La pace è vicina
Convertitevi e credete al Vangelo
Parte Seconda (2/2)
L’esempio di Dionigi l’Areopagita
A questo punto può essere utile un riferimento a Dionigi l’Areopagita, il quale è un grande maestro circa il parlare e il tacere. La diffusione delle sue opere avvenne solo al sec. VI, perché in precedenza la mistica cristiana, per quanto avesse già dotato la Chiesa di grandi maestri, non aveva ancora raggiunto l’elevatezza sufficiente per saper apprezzare in pienezza gli insegnamenti di Dionigi.
Infatti la catechesi e la teologia mistica dei primi secoli, per opera dei Padri e dei Concili, sono impegnate a stabilire i Simboli della Fede e le basi dogmatiche della dottrina cristiana, soprattutto il mistero cristologico e trinitario, sconfiggendo le eresie. Una volta chiarite e consolidate queste basi, allora aveva senso l’elaborazione e la pratica della teologia mistica.
Fu così che l’esoterismo cristiano fu molto preso sul serio da un grandissimo maestro di teologia mistica, Dionigi l’Areopagita, il discepolo di San Paolo, il quale Dionigi inculcò ai suoi discepoli una tale segretezza, che i suoi sapientissimi insegnamenti teologici restarono segreti finchè divennero di pubblico dominio solo a partire dal sec. VI, suscitando l’ammirazione di diversi Papi, come San Gregorio Magno, Martino, Agatone ed Adriano.
Questo esoterismo si spiega col fatto che le opere dell’Areopagita sono appunto di carattere iniziatico, per cristiani già maturi nella vita spirituale e non sino di carattere catechetico, nel qual caso non avrebbe avuto senso tenerle segrete. Tuttavia chi ha appreso il catechismo è chiamato, se Dio gli dà la grazia, a fare il passo ulteriore di imparare la teologia mistica. Ed è a questo punto che può incontrare Dionigi.
La predicazione o insegnamento di Dionigi, quindi, suppone cristiani già con un’istruzione di base, già convertiti e penitenti, che desiderano arrivare alla perfezione e alla santità, ovvero all’esperienza mistica. Non è un insegnamento catechetico e neppure scolastico, ossia la teologia sillogistica, esplicativa o deduttiva, ma mistagogico, ossia di iniziazione metodica, accompagnata dall’esercizio della carità, ai misteri ineffabili, davanti ai quali non c’è altro che da gustare e tacere.
È successo allora che da quando le opere di Dionigi sono diventate nella Chiesa di pubblico dominio fino ad oggi esse sono il modello della teologia mistica, dell’iniziazione ai misteri del cristianesimo, sono modello che ha influenzato tutte le grandi scuole della spiritualità cristiana occidentale ed orientale.
Questa mistagogia dev’essere distinta dalla catechesi ai fanciulli e agli adulti, che invece è l’istruzione cristiana iniziale ed elementare, nella quale vengono insegnate le verità di fede che fanno il contenuto della dottrina cristiana.
Semmai l’appunto che si può fare ai discepoli dell’Areopagita è quello di aver sopravvalutato la preoccupazione esoterica del Maestro, consentendo che quelle preziosissime opere, che tanto bene avrebbero potuto fare, restassero ignorate addirittura per secoli dagli stessi Padri della Chiesa.
D’altra parte il discepolo di San Paolo, imbevuto della mistica paolina e giovannea, per uno straordinario dono dello Spirito, aveva già un’alta mistica ancora prima della elaborazione della teologia dei Padri.
È una vicenda che ha dell’incredibile, eppure non vedo come essa non possa presentarsi se non in questi termini, mentre la tesi oggi diffusa, con diversi argomenti, secondo la quale dietro Dionigi si nasconderebbe un ignoto monaco siriano del sec. V, non mi pare sostenibile, perché dovremmo ammettere che l’autore delle Opere che vanno sotto il suo nome, opere dalle quali emana una straordinaria luce di saggezza, che non può non essere scritta da un santo, siano opere di un impostore.
Quanto al fatto che in esse vi siano dei concetti presenti anche in Proclo, piuttosto che sostenere che Dionigi avrebbe preso da Proclo, preferisco ritenere con San Massimo il Confessore, che sia Proclo che ha copiato da Dionigi.
L’universalismo del Vangelo
Nella storia delle religioni gli uomini sono chiamati a fare una scelta fra diversi maestri o guide in competizione fra di loro, ciascuno dei quali assicura di conoscere contro gli altri il vero senso e scopo della vita, la vera via della salvezza, della santità, della virtù, della felicità o dell’incontro con Dio.
Chi ha ragione? Occorre con sani criteri di giudizio vagliare le prove di credibilità date da ciascun maestro e vedere quali sono le migliori. Nella società pluralistica e multiculturale di oggi, con un’immensa circolazione di informazioni e possibilità di ottenere le conoscenze più svariate, dove i seduttori più raffinati hanno campo libero, dove chi dovrebbe vigilare o correggere non lo fa, mentre i testimoni della verità hanno la vita difficile, più che mai tutti ci troviamo, se non vogliamo vivere con la testa nel sacco, nella necessità e nel dovere di studiare, cercare, vagliare, confrontare e scegliere con prudenza e cautela, occorre più che mai affidarsi a Dio stesso perché ci illumini e sventi le insidie degli impostori e dei falsi profeti.
Del resto, il suddetto modo di attirare discepoli lo troviamo anche nel cristianesimo. Ed è proprio questo stile che Cristo fa suo ed attua nei nostri confronti, ed è proprio questo che Egli comanda ai suoi apostoli di fare (Mc 3,6), riprendendo la predicazione, del Battista (Mt 3,2).
In tutte le civiltà soprattutto in campo politico, filosofico e religioso esistono personaggi dotati di speciali qualità, capaci di interessare la gente alle loro idee, di far loro cambiare condotta o ideali, capaci di attirare seguaci verso certi valori o attorno anche alla propria persona, capaci di far discepoli o di attirare la gente al loro seguito, così come capita che molti abbandonino una guida per seguirne un’altra, sicchè nascono discussioni e contrasti circa la guida o il maestro migliore.
Mostrare al prossimo non cristiano con debite argomentazioni e prove credibili che la fede cristiana è la sola religione esente da qualunque errore, contenente la pienezza della verità, è la forma migliore di religione fra tutte al fine di condurre gli uomini a Cristo, è preciso dovere del cristiano, se è vero che Cristo è il solo nome nel quale Dio vuole che tutti gli uomini si salvino. Il che non vuol dire che anche nelle altre religioni non vi siano, in mezzo ad errori e lacune, verità salvifiche che provengono da Cristo e conducono a Cristo.
D’altra parte, l’annuncio evangelico della vicinanza del regno di Dio non significa che il regno stia per giungere o sia imminente o che sia questione di qualche anno, ma significa che esso è a portata di mano, è tutto sommato facilmente raggiungibile, anche se Cristo ci dice che occorre entrare per la porta stretta.
La facilità è data dal fatto che è Dio stesso a volerlo con la sua grazia, per cui, se ci mettiamo a sua disposizione e ci impegniamo nell’osservanza dei comandamenti, il regno verrà in forza della sua grazia, sarà un dono della sua misericordia.
Quale pace è vicina?
Annunciare la vicinanza del regno vuol dire annunciare la vicinanza di quella pace che Cristo ci dona mettendoci al suo seguito nel combattere le forze del male. Quale pace è vicina? La pace fra Ucraina e Russia o la pace escatologica del trionfo finale di Cristo? Non lo sappiamo. Sappiamo solo ciò che ci dicono l’Apocalisse e San Paolo:
«Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magog, per adunarli per la guerra: il loro numero sarà come la sabbia del mare. Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d’assedio l’accampamento dei santi e la città diletta. Ma un fuoco scese dal cielo e li divorò» (Ap 20, 9).
«Riguardo alla venuta del Signore Nostro Gesù Cristo, nessuno v’inganni in alcun modo! Prima infatti dovrà avvenire l’apostasia e dovrà essere rivelato l’uomo iniquo, che s’innalza sopra ogni essere che vien detto Dio, additando se stesso come Dio. Ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione. Il mistero dell’iniquità è già un atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene. Solo allora sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all’apparire della sua venuta» (II Ts 21-8).
Sono questi i tempi che stiamo vivendo? Che cosa è ciò che adesso impedisce la venuta dell’uomo iniquo? Oppure dobbiamo accettare le famose parole di San Giovanni XXIII quando disapprovò quei profeti di sventura che annunciavano come imminente la fine del mondo e ci invitò piuttosto ad attendere dall’applicazione dei decreti del Concilio una nuova Pentecoste? Questa pentecoste è venuta? Come mai 10 anni dopo il Concilio San Paolo VI lamentò che col Concilio ci attendevamo una nuova primavera e invece è venuta una tempesta?
Dobbiamo ricordare che il mondo non vuole la pace che Cristo ci dona. Dio vuole bensì che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità. Tuttavia non tutti corrispondono alla proposta divina. Tuttavia, tutti sanno che Dio esiste, anche gli atei. Infatti tutti un giorno dovranno render conto al tribunale di Cristo. Con tutto ciò alcuni non hanno alcun timore dell’inferno, perché non ci credono. Alcuni pensano che Dio non castighi. Altri negano addirittura l’esistenza di Dio.
Certamente chi va all’inferno non ci va perché gli piace l’inferno. L’inferno come tale non piace a nessuno. Va all’inferno chi non vuol stare con Dio in paradiso. Questo è ciò che egli vuole e per questo, pur di star lontano da Dio, accetta l’inferno. L’empio ragiona così: meglio all’inferno lontano da Dio che il paradiso in compagnia di Dio.
Non a tutti Dio interessa; ad alcuni non interessa la questione dell’essere, ma solo le cose concrete. Ad alcuni non interessa la causa prima; bastano le cause dei fenomeni. Alcuni dicono addirittura che Dio non esiste e che Dio è un’invenzione dei preti o dell’immaginazione dei frustrati e degli infelici.
Ad alcuni non interessa ricevere da Dio misericordia perchè ritengono di non aver fatto niente di male di cui pentirsi perché sono atei. Non tutti amano Dio, ma alcuni lo odiano. C’è chi si assoggetta a Dio, ma c’è anche chi divinizza sé stesso o divinizza l’uomo. C’è chi non può fare a meno di Dio, ma c’è anche chi crede di poterne fare a meno perché si arrangia da solo. Per alcuni il sommo bene dell’uomo non è Dio, ma l’uomo stesso.
San Giovanni ci dice che nei fatti, benché siamo tutti creati fratelli e dobbiamo amarci fra di noi, esistono figli di Dio e figli del diavolo. I figli di Dio desiderano vivere in pace con tutti, ma i figli del diavolo fanno loro guerra.
L’etica cristiana sembra a tutta prima contradditoria: da una parte ha un carattere pacifico: annunciare, persuadere, dialogare, testimoniare, argomentare, dimostrare, ragionare, far ragionare, amare il nemico.
Cristo stesso, benché sia il principe della pace e il riconciliatore dell’uomo con Dio, è presentato dal Vangelo come «segno di contraddizione» ed Egli stesso afferma di esser venuto a «portare una spada», mettendo i familiari per causa sua gli uni contro gli altri.
Il fatto è che l’etica cristiana prevede una lotta, una battaglia, una guerra, un combattimento contro forze avversarie irriducibili, alle quali è possibile impedire di far danno se non con l’uso della forza o delle armi.
La morale evangelica richiede di essere più forti del nemico per poterlo vincere in battaglia e sottometterlo. O si vince il peccato o si è vinti dal peccato. Ma è proprio in tal modo che nessuna etica è così costruttrice di pace come l’etica cristiana, e la storia stessa lo dimostra. Suscitatori di divisioni e di guerre sono gli eretici, cristiani vinti dal demonio.
Cristo è colui che indica all’umanità lacerata e divisa in sé stessa e ribelle a Dio le vie, i modi e i metodi della riconciliazione dell’uomo con sé stesso, dello spirito con la carne, del singolo con la società, dell’uomo con la donna, dell’uomo con la natura, degli uomini e dei popoli fra di loro e con Dio.
Noi uomini, per quanto riguarda l’ideale morale da raggiungere, dai tempi del peccato di Adamo ad oggi ci troviamo in questa alternativa: o concepire l’ideale morale nella sua piena elevatezza; ma allora dobbiamo onestamente riconoscere che non riusciamo con le nostre forze a realizzarlo, senza per questo arrivare a dire con Lutero che la nostra volontà non è libera, giacchè se è volontà, è libera; altrimenti non è volontà ma l’istinto delle bestie.
È vero che Cristo parla della possibilità di essere schiavi del peccato, ma nel contempo Cristo ci ricorda che dipende da noi osservare i comandamenti. Egli fa leva sulla nostra buona volontà e presenta il regno di Dio come oggetto di libera scelta e di conquista, anche se non certo come prospettiva facoltativa senza conseguenze in caso di rifiuto. Ma se al rifiuto segue l’inferno, resta sempre vero che la minaccia dell’inferno non toglie la libera volontà dell’atto col quale il peccatore si rende meritevole dell’inferno.
Ci attende dunque la pace eterna e celeste conseguente alla vittoria di Cristo su Satana. Rifiutare di combattere con Cristo non è vero spirito di pace ma lugubre presagio di eterna guerra infernale, e non ci consente di arrivare alla pace eterna, quella pace ineffabile che chiediamo a Dio per i nostri cari defunti e che prepariamo adesso per noi combattendo contro il peccato e che chiediamo per noi a Dio oltre le soglie della morte.
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 19 marzo 2025
Chi ha appreso il catechismo è chiamato, se Dio gli dà la grazia, a fare il passo ulteriore di imparare la teologia mistica. Ed è a questo punto che può incontrare Dionigi.
Ci attende dunque la pace eterna e celeste conseguente alla vittoria di Cristo su Satana. Rifiutare di combattere con Cristo non è vero spirito di pace ma lugubre presagio di eterna guerra infernale, e non ci consente di arrivare alla pace eterna, quella pace ineffabile che chiediamo a Dio per i nostri cari defunti e che prepariamo adesso per noi combattendo contro il peccato e che chiediamo per noi a Dio oltre le soglie della morte.
Immagine da Internet
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