Distinzione delle Persone divine - Tomas Tyn - Seconda Parte (2/3)

 Distinzione delle Persone divine

Tomas Tyn - Seconda Parte (2/3)

Ora, se è vero che l’uomo è la suprema creatura, dove lo spirito quasi si emancipa, si rende indipendente sia nell’agire che nell’essere, ecco l’immortalità dell’anima rispetto al corpo, è molto conveniente che al disopra dell’uomo, cioè tra Dio l’uomo, ci siano creature, che però siano pure forme, prive di materia.

Se così non fosse, ci sarebbe come un universo per così dire con la testa tagliata, non so se mi spiego, perché gli angeli sono ben più degli uomini; sarebbe come se Dio, che appunto privilegia l’essere spirituale rispetto all’essere materiale, avesse creato un mucchio di cose materiali e poi quasi per una specie di distrazione si fosse dimenticato di porre nell’essere anche le creature spirituali.

Vedete quindi come talvolta ci sentiamo, come si può dire, un po’ troppo consapevoli della nostra dignità di creature spirituali, nel senso che effettivamente è giusto che lo siamo, in quanto siamo davvero al sommo della creazione materiale, però siamo all’infimo della creazione spirituale.

Quindi bisogna avere nel contempo la consapevolezza della nostra dignità, ma anche l’umiltà di dire che, tutto sommato, è molto conveniente che al di sopra di noi ci siano spiriti che fanno a meno del corpo.

Ora la differenza tra l’uomo e l’angelo è questa che mentre l’uomo pensa tramite i sensi, perché il corpo fa parte di noi e quindi bisogna ricorrere ad esso per conoscere, e per questo lo studio è fatica, invece gli angioletti non sudano le sette camicie nel pensare. Lo studio per noi esseri umani è fatica, perché, benchè sia gioia e solo gioia per la parte intellettiva, però dalla parte della conversio ad phantasmata, ovvero della conversione alle immagini, come dice San Tommaso, questo ricorrere alla cognizione sensitiva, sforzare i centri cerebrali, tutto ciò procura invece fatica.

Gli angeli, ecco, pensano oggetti diversi, in “tempi”, tra virgolette, perché non è tempo vero proprio, non è misurabile in termini di ore e di minuti[1], eccetera; però pensano, c’è in loro una successione di pensieri; e quindi in loro c’è la distinzione tra la sostanza e l’atto di pensare, anzi gli atti di pensare che si susseguono.

In Dio invece questa distinzione non può esserci. In Dio c’è la pienezza di essere, e quindi Egli non è mai in potenza rispetto a questo o quel pensiero, ma tutto ciò che Dio pensa, lo pensa in atto da sempre e per sempre, anche se è molto difficile capirlo. Tuttavia proviamoci con l’aiuto dello Spirito Santo. Cioè, quando Dio pensa le cose, anche temporali, le pensa dall’eternità e però l’effetto di quel pensiero è temporale.

Vedete, non bisogna mai attribuire a Dio quello che sta dalla parte dell’effetto dell’agire di Dio. Per esempio, Dio ha creato il mondo nel tempo[2], va bene; ma ciò non vuol dire che Dio a un certo momento abbia guardato l’orologio e ha detto adesso faccio la creazione. Cioè da sempre Dio ha già pensato che in quel momento[3] avrebbe posto in essere tutte le cose.

Allora abbiamo stabilito questo, che in Dio, nell’abisso della sua essenza divina, che è vita, pensiero, puro spirito, c’è qualche cosa di nascosto che l’intelletto umano può solo lontanamente intuire, ma non mai in qualche modo afferrare.

Vedete, i buoni filosofi come Filone di Alessandria e tanti neoplatonici hanno parlato di Dio per esempio, in termini di Triade o del Verbo di Dio, però non hanno mai capito esattamente il mistero né dell’Incarnazione né della Trinità con la distinzione delle persone l’una dall’altra. Per questo Sant’Agostino, rifacendosi ai neoplatonici, dice: ecco, in questi libri dei neoplatonici io vedo il Verbo, ma non ne vedo l’Incarnazione e poi dice che mentre sanno parlare dell’essenza di Dio, della sua unità e della sua esistenza, quando parlano della Trinità, ne parlano in termini scorretti, dal punto di vista della fede.

Che cosa voglio dire con tutto questo discorso? Accessibile alla sola fede e non alla sola ragione, notate bene, non è la vita di Dio o il pensiero di Dio, ma la Trinità di persone distinte. Quindi lì c’è in qualche modo una discontinuità. Se voi mi dite: Padre, ci faccia una bella dimostrazione della Trinità delle persone divine. Vi rispondo: no, non ci riesco, non è possibile. Se vi ci provassi, dovrei vedermela con San Tommaso, perchè egli infatti dice: guai a chi osa dimostrare la Trinità.

Notate che su questo punto c’è stata un po’ di evoluzione nel pensiero cristiano, perché, sapete, è quasi commovente vedere un sant’Anselmo, uomo di Dio, pieno di fervore spirituale nell’amare e nel pensare Dio, dire: adesso, dopo aver dimostrato l’esistenza di Dio, ce la metterò tutta per dimostrare anche che Dio è uno e Trino.

Ma ecco che San Tommaso, con tutto il rispetto dice che questo è troppo, cioè dimostra o troppo o troppo poco, cioè in sostanza non è una prova rigorosa. Non si può, vedete, anzi nuoce alla fede cristiana, perché, come dice San Tommaso, se uno si mette a dimostrare delle cose indimostrabili, i pagani poi pensano in sostanza che i cristiani sono dei creduloni, che si fondano su delle prove da poco anche in altre cose, capite, quindi bisogna distinguere bene quelle cose che sono dimostrabili con l’intelligenza umana, come l’esistenza di Dio, l’essenza[4] e alcuni attributi di Dio, come per esempio la vita di Dio, il pensiero di Dio, ma non bisogna mai prevaricare pensando che si possa dimostrare l’esistenza della Trinità. Quindi questo lo crediamo per fede.

E il lavoro del teologo, differisce da quello del filosofo, ma le due discipline si aiutano a vicenda. Qui apro una parentesi e dico che è cosa assolutamente sciocca, indecente, scusate, sono sincero, dire che il cristianesimo ha oppresso la ragione. Si sente un po’ dappertutto questa cosa: Non ho termini per descriverla. Si dice che il cristianesimo ha oppresso il pensiero. Col pretesto della philosophia ancilla theologiae, dicono che è una filosofia plagiata. Ebbene, no, miei cari, capite.

Il fatto è che naturalmente nel cristianesimo si evidenzia accuratamente proprio l’autonomia delle due discipline, ma nel contempo si fa vedere anche in qualche modo che non c’è una vera e propria continuità tra l’una e l’altra. San Tommaso è il primo che dice: continuità propria non ce n’è. Però c’è una non contraddizione, c’è una analogicità tra queste due discipline.

Quindi la filosofia non è che conduca alla Trinità, ma fornisce gli strumenti razionali per spiegare che cosa? Non la Trinità, ma per spiegare che credere nella Trinità non è credere delle storielle. A tal riguardo il Montesquieu, nelle sue ‘lettere persiane’, fa dell’ironia. Racconta infatti di alcuni Persiani che vanno in Francia e scrivono a casa delle lettere, e tra l’altro dicono che il l Papa, dicono il Papa è il più grande tutti i maghi. Gli europei hanno un grande mago a Roma, il Papa. Perché? Tutti ci credono a quello a Roma che dice il Papa. Il Papa a Roma tra le altre cose che cosa dice? Dice che uno fa tre e che tre fa uno.

Ecco che allora il Papa ha certamente sbalordito gli amici persiani con una simile affermazione che certamente contraddice le regole della matematica. Ora però, vedete, la filosofia ci spiega che la Trinità non ha niente a che fare con la matematica. Quindi in sostanza non è un oltraggio alla ragione, non è una superstizione quella di credere che uno faccia tre e che tre facciano uno[5], perché, ripeto, non ha niente a che fare con la matematica. Facile vederlo, proprio perchè il numero che si pone nel genere della quantità è un numero che scaturisce dalla quantità e riguarda solo cose quantificate e quantificabili.

Ora il quantificabile è il materiale. Non c’è nessun dubbio su questo. La nostra anima non è quantificabile. Se uno si chiede ‘dove ho la mia anima’, non posso dire ‘è qui’, perché è dappertutto nell’uomo e l’anima c’è tutta in tutte le parte del corpo e anche al di là del corpo[6]. Vedete, invece le cose materiali sono estese, cioè posso dire che il dito si trova qui, al di là della palma della mano. Quindi in sostanza, la quantità può determinare solo cose materiali perciò quando si parla in Dio Uno e Trino non si tratta di strutture quantitative. Niente magia, niente contraddizione.

Questo per dirvi solo come la metafisica, ancora una volta la regina delle discipline filosofiche, purtroppo oggi alquanto oltraggiata e dimenticata, ci insegna appunto come la Trinità delle persone divine è consistente, cioè non contraddittoria, non è un oltraggio alla ragione umana, non c’è bisogno di ammazzare quello che abbiamo di più grande in noi ossia la nostra razionalità per credere nella Trinità.

Però, nel contempo, non si può arrivare con la sola ragione alla conoscenza della Trinità. Qui bisogna compiere il passo della fede. Ora, vedete, il dato della Trinità lo troviamo nelle fonti della rivelazione che sono Scrittura e la tradizione della chiesa. Poi la riflessione sul dato chiamasi teologia, a differenza della filosofia, che non riflette sul dato rivelato ma sull’essere delle cose. Quindi la teologia adopera la filosofia per trarre in qualche modo, delle conclusioni per spiegare illuminandolo dal di dentro il dato scritturistico e tradizionale, cioè il dato rivelato.

Nella divinità voi avete la Trinità delle persone, Padre, Figlio e Spirito Santo. Da dove lo sappiamo? Dalla Scrittura, soprattutto da quel più grande teologo tra tutti gli autori della Scrittura, che è San Giovanni. Gli Orientali hanno perfettamente ragione a dire ‘Giovanni, il teologo’, gli hanno dato proprio l’attributo giusto, si potrebbe anche dire ‘Giovanni, il mistico’.

Esiste tutta una tradizione molto bella nella Chiesa e io ci credo, voi avete già capito, che sono fatto un po’ all’antica, una tradizione secondo la quale San Giovanni aveva delle rivelazioni speciali a causa della sua verginità. Vedete il pregio del celibato, anche riguardo alla mente umana, proprio riguardo alle grazie mistiche. Sono cose che al giorno d’oggi ormai naturalmente ne verbo quidem, non se ne può neanche parlare. Invece è così.     Vedete, le anime privilegiate dal punto di vista mistico sono delle anime che sentono in qualche modo questa necessità di amare Dio e Dio solo, senza distrazioni, con cuore indiviso come dice san Paolo.

          Vedete, questa è solo una parentesi per farvi vedere come San Giovanni ha avuto queste rivelazioni mistiche del tutto speciali in confronto a quelle fatte agli altri evangelisti che pure sono estremamente elevate, altrimenti Dio non si sarebbe servito di loro, per far scrivere tutto quello che ha voluto. Invece tutti gli altri curano piuttosto la dimensione storica. Pensate a un San Matteo, che è molto completo come Vangelo, però narra una storia in chiave certamente sotto l’angolo della salvezza.  

Quindi, e questo è il pregio di San Matteo, fa vedere soprattutto come alle rivelazioni veterotestamentarie corrispondono gli adempimenti nella Nuova Alleanza. Vedete sempre che cita l’Antica Alleanza. In San Giovanni invece, l’Aquila che fissa il sole è il suo simbolo. San Giovanni subito si alza in volo, Lo vedremo proprio alla Messa del giorno di Natale dove appunto s’inizia con queste magnifiche parole: ‘In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio’.

         E poi, et Verbun caro factum est et habitavit in nobis. Guardate che lì, anche se le rubriche non imponessero di mettersi in ginocchio uno non ce la fa a stare in piedi. Allora, cari, il fatto è questo, che noi questa esistenza delle Persone divine la sappiamo solamente dalla Scrittura. La riflessione teologica accoglie con umiltà questo fatto e prova a renderlo non contraddittorio, cioè non presume di dire ‘è così’[7].

         Questo solo con fede si può accettare, però se uno ha difficoltà a crederlo perché dice ‘sono cose assurde, sono magia’, come diceva Montesquieu, allora la teologia, la riflessione sul dato rivelato aiuta a sgombrare il terreno. Ma è solo un aiuto; il lavoro principale deve farlo l’uomo aiutato dalla grazia di Dio per aderire a questo mistero. Allora vedete che non ho pretese di dimostrarvelo; tuttavia è giusto, voi avete diritto a sentire da me perché non è una contraddizione.

Orbene, vedete, per fondare la teologia trinitaria bisogna penso partire come è partito Sant’Agostino. Qui faccio un’opzione un pochino per la nostra teologia occidentale, tuttavia certo ci sono bellissime speculazioni trinitarie anche in Oriente. Esse, però si servono di metafore meno attendibili diciamo, nel senso che ricorrono a delle belle metafore poetiche, per esempio la pianta, la radice, il tronco d’albero e poi i rami fino all’ultimo frutto, l’ultima foglia.

Ecco, fanno vedere un po’ la vitalità delle processioni divine per analogia con un vegetale. La teologia simbolica è molto bella, però bisogna prenderla per quello che è. Peraltro San Tommaso dice che proprio la Scrittura si serve appositamente di metafore chiamiamole sensibili in un senso molto buono, proprio perchè l’uomo non sia sedotto nell’idolatria, perché se fossero troppo spirituali, l’uomo penserebbe che queste metafore sono già Dio[8].

Invece Sant’Agostino ha capito che bisogna effettivamente avere il coraggio, con la dovuta umiltà, di partire da quello che maggiormente esprime la Trinità nella creazione e cioè la spiritualità, la vita spirituale, che noi conosciamo solo riguardo a noi stessi, cioè nell’uomo. Noi avvertiamo che in noi c’è un’anima spirituale che non conosciamo adeguatamente. Purtroppo noi non siamo nemmeno in grado di conoscere a fondo la nostra anima. Voi lo sapete bene. Io vorrei tanto fare la conoscenza della mia anima, ma non è possibile. Tuttavia tramite gli atti dell’anima conosciamo un po’, intravediamo un po’ la sua essenza.

Ora, quello che è molto importante da notare è che nella vita dell’anima, nella vita spirituale, ci sono due componenti, due dimensioni[9], una fondata e radicata nell’altra, una complementare dell’altra. Quali sono? Sono la dimensione cognitiva e la dimensione appetitiva. Ora, notate bene che San Tommaso fa vedere molto bene questa dualità di conoscenza e di tendenza o meglio ancora di presenza e di tendenza, non c’è solo nello spirito, c’è in tutti gli enti, in tutti gli enti c’è sempre questa dualità: ciò che la cosa è, la forma della cosa, la struttura della cosa, e poi, in base a ciò che la cosa è, c’è una tendenza operativa, tendenza ad agire secondo quello che si è.

E pensate ad una semplice pietra. Essa, se la innalziamo da terra e la lasciamo cadere. non sa fare altro che cadere. È un’operazione molto semplice e umile. Però, il fatto di tendere a cadere, di avere la gravità, di essere quasi attratta dal centro della terra corrisponde all’essere della pietra. Quindi, in qualche modo, in ogni ente, anche quello più umile, privo di conoscenza e di appetito, c’è però un qualche cosa di simile al conoscere e all’appetire, c’è la presenza, la verità della cosa si potrebbe dire, ciò che la cosa è, la sua essenza, la sua forma, e poi c’è l’agire secondo la forma, l’agire secondo la forma, agire che è finalizzato.

Al di là della forma, la pietra che cade realizza un qualcosa che non è compreso nell’essere della pietra. Nell’essere della pietra non è compresa la sua caduta, però è compresa la possibilità di cadere, la tendenza al cadere. Nella pianta piccola non è compresa ancora la sua crescita, ma c’è solo la possibilità e la tendenza a crescere. Allora in tutte le cose c’è una forma o essenza, e una tendenza ad un fine.

Conferenza Presso Istituto Tincani (o altrove)
Bologna, 18 dicembre 1986 (data incerta)
N. 17

Audio:   http://youtu.be/aXqsYCERrZM

Cf. n. 1:  http://www.arpato.org/testi/lezioni_tincani/1_Distinzione_delle_persone_divine_18_dic_1986.pdf

Registrazione e/o custodia degli audio a cura di Amelia Monesi e/o Altri

Mp3: Tomas – 18 dicembre 1986: da inizio a fine -  Cf. anche altri Mp3

Conferenza del Servo di Dio Padre Tomas Tyn, OP. 

Trascrizione da registrazione di Sr. M. Colombo, OP, e Sr. M. Nicoletti, OP – Bologna, 2007
Testo rivisto con note da Padre Giovanni Cavalcoli, OP – Fontanellato, 30 novembre 2021
 

La differenza tra l’uomo e l’angelo è questa, che mentre l’uomo pensa tramite i sensi, perché il corpo fa parte di noi e quindi bisogna ricorrere ad esso per conoscere, e per questo lo studio è fatica, invece gli angioletti non sudano le sette camicie nel pensare. Lo studio per noi esseri umani è fatica, perché, benchè sia gioia e solo gioia per la parte intellettiva, però dalla parte della conversio ad phantasmata, ovvero della conversione alle immagini, come dice San Tommaso, questo ricorrere alla cognizione sensitiva, sforzare i centri cerebrali, tutto ciò procura invece fatica.

Gli angeli pensano oggetti diversi, in “tempi”, tra virgolette, perché non è tempo vero proprio, non è misurabile in termini di ore e di minuti, eccetera; però pensano, c’è in loro una successione di pensieri; e quindi in loro c’è la distinzione tra la sostanza e l’atto di pensare, anzi gli atti di pensare che si susseguono.

In Dio invece questa distinzione non può esserci. 

In Dio c’è la pienezza di essere, e quindi Egli non è mai in potenza rispetto a questo o quel pensiero, ma tutto ciò che Dio pensa, lo pensa in atto da sempre e per sempre, anche se è molto difficile capirlo. Cioè, quando Dio pensa le cose, anche temporali, le pensa dall’eternità e però l’effetto di quel pensiero è temporale.

Immagini da internet




[1] Come era già noto alla cosmologia medioevale, la durata delle sostanze spirituali è caratterizzata dal cosiddetto “evo” (lat. aevum, gr. Aiòn, ebr. olàm), che è una successione di atti istantanei, quali sono gli atti dello spirito.

[2] All’inizio del tempo.

[3] Secondo i fisici di oggi 14 miliardi di anni fa.

[4] Qui per dimostrazione dell’essenza di Dio naturalmente Padre Tomas non intende una dimostrazione che faccia sapere chi è Dio mediante prove intrinseche a Dio, ossia perché Dio è Dio, ma semplicemente chi è Dio secondo quei predicati che possiamo ricavare dalle creature. Qui le prove non sono ricavate dall’essenza di Dio ma dalle creature.

[5] Propriamente il dogma dice che uno è tre. Ma questa apparente contraddizione si risolve distinguendo una natura in tre persone.

[6] Al di là non vuol dire fuori o al di sopra del corpo nel senso spaziale, ma vuol dire, come già aveva intuito Aristotele, che l’anima viene dal di fuori (thyrathen) della materia corporale. Si tratta insomma non di una sostanza separata che trascenda l’individuo, come aveva inteso Averroè, ma di una forma immanente all’individuo, che dà forma alla materia dell’individuo umano. Quindi si tratta semplicemente di una forma superiore alla materia e che trascende la materia.

[7] Perché è così e non può non essere così.

[8] San Tommaso più che paragonare una metafora elementare – per esempio il vento o l’acqua o il fuoco - a una metafora spirituale, paragona la metafora al concetto filosofico – per esempio «relazione sussistente» - e dice che mentre il concetto filosofico per la sua elevatezza potrebbe indurci nella tentazione di poter dimostrare il mistero, la metafora, nella sua materialità, è talmente lontana dal mistero, che ci mostra chiaramente come essa non può darci la comprensione razionale del mistero.

[9] Sarebbe meglio dire: potenze o facoltà.

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