Lettera aperta a Luigino Bruni

Lettera aperta a Luigino Bruni

Caro Luigino,

ho letto il tuo articolo[1] su Avvenire del 22 scorso. Il Concilio di Trento non ha bloccato, come tu dici, gli inizi di riforma che sarebbero stati rappresentati da Erasmo di Rotterdam, il quale col suo umanesimo secolaresco disprezzava il monachesimo e preannunciava piuttosto il Rinascimento. Lutero non fece male a criticare in lui la sua tendenza pelagiana, ma cadde nell’eccesso contrario di negare il libero arbitrio[2].

Ma se volevi citare alcuni autentici riformatori precedenti a Trento, avresti dovuto citare Santa Caterina da Siena e il Savonarola. Il Concilio di Trento ha assunto questa vera riforma, e non poteva non opporsi a Lutero, il quale rifiutava quelle che tu chiami «antiche pratiche meticce (culto dei santi, devozioni, indulgenze, voti, reliquie…)»[3].

Inoltre, poteva forse il Concilio di Trento accettare la proposta di Lutero di abolire la Messa, affermando, come riferisci tu, che essa sarebbe una «ripetizione» del sacrificio di Cristo? Su questo punto il Concilio non poteva che ribadire il valore della Messa, che è il rito del culto divino istituito da Cristo.

Diciamo piuttosto che il Concilio ha attuato la vera riforma contro la proposta di Lutero il quale credeva che la Messa fosse opera di magia, e ne fraintendeva la vera natura. Si capisce allora che, come riferisci tu, «la reazione cattolica qui fu davvero molto forte», giacchè il Concilio chiarì che la Messa non è affatto una "ripetizione" del sacrificio di Cristo, ma che è una repraesentatio (Denz.1740) del sacrificio di Cristo.  

Quando celebro Messa io insieme con tutti i sacerdoti del mondo, non ripeto il sacrificio di Cristo come Pavarotti che ripeteva uno spettacolo alla Scala di Milano, ma grazie al potere sacerdotale che Cristo mi ha conferito per le mani del Vescovo che mi ha ordinato, io, in persona di Cristo, nella potenza dello Spirito Santo da me precedentemente invocato, ripresento, rendo presente, riattualizzo incruentemente qui sulla terra IL MEDESIMO ETERNO SACRIFICIO SEMPRE ATTUALE DI CRISTO RISORTO IN CIELO, sacrificio cruento che Cristo 2000 anni fa ha offerto UNA VOLTA PER TUTTE al Padre nello Spirito Santo per la nostra santificazione.

Quanto alla tua polemica contro la spiritualità dolorista, posso essere d'accordo con te in riferimento alla letteratura ascetica promossa dalla Controriforma fino all'epoca del Concilio Vaticano II, allorchè il Concilio ha posto rimedio a questo clima rigoristico ed ha avviato uno stile di vita improntato ad un saggio equilibrio fra lo spirito e la carne e ad una spiritualità non dualista, ma incarnazionista.

Tu, però, con la tua polemica antirigoristica e buonista sei fuori tempo. Essa poteva andar bene negli anni ’50 del secolo scorso, ma il problema di oggi non è il dolorismo, il rigorismo, il masochismo, lo scrupolo. Il problema è quello dell'edonismo, del lassismo, del permissivismo. L'idolo di oggi non è il Dio del Concilio di Trento, ma il sesso, il danaro, il potere, il sapere.

Oggi occorre un richiamo in senso opposto, ossia occorre richiamare a una vita sobria, castigata, penitente, disposta al sacrificio e alla pratica della penitenza,  a una vita austera e sobria, moderatrice delle passioni, penitente, laboriosa, giacchè il Concilio, con la riforma del costume, ha eliminato questa tendenza dolorista ed inoltre, con la riforma liturgica, ha messo in luce nella Messa l'aspetto pasquale e la prospettiva escatologica della Messa, senza per questo negare il suo essenziale aspetto sacrificale, giacchè tu sai bene che è passando dalla croce che giungiamo alla resurrezione.

La tua polemica contro il dolorismo e il masochismo poteva andare bene ancora negli anni ’50 del secolo scorso, ma le esigenze di oggi sono all’estremo opposto: oggi bisogna richiamare la gente soprattutto alla temperanza sessuale, alla vita sobria, all’amore per il sacrificio. Dunque il Dio proposto dal Concilio di Trento e riconfermato dal Vaticano II non è il Dio che mi perdona senza che io mi addolori e faccia penitenza dei miei peccati, ma è il Dio che per amor nostro, ci ha DONATO SUO FIGLIO CROCIFISSO E RISORTO perchè potessimo essere salvati. Questo è il vero Dio. Il Dio odiato da Nietzsche è questo Dio, al quale sostituisce DIONISO, che non è il dio della castità, ma della lussuria, non è il dio della povertà ma dell'egoismo, non è il dio dell'obbedienza ma della superbia.

Anche la tua polemica contro il merito è fuori luogo e risente dell’eresia di Lutero, il quale, come è noto, escludeva la collaborazione delle nostre opere e del nostro sacrificio al Sacrificio di Cristo. Se la grazia è gratuita, per salvarci è necessaria la nostra libera adesione all’amore misericordioso del Padre per mezzo della Croce del Figlio. La salvezza, certo, è gratuita perchè è dono di Dio. Ma se è costata il sangue dell’Innocente Agnello, noi peccatori non dovremmo pagare nessun prezzo?

Ora è logico che quanto più uno lavora, tanto più guadagna. Lavorare per il regno di Dio è il più bel lavoro che ci sia, per il quale in cielo accumuliamo ricchezze immarcescibili. Lutero sbagliava anche nel negare i meriti. È vero tuttavia che i meriti del cristiano non sono semplicemente naturali, ma soprannaturali, partecipazione ai meriti infiniti di Cristo. Gesù però nella parabola dei talenti è chiarissimo nel farci presente che se la salvezza è dono della grazia, il paradiso ce lo dobbiamo guadagnare con fatica ("la porta stretta") e sacrificio ("ogni giorno la nostra croce").

Il paradiso non è fatto per i pigri, i lavativi, gli scrocconi, gli spiriti molli, chi ha paura di soffrire, chi non sa soffrire o non si sacrifica per gli altri, i pesi morti, gli scansafatiche e chi vuol farla franca. Il Concilio di Trento insegna che lo stesso meritare è effetto della misericordia di Dio (Denz.1548).

Il meritare cattolico non ha niente a che vedere con la meritocrazia o l'arrivismo egoista calvinista o capitalista, come pensi tu, ma è generosità, laboriosità, spendersi per gli altri, nobile intraprendenza, traffico dei talenti ricevuti.

Il Dio "misericordioso" di Lutero (che è anche quello di Von Balthasar e di Rahner) non è il vero Dio biblico che fa giustizia, ma il Dio "dolce, buono e comprensivo" che premia gli ipocriti, i diffamatori, gli impostori, gli oppressori, i ladri, gli strozzini, i pedofili, gli assassini, i terroristi, i sodomiti, i bestemmiatori, i nazisti: tutti salvi! Tutti buoni! Tutti scusati! Tutti in paradiso!

Hai intitolato il tuo articolo «E se fosse un’alba di risurrezione?», riferendoti all’attuale situazione della Chiesa, nella quale il cadavere del Dio che è morto, direbbe Nietzsche, ammorba ancora l’aria e Dioniso non impera ancora. Fuor di metafora: è morto il Dio della riforma tridentina, acido e inesorabile giustiziere assetato di sangue, mentre non è ancora vincente il dolce Dio di Lutero, che, nella sua infinita misericordia, non chiude solo un occhio, ma tutti e due, non un Dio-imperatore che ci comanda quello che dobbiamo fare, ma un benevolo Dio-notaio e compassionevole, che prende nota compiaciuto di quello che facciamo.

Ebbene, caro Luigino, sì, si profila un’alba di risurrezione. Ma non è quella che credi tu. Essa è il ritorno del senso di responsabilità nella consapevolezza che non possiamo prenderci gioco di Dio credendoci autorizzati a peccare impunemente («pecca fortiter et crede firmius») senza che abbiamo da attenderci alcuna spiacevole conseguenza.

La vera risurrezione è la piena attuazione della riforma promossa dal Concilio Vaticano II, che è un miglioramento e in certo modo anche una correzione della riforma tridentina, e che assume anche gli elementi validi della riforma luterana. Ma la riforma del Vaticano II dev’essere interpretata non ad usum delphini dei modernisti e dev’essere difesa contro le critiche dei passatisti, in obbedienza all’interpretazione dei Sommi Pontefici e del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Per quanto riguarda il linguaggio col quale la Scrittura rappresenta il significato della morte di Cristo e il valore dell’opera della salvezza, non puoi dire che si tratta di un linguaggio «arcaico», oggi superato. Tu dici giustamente che si tratta di «amore». Ma quale amore? È, come dice Gesù stesso, l’amore più grande, ossia quello di chi dà la vita per i propri amici. Questo è il senso della morte di Cristo in croce.

Inoltre, tu che sei economista, apprezzato esperto di etica economica, dovresti apprezzare caldamente il fatto che la Scrittura usi metafore tratte dall’economia per esprimere il mistero della Redenzione, naturalmente da intendersi con saggezza, per non cascare in quelle grossolanità che tu denunci giustamente, come se l’opera della salvezza si riducesse a un semplice affare di mercato.

Infine, caro Luigino, se tu neghi il significato, il valore e il fine del Sacrificio di Cristo, fondamento dell'atto proprio del sacerdote e del sacrificio della Messa, così come sono insegnati dalla Scrittura, dalla Tradizione e dal Magistero della Chiesa, dimostri di negar fede alla Rivelazione cristiana così come è interpretata dal Magistero della Chiesa attualmente espresso nel Catechismo della Chiesa Cattolica (nn.599-618), per cui ti chiedo se queste tue idee che esprimi sono cattoliche o luterane. 

E quindi, caro Luigino, in base alle osservazioni che ti ho fatto, chiediti se la facoltà che ti è concessa di scrivere su Avvenire, quotidiano cattolico, ti dà una vera garanzia di professare una fede cattolica nella sua pienezza. Quello che però mi sentirei di dover dire è che ho l’impressione che non vi sia una sufficiente sorveglianza dei Vescovi su questo giornale comunemente considerato il «quotidiano dei Vescovi italiani». Episkopos vuol dire sorvegliante addetto alla protezione della gente da pericoli o danni ai quali può andar soggetta.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 26 aprile 2023

 


Il Concilio Vaticano II, con la riforma del costume, ha eliminato questa tendenza dolorista ed inoltre, con la riforma liturgica, ha messo in luce nella Messa l'aspetto pasquale e la prospettiva escatologica della Messa, senza per questo negare il suo essenziale aspetto sacrificale. 

Immagine da Intenet


[1] Prof. LUIGINO BRUNI, “E se fosse un’alba di resurrezione?”, Avvenire, Sabato, 22 aprile 2023, 

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/e-se-fosse-un-alba-di-resurrezione 

[2] Erasmo, Il libero arbitrio – Lutero, il servo arbitrio, Editrice Claudiana, Torino 1984.

[3] Lutero respingeva anche i pellegrinaggi. Noi frati domenicani, che gestiamo il Santuario della Madonna di Fontanellato presso Parma, dovremmo dissuadere i fedeli anche da questa «pratica meticcia»?

9 commenti:

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  2. Rev. Padre Cavalcoli,
    Ho letto basito l'articolo in questione, in cui in buona sostanza mi sembrava di leggere fra le righe: signori miei, per un millennio e mezzo circa (non so quando l'Autore faccia iniziare l'oscuro Medioevo) la Chiesa Cattolica Romana si è clamorosamente sbagliata. Sbagliata nella sua pastorale, nella sua agiografia, nella sua liturgia, nella sua spiritualità, nella sua direzione spirituale; ma non solo, si è sbagliata anche nel suo magistero universale e solenne (p. e. nei canoni del Concilio di Trento). A parte il carattere grottesco di una simile ricostruzione, io mi chiedo: ma allora ci si è sempre sbagliati, dai villani ai papi, dai dottori ai santi, finché non è arrivata "la teologia cattolica" (ma quale?) a "prendere le distanze dalla teologia dell'espiazione e dalla lettura sacrificale della passione di Cristo", e a rivelarci che, puta caso, una Santa Gemma Galgani, un San Pio da Pietrelcina o una... Madonna di Fatima hanno detto e vissuto nell'illusione di una teologia malvagia e sanguinaria dalla quale bisogna invece guardarsi con orrore? Questo tra l'altro equivarrebbe a dire che, per fare solo un nome, un Pio XI nello scrivere la "Miserentissimus Redemptor" non stava esercitando un magistero cattolico, visto che questa idea mostruosa della riparazione e dell'espiazione sostiene tutta la citata enciclica. Leggo poi nel "Rituale Romanum" attualmente in uso, alla rubrica "Absolutionis forma communis", che il sacerdote (come fa sempre il mio confessore) ha facoltà di aggiungere dopo l'assoluzione: "Passio Domini nostri Jesu Christi, merita beatæ Mariæ Virginis et omnium Sanctorum, quidquid boni feceris et mali sustinueris sint tibi in remissionem peccatorum, augmentum gratiæ et præmium vitæ æternæ. Amen". Ma quindi esistono i meriti dei santi? Quindi il male di pena che il penitente deve sostenere può cooperare alla remissione dei peccati e all'aumento della grazia e...meritarci la vita eterna? O sbaglia la Chiesa ancora oggi, imperterrita, nel proporre una lex orandi che ripugna alla vera immagine di Dio che la teologia ci ha infine regalato? E che dire di questa antica prece tuttoggi recitata da chiunque preghi il breviario, ai vespri del venerdì della IV settimana del salterio nel Tempo Ordinario: Qui culpa offenderis et pænitentia placaris, flagella tuæ iracundiæ, quæ pro peccatis nostris meremur, averte (= O tu che sei offeso dal peccato e placato dalla penitenza, storna i flagelli della tua ira che meritiamo per i nostri peccati).
    Ammetto, caro Padre, che al di là del tono antifrastico che ho usato, resto fra l'esterrefatto e lo scandalizzato quando leggo riflessioni consimili.

    Suo in Cristo,

    Pietro

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    1. Caro Pietro,
      comprendo il suo stato d’animo, che è quello di tutti i cattolici, ai quali sta a cuore il mistero della nostra eterna salvezza, che è il mistero della Passione, Morte e Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, così come è rappresentato in modo incruento nella Santa Messa celebrata dal sacerdote in unione con il santo popolo di Dio nella grazia dello Spirito Santo.
      Le parole di Luigino Bruni, a parte le cose accettabili che egli dice, sono certamente il segno della situazione di disagio e di falsa religiosità, forse non in tutti consapevole, nella quale molti cattolici oggi si trovano privi di una presenza zelante e autorevole di molti nostri Pastori, i quali sembrano distratti nella loro innegabile operosità da quelli che sono i loro doveri principali in quanto maestri della fede, e quindi mandati da Dio ad annunciare il Mistero di Cristo.

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    2. No, Padre caro, non “rappresentato”: “ripresentato”! La prima parola evoca finzione artistica; la seconda è quella corretta!

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    3. Caro Anonimo,
      il Concilio di Trento usa il termine “repraesentatio”, che alla lettera significa “presentare di nuovo”. Certamente c’è il rischio di interpretare questo termine come se la Messa fosse un sacrificio distinto da quello di Cristo. Invece è un renderlo presente. Essa cioè rende presente l’unico Sacrificio di Cristo.
      Indubbiamente questa “repraesentatio” non va intesa nel senso di “rappresentazione”, quasi fosse una rappresentazione teatrale, perché la Messa non è una rappresentazione del Sacrificio di Cristo. E in questo senso sono d’accordo con lei.
      Si potrebbe usare il termine “ripresentazione”, come dice lei, nel senso che la Messa ci presenta nuovamente il Mistero di Cristo. Cogliendo spunto da questo fatto, alcuni teologi parlano di “rinnovazione del Sacrificio di Cristo”, ma non nel senso che venga rinnovato in se stesso, il che non ha senso, ma bensì nel senso che viene presentato di nuovo o nuovamente. Quindi vanno bene sia “rappresentato” che “ripresentato”, purchè intesi nel senso che ho detto.

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  3. Padre, Dio la benedica! Avanti così, con lucidità, coraggio, fermezza e benevolenza nel denunciare le contraddizioni pubbliche fra chi professa un’aderenza, ma -a leggere ciò che scrive- ne traduce una troppo diversa e, mi permetta, davvero infelice. Che il Signore susciti tanti spiriti a puntello della Sua Chiesa, collaboratori nella verità, nella fede, nella carità operosa. Con amicizia e stima. Un fedele

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    1. Caro Anonimo,
      la ringrazio delle buone parole, che mi incoraggiano nel mio compito di servire il prossimo nella buona dottrina. E vedo che ha notato che nella mia critica a Bruni non c’è ombra di asprezza, ma che essa è dettata dalla carità.
      Dovere infatti della correzione fraterna, come ci dice il Vangelo, è quello di illuminare il fratello con un atteggiamento tale che egli si accorga che, nonostante il rimprovero ed anzi proprio attraverso il rimprovero fraterno, gli vogliamo bene.

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  4. Caro padre Cavalcoli,

    grazie per il suo contributo. A riguardo volevo citare un episodio aneddotico che mi ha fatto riflettere. Partecipando di ricente alla celebrazione del sacramento della cresima di una mia parente, mi ha colpito il fatto che durante l'offertorio il vescovo della mia diocesi non abbia recitato la formula "Pregate fratelli e sorelle perché il mio e vostro sacrifico...", come fa solitamente il mio parroco durante la celebrazione eucaristica, ma una cosa del tipo "Ricevi signore questa eucaristia simbolo della nostra comunione con Te...", ponendo quindi l'accento sull'aspetto comunitario ed escludendo l'aspetto del sacrificio. A me quella formula è sempre stata di supporto, proprio perché mi aiuta a capire come da lì a poco si riviva il grande sacrifico di Cristo e a entrare in questa "atmosfera".
    Ora, senza giudicare o criticare ingiustificatamente il mio vescovo, è giusta questa "correzione"? Nei gruppi di preghiera e catechesi per giovani adulti organizzati dalla diocesi che ho frequentato e frequento, a riguardo si è sempre posto l'accento sul doppio valore dell'eucaristia, comunione e sacrificio, quindi non vorrei giudicare la sua buona fede in ambito dottrinale. Tuttavia, se penso a persone che sono poco vicine alla vita di fede e che non conoscono bene il significato della messa, mi pare che la prima versione incentrata sul sacrificio sia più efficace nel trasmettere il significato profondo della messa, anche se può suscitare maggiore "scandalo" e risultare più complessa rispetto alla seconda. Lei cosa pensa a riguardo? Si sta perdendo un po' l'enfasi sulla messa come sacrificio per considerare solo l'aspetto della comunione (che per carità è giusto venga valorizzato)? A me a volte pare di sì, sentendo anche l'opinione di alcuni credenti praticanti e sacerdoti.
    Cari saluti

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    1. Caro Anonimo,
      effettivamente su questa questione su chi offre il sacrificio della Messa bisogna fare molta attenzione, perché si è diffusa un’idea al riguardo secondo la quale il celebrante non sarebbe il sacerdote, ma sarebbe la comunità.
      Ora, nel Messale sta scritto “il mio e il vostro sacrificio” per ricordare che il celebrante offre un sacrificio, certamente insieme con la comunità, se la comunità è presente, ma questa non concelebra con il sacerdote, ma partecipa e concorre all’offerta del sacrificio, che è offerto dal sacerdote, perchè è lui che agisce in persona di Cristo, e non la comunità. I fedeli, viventi in Cristo, esercitano il sacerdozio comune dei fedeli, che però, come dice il Concilio, è distinto non soltanto di grado, ma di natura, dal sacerdozio ministeriale del celebrante.
      Infatti il sacerdozio comune è semplice effetto della Cresima, mentre il sacerdozio ministeriale è un sacramento che il semplice fedele non possiede.
      Per questo è certamente superata l’espressione, che mi ricordo che sentivo da bambino prima del Concilio, “assistere alla Messa”, come se la Messa fosse uno spettacolo. Questo non è che sia sbagliato, perché è l’uso precedente al Concilio. Tuttavia, merito della riforma liturgica è stato quello di fare capire meglio ai laici la loro responsabilità e le loro facoltà relative alla celebrazione della Santa Messa.

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