Il mistero dell’eresia (Seconda Parte - 2/3)

Il mistero dell’eresia

Seconda Parte (2/3)

Essenza giuridica dell’eresia

Facciamo un altro passo per stabilire che cosa è l’eresia. Resta sempre vero che essa è un giudizio dell’intelletto, un giudizio falso. Ma su quale materia? Essa riguarda la dottrina di Gesù Cristo. L’eresia è il rifiuto di una o più verità di fede insegnate da Cristo. Allora l’Antico Testamento non ha il problema dell’eresia? La dottrina di fede dell’Antico Testamento, soprattutto quella di Mosè, dei profeti e dei libri sapienziali prepara e introduce alla dottrina di Cristo.

Facciamo un nuovo passo e stabiliamo il concetto cattolico di eresia. Qui entra in gioco la funzione del Magistero della Chiesa, il quale per mandato di Cristo ha il compito di determinare ciò che è di fede, soprattutto gli articoli di fede e i dogmi che sono fondati su di essi e per conseguenza le proposizioni eretiche, ossia quelle che mettono in dubbio, falsificano o negano le verità di fede.

Chi manca del concetto cattolico di dogma cade in difficoltà inestricabili dovendo definire che cosa è l’eresia. Come infatti l’essenza del dogma si comprende solo facendo riferimento all’ufficio del Sommo Pontefice di definire che cosa è di fede, così per corrispondenza è impossibile sapere che cosa è un’eresia senza far riferimento all’autorità del Papa nel definire il dogma. Senza il riferimento al Papa non si può sapere che cosa è di fede e per conseguenza senza riferimento al Papa non si può sapere che cosa è falso nella fede, ossia che cosa è l’eresia.

Cristo ha voluto che chi giudica in ultima istanza ciò che è di fede e ciò che è eretico fosse Pietro. E difatti è accaduto che da San Pietro a Papa Francesco si sia sempre realizzata una perfetta armonia tra il messaggio di Cristo nel Vangelo e ciò che i Papi hanno insegnato e condannato da allora fino ad oggi. Ciò che essi hanno definito essere di fede è sempre restato di fede e ciò che essi hanno definito essere eresia è sempre stato eresia.

I Papi non hanno mai ritrattato ciò che essi hanno insegnato come maestri della fede. E non hanno mai tolto la condanna a coloro che hanno giudicato eretici. In questi 2000 anni i Papi ci hanno fatto conoscere sempre meglio, grazie ai dogmi, il mistero di Cristo, mostrandoci di volta in volta per sempre le eresie che tale mistero negavano o falsificavano.

Chi non si rifà al costante insegnamento dei Pontefici nel corso di questi 2000 anni per definire che cosa è l’eresia, cade in un concetto sbagliato di eresia e viene quindi a mancargli anche il criterio per sapere che cosa è di fede. È quello che è capitato all’autore di una storia delle eresie, David Christie-Murray[1], il quale, privo del criterio di discernimento che gli sarebbe venuto se avesse fatto riferimento al Magistero della Chiesa, non s’accorge della sua continuità nel corso dei secoli, e tra gli innumerevoli conflitti dottrinali tra le varie confessioni cristiane, è continuamente sballottato fra un partito e l’altro senza mai raccapezzarsi dove sta la verità e dove sta l’errore.

Il Magistero nel passato si limitava a condannare come eresie le proposizioni contrarie alla fede nel loro significato oggettivo ut sonant, astenendosi dal vagliare che cosa l’autore intendeva dire e se per caso non si era espresso male. Non s’impegnava, cioè, a vagliare o verificare se le intenzioni dell’autore fossero buone o cattive, salvo i casi di evidente pertinacia, frode o ribellione del supposto eretico alla Chiesa, nel qual caso lo qualificava come anatema, ossia lo scomunicava.

La Chiesa è sempre stata tollerante nei confronti di coloro che, per il loro modo di esprimersi, generano il sospetto di essere eretici. Ma, a meno che l‘eresia non appaia evidente, la Chiesa preferisce, per quanto possibile, dare un’interpretazione benevola. E questo lo faceva perché la preoccupazione di impedire la diffusione dell’eresia prevaleva sul desiderio, che oggi invece sente come stretto obbligo, di vagliare e comprendere e valutare attentamente le intenzioni dell’autore, così da poterlo scagionare nel caso che emerga dall’indagine che l’indagato non aveva intenzione di andare contro la Chiesa.

 Resta sempre il compito pastorale della Chiesa di avvertire i fedeli del contenuto erroneo e pericoloso delle proposizioni, così come suonano, indipendentemente dal significato che l’autore intendeva ad esse attribuire. Per questo oggi generalmente la Chiesa si astiene dal nominare l’autore, come spesso si faceva un tempo, aggiungendo epiteti infamanti, ma si limita alla semplice denuncia degli errori considerati in sé stessi e si ferma a spiegare per quale motivo sono errori, contrariamente alla prassi di un tempo, allorché la Chiesa denunciava semplicemente l’errore senza dare spiegazione del perchè. In ogni caso il Magistero possiede dallo Spirito Santo un dono di giudizio o di discernimento, per il quale la Chiesa sa sempre interpretare correttamente il senso di ciò che dice l’eretico. Per questo, quando la Chiesa condanna un’eresia, non si ritratta mai.

Per questo dall’esame delle eresie condannate nel passato possiamo ricavare per contrasto ciò che è immutabilmente verità di fede. È pertanto una frode dei modernisti ed è essa stessa un’eresia quella il sostenere per esempio che la Chiesa si è sbagliata nel condannare Lutero al Concilio di Trento o che il concetto di persona che oggi abbiamo non è più quello che la Chiesa ha usato Concilio di Calcedonia.

 È molto importante stabilire il concetto giusto di eresia, perché esistono concetti eretici di eresia. Un eretico facilmente accusa il Papa o il Magistero della Chiesa di eresia. Ma il concetto giusto di eresia ce lo fornisce, come è giusto, la Chiesa stessa, «colonna e sostegno della verità» (I Tm 3,15), la quale lo ricava dalla Scrittura e dalla Tradizione e lo espone nel suo magistero e nella sua prassi pastorale e canonica.

Il concetto ecclesiale più preciso di eresia non è dogma, ma lo troviamo nella tradizione canonica. Questo fatto può meravigliare, se ho parlato di «mistero dell’eresia» perché solo il credente, anzi il cattolico può diventare ed essere eretico. L’eresia ha a che fare con la fede proprio perchè si oppone ad una verità di fede. Oppone alla fede non l’incredulità, ma un’altra fede, supposta quella vera, benché al suo fondo ci sia l’incredulità o il tradimento della fede. L’eretico crede di essere più che mai cattolico, anzi di conoscere la verità di fede meglio del Papa. È il Papa che sbaglia, è lui l’eretico.

Ma l’eresia ha anche un riflesso sociale nei rapporti fra cattolici, che devono essere regolati da giustizia e carità. Le idee e il comportamento dell’eretico svolgono un certo influsso nell’ambiente nel quale opera e al pastore è imposto l’obbligo di preservare, difendere ed immunizzare il gregge da questo influsso.

 La definizione canonica di eresia serve così in modo speciale all’autorità ecclesiastica, il vescovo e il Sommo Pontefice, deputata ad allontanare dai fedeli il pericolo dell’eresia, se occorre, anche in via giudiziaria. Essa è la seguente:

«Si dice eresia la pertinace negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una verità che si deve credere per fede divina e cattolica o il dubbio pertinace su di essa – apostasia, il ripudio totale della fede cristiana; - scisma, il rifiuto della sottomissione al Romano Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti» (Can.751).

È importante conoscere questa definizione canonica dell’eresia, che fornisce all’autorità competente il criterio giuridico per giudicare se una proposizione è o non è eretica.  Benché l’utilizzazione ufficiale di tale definizione spetti di per se innanzitutto all’autorità ecclesiastica competente, è chiaro che la sua conoscenza è necessaria anche a qualunque fedele zelante, ben preparato e prudente, perché ogni fedele, secondo le sue possibilità, ha il dovere innanzitutto egli stesso di vigilare per non cadere nell’eresia ed altresì ha il dovere a sua volta di vigilare a vantaggio dei fratelli di fede, affinchè siano difesi e protetti dal nemico che si aggira come leone ruggente:

«Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come un leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli forti nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi» (I Pt 5,8).

A questo riguardo, qualunque fedele nelle condizioni suddette, se si accorge soprattutto come teologo della presenza di un’eresia in qualunque altro fedele, di qualunque ceto o grado gerarchico, escluso il Papa, che non può essere eretico, ha la facoltà e, nelle opportune circostanze, il dovere, se ne è capace, di denunciare o confutare l’eresia, con riserva eventuale di lasciare un miglior giudizio a uno maggiormente competente di lui.  

Il fatto che un teologo possa sbagliare nel notare di eresia un altro teologo, induce certo il primo a una grande prudenza e cautela. Ma non vale neppure l’atteggiamento di coloro che disapprovano comunque il fatto che un teologo noti di eresia un altro teologo, se la Chiesa non ha condannato quest’ultimo. Occorre dire invece che normalmente sono proprio teologi preparati che segnalano alla Chiesa l’azione nociva di sospetti eretici, stimolando l’autorità ad interessarsi del caso.

È chiaro che per un prudente giudizio è necessario sapere con certezza quali sono le verità di fede, perché se uno considera verità di fede una semplice opinione teologica, giudicherà eretico chi si scosta da quell’opinione. E viceversa chi non sa che una data proposizione è di fede, ma la crede una semplice libera opinione teologica, passerà sopra o si rifiuterà di giudicare eretico il teologo che la nega.

Le cause dell’eresia

Come la ragione conduce alla fede, così l’errore nella fede suppone l’errore nella ragione. È impossibile una retta fede sulla base di una ragione malsana. Viceversa, una ragione sana preserva dall’eresia e protegge la fede. Chi ragiona bene, se applica la sua ragione al dato rivelato, non può essere ingannato dall’eresia. O la fede corregge la ragione o la ragione distrugge la fede. La ragione corregge l’eresia e la fede corregge la falsa ragione. La ragione alimenta la fede e la fede alimenta la ragione.

L’orizzonte della ragione umana abbraccia una molteplicità di oggetti gerarchicamente ordinati a seconda della loro ampiezza e importanza logica ed ontologica. I gradi del sapere razionale sono dati dal livello gnoseologico più o meno alto, al quale la ragione s’innalza. Il grado più basso sono le conoscenze sperimentali di contenuto fisico o storico. La ragione, poi, sale ad un grado superiore con le conoscenze matematiche e logiche. Al vertice del sapere razionale ci sono le scienze dello spirito, la psicologia, la morale, la metafisica e la teologia razionale.

Il dogma cattolico ha per contenuto la spiegazione della divina Rivelazione di Nostro Signore Gesù Cristo, rivelazione che non si trova solo nelle sue parole, nelle sue opere e nei suoi gesti narrati dai Vangeli, ma anche implicitamente in tutta la Sacra Scrittura e nella Sacra Tradizione apostolica, interpretate dal Magistero della Chiesa.

Ora, quanto Cristo ci ha rivelato da parte del Padre, riguarda o ha rapporto solo con alcune aree epistemologiche di competenza della ragione, vale a dire che si tratta di verità soprannaturali e salvifiche, che riguardano l’esistenza e gli attributi di Dio, il piano divino della salvezza, l’origine, la natura, la norma di condotta e il fine ultimo dell’uomo, nonché certi fatti storici narrati dalla Bibbia, compresa la vita di Cristo.

Parte di queste verità, teologiche, storiche, antropologiche, logiche, morali o filosofiche, sono già di per sé attingibili o dimostrabili dalla sola ragione mediante l’esperienza, il ragionamento o apprendimento scolastico o per testimonianza storica. Queste verità razionali hanno dunque rapporto necessario, logico o storico col dogma. Per cui, chi ne negasse una, negherebbe o renderebbe impossibile di conseguenza il dogma ad essa connesso e cadrebbe, sia pur indirettamente o implicitamente, e forse involontariamente, nell’eresia.

Invece gli errori che toccano quelle aree del sapere umano, che non sono oggetto della Rivelazione o non hanno rapporto con essa, come per esempio nel campo della matematica o della chimica o della fisica, non possono avere alcun rapporto con l’eresia.

Anche le opinioni erronee non hanno rapporto con l’eresia, sempre però che riguardino l’opinabile. Ché se invece un esegeta o un teologo o un moralista o uno scienziato o un filosofo o un sociologo o un politico o uno scrittore o un poeta esprimono un’opinione contraria a un dato di fede o certamente connesso con la fede, è chiaro che tale opinione, se non sarà direttamente un’eresia, è quanto meno un errore prossimo all’eresia.

Così, per esempio, per far riferimento a una verità speculativa, chi sostenesse che l’esistenza di Dio si può provare in base al semplice concetto di Dio e non per causalità, partendo dalle creature, come insegna il Concilio Vaticano I, si porrebbe in contrasto con la dottrina dogmatica del Concilio.

Chi sostenesse che la natura umana o l’immortalità dell’anima o la legge naturale, verità di per sé dimostrabili razionalmente, non sono immutabilmente stabilite da Dio, ma sono teorie discutibili, dubbie, mutevoli o addirittura false, andrebbe contro la dogmatica antropologica e morale della Chiesa e quindi cadrebbe nell’eresia.

Oppure, per far riferimento a dati di fatto o a fatti storici connessi col dogma, i cosiddetti «fatti dogmatici», è chiaro che lo storico che negasse la storicità dei Vangeli o l’esegeta che negasse la storicità del racconto biblico del peccato originale, verrebbe indirettamente a negare il dogma del peccato originale e quindi cadrebbe, sia pur indirettamente, nell’eresia.

Altro esempio. Chi negasse che Papa Francesco è vero Papa o chi lo accusasse di essere eretico, sarebbe come se non lo considerasse Papa, perché un Papa non può essere eretico. La conseguenza? Verrebbe a negar fede all’infallibilità dottrinale di Papa Francesco invalidando il suo magistero pontificio. 

L’eresia non ha vere motivazioni religiose e non nasce, come appare agli ingenui, secondo i racconti dei massoni e degli stessi eretici, da elevati ideali o esigenze di libertà spirituale, ma da motivazioni semplicemente umane, politiche, di prestigio, nazionalistiche e a volte bassamente economiche o carnali.

Così per esempio il rifiuto del Filioque da parte del Patriarca di Costantinopoli nel 1054 non fu motivato da reali ragioni teologiche che in realtà non sussistono ed anzi provano il contrario, ma dall’orgoglio di quella Chiesa che riteneva la sua teologia mistica greca superiore al cattolicesimo romano basato sul rozzo – a suo dire - giuridismo romano.

Il successo della Riforma luterana non è dovuto, come i luterani vorrebbero farci credere, a un maggior bisogno di interiorità e di evangelismo di Lutero contro il supposto farisaismo e legalismo della Chiesa Romana, ma dalla tradizionale presuntuosa convinzione dei Tedeschi di essere il popolo più intelligente e dal pensiero teologico eccellente su quello di tutti gli altri popoli. A ciò si aggiunse l’accoglienza del luteranesimo da parte dei Prìncipi laici ed ecclesiastici dell’Impero non per una sincera convinzione interiore, ma per avere un pretesto per ribellarsi al cattolico Imperatore Carlo V e non pagargli le tasse.

Enrico VIII, per andare alla sostanza delle cose e non fermarci alla superficie, non si ribellò al Papa perché – a suo dire - non accettava la riforma del clero inglese e perché effettivamente non gli aveva dato il permesso di divorziare da sua moglie, ma perché, cupido di ricchezze, mirava ad incamerare gli aiuti economici che i cattolici inglesi davano al Papa per la sua missione universale. È vero però anche che a seguito dello scisma, l’etica sessuale della Chiesa anglicana ha perduto il rigore proprio della Chiesa Cattolica per cedere al permissivismo, oggi evidentissimo. Si pensi al fenomeno della sodomia.

Ma anche l’ortodossia può essere strumentalizzata per fini politici, come è per esempio il caso di Filippo II di Spagna, il quale, come è noto, eccedette nel servirsi dell’Inquisizione per eliminare avversari politici. Oppure come fece Luigi XIV di Francia con i giansenisti: dall’una e dall’altra parte la fede cristiana era strumentalizzata dalla politica. Non si trattò di una lotta della fede cattolica del Re gallicano contro l’eresia, ma di un conflitto politico tra Lui e i giansenisti, mascherato da lotta religiosa.

La repressione dell’eresia

Insegnerò agli erranti le tue vie

e i peccatori a te ritorneranno

Sal 50 15

 

L’eresia ha un duplice volto: è un grave peccato di infedeltà a Dio e alla Chiesa e come tale merita di essere punita; ma è anche un grave turbamento nello spirito dell’eretico, è una malattia dell’anima, che il buon medico deve studiarsi di togliere, se il malato collabora ed accetta la cura.

Cristo dà agli apostoli direttive in un senso e nell’altro per togliere questo male. Da una parte avverte, ammonisce, accusa, confuta, redarguisce, rimprovera e minaccia i dottori della legge e i farisei per la loro ipocrisia. L’eresia infatti è una fede finta. Ma dall’altra, Gesù è aperto al dialogo, alla discussione, all’esortazione, alla spiegazione, alla dimostrazione, all’opera di convincimento, alla correzione paziente, mite, benevola e misericordiosa, come per esempio con gli apostoli, Nicodemo, la samaritana, la Maddalena, i discepoli di Emmaus, ed altri personaggi

San Paolo ci ricorda che comunque, a causa delle conseguenze peccato originale, l’eresia è inevitabile:


 «È necessario che avvengano eresie (aireseis) fra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi» (I Cor 11,19). «Dopo una o due ammonizioni, sta’ lontano dall’eretico (airetikòn), ben sapendo che è gente ormai fuori strada e che continua a peccare condannandosi da sé stessa» (Tt 3,11).

Questo potere di liberare le menti e i cuori dall’eresia è proprio soprattutto del vescovo, come appare già dalle Lettere di San Paolo al suo discepolo, il vescovo Timoteo:


«Questo è l’avvertimento che ti do, figlio mio Timoteo, in accordo alle profezie che sono state fatte a tuo riguardo, perché, fondato su di esse, tu combatta la buona battaglia con fede e buona coscienza, perché alcuni che l’hanno ripudiata hanno fatto naufragio nella fede» (I Tm 1,19). «Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, confuta (èlenxon), rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del Vangelo, adempi il tuo ministero» (II Tm 1-5). 

Paolo fa presente infatti al discepolo la situazione ecclesiale che in futuro andrà profilandosi:


«Lo Spirito dichiara apertamente che negli ultimi tempi alcuni si allontaneranno dalla fede, dando retta a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche, sedotti dall’ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza» (I Tm 4,2). «La parola di costoro si propagherà come una cancrena» (II Tm 2,17). «Costoro si oppongono alla verità: uomini dalla mente corrotta e riprovati in materia di fede. Costoro però non progrediranno oltre, perché la loro stoltezza sarà manifestata a tutti» (II Tm 3, 8-9).


Giuda da parte sua fa presente che se l’eretico è incorreggibile, può esser bene sospendere i contatti con lui:


«Convincete quelli che sono vacillanti, altri salvateli strappandoli dal fuoco; di altri infine abbiate compassione con timore, guardandovi persino dalla veste contaminata dalla loro carne» (Gd 23). «Dopo una o due ammonizioni, sta’ lontano dall’eretico (airetikòn), ben sapendo che è gente ormai fuori strada e che continua a peccare condannandosi da sé stessa» (Tt 3,11).

 

«Molti seduttori sono apparsi nel mondo, i quali non riconoscono Gesù Cristo venuto nella carne. Ecco il seduttore e l’anticristo! Fate attenzione a voi stessi, perché non abbiate a perdere quello che avete conseguìto, ma possiate ricevere una ricompensa piena. Chi va oltre e non si attiene alla dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi si attiene alla dottrina, possiede il Padre e il Figlio. Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo, poiché chi lo saluta partecipa delle sue opere perverse» (II Gv 7-11). «Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro» (Mc 6,11). 

Abbiamo qui il primo esempio di quel provvedimento o di quella sanzione penale, che già in Paolo è il dichiarare l’eretico «anàtema» (anàthema), che comporta l’idea dell’essere allontanato o escluso o espulso con una nota d’infamia (cf I Cor 16,22; Gal 1,8; I Cor 12,3), espressione che sarà poi adottata dai Concili Ecumenici fino al Concilio Vaticano I.

Si tratta di quel provvedimento disciplinare, che il diritto canonico fino all’attuale chiamerà «scomunica». Anche nel Vangelo di Matteo troviamo nella bocca stessa di Cristo questo concetto della scomunica come provvedimento estremo che fa seguito a una serie di tentativi falliti di correggere il fratello (Mt 18, 15-17).

Questo provvedimento severo non intende per nulla escludere lo scomunicato dalla comunione ecclesiale in modo definitivo, perché ciò non è nel potere della Chiesa, le cui sanzioni sono solo e sempre medicinali. Questo intento medicinale lo vediamo nel castigo inflitto da San Paolo all’incestuoso (I Cor 5,5). Lo scomunicato resta per la Chiesa sempre un fratello, che essa sottopone a una pena nell’intento che si purifichi per poi essere riammesso alla comunione ecclesiale. Solo la pena dell’inferno è meramente afflittiva e irremissibile. Ma questa pena se la procura il dannato stesso con la sua impenitenza finale.

Al tal fine di correggere l’eretico e liberarlo dal suo errore la Scrittura propone due vie o metodi possibili, da saper usare ora l’uno ora l’altro, a seconda delle circostanze o delle convenienze: una via pacifica, che potremmo chiamare anche terapeutica, che vede l’eresia come una malattia da curare. È più che altro l’eresia di coloro che sono stati ingannati in buona fede. Abbiamo allora il chiarimento, l’esortazione, il dialogo, la persuasione, la discussione, la confutazione; e una via polemica, che è lotta e battaglia, contro coloro che sono fautori dell’eresia e ad essa attaccati. Abbiamo l’accusa, l’avvertimento, la disputa, la controversia, l’ammonimento, il rimprovero e la minaccia.

Essa può comportare una giusta ira, come vediamo in Cristo stesso e nei profeti, ira che però, non è facile da dominare. Non parliamo di conflitto o litigio, che spesso sconfinano nell’alterco o nelle ingiurie reciproche, dove prevale l’ira e manca la carità, nulla di più controproducente per combattere l’eresia, cosa che richiede una grande lucidità mentale, che invece vien meno negli eccessi dell’ira.

Certamente possiamo riferire a questa buona battaglia contro l’eresia il seguente densissimo brano, che si presenta a tutta prima come una lotta contro Satana.

 

«La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue, ma contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il Vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la Parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti santi» (Ef 6,12-18).

Come il medico intende guarire l’ammalato, così il vescovo, il teologo, il predicatore, il missionario intendono liberare l’eretico dalla sua eresia, indurlo o convincerlo ad abbandonare o a ritrattare la sua eresia. Certamente quest’opera di persuasione non è facile e il più delle volte è votata all’insuccesso, perché cosa tipica dell’eretico è la sua sicumera, la sua spavalderia, la sua arroganza, la sua indocilità, la sua autostima accresciuta dal successo, la fissazione ossessiva e fanatica nelle sue idee, il suo disprezzo per il cattolico, la sua chiusura in se stesso, che non gli permette di ascoltare l’altro, il credersi strumento infallibile dello Spirito Santo, la sua convinzione di non dover essere lui a correggesi, ma che devono esserlo gli altri.

Sì, certo, bisogna odiare il peccato e non il peccatore. Il medico odia la malattia perché ama il malato. Ma, ahimè! Non sempre, anzi quasi mai l’eretico è una povera vittima innocente e compassionabile della sua eresia, ma le è molto attaccato e la sostiene e difende con ostinazione, senza ascoltare ragione.

In tal caso, adirarsi con lui e minacciarlo sull’esempio di Cristo, di San Paolo, di Santo Stefano e dei Santi, può ispirargli un salutare timor di Dio, anche se è vero che può anche suscitare in lui una violenta reazione di odio contro il predicatore, che può finire anche martire. Ma comprensibilmente non tutti i predicatori si sentono questo coraggio.

All’epoca di Gesù esisteva la pena di morte per i trasgressori della Legge di Mosè. Gesù non la mette mai in discussione. Anzi, Egli avverte severamente: «chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina girata da asino al collo e venga gettato in mare» (Mc 9,2).

Gesù stesso fu condannato a morte per aver trasgredito la Legge di Mosè con l’accusa di voler farsi Dio. Egli non protestò né si lamentò per questo, anche se tutta la sua vita e il suo insegnamento dimostrano chiaramente l’infondatezza di quell’accusa. Ma non mise in discussione il principio.

L’ufficio supremo della condanna dell’eresia spetta al Papa. In questo ufficio il Papa è infallibile, perché se si sbagliasse e giudicasse eretico ciò che è di fede o viceversa, verrebbe evidentemente meno al suo ufficio di confermare i fratelli nella fede, ufficio nel quale il Papa, per volontà di Cristo, è sempre assistito dallo Spirito Santo. Infatti la Chiesa, una volta che ha condannato una proposizione come eretica, non torna mai e non è mai tornata sulla sua decisione.

Tuttavia, sin dai primissimi tempi della storia della Chiesa, i Papi si fecero aiutare da esperti o stretti collaboratori, a cominciare dai vescovi e poi dai cardinali, nell’individuazione e nella confutazione delle eresie. Solo nel sec. XII Papa Lucio III istituì un vero e proprio tribunale addetto a giudicare del crimine di eresia, quella che sarebbe stata chiamata fino al Concilio Vaticano II «Sacra Romana ed Universale Inquisizione dell’eretica pravità»[2], detta più brevemente «Inquisizione». Col Concilio di Trento assunse anche il nome di Santo Officio, che mantenne fino al Vaticano II, il quale lo sostituì con l’attuale Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF).

Il Sant’Offizio non è di per sé infallibile nei suoi giudizi, se non è ratificato dal Papa,  cosa che appunto avvenne con la famosa condanna di Galileo «per eresia», perché Papa Urbano VIII  non appose la sua firma al decreto, ma lasciò che il tribunale decidesse autonomamente[3].

Fu un grave errore non certo nel campo dottrinale, perché non entrò in gioco l’infallibilità dottrinale pontificia, ma certamente una grave imprudenza, che il Papato avrebbe pagata cara col diventar bersaglio, ingiustamente ma comprensibilmente, di tutti gli eretici e nemici della Chiesa fino ad oggi ed occasionando in certi ambienti episcopali opportunisti e pavidi un eccessivo timore di sbagliare nel giudicare di eresia, timore che, sconfinando a volte nell’incuria, finisce per favorire o permettere il diffondersi delle eresie.  Purtroppo ci sono voluti quasi quattro secoli perché la Chiesa nella persona di San Giovanni Paolo II riconoscesse apertamente ed ufficialmente che il Sant’Offizio si era sbagliato. Meglio tardi che mai.

La teoria galileiana del sole fermo e del moto della terra attorno ad esso non era affatto eretica. I giudici dell’Inquisizione furono ingannati da un’esegesi sbagliata di Gs 10,12, prendendo alla lettera il racconto e pensando che il sole si fosse veramente fermato, cosa che a riflettere bene è un miracolo assurdo e non capirono che era un semplice modo di dire per dire che si combattè fino a notte fonda, come se la giornata si fosse prolungata per dar modo agli Israeliti di vincere il nemico.

Bisogna peraltro dire con franchezza che Gesù, dal canto suo, certamente non auspicò affatto che un giorno l’autorità della sua Chiesa potesse istituire con l’ufficio dell’Inquisizione[4] la pena di morte per gli eretici, come avvenne invece nel sec. XII con Papa Lucio III nel 1184 a Verona in accordo con l’Imperatore Federico Barbarossa.

Travagliata storia, quella dell’Inquisizione, il cui diritto-dovere alla pena di morte, anche se per il tramite del cosiddetto «braccio secolare», fu difeso da San Tommaso d’Aquino[5]. In base al ragionamento fatto da San Girolamo, citato da San Tommaso, si considerava l’eretico come un membro putrido, che rischia di infettare tutto l’organismo. Non resta che toglierlo. Il ragionamento in sé, riferito a un organismo, è giustissimo. Ma si può veramente applicare al caso dell’eretico? È su questo punto che la Chiesa oggi non è più d’accordo.

Inoltre, che bisogno c’era di pena così terribile come quella del rogo? Oggi non riusciamo più a capacitarci di come sia stato possibile che una religione fondata da Colui che ci ha comandato di imparare da Lui, «mite ed umile di cuore», abbia potuto punire gli eretici con tale severità.  E si sarebbe andati avanti per quasi sette secoli, fino allo scioglimento dello Stato della Chiesa nel 1870[6].

L’Inquisizione ha frenato il diffondersi dell’eresia? Sì, certamente, fino al periodo della riforma tridentina. Ma con l’illuminismo la Chiesa perse il suo potere deterrente, che è quello che rende efficaci le misure coercitive. Nel Medioevo la Chiesa aveva l’appoggio delle masse credenti, che a volte dovevano essere addirittura tenute a freno dall’autorità contro gli eretici. Ma già con la riforma protestante e le guerre di religione nacquero due sistemi inquisitoriali l’uno opposto all’altro, cattolico e protestante, fino alla pace di Westfalia del 1648.

Tutto ciò non ha impedito che l’eresia nel Diritto Canonico continuasse e continui a figurare come crimine punibile a norma di legge (Cf Can.1364). E questo perché la Chiesa possiede nativamente un potere coercitivo ed è giusto che sia così. Infatti il potere coercitivo è giustificato linea di principio per incutere nel suddito un salutare timore della pena conseguente all’infrazione della legge.

Senonchè, occorre notare che mentre l’Europa medioevale occidentale era totalmente cattolica, per cui la Chiesa non aveva difficoltà a sanzionare efficacemente l’eresia con misure giudiziarie, dato lo scarsissimo numero di eretici, oggi che gli eretici sono enormemente aumentati, la Chiesa mantiene bensì nel Diritto Canonico la sanzionabilità dell’eresia. Essa appare ancora nel Diritto Canonico come un crimine meritevole di essere punito. E tale punizione ha lo scopo di far ravvedere l’eretico e di impedire la diffusione della sua eresia[7].

ma al lato pratico la Chiesa ha perduto, almeno nei confronti dei grandi movimenti ereticali, il potere di far rispettare la legge e quindi di risolvere le vertenze di eresia per via giudiziaria.

Un problema del genere si pone oggi col rahnerismo. Al riguardo, faccio presente, come ho dimostrato nel mio libro su Rahner[8], che nel suo sistema teologico ci sono molte eresie, che offrirebbero gli estremi per condanne formali sanzionate dalla legge canonica (Can.1364). Senonchè il partito rahneriano è oggi talmente forte e influente, che la Chiesa non dispone di una proporzionata forza sanzionante tale, dall’intervento della quale essa possa sperare una resipiscenza dei rahneriani, che viceversa si sentono più sicuri che mai, nonostante i danni arrecati alla Chiesa, di essere l’ala avanzata della Chiesa.

 Per questo, sebbene il rahnerismo si sia subito diffuso sin dai tempi di San Paolo VI, nessun Papa se la è sentita di condannare esplicitamente il rahnerismo.  Ma ciò non significa assolutamente che i Papi di fatto o personalmente o per mezzo della CDF non abbiano respinto implicitamente gli errori di Rahner insegnando l’opposta verità di fede, pur senza mai nominare Rahner. I rahneriani certamente se ne sono accorti, ma, non sentendosi nominati, ed anzi trovandosi oggetto di benevolenza da parte dei Papi, probabilmente si lusingano di essere approvati e probabilmente i più audaci premono sull’attuale Pontefice perché compia un gesto significativo a loro favore, cosa che né Papa Francesco, né i suoi successori faranno mai, così come nessun Papa può approvare l’eresia. 

Bisogna però aggiungere che oggi, dopo la comprensibile reazione agli eccessi del passato, c’è troppa incuria nella pastorale corrente ad affrontare la grave questione dell’eresia, i pastori non vigilano o non sono preparati, gli eretici si moltiplicano, c’è un diffuso scetticismo circa la possibilità di condurre alla Chiesa cattolica gli acattolici.

Abbiamo troppa sfiducia nella forza del ragionamento e dalla persuasione argomentata, dimenticando, come diceva Pio XI, che, se è misterioso e sovrarazionale ciò che crediamo, ossia le verità di fede, perché se no, la fede non sarebbe più fede, razionali, evidenti e dimostrabili sono i motivi che inducono a credere.

Gli imbonitori pullulano e mancano i predicatori della fede. Per usare il linguaggio caro a Papa Francesco, non c’è l’evangelizzazione, ma il proselitismo. Non si tratta, come credono certi esaltati, di sostituire l’azione umana con quella dello Spirito, ma di agire razionalmente proprio perché mossi dallo Spirito.

Per questo i motivi umani e razionali del credere[9] devono essere proposti per non essere degli imbonitori anziché dei persuasori, per non suscitare il fideismo anziché la fede e non fare del proselitismo al posto dell’evangelizzazione.  Dobbiamo pertanto riconoscere che troppo spesso non sappiamo indurre i non-cattolici a penitenza e ad invogliarli a venire al banchetto del Padre per le nozze del Figlio. Ci scarichiamo troppo facilmente sull’azione dello Spirito Santo. È vero che, in fin dei conti, è Lui che converte i cuori. Ma noi dobbiamo fare la nostra parte come docili strumenti dello Spirito.

Il Domenicano in special modo, ha un esempio stupendo in questo campo nel Santo Padre Domenico, il quale passò tutta una notte in una locanda tenuta da un eretico cataro a discutere con lui e all’alba del nuovo giorno ebbe la gioia di vederlo pentito, con volontà di riabbracciare quella fede che aveva tradito.

Occorre comunque riconoscere che questa capacità di suscitare nei non-cattolici il desiderio di entrare nella Chiesa cattolica, è un dono speciale del Signore, non concesso a tutti, neppure se si è Santi canonizzati, ma solo ad alcuni, come per esempio San Paolo, i Santi Cirillo e Metodio, San Giacinto, San Giosafat, San Francesco Saverio, San Pietro Canisio, San Francesco di Sales, il Beato Marco d’Aviano.

Esistono anche, nella storia della Chiesa, momenti particolarmente felici o favoriti in tal senso, come per esempio lo fu l’ambiente cattolico francese dei primi decenni del secolo scorso, attorno al circolo di amici dei coniugi Jacques e Raissa Maritain e all’attività di alcuni teologi domenicani come i Padri Clérissac, Dehau, Garrigou-Lagrange[10].  In questo ambiente la prospettiva di convertirsi al cattolicesimo fu sentita da molti spiriti eletti di varie confessioni, ebrei, protestanti, ortodossi, peraltro in un clima di dialogo interconfessionale, che non girava su se stesso, ma, aperto al soffio dello Spirito, sapeva veramente preparare le vie del Signore mediante l’uso dell’argomentazione razionale e sapienziale.

Fine Seconda Parte

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 3 novembre 2020


Il Sant’Offizio non è di per sé infallibile nei suoi giudizi, se non è ratificato dal Papa,  cosa che appunto avvenne con la famosa condanna di Galileo «per eresia», perché Papa Urbano VIII  non appose la sua firma al decreto, ma lasciò che il tribunale decidesse autonomamente. 

Galileo a Venezia con il Doge 

(Immagini da internet)


Gli errori che toccano quelle aree del sapere umano, che non sono oggetto della Rivelazione o non hanno rapporto con essa, come per esempio nel campo della matematica o della chimica o della fisica, non possono avere alcun rapporto con l’eresia.

 Sala dell'Inquisizione -  Bologna, San Domenico



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[1] I percorsi delle eresie. Viaggio nel dissenso religioso dalle origini all’età contemporanea, Rusconi, Milano 1998.

[2] Sul portale di ingresso dell’ex-ufficio dell’Inquisizione del convento domenicano di Bologna c’è ancora la scritta: «Sanctissimae Inquisitionis Domus».

[3] Cf J.Maritain, De l’Eglise du Christ. La personne dell’Eglise et son personnel, Desclée de Brouwer, Bruges 1970, cap. XIV.

[4] Cf Praedicatores inquisitores-I, Atti del Seminario di Roma del 23-24 febbraio 2002, a cura dell’Istituto Storico Domenicano, Roma 2004.

[5] Sum. Theol., II-II, q.11, a.3.

[6] Posseggo nella mia biblioteca un raro volume del 1789 di ben 644 pagine dedicato a perorare la pena di morte per gli eretici: «Della punizione degli eretici e del Tribunale della Santa Inquisizione. Nella prima pagina non c’è il nome dell’Autore. Qualcuno sulla costola del libro ha scritto: «Padre Pani - Difesa del S. Officio».  Non c’è neppure il nome dell’Editore. L’autore è certamente un Domenicano. Si nota in lui una notevole preparazione teologica, scritturistica, filosofica e canonistica. Lo stile è pacato e ben argomentato. È interessante questa reticenza sull’Autore e sull’Editore. Che temessero vendette? A quali cautele aveva dovuto ridursi il già potentissimo S. Officio! La Rivoluzione Francese era alle porte!

[7] L’Autorità ecclesiastica ha oggi molti mezzi legali per ottenere  questi fini: la scomunica o l’interdetto per qualunque fedele; la riduzione allo stato laicale o la sospensione a divinis per i sacerdoti; la sospensione dall’ufficio per gli uffici ecclesiastici; il principio del promoveatur ut amoveatur; la diminuzione dell’incarico per i detentori di alti incarichi; la sospensione dall’insegnamento o la proibizione di pubblicare per il teologo o il docente in istituti ecclesiastici; l’espulsione dall’istituto di appartenenza per i religiosi; l’allontanamento o il trasferimento ad altra sede per qualunque sacerdote o religioso. Resta sempre il problema che l’Autorità sappia usare questi mezzi con saggezza e giustizia e che quindi non colpisca degli innocenti e non trascuri di punire i colpevoli. Ma il diritto-dovere dell’Autorità resta. Quello che purtroppo succede è che non avendo un prelato indegno motivi legittimi per punire un suddito innocente, ricorre a provvedimenti illegali, che sono veri e propri atti di violenza, senza darne ovviamente ragione, perché la ragione non esiste. Viceversa capita il caso del prelato che non punisce l’eretico o per timore della reazione dei seguaci o perchè non ha capito che è un eretico o perchè egli stesso è eretico o perché vuol fare la figura del misericordioso o di rispettare la diversità o libertà di pensiero o di essere uomo del dialogo.

[8] Karl Rahner, Il Concilio tradito, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2009.

[9] La recente enciclica di Papa Francesco Fratelli tutti si inquadra perfettamente in questo discorso. È mostrando al mondo la bellezza e doverosità umana della fratellanza umana, che la Chiesa cattolica persuade ed induce ragionevolmente gli uomini di buona volontà non-cattolici, ad accettare la fratellanza cristiana come mistero di fede.

[10] Vedi per esempio una testimonianza di Raissa Maritain su questo clima di fraterne amicizie, che i quegli anni condussero molti intellettuali francesi ad abbracciare la fede cattolica: I grandi amici, Edizioni vita e Pensiero, Milano 1975.

2 commenti:

  1. Carissimo Padre,
    il libro di cui parla alla nota 6 non corrisponde forse all'opera dell'iniquistore domenicano di origine riminese p. Tommaso Vincenzo Pani, di cui trova qui https://books.google.be/books?id=KckOAAAAQAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false una copia digitale del libro?
    In Cristo,

    Pietro

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    1. Caro Pietro, la ringrazio di cuore per queste preziose notizie su di un mio illustre Confratello. Effettivamente è il Padre Pani.

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