Padre Bergoglio ci parla di metafisica - Prima Parte (1/4)

 Padre Bergoglio ci parla di metafisica

Prima Parte (1/4)

Da sempre e per sempre tu sei, o Dio

Sal 89,2

 

Prima che Abramo fosse, Io Sono

Gv 8,59

 

Santo, santo, santo il Signore Dio, l'Onnipotente,

Colui che era, che è e che viene

Ap 4,8

 

Per capire le radici filosofiche degli insegnamenti di Papa Francesco

La Civiltà Cattolica del 3/17 aprile scorso ha pubblicato un breve manoscritto di Jorge Mario Bergoglio del 1987-88, dal titolo «Interpretare la realtà» (pp.3-12). Si tratta di una breve raccolta di pensieri sul valore della metafisica, sul suo metodo e sul rapporto dell’intelletto con la verità e con la realtà.

Bergoglio vede la metafisica come scienza dell’essere e «consonanza a ciò che è» o con la «realtà dell’essere» o «esse ontologico». Si tratta di alcuni appunti o note personali redatti in occasione della sua preparazione alla tesi di dottorato, che Bergoglio non portò mai a termine, sul pensiero di Romano Guardini.

Si tratta semplicemente di una serie di appunti per lo più schematici, di brevi e dense annotazioni, di frasi slegate, senza apparenti connessioni deduttive; sono osservazioni, intuizioni, convinzioni, una specie di elenco di punti sui quali meditare o una specie di promemoria di cose da ricordare o da approfondire, di spunti di riflessione e di stimoli di ricerca, pensieri evidentemente annotati così come sorgevano nell’animo di Padre Jorge, frasi che hanno tutto l’aspetto di una riflessione con sé stesso più che un tono didattico.

Vien fatto di pensare a raccolte di pensieri come quelle di Pascal o di Leopardi e, se il paragone non sembrasse irriverente, prescindendo ovviamente dai contenuti, vien fatto di pensare anche alle annotazioni di Nietzsche.

Il modo di esprimersi è modesto, molte sono le ipotesi e le domande. Lo stile è secco e asciutto e si sente il bisogno di esprimere l’essenziale e di andare all’essenziale, di cogliere la sostanza degli ardui problemi affrontati. Rifugge dalla rigidezza assiomatica di uno Spinoza o di un Wolff, e dalle astuzie di un Cartesio, ma nel contempo e senza mezzi termini e con schiettezza afferma ciò di cui è certo e convinto. Sono poche però le affermazioni di questo tipo e molti i punti interrogativi che l’Autore si pone quasi come programma di lavoro.

Il Quindicinale dei Gesuiti italiani ha avuto un’ottima iniziativa nel pubblicare questo scritto denso e molto spontaneo, com’è nello stile di Papa Francesco.  È uno scritto assai significativo ed estremamente importante, perché ci apre uno squarcio su di un argomento di fondamentale importanza per la cultura e la teologia cattolica e per l’esistenza stessa di una fede cattolica non fideistica né atematica, né ideologica, ma ragionata e responsabile: la questione della metafisica, un tema che Papa Francesco tratta pochissimo e del quale tutti noi cattolici vorremmo che ci parlasse di più per porre rimedio alla situazione attuale di diffuso disorientamento degli spiriti, per il quale abbiamo smarrito i punti saldi del pensiero e dell’azione per seguire ciascuno la propria soggettiva creatività o per chiudersi in schemi esclusivisti che richiamano al dualismo manicheo.

Affermazione di schietto realismo tomista

La cosa interessantissima ed importantissima in questi tempi di persistente e borioso idealismo e gnosticismo, è che Bergoglio, sulla linea del più schietto tomismo e realismo biblico, fa aperta professione di realismo gnoseologico con la semplicità espressiva del fanciullo e del comune buon senso:

«Quando ci si pone il problema dell’interpretazione della realtà, si presenta una problematica conoscitiva, che presuppone, in radice, la distinzione fra realtà e conoscenza. Lo do per scontato per evitare gli scogli dell’idealismo, della mera fenomenologia e dell’identificazione di essere e conoscenza».

Bergoglio parla di «interpretare» la realtà nel senso di conoscere la realtà, come appare evidente dal contesto. Nessuna riduzione dell’essere o del reale al linguaggio secondo il modulo della fenomenologia heideggeriana. Nessuna riduzione della realtà alla coscienza della realtà, secondo il modulo husserliano. Nessuna pretesa di una conoscenza esaustiva della realtà, secondo il modulo dello gnosticismo. Nessuna riduzione della realtà alle mie idee, a ciò che io penso della realtà, sul modulo soggettivistico dell’idealismo.

Padre Jorge, quando dice la «realtà» intende tomisticamente ciò che esiste, l’ente, id quod habet esse, che può essere Dio o il mondo. La realtà non è l’idea, ma è il fondamento dell’idea che mi faccio della realtà. Certamente l’idea è un qualcosa di spirituale che supera la realtà materiale. Eppure la realtà materiale che mi sta davanti è regola della verità dell’idea che mi faccio di quella realtà. La mia idea quindi non è al di sopra della realtà, non è modello e regola della realtà, ma è l’inverso: è il reale ad essere modello e regola dell’ideale. Solo l’idea divina è regola e modello della realtà del mondo.

E le nostre idee pratiche possono modellare le cose, ma non crearle dal nulla. E comunque, per essere vere, devono essere ricavate dalla realtà mediante i sensi per astrazione e nel giudizio devono essere adeguate, conformi e consonanti al reale che mi sta davanti.

Anche i valori e gli ideali morali che avverto nella mia coscienza non superano affatto la realtà, l’essere morale che percepisco col mio intelletto per mezzo dei sensi, ma al contrario, sono riflesso cognitivo di realtà spirituali, che superano d’importanza i valori materiali che stanno al di fuori di me nello spazio e nel tempo, e ai quali appartiene il mio stesso corpo del quale la mia anima si serve per percepirli e concepirli. 

La realtà è esterna al mio atto del pensarla, è indipendente dal mio pensarla. Mi sta di fronte, oggettivamente, è un ob-jectum. Era prima di me e sarà dopo di me. Non la pongo io col mio pensiero ma è data al mio pensiero.

Come inoltre non riconoscere in queste parole di Padre Jorge, oltre al rifiuto della fenomenologia husserliana, anche quello dell’hegelismo rahneriano o dell’essere parmenideo severiniano?

«In altre parole, - continua Padre Jorge - qui si mette da parte tutto questo e si presuppone che: a) c’è una distinzione fra realtà e conoscenza; b) l’uomo può apprendere la realtà, compresa quella mutevole e sensibile: la fenomenologia non si esaurisce in sé stessa; l’idealismo è insufficiente; e ogni pan-entismo (pan-ontoismo) tradisce la realtà propria dell’ente».

Chiarissimo è il rifiuto dell’idealismo che identifica l’ideale col reale, la cosa col concetto della cosa, l’essere con l’essere pensato o col pensare. Non è vero, come crede Bontadini, che il pensiero è intrascendibile: esso è trasceso dall’essere o dalla realtà, la quale, attinta dall’idea nei dovuti modi e svelatasi in modo adatto al conoscente, offre sempre nuovo alimento all’idea in vista di un continuo arricchimento ed ampliamento del pensiero.

Importante è l’affermazione dell’intelligibilità dell’ente mutevole, in consonanza con la gnoseologia aristotelica e in opposizione a tutte le forme di scetticismo circa la veracità della conoscenza sensibile da Platone a Cartesio, fino ad arrivare a Severino, che afferma addirittura l’inesistenza del divenire, che egli crede erroneamente impossibile perché contradditorio.

Io colgo il reale adattandomi a lui

e il reale mi si rivela adattandosi a me 

Per «pan-entismo o pan-ontoismo, Bergoglio intende probabilmente il panenteismo, che è una forma mitigata di panteismo, con la differenza che mentre questo identifica l’ente con l’ente divino, il panenteismo pone l’ente divino come soggetto universale di tutti gi enti. Non si tratta, quindi, come potrebbe apparire delle parole di Paolo all’Areopago: «in Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At17, 28), perché qui Paolo si riferisce al fatto che Dio dà fondamento al nostro esistere restandone distinto e trascendente, mentre nel panenteismo Dio fa le veci di una sostanza e gli enti ne sono gli accidenti o le apparizioni.

«Pertanto, interpretare la realtà non può consistere nel proiettarvi sopra un’idea o nel descrivere il fenomeno senza trascendenza rispetto al fenomeno stesso e nemmeno nell’assumere l’immanenza del pan-entismo (pan-ontoismo), che si risolve sempre – come ogni gnosi – nel panteismo. Né idealismo, né fenomenismo, né gnosi».

È interessante questo riferimento allo gnosticismo, un tema ricorrente anche nell’insegnamento di Bergoglio da Papa. L’idea non va imposta o sovrapposta alla realtà, ma dev’essere ricavata dalla realtà ed adeguata alla realtà. È il principio bergogliano della superiorità della realtà sull’idea, di schietta marca realista, che ricomparirà nell’enciclica Evangelii gaudium.  L’intelletto non coglie l’essere partendo dall’idea dell’essere, come credeva il Beato Rosmini, ma cogliendo l’essere, da esso ricava l’idea dell’essere.

L’idea pratica certo guida e forgia il reale, ma quando si tratta di teoresi, il pensiero deve assoggettarsi al reale. Non può avere la pretesa di pareggiarlo, di esaurirne il mistero e tanto meno di dominarlo o di identificarsi con esso. Un altro colpo all’idealismo. Rifiuto di un fenomenismo piatto, chiuso alla trascendenza inteso come divinizzazione del fenomeno, è il rischio della fenomenologia husserliana. L’intelletto può trascendere il fenomeno ed innalzarsi al mondo della trascendenza: rifiuto del fenomenismo kantiano ed apertura alla metafisica.

«Le categorie di conoscenza più adatte per un essere o per la realtà sono quelle che permettono all’essere o alla realtà di manifestarsi così come sono. Questa è la verità: cogliere e manifestare l’esplicitazione dell’essere».

La realtà si manifesta così com’è, benché possa apparire diversamente da com’è. E l’intelletto da parte sua coglie, nelle dovute condizioni, il reale così com’è; ovviamente in linea di principio, perché l’errore è sempre possibile, ed è l’«inadeguatezza» o la mancata «consonanza» fra il pensiero e il reale. Ritroviamo qui l’eco della tomistica adaequatio intellectus et rei. L’intelletto non coglie solo i fenomeni, ma anche la cosa in sé così com’è: rifiuto della gnoseologia kantiana.

«La mia ipotesi è: i princìpi interpretativi di una realtà devono essere ispirati dalla realtà stessa, così com’è. La realtà che è interpretata e la realtà di chi interpreta. Qui vale, in qualche modo, ad modum recipientis, ma al rovescio: ad modum revelantis. Ogni realtà ha in sé il suo modo di svelarsi, che nasce dalle potenze stesse che le sono insite. Si svela in consonanza con ciò che è. È, senza dubbio, «essere» e si svela come «essere», ma è «essere tale», «essere qui», «essere ora», «essere per» … e pertanto si svela come tale, qui, ora, per …».

La realtà ha un suo modo di rivelarsi al soggetto e questi ha un suo modo di recepire il dato reale. È la stessa realtà che suggerisce al conoscente il modo di accostarsi conoscitivamente ad essa. Una sana gnoseologia deve avere ben chiara sia la realtà da interpretare che la persona dell’interpretante.

Consonanza fra il pensiero e l’essere

L’essere per Bergoglio non si coglie immediatamente, come per gli ontologisti e nella metafisica di Bontadini, ma si coglie nel concreto. E solo a partire dal concreto l’intelletto può elevarsi al mondo dello spirito e del divino, come nella gnoseologia aristotelico-tomista.

«L’esplicitazione concettuale o simbolica di questo svelarsi deve, dunque, essere in consonanza con la realtà dell’essere. Pertanto, se parlo dell’essere in quanto tale, oggetto della metafisica o dell’esse ontologico, è con esso che devo affrontare la critica della conoscenza. Se parlo di questo o quell’essere, «in situazione», sono per l’appunto le peculiarità di quell’ens che devono ispirare – in qualche modo - i criteri interpretativi, le categorie, l’ermeneutica».

L’essere si coglie mediante il concetto e non per esperienza, come crede Heidegger. Per «esse ontologico» suppongo che Bergoglio intenda dire «essere reale». La metafisica si costruisce partendo da questo o quell’essere, «in situazione», e da qui l’intelletto si eleva e si allarga alla comprensione dell’essere come tale.

«Consonanza tra la realtà in sé e la realtà come è conosciuta. Quando c’è dissonanza, non c’ è adeguatezza e ciò significa che la realtà non è stata colta o che il coglierla non è stato esplicitato. La conoscenza di cui il soggetto che conosce ha esperienza in sé è, in questo caso, il riflesso della consonanza che c’è tra la realtà in sé e la realtà conosciuta. Mi spiego: colui che conosce ha esperienza diretta della consonanza che c’è tra ciò che apprende e ciò che esprime. In base a tale consonanza può sapere quando si dà la consonanza tra la realtà in sé e la realtà appresa».

«L’espressione (in qualsiasi forma) è come un contenuto del contenente, che è la realtà.  La consonanza tra contenente e contenuto è un principio di ermeneutica del particolare. Ed è un principio di ermeneutica del particolare perché lo è anche dell’universale: è lo stesso esse a dettare i criteri della sua possibilità di essere colto».

Padre Jorge vede la realtà non come solitamente la si vede, ossia come un contenuto del contenente ossia del concetto, ma come un contenente del contenuto, che sarebbe il sapere umano, l’«espressione concettuale», per esprimere il fatto che la realtà oltrepassa (rebasa) ciò che di lei noi cogliamo nel concetto. Se là il concetto contiene intenzionalmente il reale nella rappresentazione concettuale, qui è il reale che contiene nella sua infinita vastità il concetto come un qualcosa che il reale «supera» (rebasa) nella suddetta infinita ricchezza, che, al limite, è Dio stesso.

È il reale già disposto da Dio, è l’essere reale, sono le cose, che s’incaricano, se sappiamo ascoltarli o guardarli con amore, rispetto ed umiltà, senza preconcetti e pregiudizi, e senza imporre ad essi  le nostre idee, di farci capire con quale metodo, con quale approccio, per quale via devono’essere affrontati o accostati o indagati per essere da noi conosciuti e compresi, chiedono da noi di essere interpretati per poterli cogliere così come sono, perché noi a nostra volta possiamo essere proporzionati o in consonanza col loro modo d’essere e di manifestarsi e col loro livello ontologico.

Padre Jorge rappresenta il confrontarsi del conoscente con la realtà sul modello di un dialogo fra due persone. Il conoscente parla al reale proponendogli il concetto che se ne fa e chiedendogli se esso si adatta, se il reale lo accetta. Il reale, dal canto. Suo, risponde al conoscente, gli domanda di entrare in consonanza con lui, gli manifesta come desidera essere trattato affinché il conoscente lo conosca veramente.

Bergoglio sostiene che la nostra mente per raggiungere la verità in metafisica come in qualunque altra conoscenza deve attuare col reale una duplice consonanza simile al dialogo fra due persone: una consonanza ontologica e una consonanza intenzionale, che è quella propriamente conoscitiva. La prima è il presupposto della seconda. L’una è fatta per l’altra perché soggetto e oggetto divengano, si potrebbe dire biblicamente, «una sola carne».

La prima è la valorizzazione del fatto che Dio ha posto una somiglianza, una convenienza, una proporzione, una corrispondenza, un’armonia, una possibilità d’incontro legata all’esercizio dell’amore, fra la nostra mente e la realtà, dato che Egli le ha create appunto con questo intento.

La seconda consonanza è data dalla rappresentazione concettuale come similitudine immateriale dell’oggetto rappresentato. Nel contempo c’è da tener presente che l’atto conoscitivo comporta un’identità intenzionale fra l’intelletto e la cosa conosciuta, secondo l’adagio aristotelico ripreso da San Tommaso, intellectus in actu est intellectum in actu: l’intelletto in atto è l’inteso in atto. Ovviamente si tratta di un’identità solo immateriale e non ontologica, altrimenti cadremmo nell’idealismo, che identifica l’idea con la realtà.

Se ciò dunque che è nell’intelletto non fosse ciò stesso che è al di fuori ossia la cosa reale, l’intelletto prenderebbe fischi per fiaschi e la verità del conoscere sarebbe impossibile. Ma è chiaro, come dice Aristotele, che «non è la pietra che è nell’anima, ma l’immagine della pietra». Ecco la distinzione fra pensiero ed essere, idea e realtà.

La comprensione di tutto ciò naturalmente è possibile solo da parte di una metafisica che capisca che questa consonanza ontologico-gnoseologica suppone l’analogia dell’essere e quindi la necessità di possedere una nozione analogica e non solo univoca dell’essere.

Fine Prima Parte (1/4)

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 26 aprile 2021

 

La mia ipotesi è: i princìpi interpretativi di una realtà devono essere ispirati dalla realtà stessa, così com’è. La realtà che è interpretata e la realtà di chi interpreta.

 https://www.laciviltacattolica.it/articolo/interpretare-la-realta/

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