Dignità e limiti del pensiero - Seconda Parte (2/4)

  Dignità e limiti del pensiero

Seconda Parte (2/4)

Dall’idealismo allo gnosticismo

Alla luce dell’insegnamento del Papa sullo gnosticismo, risulta naturale ed utile continuare a fare attenzione al vecchio idealismo trascendentale tedesco, ma con un occhio particolare al rinato gnosticismo, che costituisce l’ambizione di fondo dell’idealismo, che ha avuto il suo culmine in Hegel, il quale con la sua tesi della «scienza assoluta», è la proposta gnostica più seducente nel nostro tempo.

Limitarsi alla denuncia dell’idealismo oggi è dunque ancora troppo poco, benché sia sempre utile, perché l’idealismo continua ad ingannare i filosofi; e se inganna i filosofi, figuriamoci la gente comune. Infatti, benché l’idealismo sia contrario al senso comune ed appaia ad esso una pazzia, tuttavia gli idealisti sono così astuti da far apparire il comune buon senso un’ingenuità per non dire un’illusione, persuadendo con sottili sofismi, che hanno l’apparenza della genialità, che la sapienza sta nel rendersi conto che le cose non esistono al di fuori di noi indipendentemente da noi, ma sono prodotti del nostro pensiero.  

Ma denunciare l’idealismo oggi si rivela troppo poco, in quanto l’idealismo implica sì lo scambio del reale con l’ideale, ma occorre aggiungere, come ci suggerisce il Papa, la condanna dello gnosticismo, il quale rivela la mira ultima e suprema dell’idealismo, che è la gnosi, il sapere o pensiero assoluto e divino, nonché il potere magico che lo gnostico mira ad ottenere mediante la gnosi.

Si tratta di quella che la Genesi chiama «conoscenza del bene e del male», propria solo di Dio, e della quale Adamo ed Eva, dietro istigazione del demonio, hanno preteso di impossessarsi «per essere come Dio». Papa Francesco ci esorta ad andar oltre e a puntare lo sguardo sullo gnosticismo e per conseguenza al panteismo, che non è altro che il presupposto antropologico, nonché la visione ontologica, morale e teologica dello gnosticismo.

Infatti l’idealismo è il metodo di pensare che anima lo gnosticismo e conduce come a suo esito e scopo finale allo gnosticismo, che è la presunzione folle dell’uomo sedotto da Satana, che crede di essere Dio e in possesso della scienza divina. Posto inoltre che l’idealismo identifica l’essere col pensiero e solo in Dio vale questa coincidenza, ecco che l’idealista gnostico si fa promotore del panteismo ovvero assertore della propria divinità, come l’«uomo iniquo», del quale parla San Paolo (II Ts 2, 3-4), «colui che s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio».

La tentazione gnostica è quella di invaghirsi narcisisticamente e di inebriarsi della stupenda e meravigliosa facoltà di pensare per confidare eccessivamente nella forza del proprio pensiero, per invadere un territorio trascendente, per salire là dove non può arrivare, per scalare una parete a strapiombo senza appigli, per volare troppo in alto, per dilagare in un’area proibita, per lanciarsi un’impresa disperata, per espandere irragionevolmente il pensiero, per fargli compiere un atto di tracotante volontà e di superbia, disobbedendo alla volontà divina, per spingere il proprio pensare oltre i limiti consentiti, ignorando i limiti dell’umano, dimenticando che il finito non può diventare infinito, per sostituire il naturale moto spirituale della trascendenza, per il quale attuiamo l’agostiniano transcende teipsum e raggiungiamo Dio, con l’empio e sacrilego il trans-cogitare, la tra-cotanza, il pensare protervo e presuntuoso, l’andare oltre il lecito.

Lo gnostico guarda al realismo tomista come l’adulto guarda al pensare proprio del bambino. L’adulto non disprezza il pensare infantile, non lo considera falso. Lo ammette ed egli stesso non ha difficoltà a porsi a quel livello, che da bambino ha vissuto anche lui. Ma, accortosi di quanto questo livello è esposto all’errore e all’illusione, l’adulto ha fatto un esame critico del suo pensiero raggiungendo la maturità del pensare.

Ebbene, per lo gnostico dell’antichità questa maturità era data dalla convinzione di possedere la gnosi, ossia la scienza assoluta per rivelazione del dio, come per esempio Parmenide, che era convinto di aver ricevuto la rivelazione della sua sapienza (sofìa) dalla Dea della Verità. Per lo gnostico moderno la gnosi è conquista della ragione. Questo atteggiamento razionalista è evidente già in Cartesio ed in Kant e avrà il suo culmine nella Ragione hegeliana.

Ora l’errore che si nota nell’atteggiamento gnostico è il concetto che lo gnostico ha dell’autotrascendenza. Lo gnostico ritiene che il suo io possegga due livelli: un livello empirico e un livello assoluto. Il livello assoluto è quello del suo vero io, come io assoluto autocosciente. Questo io è celato nell’io empirico ed è il presupposto della conoscenza empirica. La gnosi consiste nel fatto che l’io assoluto prende coscienza di sé trascendendo i limiti dell’io empirico. Questo metodo è presente nello gnosticismo greco quanto in quello indiano.

Ora dobbiamo osservare che, sì, col pensiero dobbiamo andare oltre il finito, dobbiamo guardare in alto, a ciò che sta oltre, ma senza credere di essere noi stessi oltre ed in alto, senza credere di essere noi stessi di stare in cielo, senza identificare il nostro essere col nostro pensare, senza crederci di più di quello che noi siamo. Altrimenti, l’elevazione dello spirito, invece di aprirsi con umiltà all’illuminazione divina, produce nell’anima ripiegata su se stessa ed infiammata da un fuoco impuro, quello che Sant’Agostino chiama tumor superbiae.

L’errore fondamentale dell’idealista è quello di intendere il pensiero non in senso analogico, ma in senso univoco come pensiero divino. Il pensare, per l’idealista, è il pensiero assoluto, sussistente, divino. Lo chiama «pensiero puro». Nel pensiero l’idealista non distingue il pensare umano dal pensare divino, restando analogicamente pensiero l’uno e l’altro.

Grande illusione e grande presunzione è quella dell’idealista di credere di potere col proprio pensiero elevarsi in tal modo da poter passare il confine tra il finito e l’infinito. Tutto ciò infatti significa confondere il pensare umano col pensare divino, giacchè solo Dio è coincidenza di essere e pensare e di pensare ed essere. Il pensare umano invece è distinto dall’essere, è soggetto all’essere, dipende dall’essere, è trasceso dall’essere, è posteriore all’essere, è creato dall’essere divino.

Considerazioni sulla natura del pensare 

Come è bello pensare! Sì, ma pensare che cosa? Il pensare è strettamente connesso a ciò a cui si pensa. Certo il pensare è già comunque un piacere per se stesso, perché corrisponde a un bisogno fondamentale dello spirito, anche se a volte pensare può essere faticoso. Pensare ci procura piacere, perché è la nostra attività più propria, che ci caratterizza come persone. È simile al piacere di respirare, di vedere, di sentire, di gustare, di toccare.

Ma il piacere di pensare è strettamente connesso a ciò a cui si pensa: è piacevole, se è tale il suo oggetto; è spiacevole, se tale è il suo oggetto. Pensare non è un atto fine a se stesso e chiuso in se stesso, anche quando pensiamo ai nostri pensieri, ma è relazione intenzionale e spirituale ad un oggetto esteriore o interiore, senza del quale il pensiero non esiste.

Ottima cosa è pensare a procurarci la salvezza. Ottima cosa è non pensare a ciò che può indurci al peccato. Il pensare ordinato procura la verità; il pensare disordinato conduce all’errore. Il pensare è comandato dalla volontà e muove la volontà nel bene come nel male. 

Iniziamo con un’esposizione di che cosa è il pensiero. Essa ci fornirà il criterio per valutare alcune affermazioni idealistiche oggi in circolazione e farne un esame critico.

Il pensiero, in generale, si potrebbe definire come la presenza dell’essere alla mente. È l’essere divenuto trasparente. Il pensare è un’attività immateriale sovrasensibile, spirituale nobilissima e potentissima della nostra mente, che caratterizza la dignità della persona umana; non solo, ma anche, benché in forma superiore, quella della creatura angelica e della stessa natura divina, dove il pensare si trova allo stato puro, senza il soccorso dei sensi nell’angelo e senza ricevere nulla dal di fuori, come nel Pensare divino.

Esiste una nozione analogica e trascendentale del pensare in rapporto all’essere che vale analogicamente o proporzionalmente per noi e per Dio. Infatti il primato della ragione di essere (ratio essendi) sulla ragione del pensare (ratio cogitandi), la distinzione fra la ragione di pensare e la ragione di essere, la ragione dell’essere trascendente e la ragione di pensare, l’adeguazione del pensare all’essere, l’ideazione dell’essere in base al pensare, sono tutti rapporti metafisici e logici che valgono sia per l’uomo che per Dio.

Notiamo inoltre che il pensiero in generale è atto dell’intelletto che ha davanti a sé – ob-jectum - l’ente in tutta la sua estensione, il verum, che è l’ente in quanto fondamento della verità dell’ente e in quanto si manifesta alla mente, con la quale possiamo intendere tutte le cose cose. Il pensiero è il soggetto potenzialmente pensante, il soggetto pensante in atto, l’atto del pensare, il mezzo e il modo del pensare, l’oggetto pensato, il pensabile. Nel pensare diventiamo in certo modo tutto. «Anima – diceva San Tommaso sulla scorta di Aristotele – est quodammodo omnia»[1].

L’idealista confonde il pensabile col pensato e il pensare in potenza col pensare in atto. Il pensare in potenza è proprio della creatura. Invece il pensare in atto, che si potrebbe chiamare «puro pensiero» coincidente col pensato in atto, privo di potenzialità, è il pensare proprio esclusivamente di Dio.

Il pensiero, comunque, in se stesso, in quanto atto dello spirito, prescinde dal rapporto con l’essere; non è una nozione trascendentale, ma categoriale. perché non è – come credono gli idealisti - una proprietà dell’ente come tale, ma dell’ente spirituale, che insieme con quello materiale forma le due massime divisioni dell’ente rispetto all’essenza, mentre rispetto all’esistere i due massimi generi sono la sostanza e l’accidente. Il trascendentale kantiano, pertanto, riferito solo al soggetto pensante, riduce l’essere al pensiero, per cui è il trascendentale proprio degli idealisti.

Pensare è una nozione analogica, che si attua in maniere proporzionalmente simili nei tre gradi dello spirito: quello umano, quello angelico e quello divino. Il pensare è sempre atto dello spirito che ha presente o manifesta l’ente: ma ciò avviene in tre gradi diversi. Esso corrisponde alla tripartizione metafisica dell’ente: soggetto, essenza, essere.

Il pensare umano è soggettato in un pensante, composto di materia e forma, che si serve dei sensi. Il pensare angelico sussiste in una semplice essenza o forma spirituale. Il pensare divino invece è l’essere sussistente.

Pensare vuol dire aver presente nella mente immaterialmente qualcosa di reale o di ideale, di possibile o di attuale, di astratto o di concreto, di immaginario o di esistente, di materiale o di spirituale, di finito o d’infinito, di vero o di falso, di buono o di cattivo, di bello o di brutto.

Pensare è pensare a qualcosa. È impossibile un puro pensare, senza oggetto. È impossibile un pensare senza che ci sia un qualcosa a cui si pensa. Tuttavia il pensiero è un qualcosa, ha una sua natura, che può a sua volta diventare oggetto di pensiero. È possibile pensare il pensiero, ma dev’essere il pensiero di qualcosa. E il pensiero diventa il qualcosa a cui si pensa.

Il pensare trascende tempo e spazio e si apre all’universale, allo spirituale, alla totalità, all’eternità. Oltrepassa ogni limite e si apre all’infinito. «Infiniti spazi nel pensier mi fingo».  Il pensiero è come un uccello, spicca il volo, si libra nell’aria senza appoggi materiali, lascia la terra e vola in cielo. Per questo l’angelo ha le ali Il pensiero, come dice Giuseppe Verdi, ha le «ali dorate». Il pensare ci rende grandi, magnanimi, giganti, immortali. 

È impossibile un pensare separato da qualcosa che viene pensato. Il pensiero è distinto dall’essere, che ne è l’oggetto; ma nel contempo ne è strettamente relazionato, tanto che o si pensa un oggetto o non si pensa affatto. Il pensiero può avere se stesso per oggetto, ma solo perché il pensiero pensato diventa un oggetto, oggetto del pensiero.

Nel mondo del pensiero troviamo tutti i valori e tutti gli orrori, tutto il bello e tutto il brutto, tutti i nostri doveri e tutte le nostre colpe, tutti i nostri ricordi, le nostre speranze, le nostre gioie, le nostre paure, le nostre sofferenze, i nostri progetti, i nostri propositi, le nostre scelte, i nostri desideri, i nostri sogni.

Che rapporto c’è tra pensiero e realtà? Il pensiero trasporta la realtà smaterializzata nella mente, la rappresenta nel concetto. Questo, allora, è propriamente il conoscere, che, se diventa fondato, abbiamo il sapere, la scienza.

Il cogito cartesiano è un io penso che vuol dire io dubito. Cartesio infatti non dice «io penso qualcosa», ma semplicemente «io penso»: è un pensare senza contenuto, è una universalis dubitatio de veritate non risolta. La certezza cartesiana non è necessitata dalla percezione della verità, ma è una certezza forzata, voluta da un soggetto che non si assoggetta al vero oggettivo, ma vuol decidere lui sulla verità a seconda di come gli fa comodo. È il peccato di Adamo.

Invece iI vero ed onesto pensare non deriva dal volere, ma dal conoscere e presuppone il conoscere. Non sta a me decidere ciò che esiste, ma decidermi per riconoscere ciò che esiste. L’idealista, riducendo la realtà alla sua idea, si crede in diritto di fare oggetto del sapere non la realtà, ma la sua idea.

Nell’autocoscienza so di pensare e per conseguenza so di esistere. In tal senso Cartesio aveva ragione. È chiaro che se penso, esisto, giacchè per poter pensare bisogna esistere. Il mio esistere però non dipende dal mio pensare. Il mio esistere dipende da Dio creatore. Invece posso dedurre la coscienza del mio esistere dalla coscienza di pensare.

Nel cogito cartesiano sembra che l’esistenza del pensante sia posta dalla coscienza di pensare. Così interpretò Fichte. Ma se così fosse, io mi concepirei come esistente da me stesso in forza del mio pensare, cosa assurda, perché è il pensiero che dipende dall’essere e non viceversa. E questo vale anche in Dio, sebbene con distinzione di ragione fra essere e pensiero. Dio infatti non è pensiero che pone il suo essere, ma è essere che pone il suo pensiero, benché in Dio pensiero ed essere coincidano realmente. Anche in Lui il pensare suppone l’essere, benché qui si debba fare tra i due termini una distinzione solo di ragione.

È vero che in Dio, Pensiero assoluto, tutti questi atti si identificano fra di loro, data l’assoluta semplicità dell’essenza divina. Ma nell’uomo bisogna distinguerli, perché il pensare umano è l’atto di una potenza, il suo oggetto è un ente extra animam inizialmente percepito dal senso e reso pensabile e pensato dall’attività astrattiva dell’intelletto.

Il pensare non è un soggetto a se stante, se non in Dio solo, che è Pensiero sussistente. Ma nell’uomo il pensare è atto dello stesso uomo, un atto accidentale, che può esserci o non esserci e il soggetto resta lo stesso. È solo in Dio che l’essere s’identifica col pensare e il pensare s’identifica col suo essere. Nell’uomo, invece, il pensare emana dall’essere ed è atto di una potenza che si attua nel tempo. È solo il pensare divino quello che tutto abbraccia in un eterno istante. Finita, invece, è la comprensione del pensiero umano.

Pensare umano e pensare divino

L’idealista fa una continua confusione tra il pensare umano e il pensare divino. Col pretesto della dignità del pensiero, attribuisce all’uomo vaneggiando le proprietà del pensare divino, la «scienza assoluta», come diceva Hegel. È lo gnosticismo. Esso suppone l’identità dell’essere umano con l’essere divino. Ed abbiamo il panteismo.

In qualche modo, però, questa tremenda illusione dell’idealista si può comprendere. È vero infatti che ciò che ci assimila a Dio è il fatto che noi come Lui siamo sostanze spirituali. E la sostanza spirituale ha come potenze l’intelletto e la volontà e quindi la facoltà di pensare. Tuttavia il fatto di questa somiglianza non deve portarci a montarci la testa credendo di poter uguagliare il pensare divino in qualcuno dei suoi attributi propri. È questa la folle presunzione dell’idealista, che peraltro egli, consapevole di questa temerarietà, si sforza di mascherare ed attenuare in vari modi, ma che resta sempre al fondo del suo filosofare e costituisce quindi pericolo gravissimo per la nostra anima.

Viceversa, una giusta concezione, quale, per esempio quella tomista, radicata nella Sacra Scrittura, del rapporto del nostro pensare con quello divino, è tale da procurarci un’immensa gioia, ben al di là di quella pur sempre reale della esperienza personale solitaria del pensare, nella quale tuttavia l’idealista si chiude in modo solipsistico.

Si tratta infatti della gioia e della consolazione immensa di poter comunicare con Dio, vedendo assieme a Lui le medesime verità, la gioia di parlarGli e di ascoltarLo insieme col dialogo con i nostri simili, in un comune linguaggio e nella comune percezione e contemplazione della verità.

Ma notevolissime sono le differenze tra il nostro e il suo pensare, le quali peraltro non impediscono affatto la comunicazione reciproca, ma semplicemente ne stabiliscono le condizioni. Sono le seguenti:

1. Il pensare divino coincide con l’essere divino. In noi il pensare è distinto dal nostro essere.

2. Noi pensiamo un essere o reale esterno a noi indipendente da noi e presupposto a noi, a noi trascendente. Dio nella sua essenza vede Se stesso e tutte le cose, in quanto ideate da Lui, non come esterne a Lui, ma immanenti in Lui, identiche a Lui, dipendenti da lui, non presupposte all’atto del suo pensarle, ma effetto del suo volerle.

3. Il pensiero con cui Dio le pensa non è trasceso dalle cose, ma le trascende perchè hanno origine dal suo pensiero.  

4. Nell’uomo il pensare suppone l’essere del pensante ed è finalizzato all’essere del pensato. In Dio il pensante, il pensare e il pensato sono la stessa cosa.

5. Il pensare umano è sì un intuire, ma astraendo dal sensibile, rappresentando e ragionando. Dio intuisce puramente e non ha bisogno né di sensibilità, né di astrarre, né di rappresentare, né di giudicare, né di ragionare.

6. Il nostro pensare è l’attuazione di una potenza. Quello divino è puro atto di pensare.

7. Il nostro pensare è periodico, caduco e soggetto all’errore. Il pensare divino eterno ed  è assolutamente vero.

8. Il nostro pensare progredisce. Il pensare divino è tutto perfettissimo in un solo atto.

9. Il nostro pensare comincia e finisce. Il pensare divino è ab aeterno e in aeternum.

10. Il pensare umano è il pensare finito ed inerente a molti soggetti, dei quali l’uno non sa dell’altro, mentre il pensare divino è il sussistere di un soggetto assoluto perfettamente trasparente a se stesso, noto a se stesso e sa tutto di tutti i pensanti, i quali a loro volta sanno di Lui solo limitatamente, in proporzione alla loro capacità di intendere o a quanto Egli voglia ad essi rivelare.

11. Il nostro pensare è creato da Dio. Il pensare divino è increato.

Il nostro pensare sembra avere una potenza infinita per il fatto che possiamo pensare l’infinito. Confondiamo il pensare infinitamente col pensare l’infinito. È solo l’Infinito che può pensare infinitamente. Noi siamo finiti; il nostro atto di pensare è finito anche quando pensiamo l’infinito. Ci dimentichiamo che noi, sì, possiamo pensare l’infinito, ma lo facciamo solo finitamente. L’idealista, che confonde il pensiero con l’essere, per il fatto di pensare l’infinito, crede che l’atto del suo pensare sia infinito e crede di essere egli stesso infinito.

Il nostro pensare passa dalla potenza all’atto, ossia dall’ignoranza (tabula rasa) al sapere e inizialmente non pensa il pensato, ma il pensabile, detto extra animam, o fuori del pensiero. Solo in seconda battuta, nella logica, pensa il pensato. Ed una volta che ha pensato il pensabile, ossia l’ente esterno, questo diventa pensato o rappresentato. Ma non è pensato sin dall’inizio dell’attività conoscitiva. All’inizio del processo conoscitivo l’ente è solo pensabile. Solo quando il pensabile è diventato da noi pensato, mediante il concetto, solo allora, nella coscienza l’intelletto può pensare il pensato o concettualizzato intra animam, e abbiamo la logica. 

Nell’uomo il pensare è atto della potenza intellettiva ed è distinto dall’ente al quale pensa. Quindi esiste nell’uomo distinzione fra il poter pensare e il pensare, fra il pensante e l’atto del pensare, fra il pensare e il pensato.

A noi non è noto il pensiero degli altri, se non sono loro a rivelarcelo, né loro conoscono il nostro se noi non lo comunichiamo loro nel linguaggio. Inoltre i contenuti del nostro pensare variano da individuo a individuo. Non sempre comprendiamo il pensiero degli altri e gli altri comprendono il nostro. Nel comunicarci i nostri pensieri possiamo fraintenderci. In un medesimo istante alcuni individui pensano, altri non pensano, c’è chi è nella verità e chi è nell’errore, chi pensa di più e meglio, chi pensa di meno e peggio. Certamente le verità fondamentali dell’esistenza e della morale le conosciamo tutti. Qui pensiamo tutti la stessa cosa. Ma non tutti traggono da esse le medesime conseguenze. 

Nulla di tutto questo nel pensare divino ed assoluto. L’esercizio di questo pensare, proprio ed esclusivo di Dio, comporta indubbiamente l’esclusione di qualunque limite, comporta la presenza dell’essere sconfinato, dell’assoluto, della totalità, dell’infinito.

Ogni particolarità, diversificazione, divisione, distinzione, molteplicità, precisazione, contraddizione, falsità, limitazione sono assenti nel Pensiero assoluto o puro Pensiero. Da esso queste cose possono trarre origine o con esso possono avere rapporto, ma da esso sono distinte e caratterizzano il pensiero umano, il pensiero creato.

Avvertiamo inoltre in noi l’atto del pensare senza alcun sentire fisico e indipendentemente dall’attività dell’immaginazione, benché l’immaginare assomigli molto al pensare. Ma nell’immaginare abbiamo appunto delle immagini visive, mentre nel pensare abbiamo idee e concetti.

Ci accorgiamo benissimo di quando stiamo pensando. Sappiamo essere coscienti di pensare. Altre volte invece pensiamo spontaneamente, senza riflettere sul nostro atto, del tutto proiettati sull’oggetto. Quando meditiamo, ci fermiamo sui nostri pensieri, sul pensato in quanto pensato. Quando siamo assorti e presi dai nostri pensieri, diciamo che siamo sovrappensiero. Possiamo essere talmente immersi nel nostro pensare, da non avvertire più ciò che ci sta attorno. Possiamo fare oggetto di pensiero anche il nostro io. Pensare a Dio è l’atto di pensiero più alto che possiamo fare.

Il grado più basso del pensare è il pensiero umano: qui il pensiero è atto della forma di una materia e pertanto proviene dai sensi ed ha per oggetto la cosa materiale. Salendo al secondo grado il pensiero è atto di una pura essenza come pura forma intellettuale sussistente. E questo è l’angelo. Salendo ancora arriviamo al terzo grado, il vertice dell’essere, al puro essere sussistente, che è Dio. Qui il pensiero coincide con l’essere. Così solo in Dio si realizza ciò che gli idealisti pongono per l’essere e per il pensiero come tali cadendo nel panteismo.

Invece il dubitare è sì un pensare, ma imperfetto perché l’oggetto è doppio e non sappiamo deciderci su quale è quello vero. Nel dubitare l’intelletto da una parte è bloccato, ma dall’altra parte è esposto alla doppiezza.  È bloccato perché non trova la verità. Ma nel contempo, se l’oscillazione è voluta, può sentirsi svincolato dalla verità e sentirsi autorizzato a fare il doppio gioco. Da qui l’ipocrisia, la finzione, la simulazione, la dissimulazione.

Il pensare umano è un pensare creato e finito, volubile, fallibile ed oscillante, soggetto al dubbio e all’incertezza. A differenza del pensiero divino esistente ab aeterno, il pensare umano conosce interruzioni e riprese, uno svolgimento, uno sviluppo, un’evoluzione, ha una storia. Avanza e retrocede nel tempo, a differenza del pensiero divino, che è tutto attualissimo in un istante, atto eterno, certissimo e fermissimo, luce infinita, immutabile e sconfinata, onnicomprensivo, onnipervadente, onnipenetrante, onniavvolgente e senza origine e senza fine.

Fine Seconda Parte (2/4)

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 8 marzo 2022


La tentazione gnostica è quella di invaghirsi narcisisticamente e di inebriarsi della stupenda e meravigliosa facoltà di pensare per confidare eccessivamente nella forza del proprio pensiero.

Il pensare trascende tempo e spazio e si apre all’universale, allo spirituale, alla totalità, all’eternità. Oltrepassa ogni limite e si apre all’infinito. «Infiniti spazi nel pensier mi fingo».  Il pensiero è come un uccello, spicca il volo, si libra nell’aria senza appoggi materiali, lascia la terra e vola in cielo. Per questo l’angelo ha le ali Il pensiero, come dice Giuseppe Verdi, ha le «ali dorate». Il pensare ci rende grandi, magnanimi, giganti, immortali. 

È impossibile un pensare separato da qualcosa che viene pensato. Il pensiero è distinto dall’essere, che ne è l’oggetto; ma nel contempo ne è strettamente relazionato, tanto che o si pensa un oggetto o non si pensa affatto. 

Il pensiero può avere se stesso per oggetto, ma solo perché il pensiero pensato diventa un oggetto, oggetto del pensiero.

A differenza del pensiero divino esistente ab aeterno, il pensare umano conosce interruzioni e riprese, uno svolgimento, uno sviluppo, un’evoluzione, ha una storia. Avanza e retrocede nel tempo, a differenza del pensiero divino, che è tutto attualissimo in un istante, atto eterno, certissimo e fermissimo, luce infinita, immutabile e sconfinata, onnicomprensivo, onnipervadente, onnipenetrante, onniavvolgente e senza origine e senza fine.

Immagini da Internet


[1] Cf San Tommaso, De Veritate, q.1, a.1.

4 commenti:

  1. Caro Padre Giovanni,
    mi consenta ancora un paio di perplessità.
    Lei ha scritto:

    “Il cogito cartesiano è un io penso che vuol dire io dubito. Cartesio infatti non dice «io penso qualcosa», ma semplicemente «io penso»: è un pensare senza contenuto, è una universalis dubitatio de veritate non risolta”.

    Il fatto che nella celebre affermazione di Cartesio “ego cogito, ergo sum, sive existo”, egli non espliciti un contenuto del pensato, non potrebbe essere inteso col fatto che egli voglia riferirsi a qualsiasi pensiero, qualsiasi atto del pensare, a prescindere da quale possa essere l’oggetto verso cui è rivolto il pensiero?
    In questa ottica, il cogito cartesiano, più che un “pensare senza contenuto”, potrebbe essere inteso come “ogniqualvolta io penso (qualsiasi cosa) ho consapevolezza del mio esistere, senza il quale non potrei pensare alcunché”?

    In altre parole, intendo dire che a Cartesio, nella suddetta affermazione, probabilmente non interessava indicare uno specifico contenuto del pensare, proprio per sottolineare di volersi riferire alla generalità di qualsiasi pensiero possa crearsi nella mente umana.

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    1. Caro Bruno,
      è vero che quando io prendo coscienza di pensare, qualunque cosa io pensi, mi accorgo che se penso esisto. In questo senso il ragionamento di Cartesio è giusto. Il suo sbaglio non sta qui, ma nel fatto che quando lui dice “io penso” il suo pensare, per sua esplicita dichiarazione, è il dubitare di tutto. E’ una cosa che può essere presa in considerazione, ed è quella che San Tommaso chiama universalis dubitatio de veritate.
      Tuttavia Tommaso fa notare immediatamente che è impossibile esercitare un dubbio del genere, perché il pensiero spontaneamente cerca la verità ed afferma la verità, per cui anche chi la nega si contraddice e si confuta da solo, come già notava Aristotele, in quanto viene a dire che è vero che non esiste la verità.
      Il difetto di Cartesio è che egli assume questo dubbio non semplicemente come significato, ma lo pratica sul serio. Allora, un atteggiamento mentale di questo genere non porta a nessuna conclusione ed è completamente stolto. Quindi non può essere il punto di partenza per fondare il sapere, il quale, come già avevano notato Aristotele e San Tommaso, è sufficientemente fondato sulla certezza sensibile dalla quale si ricava la certezza intellettuale.
      In altre parole, la critica della conoscenza non suppone alcun dubbio esercitato, sia esso sensibile o intellettuale, ma è la semplice presa di coscienza che noi possiamo conoscere sia le cose sensibili che quelle spirituali.

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  2. Sulla coincidenza tra Pensiero ed Essere in Dio, lei ha scritto:

    “Dio, infatti, non è pensiero che pone il suo essere, ma è essere che pone il suo pensiero, benché in Dio pensiero ed essere coincidano realmente […]

    Dio nella sua essenza vede Se stesso e tutte le cose, in quanto ideate da Lui, non come esterne a Lui, ma immanenti in Lui, identiche a Lui, dipendenti da lui, non presupposte all’atto del suo pensarle, ma effetto del suo volerle […]

    In Dio il pensante, il pensare e il pensato sono la stessa cosa.”

    Queste affermazioni, in cui risalta la profondità e anche l’indubbio fascino del tomismo, possono parimenti creare qualche difficoltà al pensare dell’uomo comune, dell’uomo, diciamo… di media cultura (in cui modestamente mi riconosco).

    Mi spiego, se la creazione dell’universo e dell’uomo è da intendersi come creatio ex nihilo; dunque, creazione da parte di Dio di qualcosa che è necessariamente “altro da Lui”, pena il cadere nel panteismo, in che senso possiamo affermare che “Dio nella sua essenza vede tutte le cose… identiche a Lui” oppure che “Dio pensante è la stessa cosa del Suo pensato”?

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    1. Caro Bruno,
      Dio ha una duplice visione della creatura. Egli la vede in Se Stesso e fuori di Se Stesso.
      In Se Stesso, la creatura coincide con l’idea divina della creatura e, siccome l’idea divina coincide con l’essenza di Dio, si può dire, senza cadere nel panteismo, che nell’essenza di Dio la creatura è Dio, intesa come idea di Dio. In questo senso la creatura non ha un suo essere proprio, distinto da Dio, perché Dio è essere semplicissimo e in Lui non ci sono distinzioni reali, ma solo concettuali.
      L’altra visione che Dio ha della creatura è quella della creatura fuori di Dio, ossia della creatura che ha il suo essere creato, distinto dall’essere divino creatore. In questo senso la creatura ha l’essere, ricevuto da Dio, partecipe dell’essere divino. Dio è l’Essere e la creatura ha l’essere.
      L’errore del panteismo consiste nell’ammettere solo la prima visione e non la seconda, cioè il panteista o risolve la creatura in Dio oppure identifica l’essere creato con l’essere increato oppure afferma che il finito diventa infinito e viceversa.

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