01 febbraio, 2022

Sul concetto rahneriano di Dio - Seconda Parte (2/5)

  Sul concetto rahneriano di Dio

Seconda Parte (2/5)

La teologia rahneriana

                                                                          Aliud est esse rei in seipsa, aliud est esse in anima

Sum.Theol., I, q.14, a.13 

Rahner identifica espressamente la teologia con l’antropologia. L’uomo è l’essere della trascendenza, nel quale la grazia divina è uno degli «esistenziali», il cui orizzonte illimitato e sconfinato, mistero assoluto, anonimo, ineffabile, inesprimibile e non concettualizzabile, è Dio.

La sua antropologia mette assieme hegelismo e darwinismo: da una parte l’uomo è spirito autotrascendente che pensa se stesso pensante. Dall’altra, è il vertice sommo dell’evoluzione animale. Nell’uomo Rahner congiunge il sapere divino col più volgare empirismo relativista.

Si tratta di una visione di tipo pelagiano: la grazia come vertice della natura, ma che al limite conduce alla divinizzazione dell’uomo, al panteismo e all’ateismo e quindi alla soppressione del cristianesimo. Infatti Pelagio rende sì l’uomo troppo potente, ma salva la trascendenza divina. Per Rahner invece l’uomo stesso è trascendente e Dio non è altro che la pienezza finale della natura umana. Da che cosa deriva questa concezione? Dalla sua gnoseologia metafisica.

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Rahner mette assieme pelagianesimo e gnosticismo. Non solo l’uomo che sale a Dio, ma l’uomo stesso in possesso del sapere divino creatore, secondo il modulo dell’idealismo tedesco, il che è appunto il carattere dello gnosticismo.

Infatti, per Rahner Dio, «si autocomunica» all’uomo, fino a diventare «quasi forma» dell’uomo. Rahner dimentica che l’uomo non proviene da Dio come nella Trinità il Figlio procede dal Padre, come Dio da Dio, ma come creatura creata dal nulla.

Inoltre per Rahner nell’Incarnazione Dio si svuota e si autoaliena e si muta nella natura umana, patendo la sofferenza come fosse un essere umano. 

Egli fraintende la kènosi di Cristo, della quale parla San Paolo (Fil 2,7), il quale non si riferisce alla divinità di Cristo, ma alla sua umiltà come uomo.

 

D’altra parte, per Rahner l’uomo s’innalza e si autotrascende fino al suo «orizzonte», che è Dio stesso. Rahner confonde, sotto l’influsso del Maréchal, l’orizzonte del tendere attivo con l’orizzonte del vedere e dimentica che l’orizzonte del vedere non è altro che il limite del campo visivo, per cui definire Dio come il nostro orizzonte vuol dire definire Dio come il limite del nostro vedere, non come una realtà, ma come un pensato.

Immagini da internet

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