavia sfuggente ed ha il sapore dell’ambiguità.

Il vero concetto biblico del castigo divino

Dal canto mio ritengo opportuno ricordare al riguardo di questa angosciosa questione che ci attanaglia tutti, le mie pubblicazioni online sull’argomento prima sul sito Isoladipatmos dal 2016 al 2018 e poi dal 2018 sul mio blog,  ed inoltre il recente libro[1]  appositamente  scritto su questo tema. In tutti questi miei scritti ho spiegato e dimostrato con abbondanza di ragioni filosofiche, teologiche e bibliche e tratte dal Magistero della Chiesa, che le sventure e la sofferenza, quindi, per esempio, anche la presente pandemia, si possono e si devono interpretare come castigo divino inteso nel senso ricavato dalla Bibbia e dal Magistero della Chiesa e dei Santi.

Viceversa, Papa S.Gregorio Magno nella sua famosissima Regola pastorale[2] , ci fornisce ottime indicazioni per sapere che cosa dire al malato nella luce della fede, per confortarlo ed aiutarlo a sopportare e a dar senso alla sua sofferenza. Naturalmente si dovrà trattare di un malato o già credente o disposto ad accettare il discorso di fede, perchè se così non fosse, il pastore dovrà ricorrere a considerazioni, incoraggiamenti e sollievi semplicemente umani, solidaristici o psicologici. E in certi casi, se si tratta di un ateo bestemmiatore, dovrà limitarsi a pregare per lui affidandolo alla divina misericordia.

Ora capisco che Papa Francesco abbia probabilmente avuto davanti agli occhi non tanto il credente, quanto piuttosto semplicemente l’uomo, come egli dice, di «buona volontà», non addentro i misteri della nostra fede. Tuttavia, nel trattare questi argomenti così delicati, forse troppo preoccupato di cosa dire ai non-credenti, invece di limitarsi a considerazioni di semplice compassione e solidarietà umane o a far riferimento a pregiudizi popolari sui castighi divini, che cosa gl’impediva di aggiungere pensieri di fede esplicita, prendendo spunto dai Santi Papi che lo hanno preceduto? Per questo, ho ritenuto bene ricordare alcune sagge parole di San Gregorio Magno, anche se paiono avere un tono forse un po’ aspro, secco e duro. Ma si tratta del proverbiale stile latino, sì asciutto, ma che nello scritto del Santo Pontefice, è tutto sostanza, trasuda sapienza e carità ad ogni parola. E non sono parole superate per il fatto di essere state scritte 16 secoli fa, perché quello che Papa Gregorio ci dice è il cuore della sapienza cristiana e, come sappiamo, questo cuore è sempre quello che ci mantiene in vita.

Non c’è quindi qui misericordia, grazia, perdono, progresso, rinnovamento o riforma che contino come pretesti per dispensarci dal prendere la croce e fare la nostra parte. Semmai si deve dire che le parole di San Gregorio sono oggi più attuali ed utili che mai, dimentichi come siamo che misericordia divina non vuol dire prenderla sottogamba e farla franca e viaggiando comodamente gratis per il cielo senza pagare il biglietto solo perchè Cristo ha pagato per noi.

Le istruzioni pastorali di San Gregorio Magno

Dice infatti il Santo Pontefice:

«bisogna ammonire i malati a sentirsi tanto più figli di Dio, quanto più li castigano i colpi della correzione. Infatti, se Egli non avesse disposto di dare l’eredità a coloro che corregge, non si curerebbe di istruirli attraverso le sofferenze. Perciò il Signore dice a Giovanni per mezzo dell’angelo; “io rimprovero e castigo quelli che amo” (Ap 3,19). Perciò ancora è scritto: “Figlio mio, non trascurare la correzione del Signore, non stancarti di essere rimproverato da Lui, poiché Dio castiga chi ama e colpisce ogni figlio che accoglie (Eb 12, 5-6). …

Bisogna dire ai malati che se credono che sia la loro la patria celeste, è necessario che patiscano fatiche in questa terra come in terra straniera. È per questo infatti che, per essere poste senza rumore di martelli nella costruzione del tempio del Signore, le pietre vennero squadrate di fuori, per significare cioè che ora noi siamo percossi dalle sferze di fuori, per essere poi posti nel empio di Dio, senza i colpi della correzione, affinchè tutto ciò che in noi è superfluo ora, lo tagli via la sola battitura e allora, nell’edificio, ci tenga uniti la sola concordia della carità.

Bisogna ammonire i malati a considerare la durezza dei colpi con cui vengono castigati i figli carnali e solamente in vista di eredità terrene. E perché allora ci è pesante la pena della correzione divina, per la quale si riceve un’eredità che non andrà mai perduta e si evitano supplizi che dureranno sempre? …

Bisogna ammonire i malati quanta salute del cuore sia la sofferenza del corpo, la quale richiama la mente alla conoscenza di sé e restituisce il ricordo della propria debolezza, che spesso la salute rigetta; e così lo spirito, portato fuori di sé a gonfiarsi di orgoglio, si ricorda a quale condizione è soggetto proprio per quella carne colpita che deve sopportare. …

Bisogna ammonire i malati a considerare quale grande dono sia la sofferenza del corpo, che scioglie i peccati commessi e impedisce quelli che si sarebbero potuti compiere e, prodotta da piaghe esterne, infligge ferite di penitenza all’animo colpito. Perciò è scritto: il livido della ferita porta via il male e così le piaghe nei recessi dell’intimo (venter) (Pr 20,30). Infatti il livido della ferita porta via il male perché il dolore delle percosse scioglie i pensieri e le azioni inique. Con la parola “intimo” (venter) si suole intendere la mente, perché, come il ventre consuma i cibi, la mente meditando scioglie le preoccupazioni. …

Pertanto, il livido della ferita porta via il male e così pure le piaghe nei recessi dell’intimo (venter), perché quando siamo percossi all’esterno, veniamo richiamati, silenziosi ed afflitti, al ricordo dei nostri peccati, e riportiamo davanti ai nostri occhi tutto quanto abbiamo commesso di male; e ciò che patiamo di fuori ci procura maggiormente dolore nell’intimo (intus) per ciò che abbiamo fatto. Quindi avviene che più abbondantemente che le ferite aperte nel corpo, ci lavi la piaga nascosta nell’intimo (venter), perché la ferita nascosta del dolore sana la malizia del cattivo operare.

Bisogna ammonire gli ammalati a conservare la virtù della pazienza, e considerare incessantemente quanto grandi mali il nostro Redentore sopportò da coloro che aveva creato».  

La sofferenza insopportabile

Il precetto di San Gregorio è certamente giusto in linea di principio e non c’è dubbio che dobbiamo esercitarci ogni giorno nella virtù della pazienza per aumentarla il più possibile col sostegno di una grande carità, perchè, come insegna giustamente Santa Caterina da Siena, quanto più si ama, tanto più si è pazienti. 

Ma c’è un limite, nel contempo psicologico e spirituale, oltre il quale il soggetto può anche uscire di mente, perché sotto la pressione di un dolore troppo forte, perde il controllo di se stesso, non è più padrone di sé, per cui non ha più colpa del male che può fare a se stesso o agli altri e quindi va scusato e non rimproverato.

È vero infatti che nel controllo delle passioni è molto importante avere una volontà forte, ed anche la grazia ha la sua parte. Ma anche con la grazia e una forte volontà, ci sono casi così gravi, nei quali la pazienza anche eroica, non è sufficiente a reggere alla prova. Qui allora da parte degli altri deve operare la misericordia e la tolleranza, per non rischiare di colpevolizzare un povero sofferente, che, oltre a dover sopportare il peso della sofferenza, viene ad essere accusato di essere impaziente o di non aver fede.

Gregorio non prende in considerazione l’eventualità di sofferenze insopportabili, delle quali tratta la Samaritanus bonus, sofferenze che possono condurre il malato anche alla pazzia o a procurarsi il suicidio, anche se incolpevolmente, dato che il soggetto non è più compos sui, e quindi non è più imputabile del gesto insano che eventualmente dovesse commettere.

Su questo punto, come sappiamo, in passato la Chiesa era severa nei confronti dei suicidi, tanto da proibire il funerale religioso. E d’altra parte la medicina non era in grado di fornire quei calmanti o sedativi o analgesici o quelle cure palliative, dei quali disponiamo oggi. È chiaro che il suicidio in se stesso, compiuto con piena avvertenza e deliberato consenso, è peccato mortale. Tuttavia la psicologia moderna ci fornisce conoscenze più adeguate circa il fatto che nel dolore insopportabile il malato perde la padronanza di sé, per cui può arrivare al suicidio senza che ne abbia colpa davanti a Dio.

«La morte ma non peccati» (San Domenico Savio)

L’etica cristiana potenzia enormemente la virtù della pazienza, perché, sebbene come etica ragionevole, combatta la sofferenza, tuttavia non la considera un male assoluto, dal quale liberarsi comunque e con ogni mezzo, ma, assunta come espiazione del peccato, la sofferenza diventa un bene, per cui può non solo essere accettata volentieri quando viene, ma può essere addirittura voluta e cercata sotto forma di castigo o di penitenza.  

Riguardo la considerazione nella quale tenere la sofferenza, assistiamo oggi allo scontro fra cristianesimo e buonismo edonista. Il Dio cristiano è un Dio legislatore, che premia chi obbedisce ai suoi comandamenti e castiga chi disobbedisce. Invece il Dio dei buonisti è un Dio che non castiga e non fa soffrire nessuno, ma è benevolo con tutti e salva tutti senza condizioni, lasciando che ognuno agisca secondo la propria volontà.

Il buonista riconosce l’esistenza della sofferenza, ma non la riconduce a Dio. Dio non vuole la sofferenza: essa dipende solo dai peccati dell’uomo, dai peccati degli altri e dalla natura. Eppure la sofferenza esiste. Ma il buonista non crede nel peccato originale come origine prima della sofferenza intesa come castigo del peccato originale e quindi come castigo del peccato. Quindi per il buonista la sofferenza esiste, ma la sua origine, il suo senso, il suo perchè sono inspiegabili.  Neppure la fede, secondo lui, ci illumina su questo mistero. Dio stesso non può nulla contro la sofferenza, perché essa opera per conto proprio, indipendentemente da lui e contro di lui. Essa sparirà solo in paradiso.

Mentre per il cristiano il peccato è un male più grave della sofferenza, per il buonista è l’inverso: il male assoluto è la sofferenza; il peccato è male solo se procura sofferenza. Ne viene che mentre il cristiano è disposto a soffrire pur di evitare il peccato, il buonista è disposto a peccare pur di evitare la sofferenza.

 Per il cristiano il soffrire in Cristo libera dal peccato, che è la cosa che soprattutto gl’interessa. Per cui, se per non peccare c’è da soffrire, il cristiano accetta la sofferenza. Per il buonista, invece, al quale interessa soprattutto evitare la sofferenza, se certi peccati liberano dalla sofferenza, ben vengano questi peccati. E per questo sono leciti. Se per liberarsi dalla sofferenza c’è la possibilità dell’eutanasia, ben venga l’eutanasia. Se per liberarsi dal peso di una gravidanza indesiderata, c’è l’aborto, ben venga l’aborto. Se per godere sessualmente c’è la sodomia, ben venga la sodomia. In ogni caso Dio guarda tutti benevolmente e salva tutti, perché tutti sono buoni e in buona fede.

Perché Cristo ha sofferto tanto per noi?

Continua San Gregorio:

«Egli sostenne i tanto volgari oltraggi della derisione e degli scherni; lui che rapisce ogni giorno le anime dei prigionieri dalla mano dell’antico nemico, ricevette gli schiaffi degli insultatori; lui che ci lava con l’acqua della salvezza non ritrasse la faccia dagli sputi dei perfidi; lui che con la sua intercessione ci libera dagli eterni supplizi, tollerò in silenzio le battiture; lui che ci assegna eterni onori tra i cori degli angeli, sopportò i pugni; lui che ci salva dalle punture dei peccati, non rifiutò di sottoporre il capo alle spine; lui che ci inebria in eterno di dolcezza, riceve l’amarezza del fiele nella sua sete; lui, che, pur essendo uguale al Padre per la divinità, lo adorò per noi, adorato per irrisione, tacque;  lui, che prepara la vita ai morti, essendo lui stesso la vita, giunse fino a morire.

Perché allora si giudica crudele che l’uomo sopporti i castighi in cambio dei suoi mali, quando Dio ha sopportato mali tanto grandi dagli uomini in cambio dei suoi beni? O chi può esserci che, sano di mente, sia ingrato per essere stato colpito, se colui che visse in questo mondo senza peccato, non se ne andò da questo mondo senza castigo?»

Bisogna che ci rendiamo conto con totale certezza di ragione e di fede che peccato, sventura e castigo sono tre cose essenzialmente connesse fra di loro, per cui, se le separiamo, ognuna scompare o perde di senso: il peccato non esiste, la sventura non ha senso, il castigo divino è crudeltà.

Invece per sua natura il peccato provoca la sventura e attira il castigo divino che comporta la sventura, per cui, se c’è peccato, non può non conseguire la sventura come castigo divino; e per converso, se c’è la sventura, vuol dire che siamo castigati a causa del peccato, quanto meno del peccato originale. Un peccato non castigato da Dio non esiste, perché se non lo castigasse sarebbe ingiusto. Misericordia divina non vuol dire che Dio non castiga, ma che trasforma in Cristo e per Cristo il castigo in espiazione o riparazione del peccato e via di salvezza per il peccatore che si riconosce giustamente punito, si pente e fa penitenza del peccato confidando nel perdono e nella misericordia di Dio.

E per converso, un atto umano non castigato da Dio non è peccato ma buona azione e quindi merita un premio.  Dio non castiga coloro che peccano per debolezza o per ignoranza o in buona fede, ossia senza sapere di peccare. Nell’episodio del cieco nato (c.9) Gesù fa notare che il cieco non ha commesso peccati personali, ma sottintende il peccato originale.

Peccato, sventura, castigo

Queste tre cose – peccato, sventura e castigo - o stanno tutte assieme o crollano tutte assieme. Basta quindi negarne una che crollano anche le altre. Esse stanno alla base della coscienza morale, della convivenza umana e della religione, non dico della sola religione cristiana, ma della stessa religione naturale. Per cui se ne neghiamo una, scompaiono anche le altre e l’umanità precipita nelle tenebre, nella barbarie e nella perdizione.

È evidente infatti che se quelle tre cose non sono ammesse assieme, la Redenzione di Cristo come remissione dei peccati e liberazione dalla sofferenza per mezzo della penitenza nell’accettazione del castigo divino, è totalmente vanificata la virtù di religione, che presso tutti i popoli dalla più remota antichità[3] è appunto l’offerta che il sacerdote fa a Dio di una vittima sacrificale per ottenere dalla divinità i suoi favori e la sospensione dei meritati castighi.

Ma se l’uomo peccatore non è un castigato, ma solo un povero disgraziato da compassionare, che non sa perchè soffre, che cosa offre alla divinità? Solo che col negare il sacrificio di Cristo, abbiamo nientemeno che la negazione radicale del cristianesimo; il male diventa irrimediabile; l’esistenza umana diventa insensata, l’uomo rimane nei suoi peccati, precipita nel nichilismo e nella disperazione della salvezza.

Dio ci manda la sofferenza o come conseguenza logica dei nostri peccati o perché permette che siamo afflitti dalla cattiveria degli uomini o per mezzo dell’ostilità della natura o degli attacchi del demonio. Occorre dunque che ci rendiamo conto serenamente e senza scandalizzarci che Dio non solo permette, ma vuole positivamente la sofferenza a fin di bene.

Egli, in quanto bontà infinita, non pecca, non può peccare e non vuole il peccato della creatura. Se questo viene commesso dai demoni e dagli uomini, è perché Gli disobbediscono. Tuttavia Dio, che, se volesse, potrebbe impedire il peccato, non lo fa perché dal peccato vuol ricavare un bene maggiore, che è donarci Cristo. «O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem!»

È certamente questo un altro paradosso della dottrina cristiana della causa della sofferenza, perché una teologia semplicistica e puerile fatica a comprendere come sia possibile che un Dio buono faccia soffrire. E si dimentica il principio biblico e anche di etica naturale che esiste un far soffrire che ha scopo correttivo, terapeutico ed educativo, che è espressione di giustizia, di bontà, di amore e di misericordia.

La parola «castigo» riferita Dio non deve generare ripugnanza o far pensare a un Dio crudele, dispotico, capriccioso o bizzarro, ma deve richiamare indissolubilmente e logicamente alla mente l’idea dei nostri meriti, del nostro essere peccatori, chiamati alla salvezza, nonché l’idea della giustizia, della provvidenza, della bontà, della paternità, dell’amore e della misericordia di Dio. Chi capisce queste cose è una persona sensata, saggia, ragionevole e di coscienza, è un cristiano. Chi non le capisce è un disonesto, un empio e un pagano.

Preparare il malato alla morte

Se il malato ha un sufficiente grado di spiritualità e non è un materialista, anche se non è cristiano, e se il malato teme che con la morte sia finito tutto, il pastore farà bene a ricordargli l’immortalità dell’anima e che con la morte dovrà presentarsi al Giudizio di un Dio giusto e misericordioso.

 Se il malato è cristiano, l’assistente potrà aggiungere che si tratta di un Dio che, fattosi uomo, ha dato fino all’ultima goccia del suo sangue per salvarci dal peccato, dalla morte e dalla schiavitù di Satana, e per condurci in paradiso, alla beata contemplazione del volto di Dio, in compagnia degli angeli e dei santi, in una terra nuova dove abita la pace, la giustizia e la fratellanza universale.

Per significare la speranza di andare in paradiso, il pastore eviti l’espressione, oggi purtroppo diffusa, «tornare alla casa del Padre», perché è un’espressione contraria a ciò che realmente accade all’anima degna di salire al cielo, ossia contraria a quanto Cristo stesso ci dice. Egli infatti prospetta l’ingresso nel regno del Padre non come un tornare, ma come un andare al Padre. Si torna in un posto o luogo dal quale si proviene; si va in un luogo o si va ad occupare un posto dove non si è mai stati.

Ora, non è che noi proveniamo dalla casa del Padre e vi torniamo. Noi, come creature, proveniamo dal nulla. Non proveniamo da Dio, come se uscissimo dalla sua essenza o sostanza, così come un figlio proviene dal genitore, perché è sostanza della sua sostanza, ma siamo creati da Dio dal nulla, ossia non usciamo o emaniamo o proveniamo dalla sua essenza o sostanza, ma siamo prodotti come creati dal nulla, di una sostanza finita, infinitamente distanti, per quanto creati a sua immagine, dalla infinita Sostanza divina.

Soltanto il Figlio di Dio proviene o, come dice Gesù, «esce» (Gv 8,42) dal Padre, per cui Egli effettivamente «ritorna al Padre» (Gv 13,3): «sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo, ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre» (Gv 16,8). Infatti il Figlio non è una creatura, ma è della stessa sostanza del Padre. Per questo Egli è nel Padre e generato dal Padre dall’eternità, e può ben dire di provenire dal Padre. 

Invece la prospettiva dei discepoli è sì lasciare il mondo, ma per andare al Padre, perché dal Padre non ci sono mai stati. Per questo Gesù dice loro: «nella casa del Padre mio ci sono molti posti. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sino io» (Gv 14,2-3). Questo è il momento e il significato della morte cristiana: accogliere Gesù che viene a prenderci per andare alla casa del Padre.

Occorre però essere pronti. Per questo il pastore deve preparare il malato all’incontro con Cristo. E in tal senso la Samaritanus bonus ricorda il dovere dell’assistente e in special modo del confessore. Infatti, il consolatore, se è sacerdote, può o in certi casi deve, se lo giudica opportuno in circostanze adatte, e se il malato è pronto e disponibile, anche somministrare il conforto dei sacramenti.

Infatti, come dice la Lettera,

«La Chiesa chiama sacramenti «di guarigione»[85] la Penitenza e l’Unzione degli infermi, che culminano nell’Eucaristia come “viatico” per la vita eterna.[86] Mediante la vicinanza della Chiesa, il malato vive la vicinanza di Cristo che lo accompagna nel cammino verso la casa del Padre (cfr. Gv 14, 6) e lo aiuta a non cadere nella disperazione,[87] sostenendolo nella speranza, soprattutto quando il cammino si fa più faticoso.[88]». «La Chiesa, infatti, è attenta a scrutare i segni di conversione sufficienti, perché i fedeli possano chiedere ragionevolmente la ricezione dei sacramenti. Si ricordi che posporre l’assoluzione è anche un atto medicinale della Chiesa, volto, non a condannare il peccatore, ma a muoverlo e accompagnarlo verso la conversione».

P.Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 5 ottobre 2020

 San Gregorio Magno


Fabris D. (1861), San Girolamo riceve il viatico

 

Immagini da internet



 



[1] Perché peccando ho meritato i tuoi castighi. Un teologo davanti al coronavirus, Edizioni Chorabooks, Hong Kong 2020.

[2] Regula pastoralis, parte III, cap.12.

[3] Tanto che i paleoantropologi stabiliscono l’esistenza dell’uomo in un dato luogo e tempo più che in base alla forma del cranio, in base alle tracce di culto religioso che si trovano vicino alla tomba o alle ossa o ai resti delle ossa del defunto. L’uso di utensili può essere proprio anche delle scimmie. Invece è determinante accertarsi se vi sono segni di religiosità, perché è questo l’elemento determinante che distingue l’uomo dall’animale.


2 commenti:

  1. Padre Giovanni, grazie per le splendide riflessioni di cui ci fa dono.
    Volevo chiederLe se il Suo testo "Il mistero della Redenzione" può aiutare - a me profano - a chiarire il senso della sofferenza e la missione vicaria di Nostro Signore.
    Sia lodato Gesù Cristo.

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    1. Caro Luca, certamente quel mio testo tratta degli argomenti di cui lei mi parla.

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