Il Papa e la Tradizione
Il Papa ci spiega la Tradizione, ma è soggetto alla Tradizione
Come sappiamo, dalla viva voce di Nostro Signore Gesù Cristo è uscita la Rivelazione dei misteri di fede della nostra salvezza eterna. Le parole del Signore sono state religiosamente raccolte dagli apostoli e dai discepoli in un complesso di proposizioni, le verità di fede, formalizzate poi nel Simbolo della Fede, in parte mandate a memoria e trasmesse oralmente, in parte messe per iscritto a formare il Nuovo Testamento, che si aggiunge all’Antico, a formare la Sacra Scrittura.
In ogni caso Cristo ha incaricato Pietro, principe degli apostoli e i loro successori, i vescovi, assistiti da Lui e dallo Spirito Santo, di conservare, insegnare, trasmettere, interpretare, difendere, spiegare e far applicare la sua dottrina a tutto il mondo fino alla fine dei secoli.
Tutto ciò vuol dire che la dottrina di Cristo ci è mediata dalla Tradizione apostolica e dalla Sacra Scrittura, la cui interpretazione e spiegazione è stata affidata da Cristo a Pietro, cioè al Papa, il quale, pertanto, quando, come successore di Pietro, Vicario di Cristo, maestro della fede e pastore universale della Chiesa, tratta di materie di fede o connesse con la fede o ci insegna in forma ordinaria o solenne quelle che sono le verità di fede o connesse con la fede in campo dogmatico o morale, le definisca o non le definisca come tali, le dichiari o non le dichiari definitivamente, ci dice sempre la verità, ossia non può sbagliare, non può ingannarsi e non può ingannare, perché ciò ricadrebbe su Gesù Cristo, che dovremmo allora accusare di averci ingannato affidando a Pietro il compito di trasmetterci il deposito della Rivelazione.
In base a ciò è chiaro che il patrimonio divino ed immutabile della Parola di Dio contenuto nella Sacra Scrittura e nella Sacra Tradizione sono consegnate anzitutto da Cristo al Papa, il quale, nel suo magistero ha in esse la regola del suo insegnamento e ad esse è soggetto come primo discepolo di Cristo.
Gli insegnamenti pontifici ufficiali, ordinari o solenni, a cominciare dai dogmi definiti, non definiti o definibili, non sono altro che interpretazioni autentiche, certe, immutabili ed infallibili della divina Rivelazione contenuta nella Sacra Scrittura e nella Tradizione.
Quando il Papa si pronuncia in materia di fede o connessa con la fede in questa forma, a queste condizioni e in queste circostanze, bisogna accogliere con fede divina (dottrina dogmatica) o fede ecclesiale (dottrina dogmatizzabile) o religioso ossequio dell’intelligenza (dottrina autentica) quanto il Papa insegna a seconda dei tre gradi decrescenti di autorità rispettivamente corrispondenti a quei tre gradi di assenso da parte del fedele.
Se in un documento pontificio ufficiale, specie se di alto livello come l’enciclica, ma poi anche in un’omelia, un’udienza generale o un motu proprio, vi sono frasi ambigue, bisogna interpretarle in senso buono. Chi teme di scovare delle eresie non ha capito che cosa intende dire il Papa, come per esempio nel caso dell’Amoris laetitiae o della Fratelli tutti.
In questi casi non è consentito giudicare l’insegnamento del Papa alla luce della Tradizione e della Sacra Scrittura, perché invece siamo noi fedeli a dover accogliere con fiducia l’interpretazione pontificia del dato biblico e del dato della Tradizione. Non ci è quindi lecito appellarci direttamente a Cristo scavalcando il Papa, perché Cristo ci risponderebbe: «Figlio, se ascolti il Papa, ascolti me: non ho forse nominato Pietro mio vicario?».
Tradizione sacra ed usi tradizionali della Chiesa
Occorre distinguere la Sacra Tradizione dagli usi ecclesiastici tradizionali. Il dato della prima è di istituzione divina, perché contiene verità di fede trasmesse oralmente e successivamente dogmatizzate dalla Chiesa, come è avvenuto per il sacramento dell’Unzione degli Infermi, per il dogma del Purgatorio, per il sacramento della Cresima e per i dogmi mariani dell’immacolata e dell’Assunzione.
Parlare di «sviluppo della Tradizione» è ambiguo. Non è il dato della Tradizione a svilupparsi, perché esso è un dato immutabile, è Parola di Dio che non passa. Ciò che si sviluppa, che cresce, che progredisce, che si approfondisce è la conoscenza del dato della Tradizione. Sicchè possiamo dire che con le dottrine del Concilio Vaticano II abbiamo potuto conoscere meglio il dato della Tradizione che non il Concilio di Trento. Non può essere il Papa, ma sono gli eretici, come per esempio Lutero o i modernisti, che hanno tradito la Tradizione.
Invece gli usi ecclesiastici tradizionali sono istituiti e conservati a cura dei Sommi Pontefici in forza del potere delle chiavi, che consente loro a loro discrezione la facoltà anche di abolire tradizioni precedenti anche antiche.
Facciamo un esempio col rito della Messa. Essa in se stessa è un mistero di fede fondato nelle parole di Cristo all’ultima Cena, come tale immutabile ed inabrogabile anche da parte del Papa, il quale invece ha solo il compito di conservarlo intatto fino alla fine dei secoli. In tal senso è chiaro che un Papa non può mutare né tanto meno abolire, si tratti del vetus come del novus ordo, in quanto entrambi sono Messa.
Invece la riforma della Messa promossa dal Concilio ha avuto facoltà di istituire un nuovo ordine del rito, appunto il novus ordo, abbandonando usi del precedente, che tuttavia non è stato abolito, ma passa in second’ordine rispetto al nuovo, giudicato dalla riforma più adatto alle esigenze e ai valori della spiritualità moderna.
Se invece capitasse che un Papa parlasse di argomenti attinenti alla fede o alla morale in forma improvvisata, estemporanea, a modo di battuta o di slogan, come dottore od opinionista privato o in sede non ufficiale – per esempio un’intervista giornalistica o in un libro personale – oppure gli sfuggisse qualche frase ambigua, equivoca, male espressa, scandalosa, impulsiva, male sonante, imprudente o anche apparentemente eretica, non occorre prender in considerazione simili esternazioni, estranee dall’autentica autorità pontificia e di carattere meramente umano o psicologico, ma è eventualmente lecito richiamare rispettosamente il Papa al dato della Bibbia o della Tradizione.
Insegnamenti dottrinali e insegnamenti pastorali
Occorre distinguere in un Papa gli insegnamenti dottrinali dalla condotta morale e dall’insegnamento pastorale. Negli insegnamenti dottrinali il fattore-guida è la verità di fede. E qui il Papa è infallibile, a meno che non pensiamo, come ho detto sopra, che Cristo ci ha ingannati o si è sbagliato affidando a Pietro il mandato di confermarci nella fede. O a meno che, come credono i luterani, il Papa non sia il successore di Pietro.
Invece nella condotta morale e nella pastorale il Papa è peccabile. Qui il fattore guida sono la prudenza, la giustizia e la carità. La legge canonica, i provvedimenti giudiziari o disciplinari in materia di amministrazione dei sacramenti, i motu-proprio rientrano in questa categoria. Non è escluso che un motu-proprio non sia perfetto nella prudenza, nella giustizia e nella carità.
Papa Benedetto XVI ha detto ai lefevriani che se vogliono essere in piena comunione con la Chiesa devono accettare tutte le dottrine del Concilio. Invece alcuni documenti pastorali possono essere discussi. Certamente si riferiva alla tendenza buonistica e all’eccessiva stima per il mondo moderno.
Così pure i Papi del postconcilio ci hanno spiegato la continuità del Concilio con la Tradizione e con la Scrittura. Non ci è lecito contestarli in ciò, ma dobbiamo recepire con fiducia le loro spiegazioni. L’interpretazione modernistica del Concilio è opera degli stessi modernisti, che vorrebbero tirare il Concilio dalla loro parte.
Un difetto della pastorale di un Papa può essere la reticenza circa alcune verità di fede, non perché non ci creda, ma perché le vuol tacere o per opportunismo o per rispetto umano o per non scontentare gli eretici e i modernisti. Ma anche qui non è che il Papa pecchi contro la fede, ma contro la prudenza e il coraggio. Capita che un Papa insegni la verità, ma non corregga chi insegna il contrario. Abbiamo qui gli stessi vizi precedenti.
La condotta giusta verso il Papa
La condotta giusta da tenere verso il Papa non è cosa facile da apprendere. Bisogna imparare dai Santi, per esempio da una Santa Caterina da Siena o da San Bernardo o da un San Pier Damiani o da un Savonarola o da un Beato Rosmini.
Come poter avere un criterio di giudizio proporzionato alle dimensioni di un simile personaggio? Come poter avere le informazioni sufficienti su di lui e sulla materia sulla quale può vertere il giudizio? Possiamo dire di possedere le stesse informazioni che ha lui sullo stato della Chiesa? Possiamo essere in grado di consigliarlo o correggerlo sul modo di governare la Chiesa o su come insegnare il Vangelo?
E tuttavia il Papa è pur sempre un essere umano come tutti noi, con le sue virtù e i suoi difetti, con le sue qualità e le sue fragilità, con le sue limitate conoscenze, sofferenze, problemi di salute, soggetto ad essere ingannato o a commettere errori di giudizio, se non nella dottrina, certamente sulle persone e sugli eventi, bisognoso di aiuto ed anche di essere corretto in certi difetti, di essere incoraggiato, confortato, difeso e consolato, soggetto a entusiasmi, illusioni e tristezze. Come è importante la carità verso il Papa!
Può essere difficile obbedirgli; ma crediamo forse che per lui sia facile comandare? Come facciamo presto a considerarlo come un tiranno o viceversa un debole, senza pensare all’estrema complessità di certe situazioni, che deve affrontare e al rischio che venga informato male o che gli manchino le informazioni necessarie!
La condotta giusta nei confronti di un Papa non è quello di giudicarlo dal di fuori dalla nostra torre d’avorio, non è quello di dire: io faccio i miei affari e lui fa i suoi; non è quello di voler fargli da maestro; non è quello di essere delle fotocopie di certi suoi atteggiamenti esteriori; non è quello di strumentalizzarlo per i nostri comodi, ma è quello di porsi in fiducioso e benevolo atteggiamento all’ascolto e di disponibilità al servizio e alla collaborazione, nell’imitazione delle sue virtù e comprensione per i suoi difetti, perché servire il Papa vuol dire servire le anime e servire la Chiesa.
Per assumere l’atteggiamento giusto e renderci veramente utili a lui e alla Chiesa, pensando che il Papa ha bisogno di buoni aiuti e collaboratori, bisogna badare a due cose: comprendere qual è il programma del suo pontificato e conoscere i bisogni della Chiesa.
Bisogna aiutarlo nella prima cosa e sopperire alle sue lacune nella seconda cosa, per esempio, se è troppo severo verso i lefevriani, mettere in luce i lati buoni di questi ultimi; se è troppo indulgente verso i modernisti, combattere i modernisti; se tace su certe verità di fede, ricordarle; se calca troppo sul buonismo del Concilio, ricordare che il mondo è sotto il segno del maligno; se è troppo indulgente verso il lassismo sessuale, ricordare la gravità dei peccati sessuali; se non parla mai di San Tommaso, ricordare San Tommaso; se è troppo buono verso Lutero, ricordare eresie di Lutero, e così via.
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 31 luglio 2021
Papa Benedetto XVI ha detto ai lefevriani che se vogliono essere in piena comunione con la Chiesa devono accettare tutte le dottrine del Concilio. Invece alcuni documenti pastorali possono essere discussi. Certamente si riferiva alla tendenza buonistica e all’eccessiva stima per il mondo moderno.
Così pure i Papi del postconcilio ci hanno spiegato la continuità del Concilio con la Tradizione e con la Scrittura. Non ci è lecito contestarli in ciò, ma dobbiamo recepire con fiducia le loro spiegazioni. L’interpretazione modernistica del Concilio è opera degli stessi modernisti, che vorrebbero tirare il Concilio dalla loro parte.
Immagine da internet:
- Mons. Lefebvre ai tempi del Concilio

Caro Padre Cavalcoli,
RispondiEliminanel suo articolo dice:
"Se invece capitasse che un Papa parlasse di argomenti attinenti alla fede o alla morale in forma improvvisata, estemporanea, a modo di battuta o di slogan, come dottore od opinionista privato o in sede non ufficiale – per esempio un’intervista giornalistica o in un libro personale – oppure gli sfuggisse qualche frase ambigua, equivoca, male espressa, scandalosa, impulsiva, male sonante, imprudente o anche apparentemente eretica, non occorre prender in considerazione simili esternazioni, estranee dall’autentica autorità pontificia e di carattere meramente umano o psicologico, ma è eventualmente lecito richiamare rispettosamente il Papa al dato della Bibbia o della Tradizione".
Non è strano che papa Francesco venga sempre frainteso? Apparentemente fraintenderebbero il Papa sugli aerei, nelle sue interviste, nelle sue encicliche, nelle sue omelie, nel suo motus proprio, nelle sue conferenze... Non pensi che ci sia una linea logica di pensiero a questi "malintesi"? Perché pensi di dover sempre interpretare ciò che dice Francesco? Può essere che voglia solo dirci "cosa" che emerge dai suoi detti? Si lo chiedo sinceramente perché trovo poco credibile che il Papa faccia tanti "errori". Ho pensato a lungo che forse siamo noi quelli che non vogliono sentire quello che ci comunica. Mi scusi per aver sollevato così tante domande, ma è qualcosa su cui ho riflettuto.
Grazie
Caro Anonimo,
Eliminale frasi strane del Santo Padre, considerando la quantità enorme dei suoi discorsi e la grande quantità anche di dichiarazioni informali o non magisteriali, tutto sommato sono una minima quantità.
Semmai, a mio avviso, dovrebbe parlare di meno, come facevano i Papi del passato.
Ad ogni modo, dato che non si tratta di dichiarazioni magisteriali, è bene non farci caso.
Tante espressioni ambivalenti possono e devono essere interpretate in senso buono. La cosa importante è prestare attenzione ai documenti più importanti, dove troviamo gli insegnamenti più vincolanti, che rispecchiano il carisma petrino.
Padre Cavalcoli,
RispondiEliminaÈ evidente che "se invece capitasse che un Papa parlasse di argomenti attinenti alla fede o alla morale in forma improvvisata, estemporanea, a modo di battuta o di slogan, come dottore od opinionista privato o in sede non ufficiale – per esempio un’intervista giornalistica o in un libro personale – oppure gli sfuggisse qualche frase ambigua, equivoca, male espressa, scandalosa, impulsiva, male sonante, imprudente o anche apparentemente eretica..." non è adatto per la posizione.
Dato che la grazia suppone la natura, la cosa migliore sarebbe che seguisse l'esempio di San Pedro Celestino e si chiudesse a Fumone, come fece eroicamente quel santo.
Caro Anselmo,
Eliminaquando parlo di tutte quelle espressioni strane o incongrue, è evidente che in esse non entra in esercizio il magistero ufficiale del Santo Padre, ma si tratta solamente di fatti umani o psicologici, i quali sono presenti anche in un Papa, perché Dio, pur dotando il Papa di infallibilità nell’insegnamento della dottrina della fede, non lo sottrae a certi momenti di debolezza o di distrazione, che finiscono con l’avere un valore apologetico, perché dimostrano che nel Papa e attraverso il Papa agisce uno spirito di verità, che va ben al di là delle sue possibilità umane ed intellettuali.
La rivelazione non è tale se essa non implichi la comunicazione del contenuto oggettivo di ciò che si vuole rivelare a chi è destinato a riceverla. Se può esserci progresso nella comprensione della rivelazione in quanto tale è come dire che i suoi contenuti, benché presenti e annunciati con la rivelazione, non sono stati ancora comunicati e conosciuti e quindi rivelati, ma rimangono ancora impliciti. In tal modo si ammetterebbe che la rivelazione è ancora un processo aperto, per così dire. Ciò che progredisce non è la comprensione della rivelazione in quanto tale, ma la possibilità di dedurre da essa nuove conoscenze e applicare la conoscenza di tali contenuti ai vari contesti storici. La scienza generale della rivelazione produrrebbe nuove conoscenze particolari, o dedurrebbe verità universali che non sono state annunciate, ma risultano conseguenti alla rivelazione, verità che non riguardano propriamente il nucleo sostanziale o essenziale di essa.
RispondiEliminaCaro Francesco,
Eliminarispondo al suo intervento per punti.
1)
“La rivelazione non è tale se essa non implichi la comunicazione del contenuto oggettivo di ciò che si vuole rivelare a chi è destinato a riceverla. Se può esserci progresso nella comprensione della rivelazione in quanto tale è come dire che i suoi contenuti, benché presenti e annunciati con la rivelazione, non sono stati ancora comunicati e conosciuti e quindi rivelati, ma rimangono ancora impliciti.”
Rispondo:
Quando si parla di Rivelazione divina, si possono intendere due cose: o i contenuti della Rivelazione, ossia ciò che è stato rivelato, il dato rivelato; oppure l’atto del rivelare.
Ora è chiaro che i contenuti della Rivelazione sono sempre quelli, come le perle contenute in uno scrigno.
In che cosa consiste l’atto del rivelare? È stato l’opera di Cristo ci mostrarci le perle di questo scrigno. Cresto stesso si è paragonato allo scriba sapiente che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche.
In questa opera rivelatrice, Cristo che cosa ha fatto esattamente? Ha affidato i contenuti della Rivelazione agli Apostoli, con a capo Pietro e con il compito di conservare e spiegare i dati rivelati lungo il corso della storia. Tornando alla metafora dello scrigno, i Papi, durante il corso della storia, estraggono dallo scrigno un po’ per volta le perle che contiene; oppure ne prendono una e la fanno conoscere meglio.
Quindi ciò che migliora o aumenta in questa situazione, non sono i contenuti della Rivelazione, ma è la nostra conoscenza di essa, grazie all’opera del Magistero della Chiesa lungo i secoli.
L’opera del Magistero si può quindi paragonare alla esplicitazione di ciò che è implicito o alla manifestazione di ciò che nel dato rivelato era ancora nascosto.
Per questo si può dire che la Rivelazione innanzitutto è opera di Cristo, ma anche il Magistero della Chiesa, assistito dallo Spirito Santo, ci rivela sempre meglio ciò che Cristo ha già rivelato.
2)
In tal modo si ammetterebbe che la rivelazione è ancora un processo aperto, per così dire. Ciò che progredisce non è la comprensione della rivelazione in quanto tale, ma la possibilità di dedurre da essa nuove conoscenze e applicare la conoscenza di tali contenuti ai vari contesti storici.
Rispondo:
Bisogna osservare che la Rivelazione intesa come attività rivelatrice di Cristo non è un processo ancora aperto. Cristo ci ha già detto tutto quello che il Padre lo aveva incaricato di dire.
Quello che può e deve progredire, con l’assistenza dello Spirito Santo, è la nostra conoscenza del dato rivelato, che ci viene spiegato ed esplicitato dal Magistero della Chiesa.
In tal modo noi abbiamo la possibilità di dedurre nuove nozioni teologiche, ricavandole da quanto la Chiesa ci spiega sul dato rivelato. Queste nuove nozioni possono essere approvate dalla Chiesa e diventare dogmi di fede, come a dire verità contenute nella Rivelazione. Per esempio, la dottrina tomistica dell’anima come forma del corpo, è una dottrina psicologica, che però è stata assunta dal Magistero della Chiesa in quanto dottrina di fede, che si può dedurre dal dato rivelato.
Quindi le deduzioni che si ricavano dal dato rivelato, non aggiungono niente al dato rivelato, ma semplicemente le spiegano meglio. Restando nella metafora dello scrigno, possiamo dire che la Chiesa non aggiunge alcuna perla nello scrigno ricevuto da Cristo, ma semplicemente nel corso della storia ci fa conoscere e ci mostra le perle che già ci sono. Questa è la rivelazione operata dalla Chiesa.
Elimina3)
La scienza generale della rivelazione produrrebbe nuove conoscenze particolari, o dedurrebbe verità universali che non sono state annunciate, ma risultano conseguenti alla rivelazione, verità che non riguardano propriamente il nucleo sostanziale o essenziale di essa.
Rispondo:
Effettivamente la Chiesa può insegnarci delle verità naturali, che non sono contenute nel dato rivelato, ma che in qualche modo gli fanno da contorno per rendercelo più accettabile. Per esempio Papa Francesco si è molto fermato sul problema dell’ecologia, che non è un dato della Rivelazione, ma è una semplice questione di etica naturale, che riguarda il rispetto della natura.
Ora però, siccome secondo la Rivelazione Dio ha creato il mondo per il bene dell’uomo, è chiaro che l’ecologia può benissimo essere una verità che si accompagna con il dato rivelato.
RispondiEliminaCarissimo Padre Giovanni, tento di dare un concetto più preciso di Rivelazione. Rivelazione non significa, secondo l'idea che mi sono fatto, semplicemente rivelare qualcosa, bensì rivelare qualcosa a qualcuno. Faccio un esempio: se rivelo a Mario un teorema di matematica ma Mario non è in grado di intenderlo, oppure è in grado di intenderlo parzialmente, non posso dire che la mia rivelazione sia stata piena, e cioè che a Mario sia stato rivelato pienamente il teorema di matematica. La pienezza della rivelazione sarà di Giovanni che, esaminato il testo giorni dopo, lo ha compreso pienamente. La rivelazione si compie in Giovanni, non in Mario, anche se a Mario è stato consegnato tutto il contenuto della rivelazione. Pertanto, come mi pare voglio dire San Tommaso, in un passo famoso della Summa Theologiae, quando è giunto il tempo della pienezza, gli apostoli hanno ricevuto e compreso la rivelazione nella sua interezza. .
Nell'Antico Testamento la Rivelazione di Cristo era ancora implicita, era il seme che poi sarebbe diventato l'albero rigoglioso e ricco di foglie che è Cristo stesso. Gli apostoli hanno conosciuto l'albero intero, Cristo, hanno quindi conosciuto è compreso tutta la Rivelazione nella sua interezza ed essenzialità, hanno conosciuto tutto l'albero, ma certamente non hanno avuto modo di esaminare tutte le foglie nei particolari. Per intenderci: Mario ha compreso il teorema nella sua interezza. Giovanni successivamente vi aggiungerà altri elementi di comprensione. La comprensione della Rivelazione, pertanto, non cresce in estensione (una parte del teorema rispetto al tutto), ma in intensità, mi piacerebbe dire "non viene completamento della comprensione della Rivelazione, ma a coronamento di essa. Non è la sostanza della Fede che cresce ma gli elementi accidentali, le applicazioni di essa.
La comprensione del teorema, da parte di Giovanni, non esplicita parti del teorema stesso, che Mario ha già compreso, ma rappresenta l'intelligenza di quegli elementi ulteriori che in esso sono implicati.
Caro Francesco,
Eliminasono d’accordo che il concetto di Rivelazione ha un aspetto relazionale, ossia relativo a colui che accoglie il dato rivelato, per cui sono d’accordo che da questo punto di vista la Rivelazione è piena quando il destinatario capisce tutto quello che è contenuto nel dato rivelato, mentre non è piena in colui che non ha capito tutto.
In secondo luogo credo che bisogna chiarire che cosa significa la pienezza della Rivelazione. Essa ha un aspetto oggettivo e un aspetto soggettivo. L’aspetto oggettivo è l’insieme delle verità che Cristo ha rivelato agli Apostoli. Egli ha rivelato agli Apostoli tutto quello che il Padre lo aveva incaricato di dire. Questa è la pienezza della Rivelazione in senso oggettivo, ossia riguardo alla quantità dei contenuti.
Ma la pienezza della Rivelazione è anche un fatto soggettivo. Con ciò noi ci riferiamo alla missione dello Spirito Santo, che ha il compito di condurre la Chiesa alla pienezza della conoscenza del dato rivelato. Da questo punto di vista la Rivelazione è l’azione dello Spirito Santo, che gradualmente illumina la mente dei fedeli per tutto il corso della storia, fino a che, col Ritorno finale di Cristo, tutta la Chiesa avrà pienamente compreso ciò che Cristo ha rivelato agli Apostoli.
Carissimo Padre Giovanni, in linea generale sono perfettamente d'accordo con lei e chiedo scusa se approfitto della sua bontà per ottenere un ulteriore chiarimento. È chiaro che fino a Cristo e agli Apostoli, è la stessa Rivelazione che si è sviluppata passando dall’implicito all’esplicito, mentre, dopo gli Apostoli, la Rivelazione si è conclusa e si sono sviluppate, passando dall’implicito all’esplicito, la sua intelligenza, la sua applicazione e la sua proposizione da parte della Chiesa. Cito un passo del teologo S. Ecc. Mons. Bernard Tissier de Mallerais della Fraternità Sacerdotale San Pio X: «La Rivelazione trasmessa agli apostoli, cioè il deposito della fede (71) conosce tuttavia un progresso, non certo nel suo contenuto, di cui gli Apostoli hanno ricevuto la pienezza insieme alla pienezza della sua intelligenza (72), ma nella sua esplicitazione, tramite una «interpretazione più ampia (73)» o una migliore «distinzione (74)», cioè con un passaggio dall’implicito all’esplicito (75) dello stesso deposito della fede chiuso alla morte dell’ultimo Apostolo».
RispondiEliminaA me interessa proprio la nota 72 (SAN TOMMASO, II II, q. 1, a 7, 4a ob. e ad 4), per sottolineare che, per San Tommaso, gli apostoli hanno ricevuto insieme alla pienezza dei contenuti della rivelazione, la pienezza dell'intelligenza di essi.
Senza chiarire questo aspetto, personalmente ho l'impressione che si possa intendere il progresso nell'interpretazione dei dogmi come un progresso assoluto e non relativo, mentre, come dicevo nel precedente intervento, tale progresso viene a coronamento e non propriamente a completamento della comprensione avuta dagli apostoli. Diversamente penso che si rischi di cadere nell'idea di una rivelazione ancora aperta, come oggi viene proposta proprio da chi pensa la rivelazione in una logica relazionale, che include anche il soggetto che riceve la rivelazione. Si dice, infatti, che «del concetto di “rivelazione” fa sempre parte anche il soggetto ricevente (Joseph Ratzinger)»: dunque la Chiesa fa parte del concetto di Rivelazione, cioè parte della Rivelazione stessa, per cui si arriva ad affermare che la Verità della Rivelazione si svela gradatamente, col rischio, tuttavia, di far fuori le precedenti interpretazioni, qualora poi si adotti la prospettiva dell'ermeneutica della rottura e non quella dello sviluppo omogeneo del Dogma (ma non necessariamente solol'ermeneutica della rottura). Poiché la Tradizione ha una comprensione limitata si può andare anche oltre la Tradizione su aspetti che potremmo definire essenziali o sostanziali della Rivelazione, in quanto la Tradizione ha una visione parziale su di essi che, in una visione più ampia, possono essere ristrutturati.
Se le è possibile mi chiarisca questo aspetto.