La distinzione dei peccati


La distinzione dei peccati
Papa Francesco ripropone una distinzione tradizionale
Dalla sessuofobia alla sessuomania
 Nel corso di un incontro con un gruppo di Gesuiti a Maputo in Mozambico il 5 settembre scorso, il Papa ha toccato un tema importante, che non è sempre stato ben compreso dalla stampa, per cui ho pensato di far cosa utile chiarire e commentare le parole del Papa per evitare che vengano strumentalizzate per fini incongrui.

Egli ha introdotto il discorso con una rinnovata condanna del clericalismo affermando che esso
«ha come diretta conseguenza la rigidità. Non avete mai visto giovani sacerdoti tutti rigidi in tonaca nera e cappello a forma del pianeta Saturno in testa? Dietro a tutto il rigido clericalismo ci sono seri problemi. Una delle dimensioni del clericalismo è la fissazione morale esclusiva sul sesto comandamento».
Ha poi precisato:
«Una volta un gesuita, un grande gesuita, mi disse di stare attento nel dare l’assoluzione, perché i peccati più gravi sono quelli che hanno una maggiore “angelicità”: orgoglio, arroganza, dominio… E i meno gravi sono quelli che hanno minore angelicità, quali la gola e la lussuria. Ci si concentra sul sesso e poi non si dà peso all’ingiustizia sociale, alla calunnia, ai pettegolezzi, alle menzogne. La Chiesa oggi ha bisogno di una profonda conversione su questo punto».

Il Papa desume il termine «clericalismo» dal linguaggio anticattolico dell’Ottocento, il quale congiungeva un comprensibile rifiuto del potere temporale del Papa al disprezzo per il sacerdozio e per la morale cattolica. Francesco ha purificato questo termine liberandolo dalla connotazione anticattolica e conservando l’aspetto valido, che vuol essere la condanna di un ingiusto dominio politico e dottrinale del clero sui laici e di uno sfruttamento economico dei laici con la pretesa di godere dallo Stato di ingiusti privilegi o favori. 

Il clericalismo, come ha spiegato di recente il Papa, è all’origine degli abusi sessuali del clero, in quanto si tratta di preti che abusano della loro autorità di preti per ingannare e costringere ignari e fragili minori a soddisfare le loro voglie perverse. In tal senso esiste e deve esistere, agli occhi del Pontefice, un giusto e doveroso «anticlericalismo».

Forse però il Papa avrebbe fatto bene e farebbe bene a precisare che la causa immediata e propria di questi comportamenti abominevoli non è il clericalismo, vizio generico che può avere ed ha anche ben altri sbocchi oltre alla lussuria, ma è la stessa lussuria. Per questo, per rimediare a quel male, come del resto alle altre forme di corruzione sessuale oggi assai diffuse non solo fra il clero, ma anche tra i laici, sarebbe bene fare un’analisi accurata dell’essenza e delle cause e degli effetti  propri della  lussuria, per elaborare una migliore e più efficace cura specifica, che, come sappiamo, è la castità; ma allora ciò vuol dire che occorre riprendere e approfondire anche il discorso sulla castità[1]

Il Papa riprende ed applica, a questo proposito della castità e della lussuria,  la sua ben nota polemica contro la «rigidità» morale e pastorale, che può essere anche rigidità dottrinale, vale a dire il rigorismo e l’eccesso di severità ancora in auge o ritornati di moda in certi ambienti tradizionalisti, difetto che il Papa attribuisce, a quanto pare, a residui non aggiornati di mentalità preconciliare tendenzialmente farisaica e chiusa, la quale suppone un’antropologia dualista, di stampo platonico-origenista, per la quale la prospettiva finale della perfezione umana e della salvezza non è la futura resurrezione gloriosa del corpo e del sesso, ossia l’armonia dell’anima col corpo e dello spirito col sesso, ma, al contrario, la liberazione dell’anima dal corpo e dal sesso[2].

Francamente non mi pare opportuno quell’accenno di rimprovero a preti per indicare il loro comportamento rigido, accennando alla talare. Sappiamo infatti come, in fin dei conti, anche in base al diritto canonico, la talare sia il segno del sacerdozio. Che preti in abito talare siano dei rigidi è cosa del tutto accidentale. Io ho il grato ricordo di splendidi confessori che, nella mia giovinezza, quando allora tutti andavano con l’abito talare, mi sono stati di prezioso aiuto nei miei problemi di castità. C’è però da dire che probabilmente il Santo Padre intende redarguire certi sacerdoti che fanno della loro veste talare una specie di bandiera contro la pastorale postconciliare sulla castità.

Inoltre, per restare,  se mi è consentito, nell’ambito delle rispettose osservazioni, ritengo che il Papa, accanto alla giusta polemica contro il rigorismo preconciliare dovrebbe condurre una campagna altrettanto e forse più dura ed impegnativa contro il lassismo e l’edonismo. Il difetto di oggi non è quello di esagerare la gravità dei peccati sessuali; questo era il difetto del clima – ricordo bene – della mia giovinezza, vale a dire di cinquant’anni fa. Il difetto di oggi è quello di minimizzare i peccati di sesso o, come alcuni dicono, di «sdoganare» ciò che un tempo era proibito.

Nel frattempo la riforma conciliare ha largamente corretto il difetto del rigorismo. Ma il guaio di oggi è che, come spesso avviene nei movimenti pendolari della storia, si è caduti nell’eccesso opposto. Sotto pretesto che il sesso è cosa buona e non  cattiva, il sesso sembra diventato ciò che garantisce qui e adesso il massimo della felicità. Ognuno oggi appare libero, come si dice, di scegliere il proprio «orientamento sessuale», come meglio gli aggrada, senza dover sottostare alla dittatura degli arcigni parrucconi col saturno in testa o di inesorabili giustizieri nostalgici del tempo che fu.
 Peccati spirituali e peccati carnali

Il Papa si rifà ad una distinzione tradizionale della morale cristiana fra peccati «carnali» e peccati «spirituali». La troviamo in S.Tommaso d’Aquino[3], che la riprende da S.Gregorio Magno, il quale a sua volta si ispira alla distinzione paolina fra «spirito» e «carne» (cf II Cor 7,1). 

Peccati carnali sono quelli nei quali la passione fa da protagonista nell’atto peccaminoso, in quanto il fine del peccato è il soddisfacimento disordinato della passione, soprattutto l’ira e il piacere sessuale. Questo peccato tocca dunque la vita sensitiva e corporea. Per questo Paolo parla di «carne». Non che il peccato carnale non sia causato dalla volontà come ogni peccato; solo che qui la volontà è spinta e guidata dalla passione e ad un tempo eccita e stimola la passione – il che costituisce la colpa – ad un fine puramente materiale: o il possesso (avarizia) o la fruizione (lussuria) o la consumazione (gola) o la realizzazione di un fine materiale  o sensibile (ira) in contrasto con l’ordine della ragione.

I peccati carnali sono stimolati, eccitati od occasionati da tentazioni provenienti dall’esterno dello spirito, ossia dal mondo corporeo, o dal contesto sociale e dai rapporti interpersonali, mediante l’esperienza sensibile e la dinamica dei sensi interni, sia il proprio corpo (gola), sia il sesso dell’altro  (lussuria) o siano i beni economici (avarizia). 

I peccati carnali riguardano la dimensione animale della persona, per cui qui lo spirito, ossia la volontà si svia e si degrada al di sotto della propria natura. Perde il gusto delle cose spirituali e abbandona i suoi obbiettivi trascendenti per lasciarsi attrarre dai piaceri carnali, dalla concupiscenza. L’uomo, nella sua condotta, diventa simile a una bestia. 

Per questo S.Tommaso osserva che i peccati sessuali e carnali in genere sono peccati particolarmente vergognosi. Chi non se ne vergogna dà mostra di avere una mente accecata dal materialismo, sprezzante della propria dignità di persona. Tuttavia ha ragione il Papa nel dire che sono peccati meno gravi o meno colpevoli di quelli spirituali, non perchè la materia non possa essere grave, ma per il fatto che la violenza della passione che assale o seduce una volontà debole, può trascinare il soggetto a fare il male senza un consenso pienamente deliberato, per cui sono peccati più di fragilità che di malizia e quindi meritano indulgenza. 

Resistere alle passioni, al piacere, all’ira, alla paura, alla disperazione, alle necessità materiali, soprattutto quando sono forti e sorgono improvvisi, è ordinariamente molto difficile, soprattutto nel giovane poco allenato o poco disciplinato. Peggio ancora se poi il giovane è vittima di idee sbagliate. Con i giovani pertanto occorre essere chiari ma comprensivi ed accompagnarli con amore, pazienza e perseveranza. 

Per ottenere un decente controllo della propria sensualità, senza che peraltro quaggiù la vittoria sia mai totale, occorre ordinariamente un lungo e metodico esercizio ascetico e penitenziale, sostenuto dalla grazia, solide e fondate convinzioni  ed un’età matura. 

Peccati spirituali invece sono quelli che riguardano l’orizzonte e i moti dello spirito, il pensiero, la ragione, la coscienza, il linguaggio, la volontà, nei quali una volontà maliziosa o malvagia, agendo e muovendosi nell’ambito della vita spirituale del sapere e del volere, persegue un fine spirituale perverso o nella relazione con Dio (superbia), o con gli altri (invidia) o con se stessi (accidia). 

Sono peccati intelligenti e calcolati, ben studiati e perfidi, astuti e diabolici,  frequenti negli intellettuali, i politici, i filosofi, negli artisti, nei teologi e nei pastori: insidie sottili, ben celate e fascinose. Sono peccati più pericolosi di quelli carnali perché danneggiano e offendono i massimi valori dello spirito, come le virtù teologali, la libertà spirituale, l’umiltà, la giustizia, la carità, la mitezza e la misericordia, e sono più colpevoli perchè più volontari e deliberati. Essi falsificano la religione, la sapienza, la santità e la mistica.

Sono i peccati verso i quali Cristo è più severo e minaccia le pene dell’inferno: i peccati degli scribi, dei farisei e dei sommi sacerdoti: la superbia, l’egoismo, l’orgoglio, la menzogna, l’incredulità, l’empietà, la prepotenza, l’odio, la durezza di cuore, la crudeltà, la vendetta, l’invidia, l’ostinazione, l’ipocrisia, la bestemmia, l’eresia, l’apostasia, il tradimento. Sono i peccati che hanno causato la morte di Cristo.
Principio della superbia è il peccato (Sir 10,13)

Il principio di tutti, quello dal quale scaturiscono tutti gli altri, quello che li riassume tutti, il motivo e la molla fondamentali ed originari di tutti, è la superbia, che è stato il peccato di Adamo, sicchè essa, come fuoco impuro nascosto, alimenta la segreta fiamma di tutti i peccati, dai più gravi ai più leggeri.

 Essa consiste essenzialmente nella pretesa della volontà di rifiutare la propria soggezione alla volontà divina, vista come ingannatrice ed oppressiva. Il superbo è mosso da un’aspirazione smodata al sapere, al potere, alla libertà, al primeggiare e all’eccellere.  Amor propriae excellentiae, dice S.Agostino ripreso da S.Tommaso. 

E di nuovo Agostino: «amor sui usque ad contemptum Dei». È un bisogno esagerato ed autoreferenziale di autoaffermazione e di grandezza, che pretende di più di quanto è dato o è consentito o lecito alla creatura, fino alla pretesa narcisistica, esibizionista e panteistica di essere come Dio e di essere Dio (panteismo) al posto di Dio (ateismo). 

È il bisogno di accentrare tutto attorno a sé (egocentrismo). È il credere di possedere la scienza divina (gnosi) o di essere Tutto (olismo) o l’unico Io (solipsismo). È l’illusione di credere di poter salire con le proprie forze fino a Dio (pelagianesimo). È il vedere gli altri molto al di sotto di se stessi (elitarismo).

A questo punto – per restare nel confronto lussuria-superbia fatto dal Papa – si comprende, a parità di condizioni,  l’immensa maggior gravità della superbia nei confronti della lussuria. Non che questo peccato non sia grave: esso può essere benissimo peccato mortale, così come vedremo. Ma il peccato di superbia è molto più grave, in quanto si pone contro Dio Bene infinito ed eterno, peccato molto più grave del peccato contro il prossimo e contro il proprio corpo, beni finiti e temporali.
La valutazione dei peccati

Come si misura la gravità materiale del peccato? Dal fatto che esso metta o no in pericolo il rapporto con Dio, dal quale dipende la vita dell’anima. E come s’interrompe il rapporto con Dio? Disobbedendo ai suoi comandi deliberatamente in materia grave. 

Occorre pertanto conoscere quali sono i legami vitali con Dio, spezzando i quali per noi è la morte: ecco il peccato «mortale». Il legame principale è la carità. Un peccato può essere semplicemente veniale, cioè può essere causato da una volontà che non intende rompere con Dio, e quindi non perde la grazia, ma solo fare di testa propria su quegli elementi periferici della vita spirituale che non compromettono gli organi vitali, come vedremo da alcuni  esempi più sotto. 

Però il peccato può passare da veniale a mortale se aumenta la materia. Un conto è bere un bicchier di vino ogni giorno a tavola e un conto è bere una bottiglia. Così pure se il mezzo è molto vicino al fine: un conto è una fantasia erotica ogni tanto e un conto è guardare abitualmente spettacoli osceni.

Inoltre è pericoloso trascurare di togliere i peccati veniali, per quanto siano frequenti ed inevitabili, accampando la scusa che tanto sono solo veniali. Occorre invece ricordare che, anche se si tratta di materia leggera, siccome esiste una parentela fra materia leggera e materia grave, la prima può trasformarsi in seconda. Una parola vana può trasformarsi in calunnia, una bugia in eresia, lo scherzo inopportuno in beffa e derisione.

La gravità formale invece è data dalle condizioni soggettive: il sapere con certezza o con probabilità che quel dato atto è peccato e quanto è peccato. È la cosiddetta «avvertenza», la quale, se è scarsa, anche in una materia grave, abbassa la colpa da mortale a veniale. Così similmente il peccato è formalmente tanto più grave, quanto più volontaria è la malizia con la quale è stato commesso. È questo il «deliberato consenso». 

Se invece la passione, per la sua violenza, trascina la volontà, l’atto è certamente impetuoso e apparentemente volontario, ma in realtà non è pienamente libero, per cui cala la malizia dell’atto, e per conseguenza la colpa scende da mortale a veniale. Sono le cosiddette circostanze «attenuanti», delle quali parla l’Amoris laetitia. 

Da cosa dipende il peccare? Dal fatto che la volontà disobbedisce a Dio. Occorre infatti tener presente che l’anima mantiene il suo legame vitale con Dio mediante la volontà fondata sul vero bene e sostenuta dalla grazia. Se la volontà si oppone consapevolmente e deliberatamente alla volontà di Dio che vuole il vero bene per l’anima, ossia vuole che viva, è inevitabile che l’anima «muoia», s’intende spiritualmente, non ontologicamente, giacchè in questo senso l’anima è immortale. È quello che la Bibbia chiama «castigo di Dio», ma è una pena o punizione che il peccatore si infligge con le proprie mani, contro la volontà di Dio, che lo voleva salvo. 

Ma è chiaro che l’anima in queste condizioni, benché se le sia volute lei, non ha alcun vantaggio, anzi giace in un’eterna miseria,  privata com’è del Bene Eterno, che le garantiva la vita eterna. Essa adesso vive di una vita che è peggio della morte. Chi si suicida, perde la vita fisica, ed ha quello che ha voluto. Ma l’anima non può morire, checché ne dicano i materialisti. Nell’inferno l’anima si è suicidata peccando senza poter annullarsi. Tuttavia anche qui essa ha quello che ha voluto: vivere senza Dio e contro Dio. Contenta lei …

La gravità della materia del peccato di lussuria non è tanto relativa al fatto dell’unione dell’uomo con la donna. Questa, anzi, di per sé è cosa buona in quanto espressione di amore. E per questo che tale unione, benché non sappiamo in che modo, ci sarà anche nella futura resurrezione, dove vige il trionfo dell’amore. È chiaro comunque che nella lussuria il riferimento all’unione sessuale esiste, ma solo in quanto è con una donna sbagliata, cioè fuori del matrimonio, per non parlare di altre aberrazioni sessuali, come per esempio un rapporto pedofilo od omofilo. 

Ma nella lussuria la discriminante è il fatto procreativo, in quanto la lussuria offende direttamente o  indirettamente in vari modi e misure la vita umana, che è sacra e che è creata ad immagine di Dio. Quindi in ultima analisi c’è di mezzo l’offesa a Dio creatore della vita umana e dell’uomo e della donna. 

È questo il punto cardine, qui sta il criterio base per giudicare  della gravità o meno di un peccato di lussuria, più che il riferimento all’unione tra uomo e donna, supposta per principio lecita e buona. Ma è supposta lecita non in riferimento a se stessa in quanto tale - qui di per sè è lecita -, ma perché e in quanto ordinata  alla procreazione.

 L’aspetto formale e caratteristico del peccato di lussuria è il volontario appetito assoluto del massimo possibile piacere sessuale, non importa da cosa lo si ricava, se è la propria moglie o un’altra donna o la masturbazione o la prostituzione o il rapporto prematrimoniale o il concubinaggio o la sodomia o la pedofilia, insomma tutti i peccati sessuali che conosciamo.  

Peccato mortale e peccato veniale

Altra distinzione sottesa al discorso del Papa è quella tra peccato veniale o leggero e peccato mortale o grave. Per capire questa differenza, occorre andare per analogia con le malattie fisiche. Esistono disturbi o traumi leggeri, che non superano una certa soglia di gravità; dopodichè il soggetto guarisce. Ed esistono invece malattie le quali iniziano o conoscono forme leggere, che però  possono aggravarsi fino a far morire il soggetto. 

Così è per i peccati. Esistono peccati che non superano per loro essenza la venialità, non possono divenir mortali perché non attaccano organi vitali dello spirito , ma solo la sua vita periferica, superficiale e accidentale: per esempio una parola vana, frivola, futile, balorda, oziosa, un tic nervoso, un interloquire fastidioso, un parlare grossolano, dei modi rozzi, un carattere brusco, una momentanea perdita di tempo, una pignoleria, una disattenzione, uno scherzo inopportuno, una buffonata di cattivo gusto, una barzelletta sciocca, un racconto noioso, una curiosità indiscreta, una chiacchiera, uno svago inutile, una fantasia bizzarra, un fare frettoloso o cose del genere. 

Questi difetti certo vanno tolti per chi vuole essere perfetto, ma non intaccano gli interessi vitali dello spirito. Volendo fare un paragone con l’organismo fisico, potrebbero essere paragonati a un foruncolo, alla puntura di una zanzara, a un callo o a una vescica in un piede e cose del genere.

La lussuria e la superbia appartengono invece ai cosiddetti «sette vizi capitali» (superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, lussuria, gola), capitali perché, riguardando le funzioni vitali dello spirito (rapporto con Dio, rapporto col prossimo, rapporto con le passioni, con i beni economici, con la procreazione, e con l’alimentazione), non ammettono generalmente parvità di materia, per cui il peccato veniale non dipende, per lo più, come nei vizi secondari, dalla parva materia, ma dall’imperfezione dell’atto, o per scarsa avvertenza o per consenso non pienamente deliberato, similmente a quanto avviene nelle malattie fisiche: se uno è affetto da tumore maligno, ma il male è solo agli inizi, se operato per tempo, si salva. 

Così già un atto peccaminoso preparatorio all’unione sessuale è materia grave, ma ciononostante la venialità può essere data dall’imperfezione dell’atto per insufficienti condizioni soggettive (avvertenza e consenso). Similmente, per quanto riguarda la superbia, già una bestemmia, un’eresia, un atto di egoismo o prepotenza verso il prossimo sono materia grave; tuttavia, se mancano le suddette condizioni, la colpa da mortale si abbassa a veniale, pur restando  grave la materia. 

Vano, infine, sarebbe distinguere i peccati teoricamente, se non ci preoccupassimo di sapere, in base ai criteri suesposti, che peccato abbiamo fatto, se l’abbiamo veramente fatto, quanto grave, come, quando e perchè. Qui Rahner sbaglia nel sostenere che è sempre impossibile sapere con certezza se abbiamo peccato o che peccato abbiamo fatto, quanto grave, come, quando e perchè. E prende da qui il pretesto per una vana confidenza nella misericordia di Dio non accompagnata da un serio impegno personale nell’emendarsi dai peccati. 

Egli infatti confonde la certezza di essere in grazia con la certezza d’aver fatto quel dato peccato. E siccome, come riconosce lo stesso S.Tommaso[4], quella certezza è impossibile, dichiara che è impossibile anche questa. Ma questo è falso, perché altrimenti come otterremmo di emendarci dai nostri peccati, se non li conosciamo? Che senso avrebbe il sacramento della Confessione? Come fa un medico a guarire un malato se non sa che malattia ha?

In realtà vi sono casi nei quali sappiamo con certezza di essere in colpa perché lo abbiamo voluto e abbiamo la possibilità, con la grazia di Dio, di liberarcene semplicemente mutando la nostra volontà da cattiva in buona. E se non sappiamo in altre circostanze se abbiamo peccato o no, stiamo tranquilli e confidiamo nella misericordia divina. Potremmo anche aver peccato senza saperlo o perché vinti contro la nostra volontà dalla passione. Ebbene, anche in questo caso la nostra coscienza è nella pace e se con tutto ciò proviamo un senso di colpa, questo non viene da Dio ma dal demonio.

Conclusione

Col suo intervento il Papa ci ricorda quella che è la complessità dell’agire morale, come esso supponga un’antropologia che conosce con oggettività, precisione e certezza le componenti della natura umana, le sue facoltà, inclinazioni, bisogni, diritti ed esigenze essenziali, gli oggetti delle diverse virtù e vizi corrispondenti, i fini del suo agire, in particolare il fine ultimo e sommo Bene Dio, i mezzi e i metodi ascetici del progresso morale e della liberazione dal male, in particolare la vita di grazia, la prospettiva della figliolanza divina e della futura resurrezione, la dignità della persona, creata ad immagine e somiglianza di Dio, i piani vitali della sua esistenza concreta, e per conseguenza i «valori non negoziabili» ordinati secondo una scala gerarchica, che sale dalla terra al cielo, le leggi naturali e positive dell’azione morale, la molteplicità e varietà dei doveri, il tutto assunto ed assumibile sul piano soprannaturale nella legge della carità, sotto l’impulso dello Spirito Santo.

Il paragone con le esigenze e le pratiche della salute fisica, da tutti comprensibili,  aiuta a comprendere per analogia le superiori e meno evidenti esigenze e pratiche della salute spirituale. E per questo Cristo ha iniziato la sua missione guarendo i corpi, opera proporzionata alle forze umane, in vista di mostrare come Egli fosse soprattutto medico e salvatore delle anime, opera divina, che solo Lui poteva compiere, congiungendo le opere della misericordia materiale con quelle della misericordia spirituale.

P.Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 1 ottobre 2019


[1] LA CASTITA’ NEL NUOVO CATECHISMO, Sacra Doctrina, 5, 1995, pp.24-72.
[2] LA RESURREZIONE DELLA SESSUALITA’ SECONDO S.TOMMASO, in Atti dell’VII Congresso Tomistico Internazionale a cura della Pontificia Accademia di San Tommaso, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1982, pp. 207-219; LA TEOLOGIA DEL CORPO NEL PENSIERO DI GIOVANNI PAOLO II, Sacra Doctrina, 6, 1983, pp.604-626; LA RESURREZIONE DEL CORPO, Sacra Doctrina, 1, 1985, pp.81-103.


[3] Summa Theologiae, I-II, q.72, a.2.
[4] Summa Theologiae, I-II, q.113, a.5.

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