Cosa significa toccare l’ostia consacrata?

 Cosa significa toccare l’ostia consacrata?

La funzione del tatto nella Santa Comunione

Come sappiamo, l’uso del tatto ha un ruolo essenziale nelle religioni e quindi anche nella Scrittura, sia come rappresentazione fisica dell’atto col quale il divino raggiunge l’uomo (Is 6,7; Ger 1,9; Dn 10,16), sia come atto rituale dell’uomo col quale egli si mette in contatto col divino (Mt 14,36; 28,9; Lc 24,39; Gv 20,17).

Se però nell’Antico Testamento il toccare il divino è un atto temerario (Es 19,12), data l’indegnità dell’uomo di allora davanti ad un Dio severo, con la venuta di Cristo, Dio, che si è degnato di venire ad abitare in mezzo a noi, si lascia toccare nell’umanità del Figlio, ed è Dio stesso che in Cristo si compiace di toccare l’uomo per guarirlo.

Il tatto ha una funzione essenziale nei sacramenti e in generale nelle azioni sacre come quel senso che si trova particolarmente coinvolto nella dinamica del rapporto con Dio o per significare che deve starne lontano per umiltà o viceversa come trasmettitore della grazia, nel senso di donarla e di riceverla.

Mentre nell’Antico Testamento toccare il sacro appare sconveniente e pericoloso (cf Es 19,12), perché l’uomo avverte fortemente la sua indegnità e la sua distanza dal divino, come uomo castigato e peccatore, nel Nuovo Testamento Dio in Cristo, frequentando misericordiosamente i peccatori pentiti, vuol farsi intimo dell’uomo e in qualche modo lasciarsi toccare (I Gv 1,1; Lc 24,39) ed abbracciare (Mt 28,9; Gv 20,17). Egli tocca e guarisce (Mt 9,29; Mc 1,41; 7,33; 8,22) e chi lo tocca sa di poter guarire (Mt 14,36).

Come sappiamo, l’uso di ricevere la Comunione sulla mano, consentito ormai da decenni dalla Chiesa e raccomandato in modo speciale dalla CEI come misura sanitaria in questo periodo di pandemia, ha suscitato resistenze in un certo numero di fedeli e a volte anche obiezioni di coscienza, alle quali San Giovanni Paolo II andò benevolmente incontro concedendo a loro la Comunione in bocca.

Sappiamo come l’uso della Comunione in bocca sia antico di secoli, benché nei primi secoli già vi sia stato l’uso della Comunione nella mano. Non sappiamo per i primi secoli che cosa abbia prevalso. Ho già trattato della differenza di significato tra i due usi in un mio recente articolo e non vi torno sopra. Qui vorrei fermarmi brevemente sulla questione dell’uso del tatto nel sacramento in genere e in particolare nella assunzione della Comunione eucaristica.

Nel sacramento in genere il tatto è certamente veicolo della grazia ed essenziale al sacramento, dato che il sacramento è segno sensibile della grazia, che produce quella stessa grazia che esso significa. Il sacramento, realtà materiale canale dello spirituale, frutto del mistero dell’Incarnazione, è così del tutto conforme e proporzionato alla natura fisico-spirituale dell’uomo.

Per questo è un evento o un fatto che richiede un rapporto interpersonale concreto e diretto, un vero e proprio contatto o auricolare o tangibile o visibile, quindi non un rapporto a distanza o per interposta persona, tra ministro e beneficiario del sacramento.

Per questo non è consentita una confessione sacramentale a distanza, ma vale solo la cosiddetta confessione «auricolare»; in alcuni sacramenti c’è l’applicazione della materia al corpo, il quale così sente il contatto della materia che gli viene applicata. Nel matrimonio l’atto sessuale assume un valore sacramentale. Ma il sacramento nel quale il tatto assurge alla sua massima valorizzazione è l’Eucaristia, per la quale il fedele tocca una materia sensibile – le specie eucaristiche -, che custodisce un’altra ben più elevata materia, questa non sensibile ma intellegibile agli occhi della fede – la sostanza del Corpo di Cristo -.

Toccare l’ostia è toccare gli accidenti del pane. Ma essi nascondono la sostanza del Corpo del Signore, al quale sono uniti per concomitanza il sangue, l’anima e la Divinità. Quindi in certo modo, benchè indiretto e sacramentale, tocchiamo Dio, e possiamo dire con l’emorroissa: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita» (Mt 9,20). Gli accidenti eucaristici sono il mantello di Cristo.

Certi fedeli abituati alla Comunione in bocca provano quel senso d’indegnità a toccare Gesù sacramentato, che ricorda la pietà veterotestamentaria. A loro pare quasi una profanazione toccare l’ostia con la mano. Ritengono che solo il sacerdote sia degno di toccare l’ostia con la mano. Credo che dovrebbero riflettere al fatto che Gesù si è lasciato toccare dagli uomini. L’importante è toccarLo con fede, amore e cuore purificato o pentito.

Potremmo chieder loro, peraltro: perché non provano questa ritrosia rispetto alla lingua? Potrebbero risponderci perchè la lingua è ovviamente necessaria per mangiare il Corpo del Signore, mentre la mano non è necessaria. Ma simile ritrosia non ha ragion d’essere, se pensiamo che Gesù ha piacere di essere toccato dal cuore puro e pentito.

Ci si può amare senza toccarsi? Toccarsi non vuol dire necessariamente sporcare o sporcarsi, se le mani sono pure. Sentiamo quanto ci costano le distanze obbligatorie a causa della pandemia e il dover rinunciare al segno della pace nella Messa.

Che vuol dire mangiare il Corpo del Signore?

A noi pare di mangiare semplicemente del pane o di toccare semplicemente del pane. Ma noi sappiamo che non è così. Il nostro toccare e mangiare è ovviamente un atto fisico-materiale-sensibile. Ma che cosa fisicamente tocchiamo e mangiamo? Il Corpo del Signore? No! Tocchiamo e mangiamo fisicamente gli accidenti del pane, i quali peraltro agiscono nello stomaco esattamente come se si trattasse di vero pane, producendo insieme con l’attività dell’apparato digerente, gli stessi effetti fisiologici, chimici e nutritivi.

La natura fisica e biologica non sa nulla del mistero della transustanziazione. Per lei gli accidenti del pane stanno con la sostanza del pane e quindi essa agisce secondo le leggi biologiche e chimiche, che Dio stesso le ha dato. Ma alla natura non interessa nulla nutrirsi di Cristo e non ne sarebbe neppure capace. A lei basta obbedire alle sue leggi e già così essa è unita a Dio.

Nutrirci di Cristo interessa a noi ed è possibile solo a noi enti spirito-corporali, capaci di partecipare della vita divina, mens capax Dei, come diceva Sant’Agostino, e per questo siamo noi e non la natura, priva di intelligenza, a sapere che il pane non è più pane, ma il Corpo del Signore e quindi a gustare l’ineffabile dolcezza del cibo eucaristico.

Ma allora cosa intende dire il Signore, quando dice che dobbiamo «mangiare la sua carne»? Quando ordina agli apostoli di «mangiare», che, cosa è questo mangiare? Gesù non dice mangiate gli accidenti del pane, ma mangiate il mio Corpo, perchè non dice: «questo è pane», ma «questo è il mio corpo». Eppure, come gli apostoli non mangeranno gli accidenti del pane?

Ma d’altra parte, se Gesù non si riferisce a un mangiare fisico, che mangiare è? Mangiare in che senso? Gesù non spiega neppure, come farà il Concilio di Trento, che intende dire: «mangiate la sostanza del mio Corpo privo degli accidenti».

Ma che cosa vuol dire che mangiamo la sostanza del Corpo senza gli accidenti? Eppure si tratta proprio di questo. Dunque è un mangiare spirituale, misterioso, soprannaturale, afferrabile solo dalla fede, un mangiare, la cui essenza supera quello che possiamo capire con la nostra sola ragione.

Si tratta di mangiare un Corpo umano ipostaticamente unito a Dio. In certo modo è un nutrirci di Dio, benché ovviamente questa espressione non possa essere presa alla lettera, se no sarebbe assurda. Eppure, nutrendoci di questo Corpo divino, riceviamo una vita divina, che è la vita di grazia, partecipazione alla vita divina che ci assimila a Ciò che mangiamo, ossia a Cristo stesso.

A parte la necessaria preparazione che ci è richiesta per fare degnamente la Comunione, non ci è richiesto uno speciale sforzo della volontà o uno speciale ed energico atto di virtù, ma un atto semplicissimo, quello di aprire la bocca e di mangiare, cosa che facciamo sin da neonati, sia che riceviamo l’ostia dalla mano del ministro, sia che l’abbiamo ricevuta nella nostra mano.

La funzione della vista

È importante, utile e salutare guardare devotamente per un certo tempo l’ostia nel corso dell’adorazione eucaristica. Certo la vista vede un povero dischetto bianco. Ma già il bianco è molto significativo della purezza e della verità.

Il bianco è la sintesi di tutti i colori. Il colore bianco nella Messa per i Santi è il simbolo della santità. Il battezzato è rivestito di una veste bianca. Il camice per la Messa è bianco. Nell’Apocalisse la veste bianca è indossata da coloro che trionfano con Cristo nella vittoria finale (Ap 3, 4-5).

Nel Vangelo gli angeli appaiono in bianche vesti (Mt 28,3). Nella Trasfigurazione il Signore appare con una veste candida (Mc 9,3). In Giappone il bianco è il simbolo dell’immortalità. Ma oltre a ciò occorre con l’intellectus fidei che noi saliamo oltre il sensibile per considerare e ad adorare Chi è nascosto in quel dischetto bianco. Bisogna parlarGli, interrogarLo, lodarLo, ringraziarLo, ascoltarLo, implorarLo, come hanno fatto e fanno tutti i Santi.

È bene guardare l’ostia e il calice anche al momento dell’elevazione dell’ostia e del calice. Al riguardo il celebrante farebbe bene a tenere sollevate per qualche istante le due sacratissime oblate, così da dar modo ai fedeli di contemplarle. In quel momento il celebrante si rivolge al Padre Che è nei cieli e quindi sarebbe bene che il suo sguardo si volgesse verso l’alto come faceva Cristo quando invocava il Padre e come è nell’uso del pregare presso tutti i popoli, perché Dio sta in alto ed Egli stesso è l’Altissimo.

Non è questo il momento, come fanno alcuni, di guardare in basso. Se offriamo un dono a qualcuno non lo guardiamo in faccia? Gli occhi abbassati converranno semmai al penitente o al meditante. Ma qui non si tratta né di meditare né manifestare il proprio pentimento, ma di guardare con ammirazione e rispetto l’Ente sommo e supremo, con quell’ammirazione simile a quella dello scalatore che, ancora a valle, contempla estasiato la stupenda maestosa catena montuosa, che gli sta davanti.

Ciò che danno i sensi e ciò che dà la fede

Ciò che ai sensi si presenta come qualità sensibile del pane, per esempio il sapore o il colore, è realmente qualità sensibile del pane o, come si dice in filosofia, «accidente» del pane o in liturgia «specie» del pane. Ma sappiamo per fede nella transustanziazione che nell’ostia è presente il Corpo stesso di Cristo a modo di sostanza, ossia la sostanza del suo Corpo senza gli accidenti, quindi senza il peso, le dimensioni, le qualità sensibili o i componenti fisici.

Viceversa, il sangue del Signore si trova sotto le specie del vino. Tuttavia nell’ostia c’è il Corpo glorioso del Signore, quello stesso Corpo che è in cielo. Ma mentre qui questo Corpo ha i suoi accidenti, nell’ostia c’è solo la sostanza, nella quale, in forza della consacrazione, si è convertita la sostanza del pane.

Nell’ostia c’è il Corpo fisico del Signore? Bisogna vedere che cosa intendiamo per «fisico». Se intendiamo fisico nel senso della fisica sperimentale, la quale sperimenta e misura i corpi fisici di questo mondo, allora certamente si deve dire che non c’è il Corpo fisico, nel senso che il Corpo non c’è con le sue dimensioni e qualità sensibili, che ha solo in cielo.

Ma se per fisico intendiamo fisico nel senso di materiale, allora è chiaro che si tratta del Corpo fisico, giacchè un corpo immateriale non esiste. Un corpo è per definizione una sostanza composta di materia e forma. Sostanza immateriale è solo lo spirito. Ma il corpo di Gesù nell’osta è il suo vero Corpo, anche se a modo di sola sostanza. E tuttavia si tratta di sostanza materiale.

Si riscontra altresì in alcuni fedeli la convinzione che solo le mani del Sacerdote siano degne di toccare l’Eucaristia. L’idea ha un certo fondamento, in quanto è il Sacerdote che consacra il Corpo di Cristo. D’altra parte l’Eucaristia è un cibo: e perché un cibo non potrebbe essere preso con le mani? Tuttavia non si tratta di un cibo come un altro, perché non è un cibo subordinato a noi, ma siamo noi ad essere subordinati a questo cibo, che sotto le specie del pane nasconde il Corpo del Signore.

Accorgimenti sanitari contro il covid

Sappiamo come i nostri Vescovi raccomandano la Comunione nella mano sulla base di indicazioni provenienti dall’ambiente medico. Già San Giovanni Paolo II a suo tempo fece sapere comunque che chi ha seri problemi di coscienza a seguire questa prassi, può ricevere la Comunione in bocca.

Perché è meglio nella mano che in bocca? Perché è più facile che la mano del sacerdote tocchi la lingua del fedele piuttosto che la mano. E la lingua è tramite del contagio molto più efficace della mano. D’altra parte, occorre ricordare che è facile al sacerdote toccare la lingua del fedele, mentre è molto più facile per lui evitare di toccare la mano.

Se allora il fedele è un portatore sano, può capitare che la mano del sacerdote, toccando la lingua, resti infetta, per cui la mano del sacerdote, toccando la lingua di un altro fedele, può trasmettere il virus a quel fedele. Indubbiamente si suppone che il sacerdote sia immunizzato.  In tal modo egli è difeso nel caso che tocchi lingua o la mano di un fedele portatore sano.

Se invece egli fosse un portatore sano, potrebbe contaminare l’ostia. Nel qual caso i fedeli, ingerendo l’ostia, potrebbero rimanere infetti. L’uso dell’igienizzante prima della distribuzione della Comunione, agisce per impedire la trasmissione dell’eventuale virus. 

Secondo alcuni l’ostia non può essere contaminante perché protetta contro il virus dal Corpo del Signore. Ma questa è un’idea del tutto irragionevole, perché nulla impedisce al virus di attaccarsi alle specie eucaristiche. Quindi il contare sulla presenza reale del Corpo del Signore evitando adeguate precauzioni profilattiche è un atto di tentazione di Dio. Non è infatti lecito, come ci insegnano le tentazioni di Cristo nel deserto, pretendere da Dio un miracolo laddove è in nostro potere ottenere con le nostre forze ciò che pretenderemmo di ottenere col miracolo.

Il fedele che riceve la Comunione nella mano deve controllare attentamente che non rimangano dei frammenti nella mano. Se li scopre, li raccolga con la lingua, senza indagini esagerate. È sufficiente rimediare secondo quello che si vede ad occhio nudo. Frammenti invisibili possono esistere, e Cristo è presente anche in essi. Ma evidentemente Egli non ci chiede di rimediare. Nemo ad impossibilia tenetur.

La particola può cadere accidentalmente sia nel caso della Comunione nella mano che in quella in bocca o per sbadataggine del sacerdote o per quella del fedele. Può essere cosa buona, se il pavimento offre sufficienti garanzie igieniche, che o il sacerdote o il fedele la raccogliessero ed assumessero quella particola. Altrimenti spetterà al sacerdote provvedere.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 8 settembre 2021

Toccare l’ostia è toccare gli accidenti del pane. Ma essi nascondono la sostanza del Corpo del Signore, al quale sono uniti per concomitanza il sangue, l’anima e la Divinità. 

Quindi in certo modo, benchè indiretto e sacramentale, tocchiamo Dio, e possiamo dire con l’emorroissa: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita» (Mt 9,20). Gli accidenti eucaristici sono il mantello di Cristo.


Nell’ostia c’è il Corpo fisico del Signore? Bisogna vedere che cosa intendiamo per «fisico». Se intendiamo fisico nel senso della fisica sperimentale, la quale sperimenta e misura i corpi fisici di questo mondo, allora certamente si deve dire che non c’è il Corpo fisico, nel senso che il Corpo non c’è con le sue dimensioni e qualità sensibili, che ha solo in cielo.

Ma se per fisico intendiamo fisico nel senso di materiale, allora è chiaro che si tratta del Corpo fisico, giacchè un corpo immateriale non esiste. Un corpo è per definizione una sostanza composta di materia e forma. Sostanza immateriale è solo lo spirito. Ma il corpo di Gesù nell’osta è il suo vero Corpo, anche se a modo di sola sostanza. E tuttavia si tratta di sostanza materiale.

Immagini da internet

12 commenti:

  1. Condivido quanto lei scrive riguardo alla uguale dignità del ricevere l'eucarestia attraverso le mani piuttosto che sulla lingua. Solo un'obiezione (e una domanda) riguardo a quando lei dice che tenteremmo il Signore se facessimo a meno dei guanti. A parte il fatto che ben pochi sacerdoti ormai li usano, i miracoli eucaristici sembrano indicare che l'ostia consacrata non sia contaminata da funghi, virus o batteri. Ovvero, sembrerebbe che Gesù stesso ci indichi di non aver timore del Suo corpo.

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    1. Caro Stefano,
      io non ho affatto detto “che tenteremmo il Signore se facessimo a meno dei guanti” e nemmeno intendo dirle.
      Io ho detto che tenteremmo il Signore se, considerando che abbiamo in mano l’Ostia Consacrata, la considerassimo come una difesa dal covid, grazie alla potenza divina contenuta nel Corpo di Cristo.
      Ora, se Dio volesse, potrebbe effettivamente conferire all’Ostia questo potere difensivo. Tuttavia, il fatto stesso che i nostri vescovi ci raccomandino di fare la Comunione nella mano, di usare igienizzanti e una serie di accorgimenti profilattici, significa che noi fedeli non possiamo contare su di una divina potenza profilattica, che possa essere contenuta nell’Ostia Consacrata.
      È vero che esistono i Miracoli Eucaristici; tuttavia il buon cristiano, quando dispone di mezzi naturali per difendersi contro una pandemia, non può contare sul miracolo, senza tentare Dio.
      Che cosa vuol dire tentare Dio? Vuol dire pretendere da Dio un intervento miracoloso, circa un problema che possiamo risolvere con le nostre forze. Il che vuol dire che il Signore, attraverso i nostri vescovi, ci fa sapere che dobbiamo adottare contro il covid quei mezzi sanitari, che ci sono messi a disposizione dalle autorità competenti.

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  2. La ringrazio vivamente nella speranza che il suo insegnamento aiuterà tanti a non crearsi scrupoli fondati sul nulla o su distorsioni desunte da presunte esperienze "mistiche". Su internet circolano le affermazioni, che fanno leva soprattutto sui cosiddetti tradizionalisti, di un sacerdote columbiano che non avrebbe dato più la comunione sulla mano per aver visto,in una sua presunta "visione", Gesù calpestato da quei fedeli che ricevono la Comunione in mano e in piedi, come se Gesu potesse essere calpestato. Purtroppo il calpestare frammenti può capitare a tutti involontariamente e inavvertitamente. Se fosse fatto con pienezza di volontà, sarebbe veramente un grave sacrilegio
    ma se questo avviene inavvertitamente, certamente nessuno può essere incolpato. Per di più, come giustamente ha scritto lei, i frammenti possono cadere anche nell'atto di dare l'Eucarestia nella bocca, quindi, anche con tutte le accorrezze, invitabili. Purtroppo, molti preferiscono ascoltare e andare appreso a fantasie piuttosto che sottostare alla sana dottrina e all'insegnamento della Chiesa.

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    1. Caro Don Pietro, sono molto contento di averla soddisfatta con le mie parole e mi auguro anch’io che i fedeli prendano in considerazione le cose che dico, che ritengo conformi, come lei stesso mi conferma, alla pastorale ecclesiale e a norme di prudenza.
      C’è molto lavoro da fare per noi sacerdoti, perché purtroppo è vero che molti preferiscono ascoltare vere o supposte rivelazioni private, piuttosto che le indicazioni dei nostri vescovi o addirittura il magistero della Chiesa o del Papa.

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    3. eliminato da un amministratore ...
      motivo?
      eliminato da un amministratore,
      p.Cavalcoli ne è al corrente ?

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    4. Caro Nicola,
      sono P. Giovanni Cavalcoli, ho tolto il tuo commento, perchè espresso in modo offensivo.
      L'amministratore è la persona che mi aiuta per l'aspetto tecnico.

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  3. Rev.do padre Cavalcoli,
    ho letto questa sera soltanto l'interessante conversazione sull'Eucaristia. Le dico il mio rammarico per la sua eccessiva attenzione alla sanificazione eucaristica. La Grazia potrebbe risultare contaminata, diluita o forse anche perduta nelle procedure.
    Lei dice che nel ricevere l'Eucaristia il corpo di Gesù non viene toccato, ma toccando il pane è come se toccassimo ciò che l'emorroissa toccò per la sua guarigione: la veste. E' la sua un'opinione isolata o supportata dai Padri della Chiesa o da qualche teologo o mistico?
    Seconda precisazione: il Cristo di cui ci cibiamo con l'Eucaristia è il Cristo risorto o, come da altri indicato, è il corpo sofferente di Cristo che si appresta ad affrontare la Passione? Personalmente sento di più la presenza del Cristo del giovedì santo, quello della domenica di Pasqua resterebbe l'agognato traguardo. Grazie della grande carità che ricevo.
    Silvio

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    1. Caro Silvio,
      la pratica della sanificazione, necessaria per evitare rischi di contagio, non ha nulla a che vedere con la grazia del Sacramento dell’Eucarestia. Infatti, mentre la sanificazione è una pratica medica finalizzata a tenerci al riparo dal contagio, la grazia del Sacramento si pone su di un piano ontologico infinitamente superiore a quello fisico, che riguarda la detta sanificazione. Per questo non ha senso ipotizzare che la grazia possa ricevere qualche danno dalla suddetta pratica, in quanto la grazia appunto appartiene all’ambito del divino, che domina dall’alto quanto avviene sul piano fisico. La grazia viene distrutta solo dal peccato, per esempio se uno riceve la Santa Comunione senza essere in grazia.
      Per quanto riguarda la questione del toccare il Corpo di Cristo, tenga presente che il nostro toccare ha per oggetto un qualcosa di tangibile. Ora, che cosa c’è di tangibile nell’Eucarestia? Evidentemente l’Ostia consacrata, inquantoché si tratta di un oggetto che può essere toccato col senso del tatto, cioè noi tocchiamo gli accidenti del pane, che rimangono anche dopo la transuistanziazione.
      Per quanto riguarda il Corpo di Cristo, invece, Esso è presente nell’Ostia, che non è più pane ma è il Corpo di Cristo, non con le sue dimensioni tangibili, il peso, il colore e la figura, o, come si dice, con i suoi accidenti, ma a modo di sostanza.
      Il che vuol dire che tu non puoi toccare propriamente il Corpo di Cristo, perché mancano gli accidenti tra i quali in particolare la tangibilità. Per questo, ciò che tu propriamente tocchi sono gli accidenti o specie eucaristici, ossia la tangibilità dell’Ostia consacrata. Inoltre tieni presente che, dato che nell’Ostia c’è la sostanza del Corpo del Signore, non c’è più la sostanza del pane, perché è avvenuta la transustanziazione, ossia la conversione della sostanza del pane nella sostanza del Corpo del Signore.
      Quello che ti ho esposto non sono mie opinioni personali, ma è ciò che si ricava con sicurezza dal dogma della transustanziazione.
      Per quanto riguarda la questione della morte del Signore, bisogna fare una distinzione. Gesù è morto 2000 anni fa e non muore più, ma vive glorioso in cielo. Tuttavia la Santa Messa è la riattualizzazione incruenta del Sacrificio di Cristo, che avviene nella doppia consacrazione del pane e del vino, che diventano Corpo e Sangue del Signore. Quindi in ogni Messa Gesù misticamente muore e risorge, perché Gesù si offre in Sacrificio per la remissione dei peccati. Altra cosa invece è l’Ostia e il Vino consacrati: in essi la morte di Cristo non è assolutamente presente, perché si tratta del Corpo di Cristo Risorto.
      Quindi, bisogna distinguere il Sacrificio di Gesù in quanto fatto fisico avvenuto 2000 anni fa sulla croce - qui Gesù morì, per risorgere dopo tre giorni -, e il Sacrificio che Gesù fa di Sé al Padre nel momento in cui il sacerdote pronuncia le parole della consacrazione del pane e del vino. Questo Sacrificio è lo stesso del Golgota, ma, in quanto Sacrificio divino, è al sopra dello spazio e del tempo, e quindi è sempre presente nel momento della Santa Messa.
      Anche quesi concetti si ricavano dai dogmi della Transustanziazione, della Redenzione e dall'Essenza della Santa Messa.
      Cf. https://www.vatican.va/archive/catechism_it/p2s2c1a3_it.htm - https://www.vatican.va/archive/catechism_it/index_it.htm

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  4. C'erano molti argomenti a favore della comunione in mano.
    * Alcuni allevati: - i primi 1000 anni in bocca. - I prossimi 1000 anni in mano. - Nel terzo millennio entrambe le forme.
    * Altri hanno sostenuto che ritorna alla pratica della Chiesa primitiva.
    * Altri hanno voluto dargli un significato teologico: - Nella mano c'è il fratello di Cristo che riceve il suo cibo. - Nella bocca è la creatura che riceve il suo cibo.
    Quel che è certo è che ci sono due modalità. Uno è stato abbandonato diversi secoli fa per essere "complicato" rispetto alla riverenza per le particelle dell'ostia che, come indica l'articolo, sono il corpo di Cristo. La Chiesa lo ha reintrodotto come indulto per legiferare sugli abusi (un po' come la Messa di San Pio V) e si è diffuso in molti luoghi. Oggi penso che sia una pratica abbastanza comune. Con l'influenza aviaria si è tentato di forzare la comunione in mano per motivi di salute. Oggi di nuovo.
    È perfettamente chiaro che non ci sono ragioni di salute per questo. È più comune ma meno scomodo toccare la mano dei fedeli che le loro labbra. Questo conosce qualsiasi prete. Ed è diritto dei fedeli ricevere la comunione come meglio crede nelle forme consentite dalla legge.
    Gli argomenti dati dai fedeli non sono sempre i migliori. Chiarisco che quelli che danno anche i sacerdoti.
    Se i preti smettessero di torturare i loro fedeli e i vescovi i preti e il papa i vescovi, le cose andrebbero molto meglio.

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    1. Caro Hilario,
      sono sostanzialmente d’accordo con quello che lei dice. Non scendo nei dettagli, avendone già parlato in miei precedenti articoli. E del resto siamo più che altro sul piano delle opinioni. In linea generale io credo che il sacerdote e il fedele si debbano incontrare su di un piano di carità, di mutua comprensione e di mutua accettazione.
      In linea di principio è chiaro che la Comunione va fatta in mano, secondo le disposizioni della CEI. Ma non si tratta di norme assolute, perché lo stesso San Giovanni Paolo II, che ammetteva la comunione nella mano, tuttavia disse che, se un fedele per motivi di coscienza preferisce la Comunione in bocca, bisogna accontentarlo.
      Io sono contrario a quei preti che impongono la Comunione sulla mano, come se fosse un Comandamento divino, ma sono contrario anche a quei fedeli saccenti, che disprezzano la Comunione sulla mano come se fosse un sacrilegio o una profanazione del Corpo di Cristo.
      Bisogna evitare queste due rigidezze opposte e porsi su di un piano di mutua accettazione. Se il prete oggi ha l’obbligo in linea di massima di dare la Comunione sulla mano, deve ricordarsi che egli è un servitore dei fedeli, in maniera simile al barista, il quale, quando entra un avventore, non lo obbliga a prendere la coca-cola, ma gli chiede che cosa vuole. Ma d’altra parte è grande virtù del fedele adattarsi a quello che il prete fa in nome della Chiesa, perché quello che conta è fare la Comunione, sia essa in bocca o sia essa in mano, e in modo particolare farla con le dovute disposizioni di umiltà e di obbedienza alla Chiesa.

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