lunedì 31 gennaio 2022

Sul concetto rahneriano di Dio - Prima Parte (1/5)

  Sul concetto rahneriano di Dio

Prima Parte (1/5)

Esse Dei est ipsum eius intelligere

Sum.Theol., I, q.16, q.5

 

L’interpretazione rahneriana della gnoseologia tomista 

In un memorabile studio critico il grande teologo del secolo scorso, il Padre Stimmatino Cornelio Fabro, mise in luce la radice idealista della teologia di Rahner, mascherata sotto una falsa interpretazione della gnoseologia metafisica di San Tommaso, concentrando l’attenzione soprattutto su Uditori della parola[1]. Sorprende come lo studio di Fabro non sia stato appoggiato significativamente nell’ambito della Chiesa.

In quegli anni decisivi dell’immediato postconcilio era iniziata la scalata al potere dei rahneriani, i quali, fattisi la fama di protagonisti del Concilio Vaticano II, sfruttarono abilmente il prestigio ottenuto per seminare nella Chiesa un’interpretazione modernistica del Concilio, che suscitò la reazione lefevriana, dando nascita ad una logorante guerra tra fratelli, che dura a tutt’oggi. 

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Rahner fa dire a San Tommaso esattamente l’opposto di quello che effettivamente insegna su questo delicatissimo tema della conoscenza, affermando che Tommaso «rigetta la concezione volgare dell’atto conoscitivo come un urtare contro qualcosa, un protendersi intenzionalmente verso l’esterno».

 

Cita senza capirla e in modo tronco un’asserzione di Tommaso, il quale, parlando della conoscenza dell’angelo, cita Platone per il quale il conoscere avviene «per contatto con la cosa intellegibile, e fa dire a Tommaso che il conoscere non avviene in questo modo.



Indubbiamente nel caso della conoscenza umana il primo contatto – che sia un urto o un tocco delicato non interessa - con la realtà non avviene certamente per un atto di coscienza, ma attraverso i sensi, ma ciò non esclude affatto l’intenzionalità della rappresentazione concettuale, quella che Tommaso chiama species intellegibilis.

L’essere intenzionale del concetto non è un «protendersi verso l’esterno». Questa è opera semmai delle mani nel senso del tatto. È chiaro che l’atto del pensiero è immanente all’intelletto. Ma il pensiero, mediante l’intenzionalità, porta all’interno della mente ciò che è fuori, privandolo della sua materialità. Certo l’intentio è un certo tendere, che però non va inteso come un moto verso l’esterno, ma è un tendere interiore verso l’oggetto.

 Immagini da internet

domenica 30 gennaio 2022

Da Hegel a Marx - Il passaggio storico dal panteismo all’ateismo attraverso Feuerbach - Quinta Parte (5/5)

  Da Hegel a Marx

Il passaggio storico dal panteismo all’ateismo

attraverso Feuerbach

Quinta Parte (5/5)

La protesta di Marx contro lo sfruttamento capitalistico

in nome dell’ateismo

Quanto a Marx, egli, come materialista, al seguito di Feuerbach, apprezza la concretezza, la sensibilità e le passioni, anche in modo esagerato, tanto da disprezzare quell’ascetismo che consente allo sguardo ed all’appetito dello spirito di emergere al di sopra della materia per apprezzare e praticare dovutamente, col soccorso della grazia divina, gli eterni ed universali valori della morale e della religione.

Marx irride all’etica della persona, che ai suoi tempi era forse anche troppo rigorista e intimista, e tuttavia, come è noto, ebbe una forte percezione delle esigenze della giustizia sociale. Comprese i danni arrecati dall’avarizia sul piano sociale ed economico nella società del suo tempo e ne provò forte sdegno. Si accorse delle gravissime ingiustizie sul lavoro occasionate dal sorgere della società industriale inglese del suo tempo e insieme con l’amico Engels, si dette a studiare scientificamente la situazione alla ricerca di un rimedio e ne venne fuori la sua opera più famosa, Il capitale. Attaccò duramente le teorie economiche utilitariste e liberali come quelle di Adamo Smith, che giustificavano l’egoismo dei ricchi.

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Ad ogni modo bisogna riconoscere onestamente che Marx col suo intervento dimostrò sul momento una maggiore attenzione a quel tragico fenomeno che non la Chiesa stessa. Egli infatti precorse di 40 anni l’intervento della Chiesa. Il Manifesto del partito comunista è infatti del 1848; la Rerum novarum di Leone XIII è del 1891. 

Erano cose nuove per il Papa; ma non erano cose nuove per i comunisti, anche se è vero che la vera soluzione del problema fu data da Leone XIII. Resta il pregiudizio, benché del tutto falso, che l’ateismo e non il teismo sia la vera strada per la liberazione e la grandezza dell’uomo.

Disse bene Dostoevskij: «se Dio non esiste, tutto è lecito».

 Occorre costruire il dialogo con l’ateismo sulla base della ragione. Dimostrare all’ateo che Dio esiste e che egli sbaglia resta sempre un dovere. Occorre il confronto fra chi dimostra che Dio esiste e chi vorrebbe dimostrare che Dio non esiste. 

L’ateismo feuerbachiano è un esempio di ateismo lungamente ragionato. Esso riveste una speciale importanza per il ben noto credito che Marx ed Engels danno all’ateismo feuerbachiano. Esso deriva da un teismo, che è un falso teismo, quello di Hegel. Dal che possiamo vedere come un falso teismo che sfocia nel panteismo, può produrre l’ateismo, perché contiene un ateismo implicito, che Feuerbach non farà che esplicitare. Feuerbach confuta il teismo hegeliano credendo di aver confutato il teismo. Ma il vero teismo è quello di San Tommaso d’Aquino. Provino i feuerbachiani a confutare questo: come abbiamo visto, sarà come sparare ad un leone con una pistola ad acqua.

 
Immagini da internet: - Leone XIII - Dostoevskij - Leone (Babilonia - Istanbul Museo Archeologico)

sabato 29 gennaio 2022

Da Hegel a Marx - Il passaggio storico dal panteismo all’ateismo attraverso Feuerbach - Quarta Parte (4/5)

 Da Hegel a Marx

Il passaggio storico dal panteismo all’ateismo

attraverso Feuerbach

Quarta Parte (4/5)

La teoria marxiana della verità

In Marx, come già in Feuerbach, si nota un recupero del realismo contro l’inganno dell’idealismo. Si dà fiducia all’esperienza sensibile, ritenendola capace di verità e non semplice opinione o parvenza. Marx si accorge che Hegel, riducendo il reale all’ideale, l’essere all’essenza, il concreto all’astratto, l’individuale all’universale, l’essere all’essere pensato, l’oggetto al soggetto, il sapere al sapere di sapere, perde di vista la realtà, che è esterna al pensiero e non si identifica col pensiero, col concetto, con l’idea.

L’errore di Marx, però, è quello di confondere lo spirituale con l’ideale e il reale col materiale. Da qui viene il suo ateismo antropologico, per il quale Marx, come Feuerbach, sostituisce l’uomo allo Spirito assoluto hegeliano. Per Marx non è lo spirito che pone se stesso, è fondato su se stesso, dipende da se stesso ed è l’ente supremo, ma è l’uomo in carne ed ossa, il Gattungswesen, nel quale egli distingue certo il materiale dallo spirituale, ma dove è chiaro che dà il primato al materiale, sicchè per Marx la coscienza dipende dalla materia non solo nel conoscere, ma anche nell’essere. 

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La visione prassistica della verità da cosa dipende in Marx? Dalla stessa concezione marxista dell’uomo, per cui, come in Fichte, l’uomo non è creatura di Dio, ma produce se stesso. Marx precisa che ciò avviene nella prassi politica collettiva, quindi prassi non individuale, ma di classe o di partito.

Per questo la verità non è adeguazione del pensiero a ciò che Dio ha fatto e tanto meno a un’inesistente Parola di Dio, ma è conoscenza di ciò che l’uomo fa, secondo l’adagio di Gianbattista Vico: verum ipsum factum. L’uomo conosce solo ciò che egli stesso fa.

Ma allora la verità, per Marx, se non esclude in modo assoluto l’adaequatio a un dato esterno, tuttavia in fin dei conti, la stabilisce l’uomo stesso nel momento in cui agisce in base a scopi politici prefissati, e la trae da ciò che egli stesso fa nel momento in cui agisce. L’agire non è regolato dal sapere, ma il sapere nasce dall’agire.

Per questo il realismo marxista certamente si oppone, come già in Feuerbach, all’idealismo hegeliano dell’essere come essere pensato, ma deve convivere col principio della prassi, che è un’eredità fichtiana e vorremmo dire tratta dalla magia. Come il mago si propone di trasformare la realtà col suo potere magico, così Marx è convinto di poter trasformare il reale con le sue idee. 

Del resto non parla forse lo stesso Hegel del «potere magico» del negativo? Per questo la gnoseologia marxista è dialettica: non è un puro sapere, ma è un fare-sapere, un saper che è un fare e un fare che è un sapere.

La verità, precisa Lenin, rincarando la dose, non è mai imparziale; la verità per sua essenza, è sempre verità di parte, è verità di partito.

Immagini da internet: - Giambattista Vico - giochi di magia - Lenin

giovedì 27 gennaio 2022

Da Hegel a Marx - Il passaggio storico dal panteismo all’ateismo attraverso Feuerbach - Terza Parte (3/5)

  Da Hegel a Marx

Il passaggio storico dal panteismo all’ateismo

attraverso Feuerbach

Terza Parte (3/5)

L’ateismo di Feuerbach

Feuerbach[1]  affetta un amore per l’uomo fondato sull’ateismo e non s’accorge che il vero amore del prossimo è fondato sull’amore per Dio suo creatore e sua immagine. È impossibile amare il prossimo se non si ama Dio, né vero amore del prossimo è farne un dio. Odiare Dio porta logicamente ad odiare il prossimo, suo creatore e sua immagine. Se uno ama veramente il prossimo, vuol dire che ama Dio che lo ha creato a sua immagine e somiglianza.

Il fatto è che Feuerbach ha una concezione materialistica dell’uomo. Amare l’uomo come fosse un animale, senza badare ai suoi bisogni spirituali, non è vero amore per l’uomo. Amare l’altro solo con le passioni non è vero amore per l’altro. Da Hegel Feuerbach avrebbe potuto apprendere la dignità e il valore dello spirito. E invece, sia pur giustamente irritato dalla sua gnoseologia idealista che riduce l’essere all’essere pensato, la materia alla materia pensata, e l’amore all’amore pensato, Feuerbach reagisce con un realismo sensuale ed emotivo, che ritrova sì la materia, ma ne esagera l’importanza, cadendo nell’eccesso opposto di porla al di sopra dello spirito. E Marx erediterà proprio questa concezione materialistica dello spirito. 

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Nostro dovere è quello di contrapporre ragionamento a ragionamento, e contrapporre al falso ragionamento quello giusto, dato dalle prove dell’esistenza di Dio. È questa la doverosa confutazione dell’ateismo.

Ricordo che il mio insegnante di sociologia all’Università di Bologna, Gian Franco Morra, parlava di ateismo «postulatorio», cioè sosteneva che l’ateismo non è convinzione che nasca da un ragionamento, ma è una posizione di comodo.


Ma esiste anche da secoli una filosofia atea, esistono filosofi atei, come per esempio appunto Feuerbach e Marx, i quali pretendono di dimostrare scientificamente il loro ateismo.

La questione, dunque, non è così semplice. La certezza che Dio esiste non la ricaviamo da una semplice intuizione o sentimento spontaneo, ma è effetto di un ragionamento, come ci fa presente San Paolo (Rm 1,20) e ci è ricordato dal Concilio Vaticano I (Denz.3004).

Errano gli atei nei loro ragionamenti? Certo, come nota la Scrittura (Sap 2,1-5;13, 1-5). E per questo essa li considera degli stolti. Tuttavia, non ci si può limitare a dare a Feuerbach e a Marx dello stolto, ma occorre mostrare la falsità dei loro ragionamenti, tanto più che essi hanno l’apparenza della verità e dal sec. XIX hanno convinto e convincono centinaia e centinaia di milioni di esseri umani. Occorre dunque ragionando correttamente, mostrar loro che sbagliano



La ragione, dal momento in cui comincia a funzionare nel fanciullo, se ben educata e non è volontariamente frenata nel suo moto spontaneo di induzione della causa dall’effetto, a partire dall’esperienza sensibile, si eleva spontaneamente e necessariamente a scoprire che Dio esiste e lì si ferma soddisfatta.

Immagini da internet:
- Prof. Gianfranco Morra

martedì 25 gennaio 2022

Da Hegel a Marx - Il passaggio storico dal panteismo all’ateismo attraverso Feuerbach - Seconda Parte (2/5)

Da Hegel a Marx

Il passaggio storico dal panteismo all’ateismo

attraverso Feuerbach

Seconda Parte (2/5)

L’ateismo marxista

L’ateismo marxista nasce da una maniera falsa di concepire la miseria e la schiavitù dell’uomo, una malintesa compassione per l’uomo oppresso e avvilito dalla classe dominante, un modo di pensare che conduce ad operare in una maniera ingiusta e controproducente per la elevazione e per la liberazione dell’uomo. 

Per Marx concepire un uomo soggetto a un Dio vuol dire umiliare l’uomo e non riconoscergli la sua dignità. Vuol dire approvare la schiavitù e impedire la libertà dell’uomo. La religione per lui è il modo col quale i padroni sfruttano e tengono sottomessi i lavoratori illudendoli con vane speranze ultraterrene. Dunque l’ateismo è la via della liberazione dell’uomo.

La religione secondo lui proibisce di ribellarsi all’ingiustizia patita con la falsa promessa di un compenso celeste. Ma per Marx non esiste nessun al di là; o la felicità è su questa terra o non esiste felicità per l’uomo. I comunisti di oggi devono accontentarsi di preparare con le loro lotte operaie la società comunista di domani. Questo è il discorso di Marx.  

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Una forma estrema e spaventosa di ateismo è il nichilismo, il disgusto per l’esistenza, che considera indifferente l’esistere o il non esistere, che Dio esista o che non esista, il vivere o il morire, il bene o il male, a causa di un’identificazione dell’essere col nulla.

Padre Tomas Tyn nota acutamente che l’hegelismo può avere un esito nichilista.

Il nichilismo leopardiano, per il quale l’essere proviene dal nulla e torna al nulla, può essere ricavato dal panteismo hegeliano.

La ragione, che nel porre le cause retrocede all’infinito senza mai fermarsi, è come se precipitasse in un baratro, non trova mai pace.

Infatti nella retrocessione all’infinito il pensiero che non arriva mai ad una conclusione certa e definitiva, se non è preso da un gusto morboso, prova un senso di vuoto e di insopportabile frustrazione. Per questo Aristotele diceva: ananke stenai, bisogna fermarsi. Ed egli saggiamente si fermò sul famoso Motore immobile, che poi è Dio.

La sana ragione ha bisogno di acquietarsi in una causa che sia solo o totalmente causa, quella che si chiama causa prima o assoluta o sufficiente, sufficiente a saziare il suo bisogno di infinito. Ora, le scienze sperimentali ci danno solo delle cause causate. Per questo, per retrocedere alla causa prima occorre elevarsi al sapere metafisico, che concepisce l’ente astraendo dalla materia, principio di finitezza, per cui, potendo conoscere l’ente nella sua universalità analogica, può formare il concetto di ente supremo o causa prima.

Immagini da internet: P. Tomas Tyn, Leopardi, Aristotele

domenica 23 gennaio 2022

Da Hegel a Marx - Il passaggio storico dal panteismo all’ateismo attraverso Feuerbach - Prima Parte (1/5)

 Da Hegel a Marx

Il passaggio storico dal panteismo all’ateismo

attraverso Feuerbach

Prima Parte (1/5)

                                                                          Maledetto l’uomo che confida nell’uomo.

                                                                            Benedetto l’uomo che confida nel Signore

                                                                                                       Ger 17,5.7

Il cogito cartesiano è la radice dell’ateismo moderno

A seguito del peccato originale è rimasta nell’uomo, istigata dal demonio, la ribellione verso Dio e l’insofferenza di dover essere guidati dalla sua legge. L’uomo vuol regolarsi da sé secondo le proprie concupiscenze. L’uomo non vuol essere dipendente da Dio, ma solo da se stesso. Per questo vuol dare la scalata al cielo per abbattere il trono di Giove come Prometeo e i Titani o respinge il timore degli dèi come Lucrezio.

L’ateismo moderno nasce da una falsificazione del dogma dell’Incarnazione, che viene inteso come la possibilità data all’uomo di diventare Dio perché Dio diventa essenzialmente uomo. Sono quindi rotti i confini tra Dio e l’uomo: l’umano trapassa liberamente nel divino e il divino si compiace di trapassare nell’umano. Attributi umani e attributi divini non sono più separati fra loro, ma si mescolano fra di loro: Dio muta e soffre; l’uomo crea se stesso. 

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Per questo si può dire senz’altro che l’anticamera dell’ateismo contemporaneo è la cristologia di Hegel, per la quale in Cristo la natura umana s’identifica con la natura divina.

Dunque l’uomo è Dio.

 

 

Feuerbach e Marx ne traggono le conseguenze:

 se dunque l’uomo è già da sé Dio, non occorre alcun Dio creatore al di sopra di lui, ma chi pensa questo, offende la dignità umana sovrapponendo sull’uomo un padrone celeste che non esiste e che serve solo ai padroni per intimorire i lavoratori con vani scrupoli, illuderli con vane speranze, mantenere lo status quo ed opprimere e sfruttare la classe lavoratrice.

Se l’uomo per Marx è l’ente supremo, la cui esistenza coincide con l’essenza, non per questo per Marx l’ente supremo è eterno, semplice, atto puro, immutabile e impassibile, come il Dio trascendente del teismo, ma, come l’uomo, è storico, evolutivo, conflittuale, mutevole e diveniente.

Immagini da internet: Hegel, Marx, Feuerbach

sabato 22 gennaio 2022

Dibattito sulla questione degli extraterrestri - 1

  Dibattito sulla questione degli extraterrestri - 1

Mi è gradito pubblicare gli interventi di alcuni Lettori-Amici di Facebook, con relative mie risposte, circa la questione dell’eventuale esistenza di viventi razionali extraterrestri.

 

C.C.

Gli UFO sono più un problema degli scientisti illudenti che dei teologi: questi possono starsene tranquilli e, anziché brandire la Genesi contro Darwin, possono starsene a guardare la faccia contrariata di certi scientisti che, dopo aver azzardato cifre sul numero di civiltà aliene che ci sarebbero nella sola nostra Galassia, sono sempre più delusi man mano che scoprono l'allungarsi del nostro raggio di solitudine.

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C.C.

Gli UFO sono più un problema degli scientisti illudenti che dei teologi:

questi possono starsene tranquilli e, anziché brandire la Genesi contro Darwin, possono starsene a guardare la faccia contrariata di certi scientisti che, dopo aver azzardato cifre sul numero di civiltà aliene che ci sarebbero nella sola nostra Galassia, sono sempre più delusi man mano che scoprono l'allungarsi del nostro raggio di solitudine.

 

G.D.

Al di là di tutte le considerazioni di ordine teologico, mi sembra assurdo che nell'universo non ci siano creature che abbiano raggiunto lo stesso livello dell'essere umano.


 

P. Giovanni Cavalcoli

Caro G.P., tenga presente che i viventi corporei dotati di coscienza sono gli esseri umani. Quindi non possono esistere viventi di quel tipo, che siano di altro genere rispetto alla persona umana. Il vivente corporeo cosciente è l'uomo. Il concepire un vivente cosciente, che non sia uomo, è quindi una contraddizione. Pertanto la domanda posta dalla NASA è viziata in partenza da questo tipo di contraddizione.

Immagini da internet

martedì 18 gennaio 2022

Le radici metafisiche del razzismo - La teoria degli alieni conduce al razzismo

  Le radici metafisiche del razzismo

La teoria degli alieni conduce al razzismo

L’ipotizzata similitudine prospettata dagli alienisti di specie umane diverse (gli alieni) dall’identità specifica della natura umana animal rationale (l’uomo in questa terra) suppone l’incapacità di astrarre l’essenza umana oggettiva dall’individuo o dal gruppo umano concreto etnico o tribale o razziale, di formare il concetto e la definizione della natura umana universale, creata da Dio a sua immagine, uomo e donna, spezza e frantuma l’unità del genere umano e dissolve l’intellegibilità della definizione della natura umana, distrugge la sua universalità ed immutabilità, nonché il principio dell’uguaglianza umana e della fraternità umana universale.

Infatti, l’unità dell’umanità nella diversità delle formazioni umane etniche e razziali non è l’unità o la comunanza similitudinaria di specie umane diverse, perché la specie umana è la differenza specifica del genere intelletto creato e la specie è una nozione univoca e non analogica: ha significato identico e non simile negli individui della specie. 

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L’unità dell’umanità nella diversità delle formazioni umane etniche e razziali non è l’unità o la comunanza similitudinaria di specie umane diverse, perché la specie umana è la differenza specifica del genere intelletto creato e la specie è una nozione univoca e non analogica: ha significato identico e non simile negli individui della specie.

La specie umana è sempre la stessa in tutti gli individui della specie.

La specie si trova sempre identica a se stessa in tutti gli individui: è universale (unum in multis o verso molti). 

Sono gli individui ad essere simili fra loro. 

L’analogo o il simile è sì universale, se no non potrebbe essere predicato degli analogati. Ma non è predicato in essi nel medesimo significato, ma appunto con significato simile o diverso. Invece l’essenza specifica umana è predicata in modo univoco o identico nei vari individui, popoli, gruppi, comunità, nazioni ed etnie. 

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domenica 16 gennaio 2022

Luigino alle prese con l’idolatria

 Luigino alle prese con l’idolatria

Con nostri peccati facciamo soffrire anche i pesci

Su Avvenire del 2 gennaio scorso è apparso un articolo di Luigino Bruni dal titolo L’essenziale arte del levare, dove a tutta prima non è chiaro che cosa sia questo «levare», ma appare chiaro nel corso dell’articolo dove Luigino parla della «vita spirituale dell’uomo religioso», il quale, affinchè «lo spirito possa soffiare leggero» senza trovare inciampi, deve «esercitare ogni giorno l’arte del levare», ossia deve saper rinunciare o togliere gli ostacoli alla libertà dello spirito: ecco i voti religiosi.

Luigino commenta il brano di Osea 4,1-6, nel quale Dio muove causa al suo popolo e in particolare ai sacerdoti con la seguente accusa: «non c’è sincerità né amore del prossimo, né conoscenza di Dio nel paese» (v.1). Questa malvagità reca danni perfino alla natura: agli animali della terra, agli uccelli e perfino ai «pesci del mare» (v.3). Il popolo «perisce per mancanza di conoscenza» (v.6) perché i sacerdoti trascurano di istruire il popolo nella scienza di Dio, vera sorgente della legge morale e dell’amore del prossimo.

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È interessane l’accusa; è quella di privare il popolo di quella conoscenza di Dio che è la base dell’amore per il prossimo:

«perisce il mio popolo per mancanza di conoscenza. Poiché tu rifiuti la conoscenza, rifiuterò te come mio sacerdote; hai dimenticato la legge del tuo Dio» (v.6).

Commenta Luigino: questi sacerdoti

«sviano il popolo verso culti sbagliati e lo fanno per ragioni infime e vergognose, usano il popolo per servire se stessi. E Dio li rigetta. È questa una crisi tutta interna al mondo religioso, la sua prima e radicale perversione, origine di ogni forma di abuso».  E continua giustamente: «oggi le crisi religiose possono prendere altre forme, tra cui quella che nega la stessa idea di Dio e considera la religione bluff o auto-inganno. Nel mondo di Osea le critiche atee erano impossibili o impensabili. Le crisi profonde erano (sono) quelle da lui descritte: le persone restavano religiose».

Ma conclude in maniera strana:

«ecco perché sono le idolatrie, non gli ateismi, i nemici più pericolosi delle religioni – inclusa l’idolatria consumista-nichilista del nostro temo perché l’idolo prende il posto di Dio».
 
 
 
Immagini da internet:
- Tessari G. sec. XVI, Profeta Osea 
- Ambito veneto primo quarto sec. XVI, Riquadro con il profeta Osea
 
 
 

sabato 15 gennaio 2022

Modernisti e passatisti - Una guerra che dura da 60 anni - Seconda Parte (2/2)

  Modernisti e passatisti

Una guerra che dura da 60 anni

Seconda Parte (2/2)

Il Concilio è troppo indulgente?

Altro motivo di contrasto fra i due partiti fu la questione della condanna degli errori moderni. I tradizionalisti erano per il metodo tradizionale di elencare le proposizioni erronee accompagnandole con l’anathema sit. I progressisti, calcando anche troppo sullo spirito di mitezza dal quale San Giovanni XXIII aveva voluto che fosse animato il Concilio, respinsero la proposta dei tradizionalisti di reiterare condanna del comunismo.

Esiste tuttavia, come è noto, nel Concilio, una forte ed ampia condanna dell’ateismo, che abbraccia tutte le sue forme, non solo quella marxista. Bisogna tuttavia dire che il Concilio è infetto da un certo buonismo, il quale, non mettendo sufficientemente in guardia contro gli errori, ha dato spazio al poderoso ritorno di modernismo, che ha fatto seguito al Concilio e del quale oggi soffriamo più che mai.

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 https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/modernisti-e-passatisti-una-guerra-che_15.html

C’è da ricordare inoltre che durante i lavori del Concilio, come è noto, San Paolo VI, succeduto a Papa Giovanni, volle arricchire gli insegnamenti pastorali del Concilio con un indirizzo dottrinale, senza tuttavia obbligarlo a definire nuovi dogmi.

 

E fu così che nacquero i temi dogmatici del Concilio sulla natura della Rivelazione e della Liturgia, sull’antropologia, l’etica della persona e della coscienza, sull’etica familiare e sociale della Chiesa, sulla libertà religiosa, sul dialogo ecumenico, sulla pluralità delle religioni, sulla natura della Chiesa, sull’escatologia, sulla mariologia.

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giovedì 13 gennaio 2022

Modernisti e passatisti Una guerra che dura da 60 anni - Prima Parte (1/2)

 Modernisti e passatisti

Una guerra che dura da 60 anni

Prima Parte (1/2)

Sorse la guerra là dove ci si attendeva la conciliazione

Il Concilio Vaticano II si propose, tra i suoi fini, quello far avvicinare ed incontrare i lontani, riconciliare i divisi, riunificare i separati, sedare i contrasti, evidenziare ciò che unisce, salvare il salvabile, evitare ìl giudizio farisaico e senza appello, promuovere l’unione, la pace e la concordia fra tutti gli uomini di buona volontà, l’amore del nemico, la coscienza che gli uomini possono pentirsi, che la fragilità prevale sulla malizia, che non si deve spegnere il lucignolo fumigante o spezzare la scanna fessa, che bisogna andare adagio nel condannare, dominare l’ira, non punire senza grave ragione; il valore della mitezza, della misericordia, della pazienza, della comprensione, dell’attenuante, dell’indulgenza, della tolleranza  e del perdono, senza opportunismi, relativismi o doppiezze e senza per questo cedere al male o scendere a patti col peccato. 

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C’è un progressismo che mira sempre al meglio, ai progressi della scienza, della tecnica, della virtù e della santità, un progressismo che cerca nel passato e nel presente i germi e le speranze del futuro, che capisce e fa proprie le tendenze sane del proprio tempo, che conosce l’escatologia e vuol realizzarne un inizio sin da quaggiù. 

Ma c’è anche un falso progressismo, che meglio sarebbe chiamare modernismo, il quale è insofferente della ripetizione del medesimo, anche se si tratta di valori vitali del sapere o della morale, che ha la smania dell’originalità e della stranezza, che mette in dubbio i valori inalterabili della tradizione, che vuol sopprimere valori del passato tuttora validi, che si sente in dovere di rifondare ab imis l’umano sapere.

I cattolici normali si trovano a dover vivere in questa situazione di guerra in modo simile, se mi è consentito, a quello dei poveri cittadini italiani che nel 1944 si trovavano a dover sopportare lo scontro fra le truppe alleate e i tedeschi, fra fascisti e comunisti.

Così oggi i cattolici che vorrebbero vivere in pace si trovano ad essere tirati per la giacca, ad essere corteggiati, strumentalizzasti, osteggiati, oppressi, emarginati, fraintesi, accusati, derisi o perseguitati da sinistra e da destra. 

Tuttavia essi svolgono con la forza dello Spirito Santo un’essenziale funzione pacificatrice a patto che non pieghino né a destra né a sinistra, ma procedano nell’integrità della vita cattolica sotto la guida di Papa Francesco.

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