Luigino abolisce la colpa


Luigino abolisce la colpa

Che cosa ha combinato Luigino questa volta

Il mio peccato mi sta sempre dinnanzi
Sal 50,5

Luigino Bruni si è rifatto vivo nel numero di Avvenire del 19 luglio scorso con l’articolo È Dio, quindi mi somiglia col sottotitolo Non siamo amati perché senza colpa, ma perché siamo amati-e-basta, con una citazione di Bonhöffer: «saremo chiamati nuovamente a pronunciare la parola di Dio in modo che il mondo ne sarà cambiato e rinnovato. Sarà un linguaggio nuovo, forse completamente non religioso» e con un ammonimento-esergo: «la cultura della colpa e del sacrificio nasconde molte insidie».

Ce n’è abbastanza per un denso commento su temi di grande importanza. Sappiamo ormai come è fatto Luigino: parte con buoni pensieri attorno a qualche Salmo e poi improvvisamente dà una brusca virata guastando tutto quello che ha detto fino a quel punto con controsensi teologici, che sconfinano nella bestemmia. È già la sesta volta che nello spazio di due mesi Avvenire pubblica le sue bravate, con grave danno al suo prestigio di quotidiano cattolico e mettendo a dura prova i lettori, che smettono di comprare il giornale.

Ogni volta ho segnalato in questo blog, con ricchezza di motivazioni teologiche, tratte dal magistero della Chiesa, i vari spropositi di Luigino, ma il quotidiano cosiddetto «cattolico» continua imperterrito come niente fosse, senza dare alcun segno d’aver recepito le mie critiche, e sfornando a getto continuo in terza pagina, che è quella culturalmente più impegnativa, nuove trovate di Luigino, come se pubblicasse gli scritti di un profeta. Se Avvenire crede che mi stanchi io, si sbaglia. Se Dio mi assiste, si stancherà prima Luigino, sperando che finalmente si renda conto e metta giudizio.

Osserviamo innanzitutto riguardo alle considerazioni di Luigino che egli offende Dio con la pretesa che ci si possa sentire amati da Lui, se non c’è la volontà di obbedirgli e di riparare al male fatto. E non basta rimediare col prossimo, ma occorre riparare innanzitutto davanti a Dio, perché le offese al prossimo sono implicitamente offese a Dio, Che ne è il creatore e salvatore. È vero tuttavia che, come dice Luigino, sarebbe un’ipocrisia pretendere di ottenere il perdono divino e del fratello con la semplice offerta del sacrificio non accompagnata da sincera volontà di riconciliarsi col fratello e di riparare il male che gli abbiamo fatto.

Quanto poi alle parole del Salmo «non gradisci il sacrificio, e se offro olocausti, non li accetti» (Sal 50,18), è chiaro che non possiamo riferire queste parole né al sacrificio di Cristo né al sacrificio della Messa, ma ai sacrifici dell’Antica Alleanza, che non erano sufficienti per la remissione dei peccati, benché per espressa volontà divina, la simboleggiasse. È interessante invece l’accenno al sacrificio interiore del cuore contrito, che si riferisce al dolore per la colpa commessa, e che costituirà la materia del sacramento della penitenza. 

La colpa va tolta con la forza della volontà e non con gli psicofarmaci

Osserviamo poi che la colpa non va considerata una specie di ingombro o un fastidio antipatico, che occorre togliere di mezzo in qualunque modo. Non è un disturbo psichico da calmare con gli psicofarmaci. No, ma è una stortura della volontà, una cattiva volontà che pesa sulla coscienza, un peso che solo la buona volontà può togliere col soccorso della grazia. Secondo la Bibbia, è un debito morale di giustizia da pagare nei confronti di Dio, come del resto nei confronti del fratello. 

Non possiamo pretendere che paghi tutto il Signore. Dobbiamo fare la nostra parte. Non che noi possiamo aggiungere nulla a quanto Cristo ha fatto. Tuttavia possiamo e dobbiamo partecipare alle sue sofferenze unendo ad esse le nostre, che possono essere i castighi per i nostri peccati. 

Il sacrificio della Messa è il nostro contributo alla liberazione dalle nostre colpe grazie al sangue di Cristo. Lutero sbagliava nel credere che la Messa sia inutile in quanto Cristo ha già pagato il prezzo della redenzione. Dobbiamo invece unirci al sacrificio di Cristo e farlo nostro, altrimenti il suo sangue per noi non conta nulla. 

La colpa dev’essere cancellata riconoscendola con cuore pentito, come ha fatto Davide, e chiedendo perdono a Dio. Non dobbiamo pensare ad un perdono divino istantaneo, automatizzato e senza condizioni, come la luce che si accende alla pressione sul pulsante. La colpa non scompare da sola in quattro e quattr’otto al solo pensiero che Dio ci ama, ma va lavata, strofinando energicamente la nostra anima con la forza della volontà e della grazia,  finché lo sporco non se ne va[1], e quindi la colpa va tolta con opportune e a volte lunghe pratiche penitenziali, soprattutto se si tratta di peccati gravi. E tra queste pratiche si dà il sacramento della penitenza, ingiustamente disprezzato da Lutero, il quale non trovava pace nel confessarsi perchè si confessava male, convinto di non potersi liberare dalla colpa. 

Invece il confessionale è proprio il luogo nel quale l’anima sincera ritrova l’innocenza e la pace e recupera la bianchezza della veste battesimale. Dio ama tutti, certo, anche i demòni e i dannati dell’inferno. Ma non possiamo pretendere che Egli non ami di più gli innocenti e coloro che si sono liberati dalla colpa. A Dio piacciono le coscienze pure.  Non può esserGli gradita una coscienza sporca, tanto più se essa non vuol lavarsi, con la scusa che non ce la fa, e pretende che Dio l’accetti così com’è. È l’errore luterano della cosiddetta «giustificazione forense»[2], per la quale Dio dichiara giusto chi in realtà rimane ingiusto. 

Chi è in colpa sente su sé lo sguardo severo di Dio ed è logico: come può guardarci con dolcezza una persona che abbiamo offeso? È intollerabile sfrontatezza pretendere che Dio ci guardi benevolmente se non abbiamo fatto pace con Lui o non vogliamo rispettare la sua santa legge o non vogliamo riparare il male fatto. Dio, certo, continua ad amarci, ma nel senso che ci richiama alla conversione. Dio ama l’innocente in quanto è innocente; ama il colpevole in quanto può diventare innocente. Ama il dannato non per la sua volontà irrimediabilmente perversa, ma perché è sua creatura.

Tuttavia Luigino ci assicura in un precedente articolo di saper rabbonire e correggere Dio, rimproverandolo della sua severità. Ma abbiamo già dimostrato in un recente articolo che queste sono fantasie di Luigino. Certo, comunque, può capitare che lo scrupoloso senta su di sè lo sguardo di un Dio adirato, mentre in realtà non lo è. Ma allora sta a lui cacciare i falsi sensi di colpa e badare alle colpe vere. L’errore di Luigino, che ripete qui l’errore di Lutero, è quello di confondere le vere colpe della coscienza vigile ed umile con le false colpe dello scrupoloso orgoglioso. La vera colpa va tolta con la penitenza. Non possiamo pretendere di farla franca col pretesto che Dio è misericordioso. Non conviene fare i furbi con Dio.  La falsa colpa, ossia quella apparente, va tolta mostrandone la falsità.

La vera colpa è odio volontario contro Dio o in Sé stesso o nel prossimo nei suoi comandamenti. Come è possibile pretendere di sentire un Dio dolce e misericordioso se non c’è una volontà d’amore e di pentimento? Come si può pretendere di non sentire un Dio adirato se non c’è la volontà di obbedirgli? Come possiamo pretendere di sentirci amati da Dio se non vogliamo purificarci con l’offerta di sacrifici, opere buone e preghiere? Se non proviamo dolore per i nostri peccati? Se non capiamo che le sventure della vita sono un richiamo di Dio a purificarci dai nostri peccati? Se non scontiamo i nostri peccati? Se non paghiamo in Cristo il prezzo del nostro riscatto? Se non compensiamo in Cristo il Padre per l’offesa che Gli abbiamo arrecato? Se pretendiamo di non essere castigati, ma solo coccolati? 

Ricordiamo inoltre che la nozione di colpa, rettamente intesa, è una nozione fondamentale in tutte le religioni. Il disagio, il turbamento, la confusione, la vergogna, e il rimorso connessi con la coscienza d’aver peccato, per quanto si tratti di stati d’animo ed emotivi spiacevoli, svolgono una funzione salutare e sono il segno di una coscienza retta e sveglia. Il voler eliminare sic et simpliciter tale stato d’animo per sé stesso, ricorrendo magari alla psicanalisi, come fosse il dolore di un mal di denti, è un errore gravissimo, che dà una falsa pace emotiva, ma non la vera pace interiore della coscienza liberata dalla colpa. Il male di colpa non si toglie allo stesso modo del male di pena.

La soluzione di Lutero non soddisfa

L’espediente luterano di un Dio che fa finta di non vedere i nostri peccati non dà una vera pace alla coscienza, checché ne dica Lutero, ma è una pace forzata e innaturale, atta a generare o atteggiamenti goffamente spavaldi o nevrosi o stati depressivi. È un vano espediente, che non fa tacere e non tranquillizza veramente la coscienza, ma semmai la distrae inutilmente[3] con piaceri mondani e tenta di soffocarne la voce con l’illusoria convinzione che Dio Padre distoglie lo sguardo e guarda alla giustizia di Cristo. 

Ma è stato obbiettato a Lutero: a che cosa serve tale trucco, se poi il peccatore resta col suo peccato, il peccatum permanens, come dice Lutero? Per questo, la magra consolazione luterana non toglie il rimorso della coscienza. E Lutero stesso lo riconosce esplicitamente per quanto lo riguarda, attribuendo questo tormento agli assalti del demonio. 

Osserviamo altresì che il dire che anche dopo l’assoluzione sacramentale dal peccato l’uomo sia inclinato a peccare, ossia sia soggetto alla concupiscenza, è verissimo. Ma purtroppo Lutero non trovava pace nel confessarsi perché confondeva, come gli rimproverò il Concilio di Trento (Denz.1515), l’atto o stato di peccato o di colpa con la concupiscenza. Mentre infatti la colpa è perdonata nella confessione, la concupiscenza resta nella vita presente ed è invincibile. 

Togliere la colpa, pertanto, non può voler dire che la colpa non esiste perchè Dio perdona. Il problema della colpa non si risolve dicendo che la colpa non esiste, ma lavando realmente la colpa col sangue di Cristo, nel sacramento della penitenza o con altre pratiche penitenziali per i peccati veniali. Sarebbe come se un medico dicesse ad un malato di cancro che il tumore non esiste perché egli ha girato lo sguardo da un’altra parte. 

Che Dio è quello che chiude gli occhi alla presenza della colpa? È un Dio-buffone, è un Dio complice del peccato, che doveva servire a Lutero per continuare a fare i suoi comodi senza imbarazzi di coscienza, un falso Dio, che Luigino stoltamente segue. Il giochetto di Lutero che il colpevole è innocente è una pura presa in giro, un insulto alla croce di Cristo e un trucco al quale non credeva neppure Lutero, il quale confessò che quel trucco non serviva a togliergli i terribili rimorsi che lo tormentavano per quello che aveva combinato nella Chiesa.

Aggiungiamo che se il male di pena è il turbamento conseguente alla colpa, per toglier questo, bisogna togliere la colpa, non negarla, come fa Luigino, che confonde rovinosamente la coscienza della colpa col semplice «senso di colpa», che ha per oggetto non un peccato reale, ma un peccato immaginario, che è puro stato emotivo soggettivo, curabile eventualmente dalla psicanalisi, un peccato apparente senza fondamento in una colpa reale ed oggettiva, più proprio degli scrupolosi.

Questa apparenza di peccato e della colpa si toglie e svanisce constatando semplicemente con sguardo lucido ed oggettivo che il fatto non sussiste. Dai gravi sensi di colpa si guarisce con la psicanalisi, mentre la vera colpa morale si toglie solo con la penitenza.

Lutero fu tormentato da questo senso patologico ed ossessivo della colpa associato ad un’immagine altrettanto patologica di un Dio spaventosamente adirato e nessuno riuscì a spiegargli che lì non si trattava di una visione reale ed oggettiva dello stato della sua anima, ma di un incubo della sua immaginazione e della sua emotività morbosa. Così successe che Lutero a un certo punto, non potendo più sopportare tale stato di disperazione, giunse alla sua famosa convinzione che pur restando in colpa, Dio lo perdonava. 

Dal che Lutero ricavò l’ulteriore conclusione, che è quella di Luigino, che la colpa non esiste, perché Dio sempre e comunque ci ama e ci salva. E abbiamo il buonismo di oggi, per il quale Dio non castiga perchè non c’è nessun peccato da castigare, ma fa misericordia a tutti e salva tutti gratuitamente e senza condizioni. O, come si esprime Luigino: «siamo amati-e-basta», come a dire: voi teologi della colpa, legalisti e farisei, non tormentate più le anime e non rompeteci  più le scatole con il vostro senso d colpa! 

Ecco dunque la grande scoperta, il grande annuncio profetico di Luigino: la colpa non esiste. Finiamola col morboso e frustrante concetto di colpa. Finiamola con i terrori della colpa. Sentiamoci liberi. Siamo tutti buoni, tutti salvi e figli di Dio. Stiamo tranquilli, godiamoci la vita. Non ci sono buoni e cattivi, ma siamo semplicemente diversi. Luigino abolisce i peccati non nel senso che pretenda di rimettere i peccati. Dice semplicemente che i peccati per Dio non esistono, perché continua sempre a fare come se non ci fossero. «La cultura della colpa – egli dice – è all’origine di gravi forme di schiavitù, non solo psicologiche o spirituali. Ha impedito a troppe persone di fare l’esperienza della libertà e della liberazione perché inchiodati in perenni crescenti sensi di colpa».

Facciamo il punto su Luigino

Adesso che ormai è la sesta volta che seguo Luigino, appare evidente la duplice linea sulla quale si muove o il metodo che segue: il primo è che assume un valore cristiano, nota che esso viene pervertito, e dopo averlo reso in tal modo odioso, lo respinge. Un gioco odioso e sleale. In tal modo, invece di far risplendere ai nostri occhi il valore nella sua bellezza, criterio che serve appunto per giudicare della sua corruzione, ci getta in faccia questa corruzione ignorando la bellezza del valore che ha fatto da criterio, cercando di farci vedere il valore nella sua corruzione, in modo che, respingendo la corruzione, respingiamo anche il valore. Una truffa della più bassa lega sofistica.

Così Luigino ha fatto in un articolo precedente col concetto del sacrificio cristiano: siccome esistono fraintendimenti su quello che è il vero sacrificio cristiano, ne conclude che occorre respingere il concetto di sacrificio cristiano. Siccome esistono falsi modelli di perfezione cristiana, ne conclude in un altro articolo, che il cristianesimo mira all’imperfezione e non alla perfezione. Siccome c’è chi vorrebbe illusoriamente soddisfare la sua sete di Dio in questa vita, ne conclude in un altro articolo che la beatitudine non consiste nel non aver mai più sete, ma nell’aver sempre sete. 

E parimenti in questo articolo, siccome esiste il falso senso di colpa, causa di nevrosi, ne conclude, riducendo la colpa a nevrosi e con ciò stesso abolendo il concetto della colpa col pretesto della nevrosi, che Dio non chiede di togliere la colpa, ma ci ama e ci salva benché siamo in colpa. 

La seconda linea o metodo di Luigino è l’ormai noto suo concetto del suo rapporto con Dio, rapporto che egli intende in un senso magico-mitologico e rozzamente antropomorfico, come se Dio fosse un altro uomo come lui, con le stesse virtù e gli stessi difetti, in una reciprocità alla pari, per la quale l’uno corregge, converte e migliora l’altro.
Questa volta Luigino si esprime così: «ogni immagine è una relazione di reciprocità, e se noi siamo immagine di Dio, anche Dio è immagine nostra. Sappiamo bene che noi umani siamo un intreccio di vizi e di virtù, di bellezza e di peccati, di fedeltà e di tradimenti, che siamo tutti fratelli di Abele e Caino, tutte sorelle, figli e figlie di Ruth e di Gezabele. Tutte immagini di Elohim. Gli somigliamo tutti». 

Bisogna dire che Luigino ha chiara la percezione che egli si rapporta con Dio come da persona a persona. Il suo Dio non è quello idealistico di Fichte, di Schelling, di Hegel o di Gentile, un Dio che non è un Tu per l’io, ma è il fondamento assoluto dell’io, sicché qui il dialogo si risolve in un monologo. Non è neppure il Dio del Corano, maestoso Signore, davanti al quale il fedele sta in timido e silenzioso ascolto, mentre il serioso Signore gli ingiunge perentoriamente una serie di ordini assoluto, sanzionati da premi e castighi.

Luigino, invece, come insegna la Bibbia, dialoga con Dio, Gli parla, Lo ascolta. Il problema è che, come abbiamo già visto negli altri articoli, Luigino non ha per nulla il senso della trascendenza divina rispetto all’uomo. Infatti percepisce sì la reciprocità fra l’uomo e Dio, ma la intende come completamento o perfezionamento reciproco alla pari, come se l’uno avesse bisogno dell’altro e non potesse esistere senza l’altro.  

Il Dio di Luigino parte certo da un rifermento biblico, ma, stante la suddetta reciprocità ontologica paritaria, come abbiamo già visto negli articoli precedenti, diviene un Dio, che non è oggetto di culto, ma di un’operazione magica, perché Luigino ha poteri divini, mentre Dio è soggetto all’azione del mago e plasmabile dall’azione del mago. Il rapporto con Dio, per Luigino, non è un rapporto cultuale o religioso, ma è un rapporto contrattuale o commerciale.

Ciò allora è segno evidente che a Luigino manca il concetto della creazione. Per lui l’uomo non è creato da Dio dal nulla, quindi non dipende da Dio nel suo essere, ma ha un’esistenza per conto proprio, indipendente da Lui, così come Luigino ha un’esistenza indipendente dalla mia.

La conclusione? Dice Luigino: «Se Dio fosse più grande delle nostre virtù? E se fossimo anche noi più grandi del nostro cuore?». Noi siamo più grandi di noi stessi perchè siamo a sua immagine. Sotto aspetti diversi Dio è più grande di noi, ma anche noi siamo più grandi di Dio. E se noi pecchiamo, anche lui pecca. Ma niente paura: mal comune, mezzo gaudio. Siccome pecca anche lui, fa finta di non vedere. Ci strizziamo l’occhio l’un l’altro come due marmocchi o boy-scouts implicati nella stessa marachella. E così il senso di colpa va alla malora. Qui Luigino ha qualcosa della furbizia di Lutero. Ma va alla malora anche la serietà della vita cristiana.

Con questo andamento grossolano, per non dire grottesco, se non fosse tragico, a dir poco, simile a quello di un elefante che entra in un negozio di cristalli, probabilmente Luigino pensa di vaticinare il «linguaggio nuovo», del quale parla Bonhöffer, il quale qui però dà prova di una singolare stoltezza, e ciò sia detto con pieno rispetto per la illustre vittima della ferocia hitleriana. 

Infatti Bonhöffer trascura completamente l’ammonimento di San Paolo che l’uomo spirituale deve esprimersi in termini spirituali (I Cor 2,13). Infatti il linguaggio è un contenitore dei concetti che vogliamo esprimere. Una collana di diamanti non viene conservata in un sacco di plastica. Se il linguaggio non è adatto o non all’altezza del contenuto che vogliamo esprimere, il contenuto viene degradato e profanato dalla volgarità o dalla banalità del linguaggio che usiamo. Il parlare di Dio proprio di Luigino è di una tale ridicolaggine, che ne viene fuori un «Dio», che nulla ha a che vedere con il vero Dio della ragione e della Bibbia, ma ha tutta l’apparenza di un personaggio della TV dei ragazzi.

Ammetto che il linguaggio di Luigino non sia privo di una sua vivacità ed efficacia, che ha belle immagini di carattere poetico, che lo stile è sobrio e fluente, benché non brilli sempre per chiarezza a causa di un eccesso di metafore, più adatte alla poesia che alla teologia. Ma poi alla fine purtroppo non si tratta nemmeno soltanto di linguaggio. Si trattasse solo di questo! Ma il guaio più grosso è che a Luigino mancano i concetti, soprattutto metafisici e questo è un handicap gravissimo in teologia. Certo, il suo sforzo di aderire ai contenuti biblici è encomiabile. Ma poi, improvvisamente, come abbiamo notato più volte, preso da un raptus onirico, parte per la tangente con idee creative e bizzarre che nulla hanno a che vedere con la Scrittura e con lo stesso buon senso. E chi lo prende più?

Ormai conosciamo il suo modo di procedere nel far teologia, se di teologia si può parlare o non piuttosto di favolistica. Per lui, infatti, il testo biblico non offre contenuti che si tratta di chiarire e approfondire, ma è un materiale di partenza, che gli serve per le sue invenzioni creative mitopoietiche e fabulatrici. Non ha lo stile del teologo, ma quello del poeta: prendere spunto da un autore precedente, per assumere poi la propria personalità, un po’, per esempio, come ha fatto Giotto prendendo spunto da Cimabue, Beethoven imitando da giovane Mozart, Picasso partendo da Michelangelo. Così Luigino comincia col commentare un brano della Scrittura e lo fa anche bene. Ma poi parte da lì per inventare qualcosa di completamente estraneo al testo sacro e spesso sconfinante nell’assurdo. 

Dobbiamo purtroppo constatare che ad ogni nuova uscita di Luigino Avvenire perde credito presso la teologia seria e la stessa dottrina della fede, ed accumula quindi un sempre maggior conto da pagare alla dignità della teologia. Arriverà presto il momento in cui essa presenterà al Quotidiano cattolico tutto il conto da pagare. Non gli conveniva investire in affari redditizi per il regno dei cieli, piuttosto che per un misero e vano successo terreno?

Vorrei pertanto farvi presente, cari Amici di Avvenire, che, se ancora non ve ne foste accorti, da tempo il popolo di Dio, come cerva assetata, ha sete di acqua pura, mentre voi andate ad attingere a pozzi inquinati e a «cisterne screpolate» (Ger 2,13), e fate morire di sete il popolo di Dio con lo stolto elogio della sete fatto da Luigino. Se lui non vuol bere, faccia come vuole, ma non obblighi gli altri a restare assetati.

Se voi, cari Amici, non conosceste la dottrina cattolica per ignoranza invincibile, sareste scusati. Ma purtroppo, come posso non pensare che in realtà la conoscete? Non avete mai letto il Catechismo? E dunque siete inescusabili, perché, pur conoscendo la verità, diffondete la menzogna. Dovrete render conto a Dio e vi accorgerete, nel caso che non vogliate pentirvi, se esistono o non esistono i castighi di Dio e se Dio è disposto a fingere di non vedere i vostri peccati e a lasciarsi buggerare da voi solo perchè sostenete che il colpevole è innocente (iustus et peccator) e che quindi la colpa non esiste o è un’invenzione dei farisei o è tutt’al più un disturbo emotivo da guarire con gli psicofarmaci o la psicanalisi.

Vorrei chiedervi, inoltre, cari Amici, con quale faccia permettete che giri la diceria che il vostro sarebbe il «giornale della CEI», prendendo quindi soldi dai cattolici, che continuate a buggerare. Ma credete che siano così gonzi? Non vi accorgete che stanno sorgendo altri quotidiani, i quali, senza strombazzare il nome cattolico, in realtà sono molto più fedeli alla Chiesa di voi? Non vi accorgete che, anche ragionando semplicemente in termini di vendite, ci state perdendo? E se qualche Vescovo compiacente dovesse esser complice delle vostre truffe, dovrebbe saper bene che così facendo si mette contro il magistero della Chiesa, sempre che gl’interessi.

Vorrei dirvi, quindi, cari Amici, col profeta Isaia: «perché spendere denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete. Io stabilirò per voi un’alleanza eterna, i favori assicurati a Davide» (Is 55, 2-3).

P. Giovanni Cavalcoli
 Fontanellato, 22 luglio 2020


[1] Papa Francesco al riguardo ha detto scherzosamente che il confessionale non è una lavanderia per esprimere la laboriosità e la fatica della purificazione della coscienza.
[2] Ancora nella Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani del 21 ottobre 1999 mantiene il concetto che nella giustificazione il peccato non è tolto, ma è solo «non imputato» (n,22) e che dopo la giustificazione l’uomo resta «tutto peccatore» (n.29). Non si tratta di magistero della Chiesa, ma del semplice parere di un organismo consultivo della Santa Sede.
[3] Il famoso «bere per dimenticare».

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