domenica 25 aprile 2021

Il principio del terzo escluso - Quarta Parte (4/4)

 Il principio del terzo escluso

Quarta Parte (4/4)

I tre gradi di astrazione

La negazione della funzione astrattiva del conoscere degrada la dignità dell’uomo al di sotto di quella degli animali. Ma ciò che è da tenere presente nel caso della capacità astrattiva della ragione umana, è che essa opera nell’esercizio del sapere secondo tre gradi di astrazione.

Essa sale dal basso dell’esperienza fisica al livello della matematica, ossia dell’ens quantum e da qui, oltrepassando tutto il mondo del sensibile e dell’immaginabile, s’innalza al livello del puro intellegibile ovvero del puro spirito, e giunge alla metafisica, ossia alla nozione dell’ente in quanto ente, oggetto della metafisica.

L’intelletto, per salire dal secondo al terzo grado d’astrazione, non si limita alla semplice apprensione concettuale (simplex apprehensio) dell’ente composto di materia e forma, ma formula un giudizio col quale oltrepassa il piano dell’essenza per pronunciarsi sull’esistere o sull’essere del reale, mediante la copula del giudizio di esistenza (est), per cui non si limita ad astrarre logicamente o idealmente, come nella semplice apprensione, ma separa mediante il giudizio e dichiara distinto il piano materiale dell’essere da quello superiore dello spirito, ovvero separa la forma dalla materia e considera la pura forma o, potremmo dire, il puro spirito. 

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Aristotele riteneva che non fosse necessario confutare colui che si contraddice, perché con la sua contraddizione, confuta sé stesso e che colui che vuol negare il principio di non-contraddizione, dovrebbe essere muto come una pianta, perché già nel momento in cui esprime parole che hanno un significato, è obbligato a rispettare quel principio.

Aristotele nel famoso libro IV della Metafisica espone e fonda il primo principio della dimostrazione, che è il primo principio della metafisica, ossia il principio d’identità e di possibilità: è impossibile che l’ente sia tale e non sia tale simultaneamente.

Il suddetto principio di ragione è confermato dalla fede cristiana: l’opera conciliatrice di Cristo riconcilia i termini che possono e devono essere riconciliati: l’uomo con Dio e gli uomini tra di loro: questo è il principio dell’et-et. Ma separa eternamente ciò che non può essere unito senza falsità e doppiezza. E qui si ha il rispetto del principio dell’aut-aut, del sì, sì, no, no. 

Il giudizio universale separa ed unisce: separa i beati dai dannati ed unisce nell’eterna beatitudine l’umanità pentita e divisa dal peccato. Per questo il profeta Simeone predice del bambino Gesù: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2, 34-35).


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