Verso la pace

 Verso la pace

Un popolo non alzerà più la spada
contro un altro popolo,
non si eserciteranno
più nell’arte della guerra.
Is 2, 4

 

Perché scoppiano le guerre 

Walter Veltroni, noto esponente politico modernista, ha di recente attaccato il Patriarca Cirillo, il quale, a suo dire, avrebbe offeso i «valori dell’occidente». Immaginiamo quali essi possano essere agli occhi di un modernista: la sodomia, il divorzio, l’aborto, la fecondazione artificiale, l’eutanasia, l’edonismo, il soggettivismo, il panteismo, lo gnosticismo, l’ateismo, l’empietà, l’irreligione, l’eresia, lo scisma, l’apostasia, l’evoluzionismo, il secolarismo, il buonismo, il giacobinismo, il populismo, il relativismo morale e dogmatico. Non faccio commenti.

Veltroni ha ragione però nel dire che in questa guerra siamo di fronte ad uno scontro di valori di fondo tra Europa occidentale ed Europa orientale. Il suo, quindi, in certo modo, è un discorso speculare a quello, di segno opposto, di Cirillo, il quale pure ha parlato dello scontro della Santa Russia con l’occidente cattolico, ateo, modernista e corrotto.

Sembra delinearsi a livello europeo quello scontro fra modernisti e passatisti che è in atto all’interno della Chiesa da 60 anni. In fin dei conti gli ortodossi sono dei supertradizionalisti simili ai nostri lefevriani, con la differenza che, mentre i primi sono rimasti fermi al Concilio di Costantinopoli dell’869, i secondi sono rimasti fermi al Concilio Vaticano I.

Scrive Roberto De Mattei, un uomo che sa quali sono i valori dell’Occidente, in un recente articolo su Corrispondenza Romana:

«Se vogliamo rimuovere la guerra dobbiamo rimuovere le cause della guerra. E la causa vera e profonda della guerra, della pandemia e della crisi economica che si delinea all’orizzonte, sono i peccati dell’umanità che ha voltato le spalle a Dio e alla sua legge». 

Lo scoppio di una guerra, in quanto azione umana collettiva volontaria e responsabile è fondamentalmente da ricondursi alla commissione di un peccato di ingiustizia, giacchè, come sappiamo bene, opus iustitiae est pax. Dal punto di vista morale, lo Stato che muove guerra contro un altro Stato senza sufficienti motivi, compie un atto criminale riconducibile al peccato di omicidio, oltre a tutti gli annessi, come l’odio, la menzogna, gli insulti, la violenza, l’inganno, la crudeltà, la distruzione, le ruberie e le devastazioni.

Il peccato a sua volta produce sofferenza e morte. Possiamo quindi paragonare lo scoppio di una guerra all’insorgere di una malattia. Che cosa produce la guerra? Per capirlo bisogna vedere in che consiste la pace. Lo ha detto di recente il Papa: consiste nell’unità nella diversità, per cui ciascuno, diverso dall’altro, fruisce di ciò che gli spetta nell’ordine e nell’armonia dell’insieme sociale. Dunque la guerra spezza l’unità e l’armonia, interrompe la comunicazione e la fiducia reciproche, mette gli uni contro gli altri, crea il disordine e l’ingiustizia.

Benchè ogni guerra sia una conseguenza del peccato originale e in essa giochi sempre la malvagità umana e vi sia lo zampino del demonio, «omicida, come dice Cristo, sin da principio», è una legge della morale e del diritto che, se l’offeso non riesce ad ottenere soddisfazione o riparazione o giustizia dall’offensore, e non riesce a fermarlo con la persuasione, gli è lecito, se ne ha la forza sufficiente, difendersi e far valere il suo diritto con un uso moderato della forza.

La stessa guerra in certi casi serve a far cessare la guerra

Occorre pertanto distinguere accuratamente la violenza dal semplice uso della forza. Questo può essere giusto o ingiusto. C’è violenza solo se è ingiusto. Violenza infatti è per definizione violazione della giustizia.

San Tommaso, seguendo Aristotele, definisce la violenza come l’azione di un agente estrinseco al paziente, un agente che non conferisce nulla al paziente, che invece ha un’inclinazione contraria. Viceversa, l’azione giusta è quella che, anche se fa uso della forza, opera il bene dell’offensore, perché lo obbliga, anche se contro voglia, a mettere in atto la sua naturale inclinazione al bene e al giusto.

L’esercito di uno Stato che, sulla base di buone ragioni o di saldi diritti, sconfigge l’esercito nemico, costringe il nemico a rispettare le ragioni dell’avversario, attuando così, anche se per costrizione, la sua naturale inclinazione alla giustizia. Qualcosa del genere avviene nella vita ascetica: per ottenere che il mio istinto sessuale rispetti il suo fine naturale procreativo, lo obbligo con la forza della volontà a trattenersi, quando non ci sono le condizioni adatte al compimento del suo fine. In termini popolari diciamo che «facciamo violenza a noi stessi», ma meglio sarebbe dire che ci discipliniamo.

Per questo, se non può esistere una violenza giusta, può esistere un uso giusto della forza o della coercizione. Ugualmente dicasi della guerra. Essa non è la pura e semplice lotta armata di uno Stato contro un altro, ma occorre di volta in volta, a seconda delle circostanze, giudicare con equanime giudizio se l’uso delle armi è giusto o ingiusto.

Infatti, come insegna chiaramente il profeta Isaia, è solo nella nuova Gerusalemme dei risorti che non esisterà più la guerra. Ma questo solo perchè le cattive inclinazioni della natura umana conseguenti al peccato originale saranno totalmente estinte, cosa che non è di quaggiù. Ecco perchè quel pacifismo imbelle ed edonista[1], falsamente evangelico, che rifiuta indiscriminatamente ogni guerra, è illusorio ed alimenta proprio quella guerra, che vorrebbe impedire o far cessare, in quanto ché la mancata resistenza al nemico, quando essa è possibile, salvo rarissimi casi di resipiscenza, come accadde un India con Gandhi, non lo induce a cessare dalla violenza, ma lo incoraggia a continuare.

Infatti non è proibito, anzi è doveroso, se si può sperare nella vittoria, prendere le armi contro il fomentatore della guerra perché la pace possa essere ristabilita, secondo le parole che Agostino rivolgeva a Bonifacio, governatore di Cartagine assediata dai Vandali: «Non si cerca la pace per provocare la guerra, ma si fa la guerra per ottenere la pace. Sii dunque ispirato dalla pace in modo che, vincendo, tu possa condurre al bene della pace coloro che tu sconfiggi».

Non c’è dubbio che le guerre scoppiano quasi sempre per motivi economici: o per cupidigia o per accedere alle fonti di energia o per sfruttare un altro popolo. Scoppiano anche per motivi espansionistici o imperialistici o per volontà di potenza o di dominio nazionale, razziale, culturale, dottrinale o religioso. Tuttavia il motivo profondo è spirituale. I motivi profondi sono la superbia, l’invidia, l’odio, l’empietà, il servizio a due padroni, Cristo e Beliar.

Il Patriarca Cirillo ha colto nel segno, quando ha parlato di «motivi metafisici», una parola oggi in disuso persino tra filosofi e teologi, figuriamoci fra politici e militari. I positivisti, empiristi e scientisti nostrani si saranno chiesti: che cosa c’entra la metafisica? Ma non è morta da un bel pezzo? Forse Cirillo non è espresso bene: avrebbe dovuto dire «spirituali». Ma non c’è dubbio che la metafisica, come sapevano bene San Tommaso ed Hegel, qui eccezionalmente d’accordo, è supremamente scienza dello spirito, del suo essere, del suo pensare, del suo agire. Cirillo ci ha fatto capire che se ne intende. 

Dio può castigare il mondo per mezzo della guerra?

Non è male considerare la guerra come un castigo divino. Siamo autorizzati a formare questa convinzione dalla stessa Sacra Scrittura, che lo afferma esplicitamente. Naturalmente, come ci lascia ben capire il Papa, non dobbiamo intendere questo castigo in un certo senso volgare corrente, quasi come violenza di un Dio crudele, perchè il credere ciò sarebbe una bestemmia. Dobbiamo invece intenderlo nel suo genuino significato biblico, tenendo presente che Dio è Padre saggio e amorevole, provvidente e premuroso, che all’occorrenza è severo per far presenti al figlio le conseguenze del peccato e per correggerlo mediante la penitenza dalle sue nequizie.

Egli è infinitamente buono, indulgente e misericordioso, libera il debole dalle mani del prepotente, perdona il peccatore pentito, non pecca e non in approva assolutamente il peccato, benché lo permetta per un maggior bene, perché è onnipotente e capace di volgere il cuore dell’uomo dalla malvagità alla santità; e, siccome è giusto, punisce il peccato, in vista della penitenza e della conversione del peccatore. Chiede all’innocente di offrirsi vittima di espiazione ad imitazione del Figlio per la propria purificazione e per la conversione dei peccatori.

A questo riguardo, non ci fa male ricordare quanto la Madonna disse ai pastorelli a Fatima nel 1917:

“Dio sta per castigare il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se accetteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace”.

È giusto pertanto il commento di De Mattei:

«Chi regge l’universo e tutto ordina alla gloria di Dio, è la Divina Provvidenza. Da essa provengono i castighi che oggi flagellano l’umanità impenitente: le epidemie, le guerre e domani, una crisi economica planetaria. Tutto ciò non è propedeutico all’avvento dell’anticristo, ma è la realizzazione della profezia inascoltata di Fatima».

Ed è giusta la sua conclusione, quando dice che la Madonna a Fatima

 «contro il nemico che attacca abbiamo delle armi potenti. Contro la bomba nucleare del peccato, la Madonna ha messo in mano al Papa la consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria e ha messo nelle nostre mani il rosario e la devozione ai primi sabati del mese. Ma soprattutto ha messo nel nostro cuore il desiderio del trionfo del Cuore Immacolato sulle macerie del regime di Putin, del regime comunista cinese, dei regimi islamici e di quelli dell’Occidente corrotto. Solo Lei può farlo; a noi chiede un’incrollabile fiducia che ciò accadrà, perché Lei l’ha infallibilmente promesso. Per questo la nostra resistenza continua».

È ottimo e salutare il gesto del Santo Padre di affidare Ucraina e Russia al cuore immacolato di Maria; è giusto e doveroso pregare perché cessino gli orrori della guerra, perché cessino i combattimenti e le stragi di civili, per il disarmo atomico immediato e totale, perché si moltiplichino i mediatori di pace, perché l’ONU sappia intervenire con saggezza ed efficacia, perché i nemici si riconcilino, riconoscendo i rispettivi torti e perdonandosi a vicenda, perché prosegua il dialogo ecumenico fra Roma e Mosca, perché Ucraina e Russia vedano soddisfatti i loro diritti e le loro giuste esigenze ed assolvano ai loro doveri reciproci, nel ricordo e nel ripristino della loro comune origine nazionale e religiosa,  per il ritorno della pace.

I virus di un cristianesimo corrotto

È estremamente scandaloso e paradossale che le due guerre mondiali siano sorte dal seno dell’Europa, dove il cristianesimo ha il suo centro ed ha avuto i suoi primi sviluppi. Ed oggi di nuovo dal cuore dell’Europa sta sorgendo una minaccia che sta spaventando l’intera umanità. Ma come tutto ciò è possibile? Da che cosa nasce? Da una corruzione dello stesso cristianesimo. Corruptio optimi, pessima, dice un saggio proverbio.

A questo proposito bisogna dire con franchezza, sulla base di prove storiche sicure e criticamente vagliate, che una responsabilità speciale, seppure alla lontana e solo in nuce, dell’attuale situazione di crisi, va a due gigantesche figure di figli della Chiesa cattolica, che però hanno deviato, due cristiani che hanno creduto di essere e a tutt’oggi da molti sono  ritenuti grandi  riformatori:  Lutero e Cartesio; il primo nell’ambito della teologia e della fede, il secondo nell’ambito della filosofia e della ragione, ma molto simili nell’impostazione di fondo, consistente in una ripresa estremistica, soggettivistica ed immanentistica dell’interiorismo ed intimismo coscienziale agostiniani, ruotanti attorno al rapporto io umano-Tu divino, nel quale si risolve tutto l’interesse teoretico e pratico del singolo soggetto. La fusione del cogito cartesiano con la sola fides luterana operata dagli idealisti tedeschi a partire da Kant[2] fino ad Hegel costituì un punto d’arrivo sfociato nel panteismo prima e nell’ateismo poi.

Fu così infatti che Hegel, con la mediazione di Feuerbach, aprì la strada all’ateismo marxista, il quale a sua volta fu la base di lancio del superomismo di Nietzsche. Mentre, come è noto, il marxismo venne a costituire l’ispirazione di fondo della Russia sovietica, il pensiero di Nietzsche, utilizzato da Heidegger come base filosofica del nazismo, trovò la sua applicazione pratica nel regime hitleriano, per cui la filosofia di Heidegger può essere considerata l’ispiratrice della dottrina del nazismo[3].

Il veleno morale più pericoloso, fascinoso e insidioso che viene dalla corruzione del cattolicesimo, per la mediazione di Lutero e Cartesio, avente il suo culmine in Hegel, è la confusione fra imparzialità e doppiezza. Nasce dall’impostazione gnostica della gnoseologia hegeliana, frutto maturo e supremo dell’idealismo iniziato da Cartesio e del soggettivismo immanentista luterano.

Questo risultato pratico del comportamento morale, che evangelicamente può essere ricondotto al vizio dell’ipocrisia come effetto della superbia, è applicazione nell’agire di un atteggiamento mentale, che ha al suo inizio un’istanza giusta, che consiste nel bisogno di abbracciare tutto e di tutto comprendere, di riconoscere qualunque valore, dovunque si trovi, nel bisogno di apertura all’assoluto, alla realtà nella sua universalità e totalità, senza nulla escludere. Nasce da un bisogno di sintesi, di collegamento, di accordo, di rapporto. Nasce dal bisogno di non escludere nulla, di dar spazio a tutto, per quanto diversificato e variegato. Nasce dalla volontà di un’ampiezza di vedute. Nasce dal rifiuto della parzialità, dell’unilateralità e dell’estremismo. Nasce dal bisogno di equilibrio, di equidistanza, di imparzialità, di essere super partes. È la volontà di «non piegare né a destra né a sinistra» (cf I Sam 6,12). Fin qui tutto bene. Ma poi che accade?

Succede che lo spirito, per una forma di opportunismo e di superbia, fraintende slealmente questa apertura e questa universalità, così da abbracciare non solo il sì, ma anche il no, non solo il vero ma anche il falso, non solo il bene, ma anche il male, non solo Dio, ma anche mammona. Lo spirito, per dirla con Nietzsche, si sente «al di sopra del bene e del male», come se esistesse un punto di vista superiore, dove il bene fosse essenzialmente unito al male. Qui allora l’imparzialità è solo apparente. Ecco l’ipocrisia. In realtà lo spirito diventa parzialissimo, perché il no è parzialità, il falso è parzialità, il male è parzialità, mammona è parzialità.

Gli errori della Chiesa ortodossa

Per quanto riguarda il cristianesimo ortodosso russo, esso, come è noto, deriva da quello del Patriarcato di Costantinopoli, dal quale ottenne l‘autocefalìa nel 1589, dopo che era sorto nel sec. XIV da una filiazione del Patriarcato di Kiev.

Il difetto della Chiesa ortodossa è quello di non essere Chiesa nello stesso senso nel quale la Chiesa cattolica intende il concetto di Chiesa e sente di essere Chiesa. Infatti, essa non è Chiesa esattamente così come l’ha voluta Cristo: una comunità sotto la guida di Pietro. Così, mentre la Chiesa cattolica intende se stessa come un’unica comunità sotto un solo pastore, il Papa, una comunità che risulta da un insieme di Chiese locali, la Chiesa ortodossa non fa capo ad un'unica guida umana, ma si affida direttamente a Cristo e allo Spirito Santo. La sua unità non è quindi unità attorno a un capo, ma un’unità sinodale, un sinodo nel quale il principio dell’unità è esclusivamente la Sanissima Trinità.

Altro errore per non dire eresia della Chiesa ortodossa è la famosa negazione del Filioque: lo Spirito Santo procede dal Padre, ma non dal Figlio o al massimo procede dal Padre per mezzo del Figlio. Questa negazione porta come conseguenza la negazione del carisma di Pietro. Come mai? Perché il carisma di Pietro, ossia l’ufficio petrino del Romano Pontefice, è fondato sullo Spirito che procede dal Figlio. Lo Spirito che sostiene il Papa è lo Spirito del Figlio.

Così la Chiesa ortodossa ammette l’episcopato, ma non il papato. Secondo lei lo Spirito che procede dal Padre assiste direttamente il vescovo senza che occorra un’assistenza proveniente dallo Spirito inteso come procedente dal Figlio. È evidente come nella visione ortodossa viene sminuito il potere del Figlio, al quale è negato di far procedere lo Spirito.  Il vescovo possiede lo Spirito del Padre, ma non quello del Figlio. L’episcopato nella Chiesa ortodossa manca di quella pienezza e forza spirituali, che invece si trovano nell’episcopato cattolico. Per questo il vescovo ortodosso è più esposto di quello cattolico di cedere davanti ai poteri del mondo, oltre al fatto che gli manca il sostegno petrino.

Non procedendo lo Spirito dal Figlio, è logico che viene meno il carisma petrino. Così nella Chiesa ortodossa l’istanza magisteriale suprema non è il Papa, ma il vescovo, ed eventualmente il Sinodo presieduto dal vescovo che gode del primato d’onore. Ma chi definisce una dottrina non è costui, che è solo il primus inter pares, ma il Sinodo. Né si tratta di definire dottrine nuove, ma semplicemente di ribadire ciò che è già stato definito fino al IV Concilio di Costantinopoli dell’869.

Inoltre, nella mistica russa, influenzata da Dionigi l’Aeropagita per la mediazione di Gregorio Palamas, il beato non vede l’essenza di Dio ma le sue energie. In tal modo l’essenza divina appare avvolta da un’oscurità impenetrabile inaccessibile all’intelletto, il che non corrisponde all’insegnamento né di San Giovanni, il quale rivela che il beato vede Dio «così com’è» (I Gv 3,2) e neppure di San Paolo, il quale ci dice che in paradiso vedremo Dio «faccia a faccia» (I Cor 23,12).

Negando l’intellegibilità dell’essenza divina, almeno quoad nos, la teologia ortodossa è costretta ad accantonare l’essenza divina come verità sussistente, e a ripiegare sulla pura volontà e potenza divine, cadendo così in una visione volontaristica simile a quella di Ockham o a quella islamica.

La Chiesa ortodossa inoltre non conosce progresso dogmatico, come quella cattolica, ma è esclusivamente conservatrice. Si capisce come anche qui troviamo una mancanza contro la vera Chiesa, una chiusura alla verità, per la quale c’è un’opposizione a ciò che promette Cristo e cioè che lo «Spirito Santo guida alla pienezza della verità» (Gv 16,13).

Tutto è fermo ai primi secoli: il simbolo della fede è quello niceno-costantinopolitano, precedente l’inserzione del Filioque, la teologia è quella dei Padri, la regola monastica è quella di San Basilio, la liturgia è quella di San Giovanni Crisostomo. È una cosa molto strana, perchè è notoria ed esemplare la devozione orientale per lo Spirito Santo. Eppure essa è ricca di carismatismo, misticismo e profezia, ma è carente per quanto riguarda l’ordine sociale, gerarchico, organizzativo e magisteriale.

Alcuni Patriarchi, come quello di Antiochia o di Costantinopoli o di Mosca, hanno un primato d’onore, ma non di governo o di giurisdizione su tutta la Chiesa, ma solo determinate aree d’influenza. La dottrina non è custodita da un pastore unico per tutta la Chiesa, come è il Papa per la Chiesa cattolica, ma da ciascun vescovo per la propria diocesi o in forma sinodale.

C’è da notare inoltre che se la Chiesa cattolica non è al riparo dalle eresie – ed oggi lo vediamo in un modo come mai era successo finora -, ancor meno lo è la Chiesa ortodossa, che non è protetta e difesa dal carisma petrino. Tentazione particolarmente insidiosa per questa Chiesa, amante dello Spirito Santo, ma nel contempo negatrice del Filioque, è il fascino esercitato su di essa dall’idealismo tedesco, soprattutto quello di Hegel e di Schelling, che molto insistono sul tema dello Spirito, ma purtroppo in un senso panteistico (l’«Uno-Tutto»).

La mancanza del carisma petrino produce conseguenze incresciose anche sul piano dei rapporti del governo civile con quello religioso. Nella Chiesa Cattolica è chiara la soggezione del governante cattolico al Romano Pontefice. Invece nella Chiesa ortodossa si ha il ben noto fenomeno del cesaropapismo: il governante civile, non soggetto a un’autorità religiosa infallibile, come da noi il Papa, si ritiene, all’occorrenza, maestro della fede; il Patriarca, dal canto suo, conscio di non possedere un carisma infallibile di verità, si adatta volentieri al governante che giudica fedele e saggio. Ma così capita che se un Patriarca è debole e il governante è autoritario, il potere religioso si fa condizionare dal potere politico. È quello che sta avvenendo oggi nei rapporti fra Putin e Cirillo.

La Chiesa ortodossa ha mostrato il suo aspetto scismatico in modo evidente in occasione della presente guerra, in occasione della quale abbiamo potuto constatare il contrasto tra il Papa e il Patriarca Cirillo sul giudizio morale da dare sulla condotta di Putin. Non si tratta infatti di un contrasto che si risolva nella persona di Putin, ma in quanto egli rispecchia un cristianesimo soggetto al potere politico, cosa che appunto il Papa ha rimproverato a Cirillo, anche se egli non ha sbagliato nel rimproverare ai cattolici europei la loro corruzione e a lamentare le sofferenze procurate ai Russi degli Ucraini nel Donbass dal 2014, con 14000 morti. Ma non c’è dubbio che finché i fratelli ortodossi russi rifiuteranno il primato del Romano Pontefice, l’Europa cristiana resterà divisa con seri pericoli per la pace e la serena convivenza dei vari popoli europei.

Un agente di corruzione morale sorto da una deviazione razionalista e gnostica del cristianesimo è la massoneria, legata al sionismo anticristiano, anima dei potentissimi gruppi finanziari privati, finti filantropi, ideatori del cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale, col fine di organizzare l’ordine mondiale su base esclusivamente razionale escludendo l’apporto del cristianesimo. Ci sono indizi o sospetti che a soffiare sul fuoco della guerra sia la rivalità fra questi gruppi, desiderosi di mettere le mani sulle risorse economiche e sui beni dell’Ucraina.

Il mondo islamico finge una mediazione di pace, ma in realtà gode di questo conflitto fra cristiani e spera di trarne vantaggio, giacchè, come è noto, il suo scopo dichiarato da sempre è quello di sostituire il cristianesimo con l’Islam.

Le condizioni della pace

1. Sono in corso combattimenti fra le forze russe e quelle ucraine. L’una spera ovviamente di prevalere sull’altra per imporre all’altra le condizioni della pace. Per ora non è facile prevedere a chi andrà la vittoria. La lotta, purtroppo con immense sofferenze per i civili, ferve in alcune città, di importanza strategica per le sorti dell’intera Ucraina.  

Occorre vedere quale esito avrà il conflitto, quale sarà il vincitore. Se le due parti riceveranno rinforzi, il conflitto si protrarrà. Se pertanto vogliamo che esso abbia fine al più presto, è meglio che restino le sole forze attualmente in campo.  È motivo di consolazione e di speranza che nel frattempo non manchino i contatti diplomatici fra le due parti, al fine di risparmiare ulteriori sofferenze ai civili, e in modo che a fissare le condizioni di pace non sia il più forte, ma la comune e ragionata convergenza di ambo le parti su ciò che è giusto.

2. Bisogna che la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, in fraterna ed ecumenica collaborazione, organizzino assieme preghiere comuni nelle principali diocesi, soprattutto a Roma, Gerusalemme, Costantinopoli, Kiev e Mosca, per implorare da Dio il dono della riconciliazione, della riparazione, del mutuo perdono e della pace.

3. Occorre che l’ONU svolga una mediazione di pace valendosi dei contributi che vengono da alcuni Stati, come gli Stati Uniti, la Cina, la Turchia, Israele. Deve imporre ad ambo le parti l’immediata cessazione del fuoco e dei danni ai civili.

4. È urgente che riprenda il dialogo ecumenico tra cattolici ed ortodossi a tutti i livelli, soprattutto tra Papa Francesco e il Patriarca Cirillo sul tema della guerra, alla ricerca della pace.

5. L’ONU dia ordine immediatamente di una ripresa delle trattative per il disarmo nucleare.

6. È giusto citare in giudizio davanti al tribunale dell’Aja Putin come criminale di guerra, per i bombardamenti sulle città. Ma anche la Russia deve vedere riconosciuto il suo diritto alla sicurezza nazionale, al riparo da interferenze o minacce di aggressioni da parte della NATO.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 23 marzo 2022

Occorre distinguere accuratamente la violenza dal semplice uso della forza. Questo può essere giusto o ingiusto. C’è violenza solo se è ingiusto. Violenza infatti è per definizione violazione della giustizia.

San Tommaso, seguendo Aristotele, definisce la violenza come l’azione di un agente estrinseco al paziente, un agente che non conferisce nulla al paziente, che invece ha un’inclinazione contraria. Viceversa, l’azione giusta è quella che, anche se fa uso della forza, opera il bene dell’offensore, perché lo obbliga, anche se contro voglia, a mettere in atto la sua naturale inclinazione al bene e al giusto.

È estremamente scandaloso e paradossale che le due guerre mondiali siano sorte dal seno dell’Europa, dove il cristianesimo ha il suo centro ed ha avuto i suoi primi sviluppi. Ed oggi di nuovo dal cuore dell’Europa sta sorgendo una minaccia che sta spaventando l’intera umanità. Ma come tutto ciò è possibile? Da che cosa nasce? Da una corruzione dello stesso cristianesimo. Corruptio optimi, pessima, dice un saggio proverbio. 

Immagini da internet 


[1] È quello che nel 1968, che aveva per motto «facciamo l’amore e non la guerra» contro l’imperialismo americano, ma non contro l’Armata rossa; è quello stesso che oggi è per la NATO contro Putin, non in nome delle radici cristiane dell’Europa, ma per poter godere in pace del sesso ed evitare il servizio militare.

[2] Guido Mattiussi, eminente filosofo tomista gesuita del secolo scorso, ebbe ragione a intitolare il suo libro Il veleno kantiano (Roma, 1914).

[3] Cf Victor Farias, Heidegger e il nazismo, Boringhieri 1988; Andrea Colombo, I maledetti. Dalla parte sbagliata della storia, Edizioni Lindau, Torino 2017.

2 commenti:

  1. Padre Cavalcoli,
    non so se capisco bene quando lei dici: "È quello che nel 1968, che aveva per motto «facciamo l’amore e non la guerra» contro l’imperialismo americano, ma non contro l’Armata rossa; è quello stesso che oggi è per la NATO contro Putin, non in nome delle radici cristiane dell’Europa, ma per poter godere in pace del sesso ed evitare il servizio militare".
    Suppongo lei voglia dire che (data l'ingiustizia che muove entrambe le parti in questa guerra, sia NATO che Russia), assistiamo oggi a un bombardamento informativo dei media "filo-occidentali", vale a dire, filo-NATO (travestito da un discorso filo-ucraino), che in realtà non vuole la pace in ordine, la pace come risultato della giustizia, ma l'impero dell'attuale globalismo del piacere, dell'edonismo e dell'anomia.
    Ho capito bene?
    Grazie.

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    1. Caro Silvano,
      la sua interpretazione delle mie parole è esatta. Qui, però, non accenno all’aspetto spirituale della gravissima crisi politica, che si esprime nella guerra. Vorrei rifarmi alle accuse fatte dal Patriarca Cirillo all’UE. Egli non ha toccato solo il vizio della lussuria, ma anche quello dell’avarizia e della superbia, che si esprimono nell’egoismo proprio dell’ateismo.
      Da queste considerazioni consegue che la pace, che tutti agogniamo, risulta da un insieme di fattori comportamentali, che comprendono l’esercizio di tutte le virtù naturali e quindi la lotta ai vizi capitali. Per noi cristiani, poi, si aggiunge il dovere dell’esercizio delle tre virtù teologali della fede, della speranza e della carità.

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