Guerra giusta e guerra ingiusta

 Guerra giusta e guerra ingiusta

                                                                                         Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gi altri

Rm 12,16 

Una distinzione tradizionale da recuperare

L’attuale preoccupante aggravarsi del contrasto fra NATO e Russia per l’Ucraina ha rimesso comprensibilmente in circolazione il termine «guerra». Ma che cosa intendiamo oggi con questo termine, dopo decenni di una condanna assoluta della guerra? Ciò ci obbliga, secondo me, a riconsiderare il significato negativo che diamo oggi a questo termine e a chiederci se per caso tale significato apparentemente di buon senso ed ispirato ad una  volontà di pace, non si riveli, a un riesame più serio e realistico, improntato ad un semplicismo astratto, utopistico ed inutilizzabile, che in realtà non ci aiuta a lavorare per l’eliminazione definitiva di quella irrazionale violenza e volontà di distruzione che ci siamo abituati ad associare al termine guerra e se non sia il caso, proprio sempre al fine di eliminare per sempre le guerre, di recuperare la tradizionale distinzione fra guerra giusta e guerra ingiusta.

Possiamo non usare il termine «guerra» in quanto sinonimo di violenza ed ingiustizia e cercare altre espressioni, nessuno ce lo impedisce; ma il concetto da esso designato non possiamo assolutamente collocarlo nelle anticaglie della storia, almeno finché la natura umana porterà le conseguenze del peccato originale, che la spingono sempre all’ingiustizia e alla violenza. Per questo si potrà trovare qualche altra espressione, come per esempio: uso militare della forza, conflitto armato, confronto bellico, scontro fra truppe militari nemiche e simili.

Si potrebbe precisare che il detto conflitto, per essere propriamente guerra, deve sorgere ufficialmente tra due Stati o nazioni o entità plurinazionali, i quali con ciò stesso sono definiti «belligeranti». Escludiamo pertanto qui altre forme di conflitto collettivo, come la sedizione, la rivoluzione, la sommossa, la guerra civile, la lotta di classe, i conflitti tra bande armate o interreligiosi, etnici e razziali.

Si capisce tuttavia quanto è più comodo l’uso della parola «guerra» rispetto alle suddette circonlocuzioni, anche se esse non richiamano così necessariamente al significato negativo che il termine «guerra» ha assunto in questi ultimi decenni, assumendo un significato moralmente neutro, né cosa buona né cosa cattiva, ma fenomeno meramente di psicologia collettiva, come del resto era il significato tradizionale del termine. Ed era questa neutralità semantica apriori che gli consentiva di esser volto verso il buono – guerra giusta – o verso il cattivo – guerra ingiusta.

In realtà la guerra non è sempre il commettere un’orribile strage. Questa è una visuale semplicistica e alla fine ingiusta, perché non vede come in essa si possano giocare grandi valori. La guerra non è sempre un’azione inutile, ma può essere utile e necessaria. La famosa frase di Benedetto XV «inutile strage» non fu un’affermazione di principio, ma si riferiva precisamente alla Prima Guerra Mondiale. E del  resto fu un giudizio discutibile, perché l’Italia si liberò dal giogo austriaco.

Colui che con comodo e sbrigativo moralismo vede sempre per principio nella guerra una mostruosità, allorchè vede un evento bellico o due contendenti che sono ai ferri corti, è subito pronto a far le lodi della pace e del dialogo – così con poca spesa fa la figura dell’uomo di pace -, senza preoccuparsi di esaminare con cura il caso e vedere chi ha ragione, perché per lui hanno sempre torto entrambi per il semplice fatto di combattersi. 

Invece il vero costruttore di pace non si limita a considerare il conflitto in se stesso, ma ascolta attentamente le ragioni delle due parti, soppesa le ragioni dell’una e dell’altra parte, fino a giungere ad individuare chi ha ragione e chi ha torto e si adopera a fare da mediatore di pace sforzandosi di avvicinare le due parti su punti che esse hanno in comune, procura di suscitare nelle due parti sentimenti di fiducia nei suoi confronti al fine di poter essere ascoltato, si mostra obbiettivo, imparziale e spassionato nei giudizi e nelle valutazioni; sa mostrare alla parte che sbaglia dov’è il torto; sa correggere il torto; esorta la parte che ha ragione alla comprensione nei confronti dell’avversario e a non lasciarsi vincere dall’ira o dalla vendetta. E se proprio chi ha torto non sente ragione, allora acconsente alla parte lesa di difendere con la forza il suo buon diritto. Questo vuol dire costruire la pace ed essere veri amanti della pace. 

I Romani, che se ne intendevano, dicevano: si vis pacem, para bellum. Vuol dire che ci sono casi nei quali si ottiene la pace proprio per mezzo della guerra. È nella pace un popolo oppresso da un altro popolo? No certamente. Allora, come fa ad ottenere la pace? Evidentemente cacciando con la forza l’esercito invasore.

Se quindi una nazione vuol muovere guerra ad un’altra nazione, dobbiamo chiederle: perché vuoi farle guerra? E verificare quali motivi porta, perché potrebbe aver un giusto motivo per muoverle guerra.

Se avessimo chiesto agli Americani nel 1943: perché volete muover guerra ai tedeschi? Avrebbero risposto: Perché se ne vadano dall’Italia. Non è stata una guerra giusta? Così oggi dobbiamo chiedere a Putin: perché hai ammassato al confine est dell’Ucraina 130.000 soldati? E agli alleati euroamericani: perché avete ammassato ad ovest decine di migliaia di soldati? E vedere quali motivi adducono. Da che parte sta la ragione?

Occorre allora dire in linea di principio che il nocciolo del problema assolutamente inevitabile, se vogliamo stare nella realtà, è assumerci le nostre responsabilità e fuggire un moralismo di maniera, un pacifismo fatuo ed ingannevole. Occorre distinguere fra conflitto armato giusto e conflitto armato ingiusto. Fatti questi chiarimenti, credo che nessuno protesterà se io, per comodità linguistica, col linguaggio tradizionale, userò il termine «guerra».

Occorre capire chi dei due ha ragione

Una prima cosa da dire in questa non facile questione, una domanda che, nel caso del profilarsi di una guerra, potrebbe sembrare troppo astratta o semplicistica, e alla quale invece è essenziale rispondere o tentare una risposta, è chi tra i due contendenti ha ragione e chi ha torto.

Supponiamo infatti che il guerreggiare o muover guerra sia un atto umano, seppure collettivo, avente addirittura il carattere dell’ufficialità, e quindi voluto dalla pubblica autorità, con riferimento – si suppone – alla legge morale ed al diritto, nonchè in connessione con gli obblighi imposti dalla giustizia e dal bene comune. Non sarebbe tutto ciò una cosa dignitosa?

Vediamo allora come la guerra, così intesa, come la si deve intendere ed è sempre stata intesa nell’etica cristiana, sia un fenomeno umano collettivo di sommo rilievo per la vita degli Stati, dei popoli e delle nazioni, fenomeno o evento che mette in gioco una serie di grandi valori o per rispettarli, ed abbiamo la guerra giusta o per violarli, ed abbiamo la guerra ingiusta.

Oggi si parla di Ministero della difesa ed è una buona espressione. Nel secolo corso si parlava ancora di Ministero della guerra. Non si avevano le remore di oggi nell’adoperare un termine, che, se usato a significare un’azione giusta, non può mancare di nascondere addirittura lo stesso sacrificio eroico della propria vita per l’amore del prossimo.

Si capisce allora come a proposito della guerra si possa parlare di valor militare, disciplina militare, codice militare, doveri militari, tribunale militare, eroismo militare. Se la guerra fosse lo scatenarsi irrazionale e violento di forze collettive prese dall’odio e dal gusto sadico per la morte e distruzione, tutti i richiami ai valori di cui sopra non avrebbero senso o sarebbe una pura messa in scena, cosa che è del tutto falsa nel caso della guerra giusta, ossia per una giusta causa, per la difesa o la rivendicazione dei diritti calpestati o misconosciuti di interi popoli o nazioni.

Importantissimo compito è quindi quello della diplomazia, dei governi, dei politici, dei saggi, dei profeti e degli stessi pastori della Chiesa, interpellati in questi momenti di supremo discrimine per la vita e la pace dei popoli e delle nazioni, sforzarsi di chiarire mediante un dialogo serio, leale, fiducioso e approfondito le ragioni delle due parti, per esprimere un giudizio ponderato su quale delle parti abbia ragione e quale abbia torto, perchè una guerra mossa per giuste ragioni è una guerra doverosa e, direbbe la Scrittura, voluta da Dio, guerra che agisce efficacemente per il ristabilimento dell’ordine, restituzione, per forzare il ladro a restituire il maltolto, l’usurpatore a farsi da parte, per la repressione della violenza, la riconciliazione delle parti in lotta, è l’attuazione della giustizia punitrice, vindice dei diritti calpestati dei deboli e la liberazione degli oppressi, per il ritrovamento o la conquista della pace universale e il trionfo del bene comune nel giusto pluralismo delle diversità.

Nella vita presente gli uomini, a causa delle conseguenze del peccato originale, sono portati a diversi vizi che sono causa di guerre: sete di dominio e di ricchezze, litigiosità, spirito polemico, invidia, competitività, gelosie, ingiustizie, soprusi, diffamazione, crudeltà, faziosità.

L’educazione, la mediazione, il dialogo. la trattativa e la diplomazia non sono sempre sufficienti a trattenere le parti dall’azione ingiusta e imprudente. Per questo occorre anche da parte della legittima autorità al momento opportuno l’uso moderato della coercizione e della forza.

E quando è un intero popolo o un’intera nazione che opprime le altre, o le sfrutta per interessi egoistici o di potere, l’unico mezzo per frenare la brama di dominio, la prepotenza e la violenza è solitamente, da parte delle nazioni offese o della comunità internazionale, il prudente, ordinato e coraggioso ricorso alle armi.

Nel caso del conflitto tra la Russia e l’Europa, appoggiata dagli Stati Uniti, circa la posizione dell’Ucraina, assistiamo alla reciproca incomprensione fra cristianità occidentale e cristianità orientale, che affligge l’Europa sin dai tempi dello scisma del 1054.  San Giovanni Paolo II ha tentato di togliere la divisione con la teoria dei «due polmoni», ma probabilmente la divisione permane a causa degli intrighi e della competizione economica della grande finanza internazionale massonico-ebraica, nemica del cristianesimo ed ostile alla riunificazione dei cattolici e protestanti con gli ortodossi, al fine di mantenere la loro egemonia.

In questa situazione non pare che si possa parlare di una parte che abbia ragione e l’altra abbia torto: hanno torto a quanto pare entrambe nella loro miope incapacità di dialogo e di comprensione e stima reciproca, stante l’immenso patrimonio storico, umano, morale, culturale e religioso, che si trova in ambo le parti.

Ciò che addolora è il constatare il fronteggiarsi delle due potenze entrambe sul piede di guerra, dando prova col loro stolto antagonismo di un’impressionante mancanza di senso di responsabilità. Non è quindi ragionevole parteggiare per l’una o per l’altra potenza, perché entrambe minacciano di portare l’umanità nell’abisso a causa delle loro ambizioni imperialistiche.

Già il Concilio Vaticano II avvertiva, 60 anni fa, che oggi le grandi potenze dispongono di armi così distruttive che il loro impiego non assicurerebbe a nessuna delle due parti la vittoria, perché nessuna delle due possederebbe un’adeguata difesa e quindi entrambe soccomberebbero e sarebbero sconfitte in un immane disastro, che distruggerebbe l’intera umanità. In questo senso una guerra oggi non avrebbe più ragion d’essere, perchè sarebbe impossibile la realizzazione del suo fine immediato che è la vittoria sul nemico senza ricevere da esso danni eccessivamente rilevanti, perché è chiaro che muover guerra ad un nemico troppo forte è imprudente, in quanto il nemico potrebbe reagire aumentando la sua violenza.

In questi casi la cosa più saggia da fare è la sopportazione o al massimo la resistenza, accompagnata dalla preghiera all’Onnipotente affinchè pensi Lui a far giustizia. Non sarebbe la prima volta nella storia che Dio stesso interviene a liberare con la forza un popolo oppresso incapace di difendersi da sé. Esempio classico è la liberazione del popolo ebraico dagli egiziani. Non per nulla un titolo biblico di Dio è «Dio degli eserciti».

E l’Apocalisse ci mostra con chiarezza impressionante di che cosa è capace questo Dio, quando la misura è colma e ritiene opportuno di poter intervenire. Si tratta dunque di un Dio molto concreto, ben lontano dal Dio astratto pura idea degli idealisti o dal Dio tutto e sola tenerezza dei buonisti e dei misericordisti e non è neppure il Dio di Hegel che approva e manda tanto il bene quanto il male. E non è neppure il Dio impotente, che soffre perché non ce la fa. Il Dio biblico è un Dio che si fa rispettare, è un Dio che insegna ad aver timor di Dio e che non è temuto solo dai superbi, dagli empi, dai ribelli e dai sacrileghi a loro danno e vergogna eterni.

L’esistenza degli armamenti nucleari non è tuttavia motivo sufficiente per una condanna assoluta della guerra. Piuttosto, la cosa possibile e doverosa da fare è il disarmo nucleare controllato e bi o multilaterale, concordato fra le parti, sotto l’egida dell’ONU, come si è cercato di fare in passato e occorre assolutamente continuare a fare oggi.

Bisogna assolutamente che la comunità internazionale rappresentata dall’ONU proibisca ed impedisca la proliferazione privata degli armamenti nucleari da parte di singoli Stati. In quanto organismo deputato all’affermazione e mantenimento del bene temporale comune dell’umanità, spetta solo all’ONU il possesso e l’amministrazione delle forze armate della comunità internazionale, il cui uso non può avere più finalità belliche contro un altro Stato, perché l’ONU non è uno Stato tra gli altri, che si confronta con un altro Stato, ma l’unico Stato sovrastatale o Federazione internazionale degli Stati, i cui cittadini sono l’intera umanità.

In questa situazione l’uso della forza da parte dell’ONU non si può più definire «guerra», se per guerra intendiamo lotta fra due Stati, perché sarà finalizzato al mantenimento, custodia e difesa dell’ordine pubblico mondiale mediante la repressione, all’occasione, delle forze sovversive che possono metterlo in pericolo.

In sostanza, l’uso delle forze armate da parte dell’ONU deve sostituire gli armamenti autonomi dei singoli Stati del mondo e deve costituire una forza di polizia sovrastatale ed internazionale, regolata dall’ordinamento giudiziario dell’ONU, forza deputata alla custodia e difesa della giustizia e della pace della comunità internazionale.

In sostanza si deve fare ogni sforzo per risolvere le controversie tra nazioni in modo pacifico mediante trattative e confronto delle posizioni, valutando e soppesando le ragioni delle due parti e i termini del contenzioso, per stabilire chi ha ragione e chi ha torto, così da comporre la controversia pacificamente. Ma nel caso che l’offeso non ottenga giustizia e l’offensore non intenda adempiere ai suoi doveri, uno Stato può muover guerra contro lo Stato offensore solo però facendo uso delle armi tradizionali e sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Evitare l’utopismo e tener presente l’attuale stato di natura decaduta

In ogni caso, per lavorare efficacemente per la pace e superare la necessità della guerra, occorre evitare quel pacifismo utopistico e controproducente, che vorrebbe anche l’abolizione delle armi tradizionali, secondo le idee di Gandhi, riprese da Davide Maria Turoldo.

 Coloro che la pensano a questo modo dovrebbero tener presente che non siamo più nel paradiso terrestre e non siamo ancora neppure nella futura Gerusalemme celeste, per quanto la Chiesa, guida dell’umanità, riesca a farla progredire nei secoli e millenni verso quella meta beata, della quale qualcosa possiamo già pregustare fin da adesso in quelle che San Paolo chiama «primizie o caparra dello Spirito», aurorale apparizione dell’«uomo nuovo», nato dal Battesimo.

Ma, come c’insegna San Paolo, l’uomo vecchio, con le sue passioni e concupiscenze, in questa vita non è del tutto morto, per cui bisogna fare attenzione a non precorrere i tempi e a conservare quelle rinunce, precauzioni e pratiche severe (tra cui la guerra), che nelle condizioni conflittuali della vita presente, ci assicurano quel po’ di pace che quaggiù è possibile. Ma non possiamo pretendere di sperimentare adesso quella pace della quale potremo godere solo lassù. Per questo, è cosa assolutamente necessaria per la pace nel mondo che il governo mondiale dell’ONU mantenga in esclusiva l’alta presidenza mondiale dell’uso delle armi tradizionali, concedendo ai singoli Stati membri una limitata autonomia militare per mantenere un locale servizio nell’area di loro competenza.

Occorre urgentemente che i contendenti creino con prove e segni concreti e non solo con assicurazioni verbali un clima di reciproca fiducia, basato sulla comune accettazione di quelli che Papa Benedetto XVI chiamava valori non negoziabili e che corrispondono a quella che il Magistero tradizionale della Chiesa chiama «coscienza (sinderesi) della legge naturale». Lex non scripta o jus gentium la chiamava Cicerone, legge indelebilmente impressa da Dio nel cuore di ogni uomo, come insegna San Paolo (Rm 2, 14).

La coscienza dell’universale fratellanza, della quale parla il Papa, non comporta affatto la necessità di rinunciare al concetto militare di «nemico», come i buonisti vorrebbero, magari riferendosi all’amore cristiano per il nemico. Infatti nel concetto militare il nemico può essere anche ucciso, senza che ciò supponga alcun odio nei suoi confronti; anzi la passione dell’odio è totalmente esclusa e proibita, perché l’odio acceca, mentre la mente del buon soldato, proprio per l’estrema arduità dell’azione da compiere, dev’essere più che mai lucida e accompagnata da pura volontà di giustizia nell’obbedienza ai superori e nello scrupoloso adempimento del proprio dovere.

Con quali sentimenti il soldato può uccidere il nemico? Compie un omicidio? Il buon soldato intende neutralizzare e vanificare l’azione nemica: non mira ex professo a colpire la persona; ma se non può neutralizzare l’azione senza colpire l’agente, è autorizzato a colpire l’agente. E non si tratta di omicidio, il quale viola il V comandamento, se è uccisione dell’innocente.

Ora invece si suppone che il nemico impieghi la sua vita per nuocere alla patria, che è un bene assai superiore alla vita fisica del nemico. Per questo è in nome della salvezza o libertà della patria che è ragionevole sopprimere la vita del nemico, sia egli o non sia in buona fede: occorre badare alla sua azione nella sua oggettività. Non si intende giudicare della sua coscienza davanti a Dio. 

Dialogo fra gli universalismi

Occorre che le concezioni universalistiche dell’uomo, come per esempio quella cristiana, quella islamica, quella massonica, quella liberale o quella marxista siano oggetto di confronto e dialogo fra esponenti qualificati delle rispettive concezioni, così da elaborare assieme, nella comune percezione della fratellanza ed uguaglianza umane, una carta più aggiornata e comprensiva dei diritti dell’uomo come base giuridica dell’ONU. 

Gli umanesimi veramente universalistici sono quelli che percepiscono l’universalità della ragione umana, appunto perchè l’uomo si definisce come animale razionale. Sono quelli che nascono da Socrate, da Confucio, da Platone, da Aristotele, da Cicerone, da Boezio, da Agostino, da Tommaso e, non senza gravi difetti, da Cartesio, da Kant, da Rousseau, da Hegel e da Marx.

Tra tutte le religioni, quella che maggiormente dà importanza alla ragione è il cristianesimo cattolico, preciso cattolico e non protestante, perché sappiamo come in questa confessione la ragione sia disprezzata. Questo primato del cristianesimo gli viene dal fatto che nel cristianesimo la ragione umana è stata esaltata al suo massimo fastigio per essere stata assunta, come natura umana, in unione ipostatica con la persona del Verbo per costituire la persona di Nostro Signore Gesù Cristo.

Ebbene, al riguardo possiamo dire allora che il cristianesimo, fra tutte le religioni. è quella che meglio di tutte è atta a fondare quell’umanesimo universalista della fraternità universale, che è l’essere fratelli nell’universalità della ragione. È su questo umanesimo che possiamo fondare su solide basi teoretiche di morale e di diritto, l’autorità civile-statale, della quale l’ONU ha bisogno per far valere il suo diritto-dovere al governo politico universale della comunità internazionale.

Al riguardo, risulta di grande utilità filosofica ed antropologica sottolineare come umanità di Cristo voglia dire Gesù come sommo maestro della ragione come quel divino sapiente che fra tutti sommamente c’insegna il retto ed onesto ragionare, per cui giustamente San Girolamo diceva che nel Vangelo, fra l’altro, impariamo la scienza e l’arte della logica. La ragione speculativa di Gesù ci dimostra l’esistenza di Dio e la sua ragion pratica i princìpi dell’etica razionale e del diritto naturale, che devono stare alla base della costituzione delle Nazioni Unite. Gesù c’insegna a compiere quello che San Tommaso chiama perfectum opus rationis, la scienza metafisica come preparazione alla teologia razionale, fondamento dell’etica razionale[1].

Brutta espressione, al riguardo, purtroppo diffusasi in questi ultimi anni di relativismo imperante, è l’espressione le «fedi». Si può parlare di culture, di credenze, di dottrine, di opinioni, ma non di fedi. La fede religiosa come tale, sia quella cristiana o quella ebraica o quella islamica o la fede religiosa naturale è un sapere e come tale, come la scienza e come filosofia e la teologi, è universale, è una, perché la verità è una sola.

Visioni umanistiche importanti ma meno comprensive, sono quelle legate a un particolare popolo o cultura o mentalità o sensibilità o visione religiosa, come il protestantesimo, l’ortodossia orientale, l’ebraismo, l’induismo, il buddismo, il taoismo. Tuttavia anche questi orizzonti devono trovare il loro spazio di libera espressione nell’ambito di libertà di pensiero all’interno degli umanesimi più ampli ed onnicomprensivi di cui sopra.

Deleterie e divisive sono invece quelle concezioni dell’uomo che restringono l’umanità ad aspetti parziali e limitati, per quanto importanti ed essenziali, come l’empirismo, il sentimentalismo, l’idealismo, il materialismo, il razzismo, il nazionalismo, il settarismo, il fanatismo o fondamentalismo o fideismo religioso.

A questo riguardo purtroppo arreca molto pregiudizio alla universalità del cristianesimo il disprezzo luterano della ragione in nome della «fede», per il quale la fede luterana, non priva di un suo efficace universalismo, si diffonde e si afferma non sulla base di comuni ed universali convinzioni di teologia ed etica naturali e razionali, ma per il fascino suggestivo che suscita negli animi il suo fervore profetico e slancio emotivo, tipica espressione dell’animo tedesco, quello che essi chiamano Gemüt, il quale è una profonda intuizione del cuore, per la quale però non è chiaro dove arriva la concettualizzazione e dove comincia il sentimento mistico o, come viene chiamata, l’«esperienza» interiore atematica e soggettiva, la quale, nonostante il richiamo alla «Parola di Dio», non garantisce una vera e sicura oggettività ed universalità dottrinale, ma genera una pluralità e un conflitto di interpretazioni, tali da creare a loro volta una molteplicità di comunità protestanti, tutte richiamantesi a Lutero, eppure in continuo contrasto fra di loro.

Una speciale responsabilità nella promozione della pace internazionale e nella soluzione dei conflitti fra nazioni va ai Romani Pontefici, incaricati da Cristo di pascere il suo gregge, affinchè tutti gli uomini, convocati dalla parola di pace e di riconciliazione del Vangelo, formino un unico gregge sotto un solo pastore.

Il Papa è facilitato in quest’opera importantissima dal fatto di poter disporre in tutto il mondo delle nunziature e rappresentanze pontificie, che possono tenerlo informato e fornirgli suggerimenti. Inoltre, può ricevere informazioni dagli ambasciatori degli Stati esteri presso la Santa Sede e dispone anche di molti canali d’informazioni dai vescovi e dagli istituti religiosi sparsi nel mondo.

In questa gravissima circostanza ritengo che Papa Francesco farebbe bene a rifarsi all’insegnamento di San Giovanni Paolo II sui «due polmoni» dell’Europa, la Chiesa latina e la Chiesa greca, dove troviamo le comuni radici cristiane dell’Europa occidentale ed orientale, abbracciante anche la Russia.

Ora è chiaro che la NATO, sorta in un clima di forte preoccupazione europea per l’avanzata del comunismo staliniano, ha indubbiamente svolto una funzione deterrente. Ma, stante il fatto iniziato con San Giovanni XXIII, di un progressivo disgelo fra mondo occidentale e mondo sovietico, voluto dallo stesso Concilio Vaticano II con le attività ecumeniche e il dialogo  con i non-credenti,  culminato nel 1989 con lo scioglimento dell’URSS e il ritorno della libertà religiosa negli ex-paesi socialisti,  in questi ultimi decenni, grazie all’indefessa predicazione del Papa slavo – si pensi alle grandi figure di Cirillo e Metodio, al messaggio per l’800° anniversario del battesimo della Rus, nonchè al messaggio per il 1000° anniversario del Battesimo dell’Ucraina - abbiamo assistito a un consolante e promettente processo di recupero delle comuni radici cristiane, e ad un avvicinamento ed osmosi sinergica fra i due cristianesimi europei.

Allora ci domandiamo: chi è che ha interesse a dividere l’Europa in due blocchi contrapposti, quasi a farci tornare all’epoca di Stalin? Certamente sono forze anticristiane euro-russo-americane e probabilmente è il grande capitalismo finanziario massonico-ebraico internazionale. Che cosa può fare Papa Francesco contro questi mostri?  Indubbiamente i suoi rapporti col Patriarca di Mosca Cirillo e col Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo sono ottimi e ciò è motivo di speranza che la loro unione col Papa, al di là dell’antica dissidenza, possa attirare dallo Spirito Santo abbondanti grazie per la soluzione del conflitto.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 19 febbraio 2022

Gli umanesimi veramente universalistici sono quelli che percepiscono l’universalità della ragione umana.

Al riguardo, risulta di grande utilità filosofica ed antropologica sottolineare come l’umanità di Cristo voglia dire Gesù come sommo maestro della ragione, come quel divino sapiente che fra tutti sommamente c’insegna il retto ed onesto ragionare.


Deleterie e divisive sono invece quelle concezioni dell’uomo che restringono l’umanità ad aspetti parziali e limitati, per quanto importanti ed essenziali, come l’empirismo, il sentimentalismo, l’idealismo, il materialismo, il razzismo, il nazionalismo, il settarismo, il fanatismo o fondamentalismo o fideismo religioso.

Immagini da Internet


[1] Finora nessuno, che io sappia, ha avuto l’idea di mostrare – su suggerimento di San Girolamo - Gesù come maestro di metafisica, di logica e di teologia, ben oltre la metafisica, la logica e la teologia di Aristotele. Colui che più di ogni altro teologo cristiano ha saputo scandagliare il mistero della razionalità di Gesù ipostaticamente unita al Logos divino, è stato San Tommaso d’Aquino. Io ho scritto un libro su questo argomento: Gesù Cristo fondamento del mondo. Inizio, centro e fine del nostro umanesimo integrale, Edizioni L’isola di Patmos, Roma 2019. La scienza della logica di Hegel voleva essere l’esposizione di questa sintesi del logos umano col Logos divino. Peccato che Hegel ha dissolto in maniera monofisita l’umano nel divino, con la conseguenza antropocentrica di dissolvere il divino nell’umano.

10 commenti:

  1. Grazie Padre, sono parole molto importanti e sagge. Mi ha messo sulla retta via sul come pensare. Perché ero combattuto su cosa pensare vedendo ragioni e torti in entrambe Russia e Ucraina. Certo l'ONU, senonché anche su di esso purtroppo vale lo stesso discorso sul peccato originale e oggi come oggi biosgna arrendersi all'evidenza e dire che anche l'ONU é un organismo certamente indispensabile e necessario, ma ahimé anche parecchio limitato. Basta che gli USA, la Russia e ora la CINA facciano lobbying come sanno per muovere le decisioni in una o nell'altra direzione. Speriamo che si arrivi alla pace di un compromesso che dia ragione un po' a a tutti.

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    1. Caro Alessandro,
      è giunto il momento che la comunità internazionale si impegni al massimo per rafforzare il più possibile l’autorevolezza dell’ONU. Questo è nell’interesse di tutti, perché, se non si riesce a consentire all’ONU di esercitare un vero e proprio potere di governo sulla comunità internazionale, il rischio di una guerra atomica tra i Paesi che sono in possesso di armi nucleari resta altissimo.
      Occorre quindi assolutamente che queste potenze concordino al più presto un disarmo nucleare comune, mentre nel contempo sono autorizzate a far uso delle armi tradizionali per i conflitti locali, ma anche questi interventi militari devono essere autorizzati e controllati dall’ONU, così come oggi avviene in tutti gli Stati nazionali, i quali posseggono armi tradizionali, che possono essere usate solamente dal Governo centrale. Pertanto, quello che oggi si realizza nei singoli Stati, deve proporzionalmente potersi realizzare al più presto al livello dell’ONU.
      Per quanto riguarda il conflitto della NATO con la Russia, bisogna che le due parti, con l’aiuto di forze esterne, mettano in luce le proprie ragioni in un leale confronto deponendo le armi. A mio modesto avviso il torto è da ambo le parti, per cui bisogna che ciascuna rinunci ai suoi propositi bellici, perché in tal caso una guerra sarebbe, come ha detto Papa Francesco, una vera pazzia e oggi di pazzie di questo genere non ce le possiamo permettere.

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  2. Caro Padre Giovanni,
    a proposito di guerra giusta, interessante il discorso (http://papabenedettoxvitesti.blogspot.com/2009/07/discorso-del-cardinale-joseph-ratzinger.html) che l’allora cardinal Ratzinger pronunciò nel 2004 per il 60° anniversario dello sbarco alleato in Normandia, e che riprende le stesse posizioni da lei espresse nell’articolo:

    “Se mai si è verificato nella storia un bellum justum è qui che lo troviamo, nell’impegno degli Alleati, perché il loro intervento operava nei suoi esiti anche per il bene di coloro contro il cui Paese era condotta la guerra. Questa constatazione mi pare importante perché mostra, sulla base di un evento storico, l’insostenibilità di un pacifismo assoluto. Il che non ci esenta in alcun modo dal porci con molto rigore la domanda se oggi sia ancora possibile, e a quali condizioni, qualcosa di simile a una guerra giusta, vale a dire un intervento militare, posto al servizio della pace e guidato dai suoi criteri morali, contro i regimi ingiusti […]

    Certamente la difesa del diritto può e deve, in alcune circostanze, far ricorso a una forza commisurata. Un pacifismo assoluto, che neghi al diritto l’uso di qualunque mezzo coercitivo, si risolverebbe in una capitolazione davanti all’iniquità, ne sanzionerebbe la presa del potere e abbandonerebbe il mondo al diktat della violenza. Ma per evitare che la forza del diritto si trasformi essa stessa in iniquità, è necessario sottometterla a criteri rigorosi e riconoscibili come tali da parte di tutti”.

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    1. Caro Bruno,
      ho letto con molto piacere queste sagge considerazioni del card. Ratzinger, le quali combaciano esattamente con quello che ho detto io, che del resto non è altro che la dottrina morale tradizionale sull’argomento.
      Una condanna assoluta della guerra finisce per essere un giudizio ingiusto, perché pone sullo stesso piano gli oppressi e gli oppressori, i ladri e i derubati, i violenti e i pacifici, i dittatori e i liberatori.
      L’uso della forza in se stesso non è illecito, ma va regolato secondo i principi di giustizia. A queste condizioni è capace di portare la pace là dove c’è la guerra, di liberare un popolo da una tirannide, e di ricuperare territori della Patria ingiustamente occupati dallo straniero.
      Il Santo Padre tuttavia ha oggi detto* delle parole molto giuste, quando ha condannato il profilarsi della guerra presente, in quanto egli giudica che si stiano difendendo soltanto “interessi di parte”. E’ chiaro che in questo caso, dato che le due parti hanno torto, una guerra sarebbe da considerare immorale.
      * https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2022/02/23/0131/00273.html

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  3. Nel proseguo di quel discorso Ratzinger sviluppò il tema del rapporto tra ragione e religione, sia riguardo al terrorismo fondamentalista che alle ideologie laiciste:

    “Parafrasando un’affermazione di Hans Kung, direi che nessuna pace può esserci nel mondo senza l’autentica pace tra ragione e fede, perché senza la pace tra la ragione e la religione le sorgenti della morale e del diritto si esauriscono.
    […] esistono le patologie della religione […] ed esistono le patologie della ragione anch’esse ben visibili. Entrambe le patologie costituiscono pericoli mortali per la pace e, oserei dire, per l’umanità intera.
    […] Dio, o la divinità, possono essere trasformati nell’assolutizzazione di una determinata potenza, di un determinato interesse. Se l’immagine di Dio diventa talmente faziosa da identificare l’assolutezza di Dio con una comunità particolare o con certe sue aree di interesse, ciò distrugge il diritto e la morale: il bene, in questo quadro, è ciò che sta al servizio della mia potenza, e la differenza tra bene e male svanisce.
    La morale e il diritto diventano di parte. E tutto questo peggiora ulteriormente quando […] si carica di tutto il peso del fanatismo religioso, e diventa così totalmente cieca e brutale […]
    Ma esiste anche la patologia della ragione interamente separata da Dio. L’abbiamo vista nelle ideologie totalitarie che avevano negato ogni legame con Dio e intendevano così costruire l’uomo nuovo, il mondo nuovo. Hitler merita indubbiamente la qualifica di irrazionalista. I grandi profeti e i realizzatori del marxismo non sono meno segnati dalla pretesa di costruire il mondo animati unicamente dalla ragione […]
    Ma è lo stesso sviluppo spirituale dell’Occidente a tendere sempre di più verso patologie distruttive della ragione. In fondo la bomba atomica - con la quale la ragione, invece di essere forza costruttiva, intendeva rafforzarsi attraverso la capacità di distruzione - non era già un superamento dei limiti?
    E quando, attraverso la ricerca del codice genetico, la ragione si impossessa delle radici della vita, essa tende sempre più a non vedere nell’uomo un dono del Creatore (o della “natura”) e a trasformarlo in un prodotto. L’uomo viene “fatto”, e ciò che si può fare si può anche disfare. […] Come potrà ancora sussistere il rispetto per l’uomo anche quando è vinto, debole, sofferente, handicappato? […] Ed è proprio su queste basi che hanno agito di fatto le dittature ideologiche: in una determinata situazione può darsi che sia bene uccidere degli innocenti, se questo serve alla costruzione del futuro mondo della ragione. In ogni modo la loro dignità assoluta non esiste più”.
    La ragione malata e la religione manipolata finiscono con l’incontrarsi nel medesimo esito. Ogni riconoscimento di valori ultimativi, ogni asserzione di verità da parte della ragione finisce con l’apparire alla ragione malata come fondamentalismo […] Una ragione che sappia riconoscere solo se stessa e ciò che è empiricamente certo si paralizza e si autodistrugge.
    Se l’Illuminismo era alla ricerca di fondamenti della morale validi “etsi Deus non daretur”, oggi noi dobbiamo invitare i nostri amici agnostici ad aprirsi a una morale “si Deus daretur” […]
    Solo una ragione che si mantenga aperta a Dio una ragione che non esilia la morale nella sfera soggettiva e non la riduce a puro calcolo - può evitare la manipolazione della nozione di Dio e le malattie della religione, e può offrire qualche terapia”.

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    1. Caro Bruno,
      ho apprezzato molto anche queste altre sagge considerazioni del card. Ratzinger, che dimostrano con chiarezza come effettivamente le guerre possono essere causate da gravi errori sul piano teoretico, senza con ciò negare che possono nascere anche da motivazioni di carattere economico o giuridico o patriottico.
      Tuttavia le motivazioni teoretiche mi sembrano le più importanti, perché intervengono comunque anche nelle altre motivazioni. Per questo, in linea di principio, è possibile evitare la guerra mediante un serio confronto dottrinale o culturale tra le parti in causa.
      Così per esempio un fattore di grave dissidio è un differente concetto della divinità, come è dimostrato ampiamente dal secolare conflitto tra Cristianesimo e Islam. A questo proposito dobbiamo riconoscere che le giornate di preghiera in comune, tra cristiani e musulmani, delle quali ebbe la felice idea San Giovanni Paolo II, sono state certamente utili presso Dio, se non proprio a eliminare il contrasto tra la Chiesa e l’Islam, almeno per attenuare il rischio di futuri conflitti armati tra il mondo islamico e il mondo cristiano.
      Papa Francesco ci ha inviti oggi a dedicare il prossimo Mercoledì delle Ceneri alla preghiera e al digiuno per scongiurare il rischio della guerra: https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2022/02/23/0131/00273.html .

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  4. Caro Padre,
    Grazie per le Sue riflessioni. Ponendo una domanda un po' a latere rispetto alla sua riflessione, come pensa si debba applicare la categoria del 'castigo di Dio' (da Lei spesso difesa con ottimi argomenti filosofici e teologici) ad una situazione di guerra? Può quest'ultima considerarsi, al pari delle pestilenze e di altri malanni, come uno strumento della divina giustizia, con buona pace dei buonisti?
    Grazie e a presto!
    Pietro

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    1. Caro Pietro,
      certamente.
      In quanto noi subiamo una guerra, benchè in se stessa sia effetto della malvagità umana, compresa la guerra giusta, noi sappiamo che Dio si serve anche della malvagità umana a scopo correttivo, per stimolarci alla penitenza e alla conversione.
      Il che ovviamente non vuol dire che noi, avendone la possibilità, non abbiamo l’obbligo di sottrarci alle sofferenze che ci vengono da un ambiente dove esiste la guerra.
      Per questo è più che comprensibile la risoluzione di tanti, a costo di sacrifici, di lasciare la zona di belligeranza per trovare rifugio in altri posti dove si suppone che la situazione sia tranquilla.

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  5. Caro padre Cavalcoli,
    Oggi il Santo Padre mi ha nuovamente turbato con parole che sembrano contrarie alla dottrina cattolica (che non riesco a pensare al Papa, ma come posso capirlo benevolmente?).
    Un cattolico deve affermare il male della guerra, ma incondizionatamente?
    Non credo si possa dire quello che il Papa ha detto oggi dopo l'Angelus: "Chi fa la guerra dimentica l’umanità. Non parte dalla gente, non guarda alla vita concreta delle persone, ma mette davanti a tutto interessi di parte e di potere. Si affida alla logica diabolica e perversa delle armi, che è la più lontana dalla volontà di Dio. E si distanzia dalla gente comune, che vuole la pace; e che in ogni conflitto è la vera vittima, che paga sulla propria pelle le follie della guerra".

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    1. Caro Salvatore,
      da come il Papa descrive la guerra è evidente che si tratta della guerra ingiusta. Infatti è chiaro che è ingiusta una guerra che dimentica l’umanità, che non parte dalla gente e non guarda alla vita concreta delle persone, che mette al primo posto gli interessi di parte e di potere, che si affida alla logica diabolica delle armi, che è la più lontana dalla volontà di Dio.
      Tuttavia la storia ci insegna che sono esistite guerre, che sono partite dal popolo per l’indipendenza della Patria. La Bibbia ci mostra come molte guerre d’Israele sono state volute da Dio.
      L’intervento degli Alleati nella II Guerra Mondiale contro i Nazisti liberò l’Europa dal nazismo.
      L’intervento militare della NATO in Bosnia nei primi anni del ’90 fu approvato da San Giovanni Paolo II e chiamato intervento umanitario.
      Stando così le cose, il cattolico deve dare una valutazione di volta in volta. Se la guerra ha un giusto motivo, va appoggiata, se invece il motivo è ingiusto va disapprovata.
      Questa scelta suppone un vaglio molto attento, che sia basato su criteri di giustizia e che operi un confronto tra le parti in conflitto, per decidere da che parte sta la ragione. Questo significa che ogni guerra, per quanto brutale, non è un semplice sfogo di violenza, ma è pur sempre un confronto tra formazioni opposte di persone umane, le quali, per quanto fanatizzate o prese dall’odio, conservano sempre la capacità di ragionare, posseggono una coscienza morale e sanno di dover rispondere a Dio. Per questo, anche nel corso di un conflitto, è sempre utile fare appello alla ragione, in modo che possano emergere ragionevoli motivi di conciliazione e di pace.

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