Papa Francesco e la fratellanza (Seconda parte - 2/4)

 Papa Francesco e la fratellanza  

(Seconda parte - 2/4)

La questione della guerra

Qual è il rapporto fra fratellanza e popolo? Il Papa spiega che i popoli devono sentirsi fra di loro fratelli. Ancor oggi essi sono generalmente organizzati in entità statali con un loro territorio e dotati di forza bellica. Come si concilia il possesso di forze armate col dovere della fratellanza universale ed internazionale?

L’uccisione del fratello, come racconta il Genesi, è la prima ed immediata conseguenza del peccato originale. Esso infatti ci spinge ad invidiare e ad odiare il fratello, a essere, come dice Hobbes, non fratello, ma «lupo» per l’altro. Tuttavia resta in ciascuno di noi, anche nei più cattivi, una nostalgia dell’Eden e una fondamentale tendenza, non totalmente distrutta dal peccato, alla socialità, alla fratellanza e a voler bene agli altri.

Tuttavia non riusciamo ad evitare i conflitti personali e collettivi, tra gruppi, classi, popoli e nazioni. Siamo portati a diffidare, ad aggredire, ad opprimere, a derubare, a far violenza, a tormentare, ad incrudelire, a schiavizzare, a ferire, ad infierire, a torturare, ad uccidere i fratelli. Il Papa denuncia bene tutti questi mali.

Occorre tuttavia considerare che il puro e semplice uso delle armi non è ancora un atto morale, per cui ci si debba chiedere se è giusto o ingiusto, ma è un’azione tecnica, per cui qui il problema è se uno sa o non sa usare le armi. Quando ho fatto il servizio militare, mi hanno addestrato al combattimento, ma non mi hanno detto contro chi – come fanno gli imam nelle moschee – l’Italia si preparava ad usare le armi.

Questo è il problema morale della guerra giusta, e non il semplice fatto di essere addestrato al combattimento; altrimenti, alla fine del servizio militare, avrei dovuto confessarmi di avere fatto il soldato. La condanna assoluta della guerra ossia del semplice uso delle armi, rischia di creare pericolosi scrupoli nel militare, che mette la sua vita al servizio della patria per sentirsi dire che è un assassino. Certo nella guerra si uccide un nemico. Ma occorre chiedersi ogni volta: per quale motivo?

Il Papa fa bene a parlare della memoria storica. Bisogna certo conservare la memoria degli orrori delle guerre, perché non si ripetano più, ma anche e soprattutto la memoria degli eroismi, delle vittorie sulla tirannide, della forza del diritto sul diritto della forza, e della civiltà sulla barbarie, affinchè prendiamo esempio dai grandi che ci hanno preceduto.

La Chiesa, seguendo lo stesso linguaggio della Scrittura e della morale naturale, ha sempre in passato dato al termine «guerra» il semplice significato moralmente neutro di «conflitto armato fra due nazioni». Dopodichè, ponendosi dal punto di vista morale, la morale cattolica ha sempre ritenuto suo dovere stabilire il criterio per distinguere una guerra giusta da una guerra ingiusta.

Un conto infatti è il puro e semplice guerreggiare e un conto sono le cause, le norme morali e giuridiche, i modi e i fini di questo guerreggiare. La Chiesa non ha mai ritenuto che il far guerra come tale sia peccato. È una questione simile a quella del possesso delle ricchezze. Essere ricco come tale non significa necessariamente essere un egoista. Ci sono dei ricchi generosi e benefattori. Un conto è l’arte e un conto è la morale.

L’arte marziale di per sé non è né moralmente buona né moralmente cattiva: dipende dall’uso che se ne fa: se si usa per invadere un’altra nazione, sarà moralmente cattiva; se si usa per liberare una nazione da un dittatura, sarà buona. Le virtù militari invece riguardano la condotta morale del soldato come tale, secondo il codice militare; si riassumono nell’obbedienza ai superiori, ma nel rispetto del diritto naturale, giacché lo stesso codice militare prevede che un ordine contrario al diritto naturale sia invalido. Se così non fosse, avrebbe avuto ragione Eichmann, che a Norimberga si giustificò dell’aver assassinato centinaia di migliaia di ebrei dicendo che aveva obbedito ai superiori. Dunque le vere virtù militari esistono solo in una guerra giusta, perché solo questa è rispettosa del diritto naturale.

Senonchè, già a partire da San Giovanni Paolo II, benché il Catechismo del Chiesa Cattolica citato da Papa Francesco parli ancora di una guerra giusta (n.2309), il Magistero pontificio, e questo è evidente nel Papa attuale, ha ripugnanza a parlare di «guerra giusta». Come si può spiegare questo fatto? Perché oggi si tende ad usare il termine «guerra» per riferirsi a un atto intrinsece malum? Perché si parte dal concetto di guerra nucleare, se scoppiasse la quale, non essendoci né vincitori né vinti, si avrebbe la distruzione dell’umanità. Sarebbe un suicidio collettivo e il suicidio è peccato.

Non esiste un suicidio lecito. Siamo quindi obbligati a trovare un altro termine per ciò che in passato chiamavamo «guerra» e il termine giusto potrebbe essere «uso delle forze armate». Ma resta che non possiamo riferirci alla guerra nucleare, ma solo a quella convenzionale.

Quando dunque il Papa condanna la guerra come tale dichiarando l’impossibilità di una guerra giusta, bisogna tener conto di come egli definisce la guerra, per rendersi conto della giustezza della sua posizione, giacché egli la definisce come pratica della violenza, la quale è per sua natura violazione della giustizia. E allora è evidente che la violazione della giustizia non può essere giusta, appunto perchè è un’ingiustizia. E non ci può essere un’ingiustizia giusta.

Una nazione tuttavia può lecitamente far uso delle armi contro un’altra, se questa manca gravemente al dovere della fratellanza o non lo accetta aggredendola o usando violenza in qualunque modo o per qualunque motivo o sotto qualunque pretesto. Se la prima nazione, pur con tutta la buona volontà di comportarsi da sorella verso la seconda, constata il fallimento delle trattative per una soluzione pacifica della vertenza, ha la facoltà e il dovere di far valere con la forza il proprio buon diritto o di difendersi dall’aggressione nemica mediante l’uso delle armi.

Il legittimo attacco armato nazionale è regolato da una rigorosa disciplina, e vengono severamente puniti quei militari, anche di alto grado, che ad essa si sottraggono, abbandonandosi a crimini di vario genere, come stragi di civili, uso di armi proibite, vendette personali, ruberie, razzie, rappresaglie, violenze sulla popolazione inerme e cose del genere.

Invece vengono giustamente premiati ed onorati gli atti eroici. Nel catalogo dei Santi troviamo molti militari, come San Luigi di Francia, San Venceslao o Santa Giovanna d’Arco. Né, per converso, per gli atti disumani o contrari all’umanità o alla legge naturale commessi in guerra il militare può addurre a scusa l’avere obbedito ai superiori, come fu giustamente affermato al processo di Norimberga contro i criminali nazisti.

 Quando si dà il caso deprecabile, ma che purtroppo si può verificare – pensiamo a certe nazioni africane - che una nazione metta in pericolo la sicurezza o la libertà di un’altra nazione o la leda nei suoi diritti essenziali oppure che un popolo sia oppresso da una feroce dittatura, nulla proibisce che una nazione vicina amica possa intervenire militarmente in difesa della nazione aggredita od oppressa.

La cosa che comunque resta auspicabile è che le Nazioni Unite possano disporre di un servizio d’ordine internazionale, tale da costringere anche con la forza a rispettare la legge quegli Stati o quelle nazioni che disturbano la pacifica convivenza internazionale. È evidente che quando il Papa condanna la guerra non si riferisce a questo uso della forza che protegge i deboli e rivendica i diritti calpestati dai violenti. La fraternità richiede in certe circostanze, anche fra i popoli, gli Stati e le nazioni del mondo, possibilmente sotto controllo dell’ONU, di usare a ragion veduta e con moderazione anche la forza militare, quando, esauriti tutti i mezzi pacifici, essa si rivela o può rivelarsi efficace a fermare il prevaricatore e a far tornare la giustizia e la pace.

Infatti, il popolo italiano, che nel 1918 ha liberato l’Italia dal dominio austriaco, non ha forse fatto bene? È vero che Papa Benedetto XV parlò, per la Prima Guerra Mondiale, di «inutile strage». Ma si riferiva agli indubbi crimini avvenuti nel suo insieme, non certo al fatto che pochi anni prima gli eroici Alpini avevano a rischio della propria vita, liberato l’Italia dallo straniero.

Del resto, anche il chirurgo, quando opera, versa sangue. Ma ciò non vuol dire che un’operazione chirurgica non possa salvare la vita del malato. Dunque, occorre avere il senso delle proporzioni e ricordare che le grandi conquiste hanno il loro prezzo. Se ci vanno di mezzo degli innocenti, ciò non entra certo nelle intenzioni del liberatore, ma succede spesso inevitabilmente se il liberatore vuole ottenere la vittoria sul nemico.  

L’esercito americano, che nel 1945 ha liberato l’Europa dall’invasione voluta da un megalomane, che voleva dominare su tutta Europa, non ha forse fatto bene? Il risorto esercito italiano, che, insieme con gli Alleati, ha liberato nel 1945 l’Italia dall’occupazione tedesca, non ha forse fatto bene? L’aviazione israeliana, che, guidata da un nuovo Mosè, nel 1967 distrusse a terra l’aviazione egiziana prima ancora che si alzasse in volo per andare a bombardare Israele, non compì forse un’ottima impresa?

Con tutto ciò Francesco fa bene a ricordare che il principio della fratellanza universale, che obbliga a fare ogni sforzo possibile per evitare lo scontro bellico, che è sempre lotta fratricida, tale principio è stato indubbiamente promosso in modo stupendo ed  esemplare dal Vangelo non solo come principio di ragione e di etica naturale, comprensibile da ogni uomo ragionevole, ma anche come valore della divina rivelazione e come obbligo sacro del cristiano in quanto tale, ossia come figlio di Dio Padre, fratello di Cristo e mosso dallo Spirito Santo, erede della vita eterna, membro della comunità o della famiglia dei battezzati che è la Chiesa.

La pena di morte e la legittima difesa personale

Se c’è una dottrina che esalta e difende la vita e l’amore, questa è proprio quella della Bibbia. Eppure sappiamo bene come essa ammetta la guerra giusta e la pena di morte. Non la muove l’odio per il nemico, ma sempre un principio di giustizia, che vuole il suo bene, perché è nell’interesse stesso del nemico essere messo in grado di non nuocere, se occorre anche togliendogli la vita fisica.

Anche così, per quanto ciò possa apparire paradossale, egli resta un fratello – un fratello deviato – per chi l’uccide, anche se l’ucciso odia l’uccisore. S.Caterina da Siena sentì come fratello il malvivente Toldo condannato a morte, anche se essa non chiese che gli fosse risparmiata la pena.

Che vuol dire allora «non uccidere»? Vuol dire «non uccidere l’innocente», ma non chi mette in grave pericolo il bene o la vita del singolo o della comunità. Vuol dire sopprimere quella vita spesa male a danno della vita buona. Quando la Bibbia dice «non uccidere» non si riferisce a una vita spesa in un modo qualunque, ma a una vita buona. Uccidere un santo o un embrione non è lo stesso che uccidere un assassino. È vero che Dio proibisce di uccidere Caino. Ma qui la Bibbia non proibisce la pena di morte, certamente ammessa in altri passi, ma l’ingiusta vendetta[1]: il ripagare il male col male.

«Non uccidere» vuol dire non uccidere il fratello; ma può essere doveroso uccidere il fratello divenuto nemico. E ciò non contrasta con l’amore evangelico per il nemico, perché mentre l’amore sa trovare il lato buono del fratello anche se nemico, l’uccisione lecita del nemico è la soppressione di un odiatore o di una falso fratello.

Il giudice, che, applicando la legge, condanna a morte il reo, è un omicida? Commette peccato? Il gioielliere, che, minacciato con una pistola da un malvivente, spara per primo, fa peccato mortale? Il carabiniere, che uccide un malvivente che ha ucciso un suo commilitone, dev’essere condannato? Il carabiniere che uccide prima che scappi il terrorista che ha fatto strage di trenta persone, è biasimevole? Il terrorista che mantiene nel terrore un’intera società dev’essere tollerato? Un serial-killer che ogni anno ammazza una persona ha diritto di vivere?

Insomma: la pena di morte è omicidio o atto di giustizia?  In passato si diceva «giustiziare» l’opera dell’esecutore materiale della sentenza del giudice, compito certamente ingrato e tuttavia legittimo. Ma d’altra parte, che dire della ghigliottina della Rivoluzione francese o delle purghe di Stalin? Che dire delle condanne a morte in Cina e nei paesi islamici? Dunque non tutte le pene di morte si equivalgono. Non facciamo di tutte le erbe un fascio.

Tuttavia, il Santo Padre, come sappiamo dall’enciclica, dichiara inaccettabile e quindi ingiusta la pena di morte. Da qui il suo auspicio, che sa di precetto morale, che gli Stati la tolgano. Ma essi possono sentirsi vincolati dal parere del Papa? Può egli comandare gli Stati come faceva Bonifacio VIII? Oggi no certamente. Essi quindi restano liberi di accettare o meno il parere del Papa. A meno che la proibizione della pena di morte non venga inserita nello Statuto dell’ONU.

D’altra parte, per quanto Papa Francesco abbia un tono così perentorio, sa lui per primo che il condannare a morte non è per nulla un intrinsece malum, come lo è per esempio il furto, la bestemmia, la calunnia, l’eresia, la sodomia o l’adulterio. Non è che il giudice che condanna a morte faccia sempre e comunque peccato. Dipende se la sua sentenza è giusta o non è giusta.

È la stessa cosa che per l’uso delle armi o delle ricchezze o per la moderazione delle passioni o per la coercizione. Ci può essere un belligerare giusto e uno ingiusto, un uso egoistico e un uso sociale della ricchezza, un’ira moderata e un’ira eccessiva, una coercizione ingiusta e una efficace.

Ci sono ragioni a favore della pena di morte e ci sono ragioni contrarie. Esse si controbilanciano. È impossibile decidere con certezza una volta per tutte. Non è come la pena di morte per gli eretici, che la Chiesa ha abbandonato una volta per sempre nel sec. XIX in nome del principio della libertà religiosa. La Chiesa, dopo secoli che credeva che fosse un bene, si è accorta di sbagliare e si è corretta. Anche la coscienza morale della Chiesa, se non si tratta della legge naturale e divina che non cambia, va soggetta ad una continua maturazione e correzione, mano a mano che essa scopre sempre meglio le esigenze morali del Vangelo e si libera dagli errori del mondo.

Ma la questione della pena di morte per i crimini contro il bene comune temporale, crimini materiali, che potremmo distinguere da quelli spirituali, tuttora previsti dal Diritto Canonico, che chiama appunto «crimen» l’eresia, non è connessa con un particolare livello di sviluppo o di civilizzazione della società o dell’umanità nella vita presente, ma è connessa con l’attuale stato di natura decaduta dopo il peccato originale, nel quale stato, per quanto l’umanità, grazie all’influsso del cristianesimo, progredisca nelle virtù, restano le tendenze cattive causate dal peccato originale. E restano in tutti noi, anche nei più buoni, esclusa la Madonna. Ora, queste tendenze non potranno mai in questa vita essere tolte del tutto, come lo saranno in paradiso, dove non saranno più necessari i castighi, le espiazioni, i sacrifici, l’ascetismo, le rinunce, le penitenze, i tribunali, le carceri e gli eserciti, che invece sono necessari in questa vita per frenare i malvagi e proteggere i buoni.

È lo stesso che per il voto religioso di verginità: esso non era necessario nell’Eden e non lo sarà più alla resurrezione; ma lo è solo qui al fine di vincere la ribellione della carne contro lo spirito, mentre in cielo lo spirito dominerà perfettamente sulla carne, per cui non occorrerà più la repressione della concupiscenza propria della temperanza sessuale.

L’idea, quindi, che ormai l’umanità abbia progredito al punto tale da poter risolvere i contrasti e le vertenze private e pubbliche semplicemente col dialogo e la persuasione, con la buona volontà, la buona politica e le buone leggi, non è un’idea cristiana, ma è l’utopia spaccona propria di Jean Jacques Rousseau, dell’illuminismo e della massoneria.

Ed è un’utopia pericolosissima, perché in pratica lascia gli ingenui ingannati dai furbi, i popoli sotto il giogo dei dittatori, la vergine stuprata dal lussurioso, il ladro che svaligia la casa, il venditore che truffa il compratore, la patria invasa dal nemico, i buoni alla mercè dei malviventi, il negoziante vessato dal mafioso, l’immigrato sfruttato dallo scafista, gli oppressi nelle mani degli oppressori, le vittime a disposizione degli assassini, i deboli in balìa dei prepotenti, i poveri derubati da ricchi, il bene comune saccheggiato dagli egoisti. Invece su questo punto il Vangelo è in perfetto accordo col Corano, anch’esso consapevole delle conseguenze del peccato originale, anche se eccede nella severità.

La morale cattolica ha altresì sempre saputo che il diritto alla vita fisica non è inviolabile come quello alla vita spirituale. Se uno usa male della sua vita fisica in spregio alla vita degli altri e della propria salute spirituale, perde il diritto di vivere. A sostegno del rifiuto della pena di morte è però valida la ragione del primato della persona sul bene comune, idea evangelica che mai è stata così chiara come lo è oggi. Tuttavia, sembra valere ancora in certi casi il paragone che San Tommaso fa tra il rapporto del singolo col corpo sociale e il rapporto del membro malato col corpo fisico: vi sono casi nei quali occorre amputare un membro, affinchè non resti infettato tutto il corpo.

È vero che la semplice carcerazione può dare la possibilità al reo di pentirsi e di redimersi; però è vero anche che l’eventualità di finire sul patibolo ha molte volte distolto il delinquente incorreggibile e non persuasibile dal commettere il delitto. «Tutto sommato – egli potrebbe ragionare così – è meglio che io rinunci al mio hobby del terrorismo, se corro il rischio che gli sbirri mi facciano fuori». Se durante il periodo dal 1968 al 1985 la Magistratura avesse potuto legalmente togliere di mezzo qualche terrorista delle Brigate Rosse, all’Italia sarebbe stato risparmiato quel periodo di angoscia e di terrore che tutti conosciamo.

È vero che può capitare l’errore giudiziario. Ma l’errore può verificarsi in qualunque circostanza: e allora che dovrebbe fare il giudice? Rinunciare a fare il giudice per non rischiare di sbagliare? Vi sono dei casi nei quali il delinquente è talmente noto ed evidente, che rischia di essere linciato dalla folla.

Quanto al parere di Sant’Agostino riportato dal Papa, corrisponde solo ad una prima sua opinione. Ma poi, notando l’aumento della pericolosità degli eretici, venne nella convinzione che era meglio punirli con la morte. Interessante è invece l’opinione di Lutero, condannata da Leone X nella Bolla Exsurge Domine (Denz.1483), che non fosse «volontà dello Spirito Santo» condannare al rogo gli eretici.

C’è in ciascuno di noi un’inclinazione naturale e spontanea alla socialità ed alla solidarietà umana, una spontanea apertura verso tutti; ogni simile ama il proprio simile: questo avviene anche tra gli animali; ma purtroppo nel contempo troviamo in noi una tendenza all’egoismo, alla discordia, all’aggressione, alla malvagità, all’invidia, alla sopraffazione, alla crudeltà, che sono la triste conseguenza del peccato originale.

È una grave illusione credere che per togliere questi mali bastino buona volontà o le semplici forze umane, singole o collettive, se non c’è il soccorso della grazia. Ma occorre anche, più a monte, la luce del Vangelo anche per sapere con esattezza quali sono questi mali e quindi per delineare un modello di fraternità e di giusta società, benché questi valori e difetti possano in linea di principio essere già individuati dalla semplice ragion pratica.

Il concetto di fratellanza prende spunto dalla comunità familiare e viene applicato al rapporto con ogni persona umana, come se l’umanità fosse una grande famiglia, ma resta il dovere di amare i propri familiari più degli estranei, così come siamo obbligati ad amare la nostra patria più delle altre.

Il Papa parla anche del valore dell’amicizia, la quale aggiunge alla semplice fratellanza un più stretto ed intimo rapporto affettivo e di benevolenza, che, a differenza della misericordia, che è soccorso al misero e al bisognoso, è un donare gratuito, indipendente dall’esistenza di un bisogno o di un merito nell’altro, ma per puro amore generoso.

 L’amicizia è un amore di predilezione. Non abbiamo l’obbligo di essere amici di tutti, ma solo di coloro nei confronti dei quali Dio ha posto per diverse ragioni una maggiore proporzione, affinità e corrispondenza. Per questo dobbiamo amare gli amici di più degli estranei. In forza di una più profonda affinità, comunione e comunicazione, verso l’amico si desidera spontaneamente dare e ricevere, nella certezza di fare del bene e di farlo felice e di ricevere del bene che ci rende felici.

Fine Seconda Parte

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 11 ottobre 2020

 



Caino ed Albele di Marc Chagall
(Immagine da internet)

L’uccisione del fratello, come racconta il Genesi, è la prima ed immediata conseguenza del peccato originale. Esso infatti ci spinge ad invidiare e ad odiare il fratello, a essere, come dice Hobbes, non fratello, ma «lupo» per l’altro. Tuttavia resta in ciascuno di noi, anche nei più cattivi, una nostalgia dell’Eden e una fondamentale tendenza, non totalmente distrutta dal peccato, alla socialità, alla fratellanza e a voler bene agli altri. 
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 

[1] San Tommaso dimostra come possa esistere una vendetta (vindicatio) giusta: Sum.Theol., II-II, q.108.

 

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