Come si concilia la speranza
con la coscienza che non tutti si salvano?
Prima Parte (1/2)
«Larga e spaziosa è la via che conduce alla perdizione
e molti sono coloro che entrano per essa» (Mt 713)
Nel corso del presente Anno Santo della Speranza, è più che mai in circolazione quel famoso detto di Von Balthasar «sperare per tutti», che, come sappiamo, è stato inteso da molti come fede che tutti si salvano, per cui la dannazione infernale è un’effettiva possibilità, ma che di fatto non si realizza per nessuno, per cui l’inferno è vuoto o quanto meno non sappiamo se c’è o non c’è qualcuno.
Ora per la verità questa credenza, che può sembrare attraente e veramente propria di un Dio onnipotente e misericordioso che vuole tutti salvi, è una tesi contraria alla convinzione comune nella Chiesa sin dalle sue origini, perché basata sulla divina rivelazione contenuta nella Bibbia.
Eppure occorre dimostrare, come farò, per chi vuole accogliere con fiducia e gioia il piano divino della salvezza, che le cose non stanno così, ma che viceversa la vera speranza comporta il sapere che non tutti si salvano[1], non solo nel senso di una prescienza o previsione circa quelli che moriranno, ma anche nel senso che tale sapere è riferito anche al passato, ossia a coloro che sono già morti.
Il Magistero non ha mai sentito il bisogno di speciali interventi dogmatici in questa materia, tanto sono già chiare di per sé e parole di Cristo e nessuno nel popolo di Dio le aveva mai messe in dubbio, salvo comprensibilmente gli eretici.
E invece questa nuova credenza, a causa di un falso concetto della misericordia divina e della verità sull’opera divina della salvezza proveniente dal buonismo protestante, si è diffusa anche tra noi cattolici in questi ultimi sessant’anni, a partire da un intensificarsi del dialogo con i luterani, mentre essa è presente in loro già dal sec. XIX, ma non si trova neppure in Lutero, il quale credeva nell’esistenza di dannati, e quindi si tratta di un allargamento all’intera umanità di quella fede che Lutero aveva di salvarsi per grazia, senza meriti, benché rimanesse nel peccato.
Secondo il buonismo[2], tutti in fondo sono buoni, nessuno pecca per malizia o consapevolmente, ma lo fa in buona fede e per fragilità. Quello che noi consideriamo peccatore è semplicemente il diverso, che usa un criterio di giudizio morale diverso dal nostro. Quindi non dev’essere né rimproverato né corretto ma lasciato libero di agire come vuole.
Ciò comporta la negazione dei valori morali universali e il relativismo morale. L’unico peccato è quello di coloro che sostengono l’esistenza del peccato volontario e quindi la necessità di toglierlo mediante il pentimento. Il buonismo ottiene l’effetto opposto di quello che si propone. L’assenza di una legge morale universale obbligatoria per tutti provoca un conflitto di tutti contro tutti che rende un inferno la vita sociale.
Il buonismo ha origine luterane
La ripugnanza nei confronti del Dio che castiga aveva raggiunto nel giovane monaco Lutero, come sappiamo, dei toni parossistici, dettati in parte dall’orgoglio, in parte dall’idea errata di un Dio che rimprovera l’innocente e in parte dalla disperazione di poter dominare la concupiscenza.
Il suo animo era diviso fra due tendenze opposte: da una parte un perfezionismo esasperato che non tollera in sé la minima fragilità, e dall’altra un gran desiderio di accontentare la concupiscenza senza essere castigato. Così s’inventò un concetto di misericordia divina che mettesse d’accordo la libidine col desiderio di farla franca. Non era necessario nessuno sforzo ascetico, giudicato inutile, abbi fede di essere perdonato, anche se la coscienza ti rimprovera, questa fede è sufficiente per essere giustificato, graziato e gradito agli occhi di Dio.
Lutero quindi non ha mai capito né ha saputo apprezzare che cosa è la punizione divina né quella correttiva né quella infernale; l’ha sempre vista come una violenza subìta, un male intollerabile, un atto indegno di un Dio misericordioso. La cosa interessante era che se da parte sua era certo di non dannarsi perché glielo aveva rivelato Cristo, circa ai suoi nemici papisti e il Papa stesso era certo che avrebbero subìto le pene peggiori dell’inferno.
Nella visuale buonista del tutti salvi, i credenti e quindi i cristiani in grazia non sarebbero solo alcuni, ma l’uomo stesso è concepito come «cristiano anonimo», per cui un uomo che non si salvasse non sarebbe più uomo, ma è inconcepibile che un uomo possa perdere la sua natura umana.
La cosa che può sorprendere è che il Magistero della Chiesa in questi sessant’anni, coinvolto nelle attività ecumeniche, non pare essere intervenuto a correggere questa tesi con quella chiarezza e forza, che ci si potrebbe attendere in una materia di tale serietà.
San Tommaso considera eretico chi crede alla effettiva salvezza di tutti[3]. Ed ha certamente ragione, perché, a parte le chiarissime parole di Nostro Signore nei Vangeli, l’esistenza di dannati è insegnata da alcuni Concili, soprattutto nella professione di fede del Concilio Lateranense IV con queste parole:
«Cristo verrà alla fine del mondo per giudicare i vivi e i morti e per rendere a ciascuno secondo le sue opere, tanto ai reprobi quanto agli eletti; affinchè siano retribuiti secondo le loro opere, sia che siano state buone, sia che siano state cattive, quelli per subìre una pena eterna, questi per ricevere con Cristo una gloria eterna» (Denz.801).
Il Concilio non parla di una semplice possibilità o eventualità, ma di un vero e proprio fatto che si verificherà. Non dice: è possibile che le cose vadano così, non sappiamo se ciò accadrà o no. Al contrario, afferma perentoriamente che le cose andranno così: ci sarà chi va in paradiso e ci sarà chi va all’inferno. Del resto, questo è lo stesso tono delle parole di Cristo in Mt 25, che il Concilio riprende.
Potremmo chiederci quale differenza di conseguenze può esserci dal punto di vista pastorale tra il credere che qualcuno si danni e il credere alla semplice possibilità della dannazione. Se io so che all’inferno c’è qualcuno, posso pensare che quel qualcuno potrei essere io.
Se invece non lo so, ma lo ritengo solo possibile, rischio sempre di andare all’inferno se pecco. E quindi anche questo pensiero ha una forza deterrente che mi allontana dal peccato. Tuttavia questo pensiero mi dà meno forza contro il peccato, non me ne dà tanto orrore quanto il sapere che c’è qualcuno. L’idea della semplice possibilità o rischio e non dell’esserci di fatto qualcuno m’intimorisce di meno, mi distoglie di meno dal fare il male, anche se è vero che il motivo principale per evitare di peccare non dev’essere il timore della colpa, ma l’amor di Dio.
Ora possiamo effettivamente domandarci come può avere nel nostro spirito questi effetti il sapere che esistono creature personali, uomini e angeli, create per la visione di Dio, le quale invece per il loro peccato sono punite con una pena eterna e per la salvezza delle quali, se uomini, il sangue di Cristo è stato inutile.
Dobbiamo considerare che la punizione divina è un atto di giustizia, e quindi un atto buono. Un atto buono non può che dar gioia. Ciò non toglie che noi abbiamo dispiacere per la pena dei dannati non in quanto giusta pena, ma in quanto dolore e privazione di quel bene infinito del quale per colpa loro si sono privati per accontentare la loro superbia.
Dio stesso si è ridotto a malincuore a farli soffrire, ma d’altra parte ha potuto provar piacere nel far giustizia. Dio infatti «non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi ma ha creato tutto per l’esistenza» (Sap 1,13). «Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo» (Sap 2,24).
Dice Egli infatti: «Forse che io ho piacere della morte del malvagio o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?» (Ez 18,23). «A causa della prevaricazione in cui è caduto e del peccato che ha commesso, egli morirà» (Ez 18,24).
Egli infatti ha fatto bene a infliggere ai peccatori impenitenti un giusto male di pena perchè se lo sono meritato loro stessi, e seppure preterintenzionalmente e indirettamente se lo sono voluto col loro peccato in quanto conseguenza del peccato.
Certo, se Dio avesse voluto, poteva fare a meno di dirci attraverso Cristo che ci sono dei dannati, ma se Cristo ci propone anche questo dato tra i contenuti della sua rivelazione, dobbiamo essere comunque riconoscenti al Padre, il Quale con questa rivelazione ci rende più facile avere orrore, odio e spavento per il peccato e le sue conseguenze.
Nello stesso tempo, se la coscienza ci rimprovera per una supposta colpa grave, se abbiamo l’impressione che Dio sia corrucciato con noi per una colpa commessa, se abbiamo dubbi sulla bontà della nostra volontà, il fatto di sapere che ci sono dei dannati, non ci turba, se noi pentiti piangiamo i nostri peccati, con tutto il cuore invochiamo la sua misericordia, rinnoviamo il buon proposto e facciamo penitenza.
Fine Prima Parte (1/2)
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 18 marzo 2025
Ogni verità di fede è motivo di gioia per il nostro spirito, perchè è luce che ci illumina sulla bontà divina e accende il nostro cuore di riconoscenza a Dio e di amore per Lui e per le sue opere.
Ora possiamo effettivamente domandarci come può avere nel nostro spirito questi effetti il sapere che esistono creature personali, uomini e angeli, create per la visione di Dio, le quale invece per il loro peccato sono punite con una pena eterna e per la salvezza delle quali, se uomini, il sangue di Cristo è stato inutile.
Dobbiamo considerare che la punizione divina è un atto di giustizia, e quindi un atto buono. Un atto buono non può che dar gioia. Ciò non toglie che noi abbiamo dispiacere per la pena dei dannati non in quanto giusta pena, ma in quanto dolore e privazione di quel bene infinito del quale per colpa loro si sono privati per accontentare la loro superbia.
Immagine da Internet: Inferno, Michelangelo
[1] Sono le parole formali e cap.3 del Concilio di Quierzy o Quiercy del 856 (Denz.623): «non omnes salvantur».
[2] Vedi il mio opuscolo L’eresia del buonismo. Il buonismo e i suoi rimedi, Edizioni Chorabooks, Hong Kong 2017.
[3] Summa Theologiae, Suppl., q.69, a.2.
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