Il Papa può essere Papa senza essere Vescovo di Roma? - Prima Parte (1/2)

 Il Papa può essere Papa senza essere Vescovo di Roma?

Prima Parte (1/2)

Una questione occasionata da Papa Francesco

Sappiamo come Papa Francesco tiene a definirsi come Vescovo di Roma e Pastore universale della Chiesa, mentre non parla mai del suo essere Successore di Pietro e Vicario di Cristo.  Quest’uso dell’attuale Pontefice ben si accorda con la fede degli scismatici orientali, i quali, se respingono la soggezione al Papa, tuttavia non hanno difficoltà a riconoscerlo come Vescovo di Roma o, come essi dicono, «Papa di Roma».

Ritengo inoltre che Papa Francesco, con l’uso di questo titolo, intenda ribadire implicitamente il dogma secondo il quale il Papa è il Vescovo di Roma. Da tempo i Papi non insistevano nel presentarsi in questo modo. Ciò secondo me ha insinuato in alcuni il dubbio su questo dogma. Per questo, ho ritenuto bene ricordare le fonti di questo dogma cogliendo l’occasione per sostenere che nel titolo di Vescovo di Roma sono già implicite tutte le prerogative del papato.

Ci chiediamo dunque in questo articolo: atteso che il Papa sia il Pastore universale della Chiesa ed attualmente Vescovo di Roma, si potrebbe ipotizzare l’eventualità che lasci la sede romana per diventare Vescovo, per esempio, di Washington o di Parigi? Cose di questo genere sono all’ordine del giorno in tutti gli altri Vescovi. Per fare un esempio fra mille: San Pio X, prima di diventare Papa fu Vescovo di Mantova e poi Patriarca di Venezia.

Che interesse può avere una questione del genere? Essa mi è nata riflettendo sull’insistenza con la quale Papa Francesco ha designato se stesso col titolo di Vescovo di Roma, a differenza dei Papi precedenti, i quali eventualmente mettevano in luce la loro autorità apostolica o il valore del loro magistero dottrinale o il loro esser Successori di Pietro.

Considerando altresì il forte interesse di questo Papa per l’ecumenismo, ho pensato che egli insista su questo titolo per motivi ecumenici. Vediamo allora che aggancio può avere esso col dialogo con i luterani e con gli ortodossi.

I «titoli storici» nell’Annuario Pontificio

Nell’Annuario Pontificio i titoli di Vicario di Cristo e di Vescovo di Roma appaiono in minore rilievo, sono scritti in caratteri tipografici piccoli, sono posti in basso e qualificati come «titoli storici» rispetto al titolo di Pastore universale della Chiesa, che il Papa ha messo nella massima evidenza subito sotto il suo nome.

Questa disposizione tipografica ed elencazione dei titoli del Papa è una novità voluta dallo stesso Pontefice per una sua precisa scelta pastorale, che nulla ha a che vedere con un significato dottrinale. Infatti alcuni cattolici, alla vista di questa nuova elencazione e disposizione tipografica dei titoli papali si sono allarmati come se Francesco avesse apportato un mutamento dottrinale, cosa assolutamente impensabile, in quanto i titoli messi in piccolo sono di carattere dogmatico, come possiamo verificare dalla citazione che farò più avanti della dottrina del Concilio Vaticano Primo e di quello Secondo.

«Titoli storici», dunque, non significa assolutamente, come hanno interpretato alcuni, «titoli del passato», ma titoli di origine storica, nel senso che essi non si trovano nel Nuovo Testamento e nemmeno nella Tradizione ecclesiale primitiva, come del resto lo stesso titolo di «papa», ma sono maturati gradatamente, sorti da una semplice riflessione della Chiesa, sviluppatasi sin dai primi secoli, sull’identità propria ed unica dell’ufficio petrino ovvero del ministero papale. 

Titolo che invece è diventato dogmatico è quello di «Romano Pontefice», che corrisponde esattamente a quello di Vescovo di Roma, collegabile con quello di summus pontifex dell’antica religione romana e con quello di Sommo Sacerdote attribuito dalla Lettera agli Ebrei a Gesù Cristo.

La comunità cristiana di Roma emerge in primo piano tra altre sin dalle Lettere di S.Paolo. Non fa meraviglia che Pietro la scelga come sede strategica per esercitarvi il suo episcopato, che, nel suo caso, coincideva col papato. Probabilmente Pietro pensò che, essendo capitale dell’Impero, gli avrebbe concesso più facilità nella diffusione del cristianesimo, anche se probabilmente dovette ricredersi, cosa che pare possiamo dedurre dall’appellativo di «Babilonia» (I Pt 5,13) dato alla città mentre egli era già e del resto di lì a pochi anni, come sappiamo, vi morì martire.

Tuttavia il piccolo seme era gettato ed avrebbe cominciato a dare i suoi frutti. Nella millenaria storia del popolo ebraico l’Ebreo sembra avere una particolare capacità di agire nascostamente all’ombra di grandi centri di potere a volte traendo grande vantaggio ed influendo su di essi, e a volte restando vittima delle reazioni del potente. Si potrebbero fare molti esempi nell’uno e nell’altro senso.

Sta di fatto che, se la Chiesa Romana, come sappiamo, ebbe molto da soffrire da parte degli Imperatori romani per tre secoli, con l’avvento di Costantino iniziò un’era di fortuna per il papato, che dura a tutt’oggi, giacchè non c’è dubbio che ancor oggi il Vescovo di Roma, anche grazie al contesto italiano ed europeo,  fruisce di ampia libertà, gli è concessa una posizione di alto prestigio, ed è oggetto di alta considerazione a livello internazionale, tutte cose che forse in altri luoghi non avrebbero potuto essergli concesse.  

Al riguardo è interessante il modo speciale col quale San Paolo nella Lettera ai Romani si rivolge alla comunità degli ebreo-cristiani di Roma. Lo fa con un certo tono autorevole, benché non da vera propria autorità, che doveva essere un’altra, ma Paolo non ne fa il nome e non vi accenna neppure.

Egli si limita a manifestare il suo progetto di venire a farle visita per «comunicarle qualche dono spirituale», un modo di esprimersi modesto, perché in realtà il contenuto dottrinale della Lettera è di grande importanza dogmatica, soprattutto  per quanto riguarda le istruzioni che Paolo le dà come a comunità ebraica che doveva comprendere meglio il modo di passare dal giudaismo al cristianesimo senza per questo dimenticare l’elezione d’Israele, circa la quale l’Apostolo si diffonde nei cc.9-11 della Lettera.

È chiaro, d’altra parte, da come Paolo si rapporta a questa comunità, che si tratta di una semplice comunità in formazione, che non si era ancora costituita come vera e propria Chiesa, altrimenti essa avrebbe dovuto avere un Vescovo. Tuttavia colpisce la lode speciale che Paolo fa a quella comunità dicendo che la fama della sua fede si stava spandendo in tutto il mondo (Cf Rm 1,8).

 A nessun’altra comunità, alla quale Paolo si rivolge nelle sue Lettere, benché già guidate da un Vescovo, come per esempio Tito e Timoteo, fa una simile lode. Già appare la comunità romana come particolarmente benedetta da Dio, quasi un presagio di ciò che secondo i piani misteriosi della Provvidenza essa è destinata ad essere e comincerà effettivamente ad essere istituzionalmente ed ufficialmente e non solo carismaticamente per tutta la Chiesa con l’imminente arrivo di Pietro. Ma dalla Lettera ai Romani non risulta come costoro fossero giunti alla conoscenza del cristianesimo e alla fede cristiana o chi l’avesse annunciata e predicata loro.  

Quanto a Pietro, certamente anche lui era venuto a sapere di questa eccezionale vitalità della comunità romana. Egli peraltro era ben consapevole della sua responsabilità di pastore universale della Chiesa affidatagli da Cristo ed aveva capito benissimo che doveva scegliersi come Vescovo una particolare comunità da guidare, come avevano fatto gli altri apostoli. Ma nel suo caso essa doveva trovarsi in un luogo, che potesse favorire al massimo la sua missione universalistica, un centro importante, che avesse influsso a largo raggio.

Pietro si chiese quale e dove poteva essere questa comunità-guida, della quale essere il Vescovo e dalla quale guidare tutta la Chiesa. In un primo tempo egli pensò di dover fare della comunità cristiana di Gerusalemme il centro direttivo di tutta la Chiesa. Del resto la cosa appariva del tutto conforme alla Scrittura, che fà di Gerusalemme la luce delle genti, la madre di tutti i popoli e il precorrimento terreno della Gerusalemme celeste ed escatologica, la patria dell’umanità salvata da Cristo. Gerusalemme infatti è l’unica città del mondo, alla quale Dio promette la vita eterna, anche se ciò non esclude nella terra dei risorti, anche la risurrezione di tutte le città di questa terra.

Senonchè, come narrano gli Atti egli Apostoli, già subito dopo l’ascensione di Cristo al cielo, la piccola comunità cominciò ad essere perseguitata dalle autorità giudaiche, per cui con tutta probabilità per questo motivo Pietro con altri fedeli e collaboratori, pensò di lasciare la sede gerosolimitana per una nuova sede ad Antiochia, dove esisteva una comunità così fiorente che gli Atti degli Apostoli narrano che in quella città «i discepoli per la prima volta furono chiamati “cristiani”» (At 11,26).

Ma nel contempo, Cristo Signore aveva altresì comandato agli apostoli di predicare inizialmente a Gerusalemme, per poi estendere la predicazione a tutto  il mondo. Così Pietro pensò di accettare la guida della comunità gerosolimitana  come comunità-guida per tutta la Chiesa, una comunità locale per il tramite della quale guidare tutte le altre comunità ecclesiali locali o, come diremmo oggi, le «diocesi».

Egli inoltre aveva capito benissimo che il Signore, affidando a lui una Chiesa che avrebbe dovuto durare fino alla fine del mondo, avrebbe dovuto fissare una norma che garantisse che ci fossero dei successori nel suo ufficio fino alla fine del mondo. Ed ecco l’istituto della successione apostolica.

Ma restava la questione: il Papa doveva essere Vescovo sempre della stessa diocesi o avrebbe potuto a suo arbitrio cambiar sede episcopale, come oggi avviene per i Vescovi? Non pare che all’inizio Pietro avesse le idee chiare su questo punto. Per questo, non ebbe problemi ad abbandonare la sede gerosolimitana per fondare una sede ad Antiochia.

Ma dopo poco tempo Pietro pensò che Antiochia non fosse sufficiente per l’irradiazione del Vangelo, che a lui spettava in modo eminente ed esemplare come Papa. E fu così che pensò a Roma, per i motivi detti sopra. Era un’impresa che poteva apparire azzardata e certamente vi saranno state accese discussioni su questa idea di Pietro, che ad alcuni dev’esser parsa folle. Ma egli sentiva che lo voleva il Signore e con immenso slancio e coraggio, come del resto era nel suo temperamento, ora rafforzato da una fede eroica, confidando nella forza del suo carisma papale, andò a Roma in quella comunità molto promettente e dinamica, che già Paolo aveva segnalato e lodato.  

Certamente però, giunto a Roma, Pietro non poté evitare di riflettere sulle esigenze organizzative e giuridiche che sorgevano dal fatto che il Signore aveva predetto che il suo ministero sarebbe durato fino alla fine del mondo. Per questo, illuminato dallo Spirito Santo, deve evidentemente aver deciso di fissare la regola di quella che poi si sarebbe chiamata «successione apostolica» perché, a partire dal suo successore Lino, tale successione cominciò ad entrare in funzione per non interrompersi più nei secoli fino ad oggi a Papa Francesco.

Sorge insomma nei Papi, sin dall’inizio, per rispetto al fatto che Pietro è stato Vescovo di Roma, la convinzione, poi rivelatasi dogmatica, che il Papa è il Vescovo di Roma e il Vescovo di Roma è il Papa. Quindi non fu più possibile ai Papi successivi e non sarà più possibile ai Papi futuri mutare la propria sede romana, perché l’essere Vescovo di Roma entra nell’essenza del papato. O il papa è Vescovo di Roma o non è Papa.

Non sappiamo a questo riguardo quale Papa per primo abbia concepito questo principio. Di fatti sin dagli inizi tale assioma fu presso tutti i fedeli fuori discussione, benché non sia mai stato formulato esplicitamente fino al medioevo. Importante a questo riguardo è la definizione solenne contenuta nella Bolla Unam sanctam di Bonifacio VIII del 1302: «dichiariamo, diciamo e definiamo che per ogni creatura umana l’assoggettarsi al Romano Pontefice è del tutto necessario alla salvezza» (Denz.875). Più avanti citeremo le dichiarazioni contenute nella Costituzione dogmatica Pastor aeternus del Concilio Vaticano I[1].

Tutti i Papi hanno avuto questa convinzione, che possiamo considerare di fede, sebbene non sia fondata su di un ordine esplicito del Signore, ma essa fa riferimento alla scelta di Pietro di scegliere Roma come sede episcopale del Papa. Da qui la convinzione che il Papa può anche mutare residenza, ma anche là resta Vescovo di Roma.

Da quello che Paolo insegna alla comunità cristiana romana si vede che la formazione di questa era ancora immatura per il fatto che egli dà ad essa delle istruzioni che non hanno il carattere di un perfezionamento finale nell’edificazione della comunità ecclesiale, ma semplicemente ne gettano le basi, tanto che l’ecclesiologia della Lettera ai Romani è diventata un documento essenziale per la catechesi riguardante le basi della vita ecclesiale. E si capisce che Lutero, che intendeva ritrovare le origini dottrinali del mistero della Chiesa, abbia dato tanta importanza alla Lettera ai Romani.

Il Papa insegna infallibilmente

che il Romano Pontefice, è infallibile nel magistero dottrinale 

Sembra un circolo vizioso, ma così non è. Sembra infatti che si dica: dobbiamo accettare per fede che il Papa è infallibile sulla base della fede nella sua infallibilità. È vero infatti che noi cattolici crediamo che il Papa è infallibile perché ce lo insegna il Papa, del quale sappiamo che è infallibile.  Ma occorre fare attenzione che, per accettare il dogma dell’infallibilità, bisogna già sapere per fede che il Papa è infallibile. Così si scioglie l’apparente circolo vizioso ed appare la correttezza del procedimento logico.

E come siamo giunti a questa fede? Evidentemente per un’altra via, ossia per quella che ci fornice l’apologetica, la quale ci dà i motivi storici e razionali per giungere alla fede, per cui, supponendo che Dio ci abbia già illuminati dalla luce della fede, noi accettiamo per fede quello che il Papa c’insegna sui misteri della fede in nome della fede.  Sarebbe come a dire che una volta che l’uccello ha spiccato il volo ed è per aria, sa cogliere il moscerino che vola per aria, cosa che non potrebbe fare da terra.  Mediante la fede la ragione s’innalza alle cose celesti ed in tal modo capisce quello che da terra non saprebbe vedere.

Questo dogma dunque non c’insegna una verità di fede che prima non conoscevamo, ma ci conferma in una fede che già come cattolici possedevamo. Perché allora Pio IX ha voluto proclamarlo? Per dar coraggio e maggior certezza ai cattolici turbati e smarriti a causa degli attacchi contro il Papato da parte dei non-cattolici e dei non-credenti.

È impossibile dimostrare con esempi storici che un Papa si sia sbagliato nel definire una verità di fede o anche nel magistero ordinario di Sommo Pontefice e Maestro della fede. Quei pochissimi casi che vengono citati sono in realtà pronunciamenti di tipo pastorale o casi nei quali o il Papa esprime una opinione personale o un’opinione corrente o parla come dottore privato o non si è espresso bene o ha ceduto momentaneamente a qualche minaccia o è stato negligente o imprudente nel parlare.

Ci pare opportuno a titolo di documentazione, citare parte del testo introduttivo alla definizione dogmatica e dell’intero testo della stessa definizione dogmatica, dell’infallibilità pontificia, benché assai noti, tratti dalla Costituzione dogmatica Pastor aeternus del 1870. L’espressione decisiva è Romanus Pontifex, che fa chiaramente capire che il Sommo Pontefice è il Vescovo di Roma:

«Basandoci sulle chiare testimonianze delle Sacre Scritture ed aderendo agli ampli e perspicui decreti sia dei predecessori nostri i Romani Pontefici, sia dei Concili ecumenici, rinnoviamo la definizione del Concilio ecumenico di Firenze (Denz.1307), per la quale è di fede per tutti i cristiani che “la santa Sede Apostolica e il Romano Pontefice detengono  il primato su tutto il mondo e che lo stesso Pontefice Romano è successore del beato Pietro, principe degli Apostoli, ed è vero Vicario di Cristo, capo, padre e dottore di tutti cristiani; e che a lui nel beato Pietro è stata conferita la piena potestà di pascere, reggere e governare la Chiesa universale, così come è contenuto anche negli atti dei Concili ecumenici e nei sacri canoni”» (Ibid., Denz. 3059).

«La Santa Romana Chiesa detiene il sommo e pieno primato e principato su tutta la Chiesa cattolica; il che essa veracemente ed umilmente riconosce d’aver ricevuto dallo stesso Signore nel beato Pietro, principe o vertice, del quale il Romano Pontefice, con la pienezza della potestà, è successore; e come al di sopra degli altri  egli è tenuto a difendere la verità della fede, così anche, se sorgono questioni attinenti la fede, devono essere definite dal suo giudizio» (Citazione dal Concilio di Lione II del 1274, Denz.861, fatta dalla Costituzione dogmatica Pastor aeternus del Concilio Vaticano I del 1870, Denz. 3067).

«Insegniamo e definiamo che è dogma divinamente rivelato che il Romano Pontefice, quando parla dalla cattedra di Pietro (ex cathedra), cioè, quando svolgendo il suo ufficio di pastore e dottore per la sua suprema autorità apostolica definisce una dottrina di fede o di morale da tenersi dalla Chiesa universale, grazie all’assistenza divina a lui promessa nel beato Pietro, si vale di quella infallibilità, della quale il divino Redentore volle che fosse fornita la sua Chiesa nel definire una dottrina  di fede o di morale; per cui queste definizioni del Romano Pontefice sono irreformabili di per sé (ex sese), non per il consenso della Chiesa» Denz.3074).

Aggiungiamo l’insegnamento del Concilio Vaticano II:

«Il collegio o corpo episcopale non ha autorità se non lo si concepisce insieme con il Romano Pontefice Successore di Pietro, quale suo capo, che conserva integralmente il suo potere primaziale su tutti pastori e fedeli. Infatti il Romano Pontefice, in virtù del suo ufficio di Vicario di Cristo e di Pastore di tutta la Chiesa, ha sulla Chiesa la potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente. L’Ordine dei vescovi, che succede al collegio degli apostoli nel magistero e nel governo pastorale, nel quale anzi si perpetua ininterrottamente il corpo apostolico, è pure soggetto di suprema e piena potestà su tutta la Chiesa, insieme con il suo capo il Romano Pontefice» (Lumen Gentium, n.22).

Da notare che l’infallibilità del Vescovo di Roma è il vertice direttivo e l’espressione culminante dell’infallibilità della stessa Chiesa o diocesi di Roma. Come dice il Concilio Vaticano II, il popolo di Dio, sotto la guida del Papa, è infallibile nel credere. In questo senso Lutero ha ragione, quando parlava dell’infallibilità del cristiano come tale. Il suo sbaglio era quello di negare l’infallibilità del suo pastore il Papa.

Se Dio avesse voluto, avrebbe effettivamente potuto illuminare infallibilmente e direttamente tutti gli uomini nella verità salvifica. Ma tale non è il piano effettivo e storico della salvezza, che prevede invece la mediazione degli apostoli con a capo Pietro.

È questa infallibilità dottrinale che è la base e il presupposto teoretico dell’esercizio del governo pontificio e quindi della stessa Chiesa di Roma su tutta la Chiesa e su tutte le Chiese locali ovvero le diocesi del mondo. In tal senso S.Ireneo dice che la Chiesa Romana è quella che presiede sulle altre nella carità. È la fautrice dell’unità nella varietà e nella carità.

Ma a tal riguardo occorre notare una conseguenza importante che caratterizza la natura della Chiesa: che la Chiesa Romana, grazie alla sua indefettibilità è l’unica diocesi del mondo che fruisce con assoluta certezza della promessa di Cristo fatta a Pietro che le forze dell’inferno non potranno prevalere sulla comunità cristiana da lui guidata. Certo, Cristo si riferisce alla Chiesa universale nel suo complesso e non alla sola diocesi di Roma. Comunque, sta di fatto, e la storia lo dimostra, che qualunque diocesi può essere distrutta e scomparire dalla storia, ma non la diocesi di Roma. Possiamo certamente aggiungere il Patriarcato di Gerusalemme, che è citato addirittura dalla Sacra Scrittura[2].  

Lutero non nega che il Papa sia il Vescovo di Roma,

ma ne nega l’infallibilità 

Come sappiamo, Lutero, ancora zelante ed osservante monaco agostiniano, fu nel 1510 incaricato dai Superiori di farsi latore al Papa di una delicata istanza di riforma dell’Ordine travagliato da fenomeni di decadenza. In questa occasione Lutero dà prova della sua devozione per la Sede di Pietro e per la Città eterna visitando le chiese e i trofei dei martiri, celebrando devotamente molte Messe, acquistando molte indulgenze ed accostandosi con fervore al sacramento della penitenza. 

Era allora ben lontano da quella empia ribellione al Papa di pochi anni dopo, che lo avrebbe portato a lanciare ai suoi seguaci il famoso grido di guerra: «Los von Rom!»: «Via da Roma!». E tuttavia, anche dopo che cadde nell’eresia, ebbe a dire che non avrebbe avuto difficoltà a tornare a sottomettersi al Papa, se avesse accettato le sue dottrine, che il Papa considerava eretiche. Non aveva quindi difficoltà a riconoscere il Papa come di fatto Vescovo di Roma, successore di S.Pietro e pastore della Chiesa visibile e cattolica.

Lutero naturalmente conosceva benissimo il fatto storico della successione apostolica dei Papi. Quello che negava ad essa era il diritto e il fatto di avere nel loro Magistero conservato intatto il messaggio evangelico nel suo significato autentico ed originario. Riteneva, per esempio, che Papa Leone X si sbagliasse nell’interpretare la dottrina paolina della giustificazione. Ed affermava ciò in base alla sua interpretazione della dottrina di San Paolo, che riteneva essere quella giusta.

Aveva un atteggiamento simile a quello col quale i lefevriani oggi accusano di modernismo Papa Francesco in base alla loro interpretazione della Tradizione. L’unica differenza sta nel fatto che mentre costoro pretendono di correggere il Papa alla luce della Tradizione, Lutero faceva la stessa cosa alla luce della Scrittura.

La successione apostolica

Come sappiamo, la successione apostolica è quel succedersi di un Papa all’altro, quel passarsi le consegne, per il quale il precedente trasmette al seguente il messaggio evangelico nella sua integralità e nel suo vero significato, in modo che il Papa seguente lo recepisce, lo intende e lo conserva nel medesimo senso inteso dal Papa precedente e lo trasmette a sua volta al successivo.

Ogni Papa dice al suo successore quello che dice San Paolo ai suoi discepoli: «ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso» (I Cor 11,23). Questo trasmettere, questo tradere fedelmente senza alterazioni o mutamento di senso al successore ciò che il Papa regnante ha ricevuto dal predecessore non è altro che l’esercizio della tradizione o vivente Magistero pontificio, fondato sulla Sacra Tradizione degli apostoli, testimone della divina Rivelazione, insieme con la Sacra Scrittura, tradizione che quindi è atto proprio innanzitutto e al di sopra di tutti dei Romani Pontefici.

La tradizione apostolica e quella ecclesiastica o magistero pontificio, prima quindi di essere un corpo di testi scritti, è atto vivo del trasmettersi orale l’un l’altro gli insegnamenti orali del Signore. La tradizione, prima che essere scritto è predicazione. Da notare che Lutero stesso dava più importanza alla predicazione della Parola che alla Parola Scritta: «non de Evangelio scripto, sed de vocali loquor»[3]. Quindi il famoso «sola Scriptura» suppone la polemica contro la Tradizione cattolica, ma non contro il primato della predicazione fedele al Vangelo, attuata di generazione in generazione con l’assistenza dello Spirito Santo. È questa la tradizione luterana.

Occorre però tener presente che tipico del luterano è il trattare Lutero con la stessa indipendenza con la quale egli trattava la dottrina della Chiesa, per cui nell’età moderna abbiamo avuto luterani come Leibnitz, che ha riabilitato l’apologetica (la sua «teodicea»), come Wolff, che ha riabilitato la metafisica, Kant ed Hegel, che hanno sostenuto il valore assoluto della ragione e della libertà e un concetto idealistico di Dio, Fichte e Schelling, che sono caduti nel panteismo dell’«Io assoluto», Kierkegaard e Pannenberg, che sono stati ammiratori di S.Tommaso, Schleiermacher, che ha confuso la fede col sentimento, Dilthey, che ha negato l’immutabilità de dogma, Bultmann, che ha negato il sacrificio di Cristo, ha considerato il dogma trinitario come inficiato dal dualismo greco, ed ha negato la storicità dei Vangeli, l’esistenza dell’inferno e del diavolo, Bonhöffer, che ha negato gli interventi di Dio nella storia, Cullmann, che ha riconosciuto che Cristo sceglie Pietro come capo della comunità e non come eletto dalla comunità, Harvey Cox, che riduce il cristianesimo alla secolarità.

Da qui vediamo quanto sia insensata l’accusa fatta dai lefevriani ai Papi del postconcilio di non essere fedeli alla Tradizione. Essi che si proclamano contrari a Lutero non si accorgono di ripetere in ciò il suo stesso errore. È da notare pertanto che col fatto soprannaturale della successione apostolica si realizza l’assicurazione del Signore che ogni Papa intende esattamente la sua Parola e la trasmette intatta e nel suo vero senso di generazione in generazione fino alla fine del mondo. Se ciò non dovesse avvenire, bisognerebbe dire che le parole del Signore: «io sono con voi fino alla fine del mondo» sono false.

Ora è fuor di dubbio che, data la fragilità umana, avviene spesso che un discorso riportato o trasmesso di bocca in bocca venga frainteso o mal interpretato o alterato. Se ciò avviene nella trasmissione da un individuo all’altro, figuriamoci cosa non può avvenire nello spazio di 2000 anni.

Se dunque la previsione di Cristo si avvera nei successori di Pietro, come si può constatare da un obbiettivo esame della storia del Magistero pontificio, vuol dire che essi si trasmettono infallibilmente l’un l’altro il Vangelo, cosa di cui essi umanamente non sarebbero capaci, considerando altresì la soprannaturalità dei contenuti, se non fruissero di una speciale assistenza dello Spirito Santo, che è appunto ciò che Cristo promette e garantisce agli apostoli e ai loro successori.

I testi stessi neotestamentari non sono altro che tradizione orale messa per iscritto, non sono altro che la più antica testimonianza della successione apostolica. Crediamo forse che le Lettere di Paolo non siano state approvare da S.Pietro? A parte il trascurabile incidente di Antiochia, connesso con un problema puramente pastorale-disciplinare, è notoria ed esemplare la soggezione di Paolo all’autorità dottrinale di Pietro (Gal 1,18-2,2).

A Lutero è sfuggito questo fatto della successione o tradizione apostolica, che risulta dalla stessa dottrina neotestamentaria, per cui vanamente egli si appella al Vangelo per negare l’indefettibilità della tradizione apostolica chiaramente connessa con l’infallibilità del Magistero dei Pontefici Romani.

Per questo, per Lutero il semplice fatto storico della successione apostolica non andava considerato come garanzia divina di un’infallibilità del Papa di essere interprete del Vangelo e maestro della fede a tutta la Chiesa. Con tutto ciò Lutero, anche da eretico, mantenne sempre la fede nei dogmi fondamentali del cristianesimo, quali i dogmi cristologici e trinitari dei primi Concili, che in fin dei conti erano stati sanciti dai Papi.

Negata l’infallibilità pontificia, la successione apostolica non appariva a Lutero niente più che un dato storico privo d’interesse ai fini di conoscere la verità salvifica che proveniva solo dalla Scrittura e alla quale qualunque battezzato poteva accedere, senza bisogno di mediazioni papali, essendo già egli stesso infallibilmente illuminato dallo Spirito Santo.

E come perdeva d’interesse la precedente storia del Magistero pontificio, così pure appariva superfluo l’interesse per i luoghi sacri del cattolicesimo, in particolare la Roma cristiana, ma poi tutti qui luoghi sacri, come per esempio i Santuari mariani, che fino ad allora erano stati meta di pellegrinaggi e oggetto di speciale devozione.

Ma è interessante come questa scomparsa dell’interesse per la spaziotemporalità, che rivestiva sensibilmente la Chiesa cattolica, con la nuova Chiesa di Lutero, che non poteva evidentemente essere semplicemente una Chiesa «invisibile», cominciò a nascere nei seguaci di Lutero,  un enorme accuratissimo e puntiglioso interesse, spesso pedante ed eccessivamente erudito, per le scienze storiche, bibliche, archeologiche, filologiche, numismatiche, geografiche, naturali,  dell’arte, della tecnica, delle religioni, della filosofia, dei costumi, delle società e delle letterature: vana sostituzione delle scienze e della storia ecclesiastiche, anche se in se stesse preziose.

Fine Prima Parte (1/2)

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 16 aprile 2021

 


Sorge nei Papi, sin dall’inizio, per rispetto al fatto che Pietro è stato Vescovo di Roma, la convinzione, poi rivelatasi dogmatica, che il Papa è il Vescovo di Roma e il Vescovo di Roma è il Papa. Quindi non fu più possibile ai Papi successivi e non sarà più possibile ai Papi futuri mutare la propria sede romana, perché l’essere Vescovo di Roma entra nell’essenza del papato. O il papa è Vescovo di Roma o non è Papa.


Non sappiamo a questo riguardo quale Papa per primo abbia concepito questo principio. Di fatti sin dagli inizi tale assioma fu presso tutti i fedeli fuori discussione, benché non sia mai stato formulato esplicitamente fino al medioevo. 

Importante a questo riguardo è la definizione solenne contenuta nella Bolla Unam sanctam di Bonifacio VIII del 1302: «dichiariamo, diciamo e definiamo che per ogni creatura umana l’assoggettarsi al Romano Pontefice è del tutto necessario alla salvezza» (Denz.875). 

Tutti i Papi hanno avuto questa convinzione, che possiamo considerare di fede, sebbene non sia fondata su di un ordine esplicito del Signore, ma essa fa riferimento alla scelta di Pietro di scegliere Roma come sede episcopale del Papa. Da qui la convinzione che il Papa può anche mutare residenza, ma anche là resta Vescovo di Roma. 

Immagini da internet


[1] Vedi la trattazione di questo argomento in C.Journet, L’Eglise du Verbe Incarné, Desclée de Brouwer, Bruges 1962, pp.550-558.

[2] Mi permetto di rimandare al riguardo al mio articolo LE CHIESE PASSANO, LA CHIESA RESTA, Sacra Doctrina, 6,1990. pp.633-645.

[3] Cit. da Y.Congar, Vera e falsa riforma della Chiesa, Jaca Book, Milano 1972, p.320.

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