mercoledì 5 febbraio 2020

La dialettica hegeliana come apologia della doppiezza

La dialettica hegeliana come apologia della doppiezza

Tu maledici l’uomo di doppia lingua
        Sir 28,13
                        Se una casa è divisa in se stessa,
                        quella casa non può reggersi
Mc 3,25
Origine della dialettica hegeliana

La dialettica hegeliana è talmente nota, che basterà qui esordire ricordando l’essenziale. Essa nasce in Hegel nell’orizzonte della sua impostazione idealistico-panteista, che conduce alle estreme conseguenze l’idealismo nato da Cartesio attraverso Kant, Fichte e Schelling. In Hegel questo filone di pensiero si congiunge con la temperie del romanticismo tedesco come revival della tipica sintesi di certezza ed angoscia caratteristica dell’anima luterana. 

Entrambi questi filoni convergono verso una spiritualità fondata su di un assoluto egocentrismo, per il quale Dio non è più il Tu davanti al soggetto, ma è l’Io radice del soggetto. Sulla base di questo presupposto, Hegel, alla ricerca di un accordo fra i due filoni, l’uno razionalista, l’altro emotivo, giunse alla elaborazione della sua caratteristica «dialettica», che fu un novum nella storia della filosofia, destinata ad avere un enorme successo – si pensi solo all’uso che ne fece Marx – fino ai nostri giorni con l’improntare largamente di sé il modo di pensare e di esprimersi nel linguaggio dell’attuale cultura relativistica dominante.

In genere, la dialettica è un processo logico-linguistico, che avviene tra due opposti: colui che afferma e colui che nega. Ma a quale scopo? Per cercare la verità, s’intende. Senonchè però di per sé la dialettica, che è uno scambio o un confronto di pareri o di opinioni, un dialogo tra due disputanti, non dà la verità, ma solo l’opinione. 

Alla fine della discussione, infatti, la cui durata è stabilita in anticipo, come una gara sportiva,  i due contendenti tornano ad avere le stesse idee che avevano alla partenza. Nessuno dei due ha imparato dall’altro, tanto da dover cambiare idea. Ma allora a che cosa serve? Ad avvinarsi alla verità, la quale, con la ripresa del dialogo, può essere comunemente raggiunta. 

Lo schema fondamentale della dialettica, che è l’arte del dialogo, comporta tre tappe o momenti: apre il confronto uno dei dialoganti con una sua tesi affermativa. Segue la negazione della tesi, ossia l’antitesi, ad opera dell’altro dialogante. Conclude, per il momento, il primo, negando la negazione. Ma restano in piedi le due opposte tesi, perché si suppone che il negante non sia soddisfatto degli argomenti dell’affermante, che sono solo probabili, non dimostrativi. La conclusione dialettica, quindi, può essere rimessa in discussione in un successivo dialogo o confronto.

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