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01 aprile, 2025

Come si concilia la speranza con la coscienza che non tutti si salvano? - Prima Parte (1/2)

 

Come si concilia la speranza

con la coscienza che non tutti si salvano?

Prima Parte (1/2)

 

 «Larga e spaziosa è la via che conduce alla perdizione

e molti sono coloro che entrano per essa» (Mt 713)

Nel corso del presente Anno Santo della Speranza, è più che mai in circolazione quel famoso detto di Von Balthasar «sperare per tutti», che, come sappiamo, è stato inteso da molti come fede che tutti si salvano, per cui la dannazione infernale è un’effettiva possibilità, ma che di fatto non si realizza per nessuno, per cui l’inferno è vuoto o quanto meno non sappiamo se c’è o non c’è qualcuno.

Ora per la verità questa credenza, che può sembrare attraente e veramente propria di un Dio onnipotente e misericordioso che vuole tutti salvi, è una tesi contraria alla convinzione comune nella Chiesa sin dalle sue origini, perché basata sulla divina rivelazione contenuta nella Bibbia. 

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Ogni verità di fede è motivo di gioia per il nostro spirito, perchè è luce che ci illumina sulla bontà divina e accende il nostro cuore di riconoscenza a Dio e di amore per Lui e per le sue opere.

Ora possiamo effettivamente domandarci come può avere nel nostro spirito questi effetti il sapere che esistono creature personali, uomini e angeli, create per la visione di Dio, le quale invece per il loro peccato sono punite con una pena eterna e per la salvezza delle quali, se uomini, il sangue di Cristo è stato inutile.

Dobbiamo considerare che la punizione divina è un atto di giustizia, e quindi un atto buono. Un atto buono non può che dar gioia. Ciò non toglie che noi abbiamo dispiacere per la pena dei dannati non in quanto giusta pena, ma in quanto dolore e privazione di quel bene infinito del quale per colpa loro si sono privati per accontentare la loro superbia. 

Immagine da Internet: Inferno, Michelangelo

26 agosto, 2024

Sui suicidi nelle carceri - Bisogna che nei penitenziari si ritrovi il valore della penitenza

 

Sui suicidi nelle carceri

Bisogna che nei penitenziari si ritrovi il valore della penitenza

Un pregio della concezione moderna dei diritti umani è la pratica della moderazione delle pene carcerarie e la loro funzione rieducativa, ma un valore che sembra essersi perduto è il significato penitenziale-espiativo della pena. La società edonista e godereccia non vuol più sentir parlare di espiazione come se si trattasse di una lugubre superstizione pagana. La sofferenza va respinta con ogni mezzo, come se fosse il massimo dei mali, anche a costo di peccare o di far del male agi altri.

Ciò avviene in concomitanza con un indebolimento della pratica cristiana, che, dando forma di virtù alla penitenza come esigenza spontanea dell’animo pentito, era riuscita in passato ad animare cristianamente anche il diritto penale civile, umanizzando gli usi pagani ancora presenti nell’alto medioevo e inserendo vitalmente la situazione del carcerato nel mistero di Cristo crocifisso. 

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Si tratta della sopravvivenza della vita civile ed ecclesiale. Se infatti  noi relativizziamo i valori morali e i divini comandamenti col pretesto della coscienza e della libertà individuale; se noi continuiamo a disprezzare la pratica penitenziale, se rifiutiamo il valore espiativo del sacrificio di Cristo e della Messa, se ci ostiniamo a dire che Dio non castiga nessuno e che tutti sono perdonati e si salvano, … e continuiamo ad  irridere all'ira divina, non solo la situazione nelle carceri, ma nell'intera società e nella Chiesa, diventerà sempre più tragica e insolubile e le cose andranno di male in peggio.

Se la giustizia umana può difettare nel riparare ai suoi falli, la giustizia divina non fallisce e al momento giusto si fa viva per regolare i conti con coloro che hanno debiti in sospeso. Nel contempo chi ha patito ingiustizia, certo della giustizia divina ma anche della misericordia, dispone il proprio animo al perdono qualora chi gli ha fatto torto sia pentito.

Saper perdonare e adoperarsi per ottenere giustizia sono due gesti che non si escludono ma si richiamano a vicenda, anche se il secondo è più nobile del primo e più conforme ai costumi di Dio.

Immagine da Internet

19 febbraio, 2023

Lo scrupolo - Prima Parte (1/3)

 Lo scrupolo

Prima Parte (1/3)

Semplici come le colombe,

             prudenti come i serpenti

                            Mt 10.16

Che cosa è in generale lo scrupolo

Lo scrupolo è un turbamento emotivo della coscienza per il quale il soggetto si sente in colpa senza esserlo realmente o ingrandisce irragionevolmente la propria colpa o si pente di una colpa immaginaria, a causa di una carenza di lucidità ed obbiettività nell’esaminare la propria coscienza o nel giudicare il proprio stato di coscienza davanti a Dio.

Lo scrupolo è un tormento di coscienza, un arrovellamento sterile e aggrovigliato, che la impaccia e non l’aiuta a progredire, ma che anzi la frena e la confonde, perché è un pentimento agitato per inezie apparentemente colpevoli o per piccole colpe irragionevolmente ingrandite o per peccati commessi in buona fede o per ignoranza eventualmente molto tempo addietro.

La coscienza rimorde ma per una colpa inesistente. Il soggetto si è fatta una convinzione infondata di essere falso e di non poter raggiungere la sincerità. Sente ogni sua azione come peccato.  Si sente castigato e irrimediabilmente condannato da Dio, nonostante uno sforzo di buona volontà, peraltro ritenuto vano. Questo è lo scrupolo.

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Queste ubbìe paralizzanti e sconfortanti, che possono essere paure istillate dal demonio, vanno scacciate con la massima decisione ed energia, forti della propria buona coscienza in buona fede e della fiducia nella divina misericordia, dandoci alle opere buone, facendo fidamento nella preghiera, godendo delle creature e dei beni sensibili e spirituali, nonchè delle sane amicizie, che Dio ci dona affinchè Lo lodiamo e Lo ringraziamo e ce ne serviamo per arrivare a Lui. In tal senso ricordiamoci dell’aureo principio di San Filippo Neri: «scrupoli e malinconia, fuori di casa mia!».

 

La coscienza dev’essere certo pulita e lavata, ma con delicatezza, non graffiata dallo strofinare troppo, senza pretendere di far luce laddove non è possibile, senza pretendere di ricordare ciò la cui verità ormai ci sfugge, di cui non sappiamo più se eravamo o non eravamo in buona fede, se eravamo o non eravamo responsabili.

Immagini da Internet:

Nella chiesa parrocchiale di San Filippo Neri è esposto un dipinto secentesco con il santo titolare della chiesa (il “pio vecchio” è definito nella scritta sottostante) raffigurato mentre gioca con dei fanciulli.