Qual è il motivo della negazione del peccato originale? (Prima parte)


Qual è il motivo della negazione del peccato originale?

Prima parte

Virgo sine peccato originali concepta

Occorre ripristinare la fede nel peccato originale

La questione del peccato originale è di una tale importanza per la concezione cristiana della salvezza, che la sua mancata soluzione o l’accantonamento o la falsificazione o lo svilimento del concetto del peccato originale porta come logica conseguenza l’incomprensione dell’essenza profonda ed ultima del peccato e con ciò stesso l’ignoranza dell’origine del male di colpa e di pena, e per conseguenza l’ignoranza o un inadeguato ed illusorio semplicismo circa le vie, i mezzi e i metodi per la vittoria sul male o per la liberazione dal male, che è dono della Redenzione di Nostro Signore Gesù Cristo. 

Viceversa, la Rivelazione cristiana ha tra le sue principali finalità quella di rivelare all’umanità la prima origine del male di colpa e di pena, e quindi i mezzi e le vie per liberare l’umanità dal male. Dirsi cristiani e non sapere che cosa è il male, da dove viene e come se ne guarisce è come uno che si considera medico e non sa curare le malattie. 

Tutte le religioni, per loro natura, affrontano il problema del male e della liberazione dal male e si sforzano di porvi rimedio. Esse rendono l’uomo cosciente di essere peccatore e di essere castigato dalla divinità per averle disobbedito. Quando esse non si basano sul politeismo o sull’idolatria, o non sono guaste dalla superstizione, o non giacciono miseramente al livello della magia, che pretende temerariamente, dietro suggerimento del demonio, di piegare la volontà divina a quella dell’uomo, i sacrifici cultuali ed espiatori propri delle religioni servono appunto per placare l’ira divina ed ottenere dalla divinità perdono, grazie e favori. 

Alcune religioni più profonde, monoteistiche, ma che tendono al monismo e al panteismo, come l’orfismo, il platonismo, lo zoroastrismo, il manicheismo, il neoplatonismo, l’ermetismo, il catarismo, lo gnosticismo, l’induismo e il buddismo, hanno l’oscura percezione che l’uomo è decaduto da uno stato originario di felicità celeste ed è precipitato sulla terra.

 Senonchè, però, esse considerano l’uomo non come un ente mondano creato dal nulla, ma come una emanazione divina, una particella o una scintilla o un raggio della divinità, una divinità inferiore staccatasi dalla divinità suprema, una divinità decaduta, ma pur sempre divinità, per cui il peccato delle origini non è un vero e proprio male, cioè non è una vera e propria negazione od offesa alla divinità, ma è in fondo effetto della stessa essenza divina, la quale, per un moto  a lei stessa interno, si scinde e si oppone a se stessa, scendendo nella materia di per sè opposta alla divinità, materia che quindi è  il vero e proprio male opposto a Dio, il quale dunque non è il creatore della materia, ma anzi è suo nemico, perché da Dio ha origine  solo lo spirito. E quindi la materia è il male opposto a Dio, che è il bene.
In queste religioni, allora, la salvezza e la libertà dal male consistono nel fatto che l’uomo, che è puro spirito, la cui profonda essenza è quel Dio, dal quale si è separato, cadendo nella materia, cioè nel male e nella schiavitù, ritorni a quello stato originario divino, dal quale si è separato, abbandonando il corpo, che è principio di peccato e di infelicità. 

Il culto gnostico

Questa concezione della caduta originaria sembrerebbe aver qualche somiglianza con il dogma del peccato originale, ma in realtà tra di loro c’è un contrasto profondo e cioè che nello gnosticismo[1], che è la forma più dotta di quelle religioni e in certo modo le riassume tutte, Dio non è il creatore della materia e quindi del corpo umano e della natura fisica, mentre per loro, se di peccato originale si può parlare, esso non è stato una disobbedienza a Dio da parte dell’uomo, composto di anima e corpo, come è concepito dalla Bibbia, ma è stato una scissione interna alla divinità, un separarsi necessario, perché divino, della divinità da se stessa: da una parte Dio buono e dall’altra l’uomo peccatore, immerso nella materia; ma l’origine del peccato non è nella libera volontà ribelle  dell’uomo, ma nella primordiale, eterna e necessaria scissione interna della divinità (essere-non-essere, bene-male), che si è divisa in se stessa e da se stessa. 

Il peccato, allora, col conseguente castigo, per lo gnosticismo, non è la trasgressione delle leggi che Dio pone nel corpo umano e nella natura, perché questo mondo è estraneo a Dio ed appartiene al mondo del male; qui l’uomo può fare quello che vuole; ma è il peccato è il semplice fatto di essere entrato a contatto con questo mondo malvagio e pericoloso ed essere rimasto inquinato e infettato da esso, di esserne rimasto prigioniero. 

Allora, in che consisterà il culto religioso? Nel cominciare col riconoscere di essersi allontanati da Dio col peccato e di patirne le conseguenze. E fin qui va bene. Ma che vuol dire per lo gnostico «essersi allontanati da Dio?». Vuol dire che l’uomo ha dimenticato il suo vero essere e la sua origine divina, il suo vero io, che è un essere divino, un Io divino, puro spirito. L’uomo è un dio inferiore, che deve tornare al Dio sommo, dal quale si è staccato o dal quale lo stesso Dio supremo lo ha staccato da Sé, opponendosi al male, che è il mondo. E come il bene non si concilia col male, così per lo gnostico lo spirito non si concilia con la materia.

Nel culto gnostico, allora, l’uomo non offre a Dio, come troviamo nel cristianesimo, un sacrificio espiativo per ottenere il perdono dei peccati e la salvezza dell’anima e del corpo, ma compie un rito di liberazione dal corpo e dal mondo, per consentire allo spirito di ricongiungersi con Dio, recuperando la sua vera, originaria natura divina, divenendo un solo essere con Lui. 

Il pregio unico del cristianesimo

Allora bisogna dire, al di là di tutte queste aberrazioni, sia pur mescolate a verità, che il pregio unico della religione cristiana, erede e perfezionatrice della religione mosaica, religione cristiana che la pone al di sopra di tutte le altre religioni, dipende proprio dal fatto di essere l’unica ad essere stata fondata dal Figlio di Dio, onnipotente, sapienza e bontà infinite, giusto e misericordioso. La religione islamica raccoglie alcuni elementi della religione mosaica mescolandoli con credenze manichee e fatalistiche. 

Ma se non si tiene conto del fatto di questa caduta originaria, baluginata, sia pur tra gravi errori, alla mente stessa dei saggi di diverse religioni, ne verrà l’inevitabile e tragica, quanto logica conseguenza, di ignorare o svilire o negare il motivo, la ragion d’essere, le modalità e il fine dell’opera salvifica di Gesù Cristo, venuto appunto per liberarci dal male e da ogni male, e quindi l’ignoranza o la relativizzazione dell’intera etica cristiana e per conseguenza il crollo totale dell’intero cristianesimo, messo allo stesso livello delle altre religioni, cristianesimo che crolla così come crolla un edificio, del quale se ne siano minate le fondamenta. 

Infatti, un cristianesimo che ignora o minimizza il peccato originale o non lo considera un fatto storico, ma solo un mito o un simbolo, anche se salva tutti gli altri dogmi, nonché la concezione esatta dell’uomo e l’etica naturale insegnata dal Vangelo, anche se insegna la figliolanza divina e la speranza della vita eterna, un cristianesimo del genere si priva della sua essenziale dimensione storica, non capisce che la salvezza avviene nella storia, si svuota razionalisticamente dall’interno, come un uovo del quale si sia succhiato il contenuto; si riduce infatti ad essere niente più che un codice di urbanità o buona educazione o di buone relazioni sociali o un programma politico, appiattito sul presente, senza futuro e senza radici storiche ed ontologiche, un calmante contro le turbe psicologiche, un umanesimo utopistico, gnostico e buonista, un bel castello di carta, pronto a crollare all’urto  della malizia umana, al minimo soffio delle potenze mondane e degli assalti del demonio, che lo trattano come il gatto col topo. Diventa un sale insipido, degno di essere «calpestato dagli uomini» (Mt 5,13), non incute rispetto a nessuno e diventa meritevole di essere beffato e deriso. 

Come mai un cristianesimo senza peccato originale?

Per quale motivo questa tracotante ricerca di un cristianesimo senza peccato originale? Il motivo è, secondo me, perché, colpiti dalla nobiltà della figura di Cristo e dalla sua comunione con Dio, diciamo pure dalla sua divinità, si vorrebbe un cristianesimo che non parta da un riconoscimento delle proprie colpe davanti a Dio, colpe che ci hanno meritato di essere castigati, per cui occorre espiare per ottenere il perdono e la benevolenza divini, ma s’intende la vita umana come già dagli albori aprioricamente abitata da Dio (Lutero, Kant, Rousseau), per cui l’iter della condotta cristiana dovrebbe essere una continua ascesa, un’«autotrascendenza» (Rahner), senza intoppi o al massimo con qualche inevitabile e normale incidente di percorso, che sarebbe il peccato, fino al vertice massimo dell’umanità, che sarebbe il «punto Omega», Cristo stesso (Teilhard de Chardin).

Il fatto è che per troppo tempo l’autorità ecclesiastica ha tollerato, all’interno della Chiesa, soprattutto in questi ultimi cinquant’anni, interpretazioni errate del peccato, senza ascoltare le voci dei difensori della fede, finché siamo giunti alla drammatica situazione attuale, nella quale la Chiesa è invasa da tali tenebre, che sembrano prevalere le forze della menzogna, cosa che però, è vero, non avverrà mai grazie alle promesse fatte da Cristo a Pietro. Tuttavia, se la Chiesa in sé stessa resterà immune, ciò non impedisce ai singoli fedeli di perdersi. Da qui il dovere impellente fatto dal Vangelo ai pastori di impedire che le pecore siano sbranate dai lupi e il dovere delle pecore di non ascoltare i lupi travestiti da agnelli, ma la voce del buon Pastore.

Che cosa è il peccato originale e da dove deriva.

Il peccato originale è presentato dal racconto genesiaco, sia pur tra simboli occasionali, come un fatto storico, realmente accaduto, all’origine della creazione dell’uomo, il peccato commesso dalla prima coppia, dalla quale trae origine tutta l’umanità. È chiaro che i nomi Adamo ed Eva sono simbolici, ma l’agiografo, evidentemente illuminato da Dio e non in base ad un’informazione storica, chiaramente intende riferirsi a due persone umane realmente esistite, perché si tratta di un «megapeccato», un peccato gigantesco a dir poco, realmente commesso dai due, peccato dalla carica distruttiva che supera ogni nostra immaginazione, dalle conseguenze letali estremamente concrete, che interessano e interesseranno  tutta l’umanità fino alla fine dei secoli.

È chiaro altresì che quando la Chiesa parla al riguardo di fatto storico, non intende riferirsi alla miserevole storia della presente vita terrena e mortale, della natura decaduta, segnata dalle conseguenze del peccato originale, ma ad un fatto che, pur appartenendo ad un lontanissimo passato, è avvenuto su questa terra in condizioni sovraterrene, di una perfetta armonia dell’uomo con la natura, armonia che col peccato originale è venuta meno, per essere sostituita da condizioni di esistenza, per le quali la natura è diventata ostile all’uomo e l’uomo distruttore della natura.

Così il Concilio di Trento definisce il peccato originale: «Il primo uomo Adamo, avendo nel paradiso trasgredito il mandato divino, subito perse la santità e giustizia, nella quale era stato costituito ed incorse per l’offesa di tale prevaricazione nell’ira e nell’indignazione divina e quindi nella morte, che in precedenza Dio gli aveva minacciato e con la morte incorse nella schiavitù sotto il potere di “colui che della morte ha il dominio” (Eb 2,14), ossia il diavolo, e l’intero Adamo a causa dell’offesa di quella prevaricazione fu mutato in peggio nell’anima e nel corpo» (Denz.1511).

Il peccato originale è consistito nella pretesa di «diventare come Dio conoscendo il bene e il male» (Gen 3,6), vale a dire mettersi al posto di Dio nello stabilire il principio o la legge del bene e del male. A seguito del peccato originale ogni uomo viene al mondo con questa tendenza alla superbia, che contrasta con la naturale inclinazione ad assoggettarsi a Dio.

Paolo, dal canto suo, nella sua dottrina sul peccato originale, riprende le fila dal racconto del Genesi, chiarisce che cosa è avvenuto, anche qui ovviamente non grazie ad una informazione storica, ma per rivelazione divina, e sviluppa il discorso continuando a parlare di Adamo ed Eva come di due personaggi storici, allora da tutti perfettamente noti.

Riferendosi ad Adamo, enuncia l’essenziale della dottrina del peccato originale, ripreso dal Concilio di Trento (Denz.1512): «a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato» (Rm 5,12). Questo «perchè» (gr. ef’o)[2] si può tradurre anche, secondo la Vulgata di San Gerolamo, con «in quo», come ha fatto il Concilio di Trento, ossia «nel quale Adamo».

Non c’è una grande differenza tra le due traduzioni. L’essenziale, comune ad entrambe, è che nell’uno e nell’altro caso è chiaro che il peccato di Adamo sta all’origine dei peccati di tutti gli uomini. La prima traduzione ragiona così: «siccome tutti hanno peccato, vuol dire che a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo». Nella seconda si dice invece che «tutti hanno peccato in Adamo». Tutti hanno peccato nel peccato di Adamo.

Il Concilio di Trento spiega che la colpa di Adamo si è trasmessa (transfusum) a tutti «non per imitazione (imitatione), ma per propagazione (propagatione)». Questa precisazione del Concilio chiarisce il significato della prima traduzione, che potrebbe dar luogo a significare «imitazione». Sta qui il mistero dell’essenza del peccato originale, essenza che è ribadita da Pio XII nell’enciclica Humani Generis, laddove il Papa afferma che «il peccato originale proviene da un peccato veramente commesso da Adamo individualmente e personalmente e che, trasmesso a tutti per generazione è inerente a ciascun uomo come suo proprio».

Come può una colpa propagarsi per generazione?

Il fatto della propagazione per generazione è connesso col fatto che il peccato originale, secondo il dogma, è un peccato singolo della prima coppia umana, dalla quale appunto per generazione la colpa si propaga a tutti gli altri individui della specie. Per questo Pio XII nell’enciclica Humani Generis esclude l’ipotesi del poligenismo, perché renderebbe impossibile la propagazione per generazione dall’unica coppia iniziale.

Ma anche ammessa e non concessa l’ipotesi, la sola idea che la scienza possa dimostrarla, è già il segno di una pretesa esorbitante della scienza di pronunciarsi su di un argomento – l’origine dell’uomo –, sul quale essa non può aver competenza, perché va oltre il suo orizzonte empirico e sconfina nella metafisica, ossia sull’origine ontologica dell’essere umano, origine circa la quale solo la Rivelazione divina ci può informare, appunto col racconto della creazione dell’uomo.

Scoprire l’origine dell’uomo non è come scoprire l’origine di una tradizione vinicola o della coltivazione delle patate, cose che cadono sotto i sensi, mentre l’essere umano può essere compreso solo alla luce dell’essere, che supera l’oggetto empirico della scienza ed è oggetto della scienza dell’essere, che è la metafisica.

Come può una colpa propagarsi? Nel nostro comune modo d’intendere la colpa, essa appartiene esclusivamente al colpevole, a colui che ha commesso quella data colpa. Ezechiele enuncia chiaramente questo principio: «Colui che ha peccato e non altri deve morire; il figlio non sconta l’iniquità del padre; né il padre l’iniquità del figlio. Al giusto sarà accreditata la sua giustizia e al malvagio la sua malvagità» (Ez 18,20), «Il malvagio morirà nella malvagità che ha commesso» (Ez 33,14). Ezechiele corregge una visione fisicista della colpa, che fino ai suoi tempi era invalsa, ed era quella di considerare la colpa come una malattia ereditaria, che si trasmette di padre in figlio.

Ed è così che la Scrittura narra come Davide fu punito nel suo figlio, e si credeva che i figli scontassero le colpe dei padri (Ez 18,2). Ma la colpa del peccato originale, come apparirà chiaro da San Paolo, è di tutt’altro genere, perché non si tratta di un peccato personale e neppure di un peccato collettivo, che è una somma di atti personali aventi lo stesso oggetto, per esempio un gruppo di congiurati che uccide un governante innocente.

Certamente Adamo ed Eva hanno avuto la loro responsabilità personale nell’aver trasgredito il comando divino, ma nel contempo quel peccato non è stato solo il peccato di due individui, ma, come ha osservato acutamente San Tommaso, è stato un peccato della natura umana (peccatum naturae), come se fosse stata un unico soggetto agente.

Si capisce allora come tutti gli individui della specie umana, essendo soggetti alla specie, partecipano della colpa della specie.  Teniamo presente che siamo qui di fronte a un dato di fede, per cui sarebbe vano e fuorviante pretendere da questa dottrina una dimostrabilità razionale, che essa non ha né può avere, facendo riferimento a una realtà morale, che trascende la comprensione della ragione umana.

Come avviene la trasmissione della colpa originale?

Il dogma del peccato originale fa capire che gli uomini sono uniti e corresponsabili nell’agire morale nell’unità della natura umana molto di più che nella più stretta collaborazione fra i singoli. A questa dottrina paolina della solidarietà degli uomini nel peccato corrisponde l’altra profonda dottrina paolina dell’unione dei fedeli come membra del Corpo mistico di Cristo.

Certamente non è facile capire come uno stato dello spirito, qual è lo stato di colpa, possa passare di padre in figlio sulla base della generazione biologica, che è un fatto materiale. Parrebbe una dipendenza dello spirito dalla materia e quindi dal tempo.

Vediamo che cosa avviene. L’anima dei genitori, anche se purificata dal Battesimo, resta capace di trasmettere alla prole la macchia della colpa originale. Infatti la colpa è stata cancellata nella persona dei genitori, ma resta in loro in quanto membri della natura umana decaduta, perché ricordiamoci che la colpa intacca la natura prima che l’individuo. Ebbene, allorché il figlio è stato concepito, Dio crea la sua anima, di per sé incontaminata, perché uscita dalle mani di Dio. D’altra parte lo zigote, la prima cellula del nuovo individuo, è formata dai genitori contaminati dalla macchia originale.

 A questo punto l’anima del figlio, animando lo zigote contaminato, viene contaminata dalla colpa originale, la quale, benché cancellata nella persona dei genitori battezzati, resta nella natura umana che viene trasmessa al figlio e così questi viene contaminato nella sua persona per il tramite della natura. Ricevendo il Battesimo, la colpa viene cancellata nella persona, ma resta nella natura, così che la colpa potrà essere trasmessa alla prole. E il ciclo ricomincia.

Ci si potrebbe chiedere: come fa un accidente spirituale come la colpa, fatto di per sé per sussistere in una sostanza spirituale, cioè nell’anima, a contaminare una sostanza materiale, sia pur vivente, come lo zigote? Rispondo dicendo che la colpa originale non contamina lo zigote in quanto sostanza materiale, ma in quanto animato dall’anima spirituale, appena creata buona, infusa nello zigote.

Quanto alla colpa, essendo un accidente spirituale, è chiaro che non viene a sussistere nello zigote, in quanto sostanza materiale, ma dall’anima dei genitori, a causa dell’atto generativo da loro compiuto (per genarationem, Pio XII), passa o trapassa o, per usare il termine del Concilio di Trento, viene «trasfusa», nell’anima del figlio. In tal modo questi contrae la colpa, per cui, per liberarsene, ha bisogno del Battesimo.

Altra domanda: come fa un atto generativo, che è materiale, a trasmettere un accidente spirituale quale la colpa originale? Non occorre lo spirito per causare un qualcosa di spirituale? Rispondo dicendo che l’atto generativo non contiene la colpa, perché, essendo un atto materiale, non può essere soggetto di un accidente spirituale.

Per questo motivo, non è questo atto fisico, propriamente, a comunicare la colpa all’anima del figlio, ma è l’atto generativo in quanto causa strumentale dell’atto volontario, col quale i genitori hanno compiuto l’atto generativo. La causa propria e per sé della trasmissione della colpa originale non è l’atto generativo come tale, ma è l’atto generativo in quanto causato e voluto dalla volontà dei genitori, per cui qui è salvo il principio che solo un atto dello spirito può causare un effetto spirituale, nella fattispecie la colpa originale nell’anima del figlio.

Ultima domanda: ma se la presenza della colpa originale dipende sì immediatamente da un atto fisico, ma in fin dei conti dalla volontà dei genitori, e se è vero che la volontà può volere o non volere un effetto dipendente da lei, i genitori non potrebbero rifiutarsi di trasmettere al figlio la colpa originale?

Rispondo dicendo che la trasmissione della colpa originale dipende sì dalla volontà dei genitori, ma non dalla loro volontà personale, bensì dalla loro volontà come voluntas naturae, essendo la colpa originale un peccatum naturae. La loro volontà personale, pertanto, non può nulla contro questa trasmissione, perché essa non è effetto della loro volontà personale, ma della voluntas naturae che è la volontà della natura decaduta, comune a tutti i figli di Adamo, che agisce indipendentemente dalla volontà dell’individuo.

Come la Madonna ha potuto essere esente dalla colpa originale?

 Se Maria SS.ma è stata concepita senza macchia originale, ciò, come dice chiaramente il dogma, non è stato dovuto al fatto che i suoi genitori non hanno voluto trasmetterle la colpa originale, ma fu dovuto all’iniziativa gratuita divina – privilegio unico di Maria tra tutti i figli di Adamo bisognosi di salvezza – di salvare Maria in previsione dei meriti di suo Figlio, lasciandola immune dalla macchia maledetta, sicchè, quando Dio creò l’anima di Maria, quest’anima rimase pura e immacolata così come Dio l’aveva creata, senza che l’atto generativo dei suoi genitori avesse potuto macchiarla trasmettendole la colpa originale.

Per questo, Maria ebbe il privilegio di poter fruire della medesima perfezione morale, del medesimo stato d’innocenza e della medesima santità e giustizia di Adamo prima del peccato. Ella quindi fu esente anche dalle conseguenze morali e penali del peccato originale.

Dal punto di vista della condotta morale, Maria fu esente dall’inclinazione a peccare (la «concupiscenza»), che comporta una tendenza della volontà a disobbedire a Dio e la soggezione dello spirito alla carne, al mondo e al demonio. Per questo la Madonna non commise mai alcun peccato, neppure veniale. Per questo non ebbe mai bisogno di far penitenza o di esercitare una vita ascetica di correzione dei vizi o per domare gli impulsi della carne, perché tutto in lei era armonia, unità, ordine e pace.  Per volontà del Padre e partecipare all’opera redentrice del Figlio, Ella tuttavia assunse, senza averle meritate, ma solo per amor nostro e darci l’esempio, alcune conseguenze penali del peccato originale, come la sofferenza, l’ignoranza e la morte, senza che il suo corpo subisse la corruzione.

 La cacciata dal paradiso terrestre

Ecco il racconto del Genesi: «Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto. Scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita» (Gen 3,23-24).

Non bisogna lasciarsi ingannare dall’ingenuità del racconto, che ci fa pensare alla scenetta del custode di un giardino signorile, che scaccia due marmocchi, che si sono furtivamente introdotti a calpestare le aiuole. Si tratta qui di cosa ben più seria e che sfugge alla nostra comprensione attuale di figli di Adamo, anche illuminati dalla Rivelazione.

La cacciata dei progenitori dall’Eden, anche se rappresentata dall’agiografo come una qualunque storia di questo mondo, in realtà rappresenta un episodio sì storico, ma di quella storia preternaturale, nella quale occorre inserire lo stesso fatto del peccato originale. Esser cacciati dall’Eden, per Adamo ed Eva, ha voluto dire nè più nè meno che decadere dallo stato d’innocenza nello stato di natura decaduta, per loro e per tutta l’umanità, con la perdita della grazia e dei doni preternaturali corrispondenti di «santità e giustizia», dei quali parla il Concilio di Trento (Denz.1511).

Dov’era l’Eden?

Per quanto riguarda la difficile ma ineludibile questione della collocazione dell’Eden, la Scrittura lo presenta come un «giardino» (Gen 2,8, 15; 3,23-24), per cui a tutta prima sembrerebbe un luogo abbastanza limitato. Ma evidentemente si tratta di un’immagine simbolica per rappresentare la terra e l’universo armonizzati con l’uomo e sotto il pieno dominio dell’uomo; quindi questo stesso universo, ma in una condizione di soggezione all’uomo e di armonia con l’uomo, che adesso, dopo il peccato, è venuta meno per essere sostituita  da una condizione esistenziale, per la quale l’uomo si avverte come infinitamente distante dalla perduta possibilità edenica di dominare l’universo, a causa delle incalcolabili distanze tra i corpi celesti e le incalcolabili energie esistenti negli infiniti spazi, energie, le quali, ben lungi dal presentarsi come utilizzabili, appaiono ben piuttosto minacciose, anche se bisogna riconoscere con gratitudine a Dio che il rapporto della terra col sole e la luna è soddisfacente, così come è vivibile la vita sulla terra, residuo, questo, modesto ma significativo e incoraggiante, delle condizioni felici dell’antico stato edenico.

Quando è avvenuto il peccato originale?

Analogamente alla questione dello spazio, non bisogna omologare la storia della terra nella quale viviamo da figli di Adamo con la storia della creazione e dell’ordinamento della terra, così come è narrata dal racconto del Genesi - i famosi «sette giorni» (c.1 e 2,1-14), che termina narrando come Dio, dopo aver creato l’uomo, lo «colloca» (Gen 2, 8.15), nel giardino di Eden.

L’immagine del «giardino» non rettamente intesa può essere fuorviante, perché dà l’impressione di un luogo delizioso che possa trovarsi in questa terra, per cui è successo che alcuni si sono chiesti dove poteva essere questo meraviglioso giardino: in Persia? In India? Nel Tibet? Tutte domande completamente fuori luogo, perché l’Eden non è il creato come lo sperimentiamo in questa vita mortale, conseguente al peccato originale, ma è il creato così com’era nella sua integrità originaria, prima che fosse corrotto dal peccato.

Stando così le cose, la comparsa empirica dell’uomo su questa terra contaminata dal peccato, comparsa verificata o ipotizzata dalla scienza, non va confusa con la comparsa ontologica dell’uomo in quanto creato da Dio nell’Eden, della quale narra il Genesi. Infatti, la comparsa empirica è quella dell’uomo già esistente e nello stato di natura decaduta, mentre la comparsa ontologica dell’uomo in quanto creato da Dio nell’Eden, è un dato rivelato, che sfugge alle constatazioni, alle prove, ai controlli e alle verifiche della scienza.

Quanto all’antropologia filosofica, essa può dimostrare che l’uomo è creato da Dio; essa constata bensì il fatto della corruzione della natura umana, ma non è in grado di spiegare il perché originario e le cause prime di tale corruzione della natura. La risposta viene dalla Rivelazione con la dottrina del peccato originale e delle sue conseguenze.

Un conto è la comparsa dell’uomo decaduto
e un conto è la creazione dell’uomo edenico

Occorre invece distinguere molto bene, quando ci interroghiamo sull’origine dell’uomo, il punto di vista della scienza da quello della fede. Un conto è se si tratta dell’uomo edenico, oggetto della fede, l’uomo nello stato d’innocenza, dotato dei doni preternaturali della soggezione a Dio, dell’immortalità, dell’impassibilità, della giustizia originale, e del pieno dominio sulla natura.

E un conto è la comparsa empirica dell’uomo nel passato, che è la comparsa dell’uomo peccatore, oggetto della scienza, l’uomo decaduto dallo stato edenico e privo dei doni preternaturali. Si tratta di quella origine empirica dell’uomo, che è stabilita o ipotizzata dalla paleoantropologia in base ai reperti fossili, che dimostrano una somiglianza dell’uomo con la scimmia.

Mentre la comparsa ontologica dell’uomo narrata dalla Scrittura avviene al «sesto giorno», ossia al termine dell’opera creatrice dell’universo e di una lunga evoluzione cosmica, che prepara la creazione dell’uomo, la comparsa empirica dell’uomo avviene essa pure al termine di una lunghissima evoluzione simile alla precedente, studiata dalla scienza[3], con la differenza che, mentre la storia naturale indagata dallo scienziato è la storia della natura corrotta dal peccato, la storia della terra narrata dal Genesi è oggetto di fede ed è l’attuazione nel tempo passato del piano divino originario della creazione del mondo, che culmina nella creazione dell’uomo.

La evoluzione dei viventi studiata dalla paleontologia assomiglia al racconto biblico dei «sei giorni» della creazione, con la differenza che mentre la scienza studia l’evoluzione di una natura decaduta dopo il peccato o a causa del peccato, la Bibbia ci narra un’evoluzione incontaminata dal peccato. In entrambi i casi si nota un’evoluzione ascendente dalla scimmia all’uomo.

La scienza, indagando sugli strati geologici a partire da milioni di anni fa, si è accorta che esistono effettivamente tracce fossili di scimmie, che col passare agli strati più recenti, hanno morfologie, che si avvicinano gradualmente alla forma empirica della specie umana. Si è constatato altresì che negli strati successivi, ancora più recenti, cominciano ad apparire tracce di viventi, ma circa i quali, data la scarsità dei dati, sempre con aspetti scimmieschi, non è facile o è impossibile sapere se si tratta di scimmie o di uomini.

Critica dell’evoluzionismo darwiniano

A questo punto si impone la necessità di dare una valutazione della famosa teoria darwiniana dell’origine della specie umana per evoluzione da specie scimmiesche precedenti. Come è noto, Darwin sostiene che l’uomo deriva dalla scimmia. E fin qui la cosa non è metafisicamente impossibile, a patto però che tra la specie scimmia e la specie umana non si voglia sostenere, come invece fa Darwin, la possibilità di un animale che non sia più scimmia, ma non sia ancor uomo, un animale intermedio fra la scimmia e l’uomo. Sarebbe quello che è stato chiamato l’«anello di congiunzione». Ora, questa è una cosa metafisicamente ossia assolutamente impossibile.

Infatti, l’anima umana non può essere il termine di una precedente evoluzione, in quanto il detto termine suppone un soggetto, che, sviluppandosi o progredendo, ha lasciato una forma inferiore per acquisirne una superiore, come avviene per il fanciullo, che diviene adulto. Ma qui abbiamo un soggetto, il quale, mantenendo la medesima identità sostanziale, si perfeziona col giungere al termine del suo sviluppo specifico. Sono noti i mutamenti di specie empirica naturali o artificiali nel campo della vita vegetativa ed animale.

Ma il caso dell’uomo è assolutamente diverso. La specie umana non è una specie empirica, soggetta a mutazioni. Qui esiste veramente un’evoluzione delle specie, di una in un’altra, perché evolvono sulla base di una specie ontologica, che resta ignota al sapere sperimentale, e sottesa al gruppo di specie empiriche nelle quali si manifesta.

La specie umana, invece, è una specie ontologica, assolutamente immutabile, perché la forma che la pone in specie è una forma sostanziale, che tocca l’essere, oltre il divenire. Non è prodotta per generazione, come le anime inferiori, che emergono dalla materia, ma per creazione, direttamente da Dio. Non ci può essere a metà o imperfettamente. O c’è tutta intera subito e per sempre o non c’è.

È ovvio, comunque, che l’uomo, in quanto composto di un corpo materiale, ha anche un aspetto empirico, come fosse un animale qualunque. Ma la sua anima spirituale non può essere il risultato ultimo dell’evoluzione di un precedente soggetto materiale, perché l’anima umana non è un composto di materia e forma, ma è una pura forma sostanziale semplice, sussistente da sè ed immateriale, ossia spirituale ed immortale.

Dall’anima dell’animale all’anima umana, quindi, non può darsi una continuità evolutiva senza soluzione di continuità ontologica, come per le anime inferiori, ma c’è un passaggio discontinuo, un netto dislivello, uno stacco o salto ontologico, come dal non-essere all’essere. In nessuna specie di scimmie si può dare un’anima che tenda a superare sé stessa o a trascendersi ontologicamente per salire o svilupparsi verso un’anima umana, quasi fosse il vertice o il culmine della salita. L’anima inferiore non può divenire superiore e l’anima superiore non può provenire dalla inferiore, ma solo da Dio.

L’interpretazione di Lutero

Lutero credeva alla storicità del peccato originale, ma se ne formò un’idea eretica, troppo pessimistica e catastrofica, la quale, per reazione, provocò la negazione della spiegazione biblica dell’origine del male e quindi la storicità e veridicità del racconto genesiaco del peccato originale e delle sue conseguenze.

Lutero, come è noto, credeva che col peccato originale la natura umana non solo aveva perduto tutti i doni preternaturali, non solo si fosse indebolita, ma si fosse talmente corrotta, che la ragione non era più capace di conoscere la legge morale e di dimostrare che Dio esiste, mentre la volontà era diventata così schiava del peccato, che ogni azione umana era peccato.

Conosciamo la soluzione di Lutero al problema del male e del peccato: il peccato in questa vita è ineliminabile, per cui l’uomo, per quanto si sforzi a far bene, è sempre in stato di peccato mortale (peccatum permanens). Ora Cristo col suo sacrificio ha pagato al Padre il debito del peccato e ci ha meritato il perdono divino. Per sperare, anzi per essere assolutamente certi della futura salvezza, secondo Lutero, è inutile tentare di liberarci dai peccati con le buone opere, che sono sempre peccati mascherati, ma basta credere nella grazia di Cristo, che ci salva gratuitamente senza che occorrano opere e meriti, giacché non si può comprare ciò che viene dato gratis.

Sembrerebbe il ragionamento di San Paolo; ma non è così. In realtà Paolo chiarisce che, nonostante il peccato originale, la natura umana conserva alcune forze sane che dobbiamo utilizzare per salvarci e sottolinea che la gratuità della grazia non ci esime dal dovere di collaborare con essa con le buone opere e quindi non ci esime dal dovere di combattere e vincere il peccato.

Ma alla fine l’etica luterana a che cosa porta? A una coonestazione del peccato. Infatti, se il peccato è inevitabile, può essere considerato un fatto naturale, così come è invincibile la spinta della natura. La visione esagerata luterana della corruzione della natura si capovolge allora in una concezione del peccato come cosa naturale e quindi buona. Il male diventa bene.

Le conseguenze della visione luterana

A questo punto bisogna notare come, a seguito di questa errata visione luterana del peccato originale, successe nel mondo protestante che si perse la distinzione fra lo stato originario preternaturale d’innocenza e lo stato di natura decaduta, e così nacque un concetto ibrido di «stato di natura», dove chi lo dava come natura buona e chi come natura cattiva.

E così si giunse a parlare di uomo «naturalmente buono» (Gian Battista Vico e Rousseau) e di uomo «naturalmente cattivo» (Hobbes, Kant). I primi spiegavano la malizia umana con la «civiltà»; per cui occorreva tornare allo «stato di natura» e ponevano a modello di felicità naturale certe tribù selvagge o primitive dell’Africa o dell’America Latina. I secondi sostenevano, al contrario, che per rimediare alla malizia naturale, occorre la civiltà e portavano a modello la maturità umana e la razionalità dell’illuminismo settecentesco.

In ogni caso, per raggiungere la perfezione e la felicità umana – la «virtù» per gli illuministi e la «spontaneità» per i russoiani, tra i quali possiamo annoverare i massoni – non occorreva nessun aiuto soprannaturale, ma semplicemente l’adozione di buone riforme politiche per i primi e la concessione di piena libertà di spontaneità  a tutti,  nella tolleranza per tutti e senza stretti obblighi legali per nessuno. È la cosiddetta «rivoluzione del ‘68».


[1] Per questo è importantissima la recente condanna dello gnosticismo fatta dal Sommo Pontefice nella Lettera Gaudete et exultate.
[2] Cf il mio libro Il mistero della Redenzione, cap.I, Edizioni ESD, Bologna 2004.
[3]Card.Ernesto Ruffini, La teoria dell'evoluzione secondo la scienza e la fede, Orbis Catholicus (rappresentanza della Casa Editrice Herder), Roma, 1948; Vittorio Marcozzi, L’uomo nello spazio e nel tempo, Casa Editrice Ambrosiana, Milano 1953.

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