Sulla questione della direzione spirituale - Terza Parte (3/3)

Sulla questione della direzione spirituale

Terza Parte (3/3)

Solo a pochi è dato di avere un direttore spirituale

Certo non tutti hanno bisogno di un direttore spirituale e non per questo non possono diventare grandi Santi. San Francesco e San Domenico non ebbero un direttore spirituale. E non risulta neppure che lo abbiamo avuto Sant’Agostino o San Tommaso. Non risulta neppure che lo abbiano avuto grandi maestri di spiritualità come un San Giovanni della Croce o un San Francesco di Sales.

 Anche dei Sommi Pontefici si sa che essi hanno un confessore; ma non si parla mai di direttori spirituali. Del resto, dove avrebbero potuto trovare una guida della loro statura, adatta a loro? Non ogni Papa è un Eugenio III ad avere come guida spirituale un San Bernardo o un Urbano VI ad avere come consigliera una Santa Caterina da Siena.

Solo a pochi è dato avere un direttore spirituale perché il poter fruire di una simile guida suppone la scoperta, nel possibile direttore e nel possibile diretto, di una speciale affinità spirituale, e più precisamente il fatto che entrambi stanno percorrendo un dato cammino spirituale nel quale uno, il possibile direttore, è più avanti, mentre il possibile diretto è più indietro. È logico, allora, che il possibile diretto, incontrando uno che è più avanti nella strada che sta già percorrendo, gli chieda un aiuto.

Diverso è il caso del sacramento della Confessione. Il beneficio che si trae da essa, trattandosi della remissione dei peccati, cosa che solo Dio concede, è immensamente superiore a quello che si può trarre da una semplice guida umana, anche se molto santa.

Certi sacerdoti si rendono famosi come guide spirituali. Pensiamo a un S.Pio da Pietrelcina, a un San Leopoldo Mandić, a un San Giovanni Maria Vianney, a un Don Divo Barsotti o a un Venerabile Giocondo Pio Lorgna[1] o al Servo di Dio Tomas Tyn[2]. Questi sacerdoti ricevono per tale delicato ufficio uno speciale carisma. Si creano una fama e i fedeli accorrono.

Accompagnare, seguire, ascoltare

Negli ultimi decenni, come è noto, all’interno della Chiesa cattolica, si è verificato un generale declino, indebolimento ed offuscamento delle certezze di fede, mentre esse tendono a perdere la loro universalità, i contenuti diventano vaghi ed indeterminati e tendono a diluirsi o a dissolversi in una pluralità disordinata di diverse opinioni soggettive in contrasto fra di loro, senza che ci si domandi o che interessi qual è quella vera e che si creda più in un principio di unità, fosse pure il Papa.

La pluralità interessa più dell’unità, così ognuno vive secondo la sua «fede» di comodo, inventata da lui. Quello che interessa a ciascuno è che gli piaccia la «fede» che si è scelto. Non esiste una sola fede, ma esistono molte «fedi». Ognuno ha la sua fede come ognuno ha i suoi propri occhiali o numero di scarpe.

Come si dice de gustibus non disputandum, così i buonisti hanno diffuso l’idea che de fidibus non disputandum. Non si può più dire al fratello: tu sbagli, lascia che ti corregga, perché l’altro può legittimamente rispondere: fatti i fatti tuoi! Non esistono più eretici, ma solo «diversamente credenti». Se però osi contraddire chi la pensa così, sei immediatamente squalificato.

Si è persa l’idea della guida sicura, la guida che dà sicurezza, la guida che fornisce princìpi saldi e sicuri. Si è già sicuri per conto proprio. Diciamo che si è perso lo stesso concetto del guidare, del dirigere, intesi come un ordinare o prescrivere il da farsi, magari correggendo ciò che manca o togliendo ciò che è troppo.

Si desidera non uno che ci indichi il cammino, ma uno che confermi, che ci approvi e che ci accompagni nel cammino che già stiamo facendo. Dio non ci castiga mai, ma approva tutto quello che facciamo perché siamo tutti buoni e bisognosi di misericordia.

La sostituzione del dirigere con l’accompagnare è molto significativo. Il dirigere è certo il dirigere verso una meta. Ma nel parlare di accompagnamento non si dice verso dove. Ed è proprio questo che vi vuole: l’importante è accompagnare, stare assieme, dialogare, condividere, fare comunione, incontrarsi, il confronto tra i diversi, la reciprocità. Il sacerdote non indica una meta, non guida verso una meta, ma semplicemente «accompagna»; il dove non interessa: si sceglie assieme ciò che si vuole.

Altrettanto infelice è il verbo «seguire» al posto di guidare. Se per «seguire» ci si riferisce all’attenzione premurosa con la quale il direttore deve seguire l’evolversi del comportamento del diretto al fine di guidarlo meglio e di correggere eventualmente qualche errore di direzione, il verbo può avere un significato accettabile ed anzi lodevole.

Ma resta un verbo dal significato equivoco, del quale può approfittare un direttore opportunista, troppo accondiscendente o indulgente. Infatti il seguire ricorda tanto il cagnolino che segue il padrone, ché se così fosse, sarebbe somma vergogna per il direttore, il quale forse a volte non s’accorge che non è lui a guidare la suora, ma è questa, forse inconsapevole di certe arti femminili, a guidare lui, troppo sensibile al fascino femminile.

Ed è questo probabilmente il motivo per il quale in questi ultimi cinquant’anni, decine di migliaia di sacerdoti hanno lasciato il ministero, mentre molti altri hanno una doppia vita, vizio del quale i buonisti vorrebbero approfittare per sostenere il sacerdozio coniugato.

Altrettanto equivoco, benché oggi molto usato, è il termine «ascolto», che può avere un ottimo significato, come quello del medico, che, per rendersi conto della situazione del malato e poter fare una diagnosi, pratica la cosiddetta «auscultazione» o, per riferirci a situazioni molto comuni, come l’ascoltare i problemi o le lamentele di qualcuno.

Senonchè però capita che anche questo verbo venga usato in modo equivoco, perché ascoltare vuol dire anche «obbedire», come è detto nell’incipit della Regola di San Benedetto: Ausculta, fili. Succede allora che con questo confondere l’ascoltare indagativo con l’ascoltare obbedienziale si invertono le parti: il direttore obbedisce e il diretto comanda.

Guide spirituali inaffidabili

Si è diffuso anche un falso concetto della vita spirituale e della mistica cattolica, influenzato da concezioni scismatiche greco-russe oppure gnostiche, occultistiche, esoteriche o panteistiche derivanti dalla teosofia o dalla mistica indiana o giapponese, oppure dallo sfrenato emotivismo woodoo, sciamanico o derviscico, favorito da stupefacenti. Qui si ha da temere l’influsso del demonio e danni alla salute mentale.

I protestanti, eredi di Valentino Weigel, Jakob Böhme e Swedenborg sostituiscono ad una guida spirituale autorizzata dalla Chiesa un teologo o un visionario di loro gusto ed assoggettatisi alla loro ingannevole interpretazione della Bibbia, percorrono vie anormali che li illudono di essere direttamente illuminati e guidati dallo Spirito Santo, e di avere Dio con loro e invece si tratta solo dell’esaltazione fantastica della loro arbitraria volontà, chiusa nel cerchio invalicabile della loro autocoscienza.

A volte è eccessiva la pretesa di certi psicologi, soprattutto se psicanalisti freudiani o junghiani di guidare le anime come se essi fossero capaci di discernere le loro aspirazioni ed attitudini spirituali o di educarle e guarirle spiritualmente, mentre per i limiti stessi della loro professione, dovrebbero fermarsi alla cura della dimensione psichica della persona.

Viceversa succede che questi psicologi o psichiatri o psicanalisi, la cui concezione dell’anima è ristretta all’animalità, riducono lo spirito alla carne, e sotto il pretesto della terapia psicologica, rendono il soggetto schiavo delle passioni, distruggono o fiaccano le risorse e le energie spirituali del paziente e lo riducono in uno stato o di vana euforia o di ebetismo mentale.

Molti psicologi freudiani o junghiani credono di poter assicurare alle persone la pace della coscienza sostituendo l’opera del Confessore, da loro giudicata creatrice di coscienze represse, bloccate, autolesioniste, scrupolose e nevrotiche.

Alcuni, come per esempio Massimo Recalcati[3], se la prendono col concetto cristiano del sacrificio, ritenendolo causato da un modo nevrotico di liberarsi dai sensi di colpa, per cui privano la religione del suo valore ascetico, espiativo e pacificante riducendola a un mero principio di consolazione sensibile, che addormenta la coscienza senza guarirla dal male del peccato per una dolce vita comoda e senza sacrifici.

Il parapsicologismo, benché in sé stesso faccia leva sulla sensibilità superdotata di certi soggetti eccezionali e sia quindi di per sé un’attività innocua o socialmente utile, può occasionalmente andar soggetta ad influssi demoniaci, ove il sensitivo, al fine di apparire una straordinaria guida spirituale, usi la sua facoltà parapsicologica per spingere in qualunque modo le anime all’errore o al peccato.

Un certo successo è incontrato anche dal medianismo spiritistico, per esempio con l’idea di poter essere guidati dal cosiddetto «spirito-guida» o da anime dei defunti, per esempio con la cosiddetta «scrittura automatica».

Non parliamo poi dei maghi, oggi diffusissimi, con enormi guadagni ottenuti sfruttando abbondantemente la credulità popolare, reato che fra l’altro sarebbe perseguibile a norma del codice penale italiano. Ed è incredibile il numero di persone, le quali, nonostante la nocività delle operazioni dei loro maghi, continuano a frequentarli ingannate dai loro falsi prodigi.

L’obbedienza al direttore spirituale

1.Il direttore, in linea di principio, salvo penitenti che ne abbiano bisogno, non deve comandare a bacchetta, scendendo nei dettagli, ma deve comunicare al discepolo solidi, ragionati e fecondi princìpi d’azione, in modo tale che egli sappia da solo trovare la loro applicazione nelle varie circostanze, in modo che il discepolo non sia troppo dipendente dal direttore e goda di una giusta libertà di scelta e di iniziativa.

2. Il diretto non deve essere una fotocopia del direttore. Un direttore che desiderasse questo o mirasse a questo, fallirebbe alla sua opera, perché invece compito del direttore non è solo quello di trasmettere valori comuni, ma anche di favorire l’estrinsecazione e l’affermazione della personalità del diretto, nella sua diversità dalla sua. 

3. Il direttore non deve esigere dal diretto una totale apertura di coscienza, quasi che questi fosse davanti a Dio, perché il direttore deve avere l’umiltà e la modestia di saper accettare che, per quanto possa e debba godere della fiducia del diretto, questi, quando si tratta di grazie speciali, non è detto che il direttore sia sufficientemente illuminato per saperle comprendere ed apprezzare, ma potrebbe scandalizzarsi, come successe a coloro che rifiutarono a Gemma Galgani di essere accettata tra le Passioniste e come avvenne al Padre Agostino Gemelli, che non riuscì a capire il carisma di S.Pio da Pietrelcina o agli stessi Giudei, che si scandalizzarono del fatto che Gesù si proclamasse Figlio di Dio.

 4. Se uno sa in coscienza davanti a Dio che quello che fa o che pensa è gradito a Dio, non occorre che lo comunichi al direttore spirituale, che non potrebbe capire. O se il direttore è al corrente di grazie speciali ricevute dal diretto, che potrebbero non essere capite dai comuni fedeli, il direttore è tenuto a mantenerle segrete.

Certo doni celesti che riguardano la vita futura sono talmente distanti dalle condizioni dell’attuale natura  decaduta, che all’occhio del comune credente possono sembrare scandalose, come fece San Francesco che si denudò davanti al Vescovo per esprimere il suo spogliarsi dell’uomo vecchio o come fece Santa Giovanna d’Arco che finse di essere un guerriero per incitare la Francia alla vittoria contro gli Inglesi o come fece il profeta Osea che si prese in moglie una prostituta per simboleggiare l’infedeltà d’Israele (Os 1,2)

5. Al direttore spirituale tuttavia non è proibito chiedere al diretto dei rapporti periodici sulla sua situazione spirituale, sui progressi o regressi compiuti, sui problemi o sulle soddisfazioni ottenute. A tal fine il diretto può redigere un diario.  

6. Il direttore spirituale, inoltre, deve esigere obbedienza, ma ci sono diversi tipi di obbedienza al direttore spirituale. Un conto è il laico che si mette sotto l’obbedienza di un direttore, che può indirizzarlo nell’insieme della sua vita spirituale. E un conto è il religioso, già legato dal voto d’obbedienza al Superiore nell’Istituto di appartenenza. Nel primo caso il direttore può imbastire un programma di vita insieme col penitente, programma ricavato dalle risorse spirituali sia del direttore che del penitente. Nel secondo caso, il direttore dovrà tener conto con la massima attenzione della regola del diretto e tenere contatti col suo Superiore.

7. Se la superiora di una comunità di religiose chiede notizie di una suora al direttore spirituale, egli dev’essere sobrio per non compromettere il segreto della confessione.  Se la suora si lamenta con lui della superiora, il confessore può parlarne con la superiora. In caso di contrasto fra due consorelle della medesima comunità, il confessore di entrambe può metterle a confronto e ascoltare le ragioni dell’una e dell’altra.

8. Non è detto che una direzione spirituale debba durare tutta la vita. Ciò può avvenire se i due sono impegnati in una grande opera di fondazione di un Istituto religioso, come avvenne per San Francesco di Sales e Santa Giovanna Frémyot di Chantal.  Oppure se i due si scoprono chiamati ad una missione che va al di là degli anni della loro vita, sulla base di una straordinaria comunione spirituale, come fu il caso delle coppie Margherita Ebner-Beato Giovanni Taulero e Beato Enrico Susone-Elisabetta Stagel, mistici domenicani tedeschi del sec.XIV[4]. In questo caso la coppia può stipulare un patto di fedeltà reciproca che metta per iscritto le finalità e il programma del sodalizio.

Invece più frequenti sono i rapporti temporanei, legati a periodi particolari della vita del discepolo, soprattutto periodi di crisi spirituale, risolti i quali, il rapporto si scioglie e i due restano in amicizia anche se il direttore cessa di esercitare la sua funzione.

Il direttore spirituale alle prese con la colpa sessuale 

Un ufficio particolarmente delicato del direttore spirituale, specie se è confessore, è quello di affrontare e risolvere il problema della colpa nel penitente, in particolare quella sessuale.  Oggi più che mai, infatti, è diffusa l’idea di origine freudiana, che la colpa non riguardi una deviazione della volontà, ma sia semplicemente una sofferenza psichica, dalla quale ci si può e ci si deve liberare con espedienti puramente psicologici, che sarebbero appunto quelli della psicanalisi. Secondo il dogma freudiano, tutto inoltre gira attorno al sesso, sicché tutte le «colpe», che poi non sono colpe, ma blocchi psichici, sono colpe sessuali, ci si renda o non ci si renda conto.

Al fine di chiarire i termini della questione, occorre per inciso ricordare che nella dinamica generale della colpa il demonio agisce in due direzioni: o creare sensi di colpa negli innocenti, e qui abbiamo gli scrupolosi; oppure spingere il colpevole a tacitare la coscienza che lo rimprovera, dandogli l’illusione di essere innocente e qui abbiamo la vana confidenza di salvarsi senza merito, tipica dei protestanti.

Il freudismo è un metodo che affetta d liberare gli scrupolosi, che egli chiama «neurotici», ma per farli cadere nel vizio opposto, che consiste nel farli diventare lassisti. Queste povere anime passano da un eccesso all’altro. È, in sostanza, quello che è successo a Lutero, che qui ha una funzione paradigmatica.

Certi confessori, dal canto loro, pensano di tranquillizzare lo scrupoloso col dargli assicurazione della sua innocenza e comandando loro di nutrire assoluta fiducia nell’assicurazione del confessore. Eppure sono convinto per esperienza che non si può guarire lo scrupoloso bombardandolo con toni imperativi, ma facendolo ragionare e stimolandone la responsabilità.

Io credo che se il confessore di Lutero avesse avuto la capacità e la pazienza di farlo ragionare lucidamente ed oggettivamente, invece di tollerare il suo orgoglioso e disperante perfezionismo, forse la Provvidenza ci avrebbe risparmiato la Riforma luterana.

È vero che allo stato di angosciosa incertezza dello scrupoloso il confessore può in qualche misura rimediare imponendogli di affidarsi con fiducia alla sua guida. Ma la cosa principale da fare è stimolarlo alla coscienza del suo potere decisionale, che lo rende padrone di sé e lucido nel valutare le sue responsabilità. In tal modo il soggetto vede chiaro dove ha colpa e dove non ha colpa, può fruire della pace della coscienza constatando la sua innocenza, ed alimenta un sano e costruttivo pentimento constatando con certezza la colpa.

Invece la cura proposta da Freud per la neurosi, che è la versione psicopatologica di ciò che in morale è lo scrupolo, fa diventare gli scrupolosi tanti piccoli Lutero. Essi passano dall’angoscia e dalla disperazione alla presunzione e all’arroganza, dall’abbattimento, a una sfrenata euforia, dal dubbio atroce a una boriosa sicumera.

Per il freudiano, pertanto, non si tratta di pentirsi di un peccato, che avrebbe causato il senso di colpa, ma si tratta al contrario di prender coscienza che si è innocenti e che il cosiddetto «peccato» è solo un moto autolesionista di repressione dell’ego da parte del superego, che non accetta le esigenze della sua libido mascherata proveniente dall’inconscio.

 Secondo Freud il soggetto verrebbe liberato dalla censura del superego, accontentando liberamente l’esigenza irresistibile della libido, come già pensava Lutero, esigenza che reclama o apertamente o nascostamente, mascherandosi, il rapporto sessuale, nel quale, secondo il materialista ateo Freud, si riassume, nel suo aspetto di asservimento dello spirito alla carne e di avvilimento spirituale, tutto lo slancio vitale e il bisogno di felicità del soggetto. Siamo evidentemente davanti ad una smaccata apologia della lussuria mascherata come processo di liberazione.

Immaginiamoci che cosa può combinare con le anime un direttore spirituale che assumesse i princìpi e il metodo di Freud. Però non abbiamo ancora detto tutto. Freud, che non vuol fare la figura del debosciato, raggiunge il vertice di una raffinata ipocrisia consigliando l’astinenza sessuale alle persone per bene non perché egli creda nel fatto che l’astinenza ascetica o religiosa assicuri una maggiore libertà spirituale, tutt’altro; ma solo perché quella persona salvi le apparenze e non faccia brutta figura, ma attiri la stima delle persone morigerate

Tuttavia ciò non basta a calmare l’inquietudine interiore di questa povera anima, perché la cosa che le sarebbe assicurata solo da una sana pratica del confessionale e da un reale e sereno controllo della sessualità, non dal soffocare la coscienza col darle l’illusone di essere libera e innocente.

Succede allora che il soggetto morigerato, che non riesce a trovare una conciliazione fra la carne e lo spirito, perché il freudismo non glie la offre, non ha altra scelta che tra il rigorismo e il lassismo. E a questo punto è chiaro che il confessore freudiano per salvare le apparenze, orienterà il penitente al rigorismo, senza però aiutarlo a risolvere il suo conflitto interiore, che sarebbe sanato in un’armonizzazione dello spirito con la carne sotto una sapiente guida dello spirito. Senonchè però non c’è da attendersi dal materialista Freud questa saggia guida, poiché egli notoriamente non sa e non intende elevare lo spirito sulla carne, che finisce invece col far da padrona sotto la spinta irresistibile della libido. 

Il problema posto dal freudismo è allora quello di una vera educazione alla castità, non fatta di apparenza, ma sinceramente fondata sulla natura umana. Freud, dal canto suo, ha certo il merito di aver segnalato quanto spesso la libido si maschera da spiritualità e quanta parte ha la sessualità nella vita dell’uomo, ma giunge fino all’esagerazione quando risolve tutta la spiritualità nella sessualità. Comunque il direttore spirituale deve saper cogliere l’aspetto valido del freudismo.

Con chiara coscienza del primato dello spirito sulla carne, cosa che a Freud manca, il direttore spirituale deve allora far capire al discepolo la bontà dell’istinto sessuale, cosa della quale Freud era consapevole, ma non tanto quanto può esserne un cristiano, che sa che il sesso è creato da Dio. «È un dono di Dio», come ha detto Papa Francesco.

La spiritualità umana, pertanto, è una spiritualità, che, se si eleva sul sesso, però, si basa sul sesso, è plasmata dal sesso, si esprime nel sesso. Il sesso entra nella identità della persona, nella dinamica del pensiero, delle relazioni sociali, dei sentimenti, dell’amore, delle virtù, del modo stesso di condursi verso Dio, ossia nella spiritualità. C’è una santità maschile e una santità femminile.

L’uomo non è un angelo. Un errore della concezione del passato circa la castità è stato quello di modellarla sulla condotta dell’angelo, fino a chiamarla «virtù angelica» proprio in riferimento a una creatura priva di sesso! Allora la sottile tentazione, alla quale purtroppo Origene cedette, influenzato da Platone, fu quella non del dominio ma dell’abolizione del sesso, chiaramente in contrasto col dogma della risurrezione del corpo.

Certamente, nell’angelo, che è puro spirito, l’amore è soltanto spirituale. Nell’uomo, invece, che è animale razionale e quindi sessuato, l’amore spirituale è perfetto e compiuto solo esprimendosi nell’amore sessuale genitale o semplicemente psicologico, il quale a sua volta introduce all’amore spirituale.

Così similmente la felicità ultima dell’uomo non sta nella semplice immortalità dell’anima, ma nella risurrezione del corpo maschile e femminile. L’amore sessuale, quindi, visto che nella risurrezione non c’è generazione, significa generazione solo per questa terra, ma di per sé è già sufficientemente attuato, nell’unione escatologica dei due.

Fine Terza Parte

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 22 gennaio 2021



Certi sacerdoti si rendono famosi come guide spirituali. Pensiamo a un S.Pio da Pietrelcina, a un San Leopoldo Mandić, a un San Giovanni Maria Vianney, a un Don Divo Barsotti o a un Venerabile Giocondo Pio Lorgna o al Servo di Dio Tomas Tyn. Questi sacerdoti ricevono per tale delicato ufficio uno speciale carisma. Si creano una fama e i fedeli accorrono.

Immagini da internet


[1]  PADRE LORGNA: SACERDOZIO, EUCARISTIA E VITA, Sacra Doctrina, 6,1988, pp.696-739

[2] Cf il mio libro Padre Tomas Tyn. Un tradizionalista post-conciliare, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2007.

[3] Cf Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2017.

[4] Giuseppe Faggin, Meister Eckhart e la mistica tedesca preprotestante, Fratelli Bocca Editori, Milano 1946, p.290.

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