Il cristiano è un redentore
Con chi ce l’ha Mons. Stagliano?
Avvenire del 2 gennaio scorso pubblica un articolo di Mons. Antonio Staglianò dal titolo: «Il “no” al titolo di Corredentrice perchè Maria ci conduce a Cristo»[1].
L’articolo respinge un concetto di corredenzione intesa come opera salvifica parallela a quella di Cristo o condotta alla pari di Lui o condivisa con la sua, per completare l’opera di Cristo, per ammansire, commuovere e rabbonire il Padre celeste adirato con noi, e persuaderlo a far misericordia, come se Egli, offeso e restio a far misericordia, avesse avuto bisogno delle suppliche della Madonna, per superare la sua ripugnanza a far misericordia e si decidesse a perdonarci, come se l’opera di Cristo non fosse stata di per sé sufficiente ad ottenere questa misericordia e avesse avuto bisogno di essere integrata o completata dalla misericordia di Maria, come se non fosse il Padre all’origine di ogni misericordia, compresa quella che ha usato verso la Madonna, rendendola Madre di misericordia. Diciamo infatti che certamente Maria è misericordiosissima, ma se lo è, lo è perché verso di lei per prima tra tutti gli uomini il Padre ha usato misericordia costituendola Madre di misericordia.
Non so dove l’articolista abbia trovato una concezione distorta del genere. Se consultiamo quanto i Papi, i Santi e Dottori del passato[2] hanno detto su Maria corredentrice, certamente non troveremo idee del genere.
Ma la cosa che dispiace nello scritto dell’articolista è la sensazione che egli ci dà di non respingere soltanto un concetto sbagliato di corredentrice, ma di rifiutare il concetto come tale, avanzando il motivo che Cristo è l’unico Redentore e Mediatore divino della salvezza, come se fosse falso che Maria è corredentrice, senza rendersi conto che ciò è come accusare di falso il Magistero Pontificio fino a San Giovanni Paolo II, che ebbe più volte occasione di usare quel titolo.
La polemica dell’articolista contro il tradizionale titolo mariano lascia purtroppo trasparire, come sembra, alcune lacune o fraintendimenti teologici. Cominciamo dall’errore più grave, che concerne la natura e le funzioni stesse della grazia nella vita cristiana. Se la questione della corredenzione non è illuminata da una giusta visione in questo campo, si comprende allora come nasca la tentazione di escludere la corredenzione dall’attività di Maria.
Al riguardo dobbiamo ricordare che la grazia è una partecipazione[3] soprannaturale all’agire divino, base delle tre virtù teologali fede, speranza e carità, che opera per la nostra salvezza[4]. La vita di grazia rende l’operare cristiano, che pur resta quello di un peccatore, simile a quello divino di Cristo, così da consentirgli di fare e di patire, sia pure in grado minore, strumentale e subordinato, quello stesso che ha fatto e patito Cristo, senza per questo raggiungere il livello divino del suo agire, giacchè è chiaro che resta sempre l’infinita distanza ontologica della creatura dal creatore.
La sequela Christi, nella quale si riassume tutta la vita cristiana, ossia il portare ogni giorno la propria croce al seguito di Cristo, non è altro che un collaborare all’opera della Redenzione, non è altro che un corredimere.
La vita di grazia, pertanto, eleva l’agire cristiano come figlio di Dio, mosso dallo Spirito Santo (Rm 8,14) a somiglianza di Cristo, ad un’imitazione o partecipazione soprannaturale della stessa azione divina redentrice di Cristo e quindi fa in certo modo di ogni cristiano un redentore. Il cristiano, come comanda San Paolo, si offre come sacrificio vivente e come vittima di soave odore, come ha fatto Cristo, per la salvezza dei fratelli.
Come Cristo, il cristiano mostra il più grande amore, che consiste nel dare la vita per i propri amici. Consiste nell’amare il prossimo come Cristo ci ha amati, ossia salendo sulla croce per dare la propria vita in riscatto per molti.
In tal modo il cristiano ad imitazione di Cristo e con la grazia di Cristo, diventa un salvatore dei fratelli, mentre con i propri meriti, dono della grazia, opera la propria salvezza come collaboratore di Cristo Redentore e causa strumentale della stessa opera redentrice di Cristo.
Il che vuol dire che l’azione salvifica del cristiano si attua secondo gradi analogici di perfezione, al cui vertice come sommo analogato, sta la stessa opera divina della Redenzione, che per grazia rende partecipi della sua azione gli stessi discepoli di Cristo e così pure l’azione cristiana è partecipazione secondo diversi gradi dell’opera divina della Redenzione.
Occorre illuminare la questione con adeguate categorie teologiche
Ciò significa che è impossibile farsi un’idea giusta della Redenzione senza far uso di queste nozioni di causalità, di partecipazione e di analogia dell’essere e dell’agire[5]. La nozione di Redenzione è una nozione analogica e partecipativa, che suppone la vita di grazia e il rapporto fra causa prima divina e causa seconda strumentale umana.
Si tratta di un’azione divina, che in quanto divina è una sola ed univoca e certo non è comunicabile, partecipabile o imitabile, se non vogliamo cadere nel panteismo. E tuttavia la bontà, l’onnipotenza e la misericordia di Dio hanno voluto che l’uomo, che evidentemente non poteva naturalmente oltrepassare il suo limite creaturale, potesse essere in qualche modo partecipe in modo analogico, della stessa vita divina che non è altro che la vita di grazia, che appunto si realizza nella collaborazione della creatura all’opera redentrice di Cristo.
Inoltre la nozione corretta di corredenzione si ricava da quella di Redenzione[6]. Purtroppo oggi anche fra i cristologi circolano diversi errori e lacune, per i quali si respingono tutte le nozioni connesse col dogma della Redenzione: la nozione di sacrificio cultuale ed espiatorio, la nozione del pagamento del debito del peccato, la nozione di soddisfazione vicaria, la nozione della propiziazione del Padre offeso dal peccato, la nozione della riparazione del male compiuto e della remissione dei peccati, per ridurre la santissima Passione di Cristo alla semplice testimonianza del martire che non arretra nella sua condotta eroica neppure davanti alla morte.
Stando così le cose, l’agire del cristiano con comporta nessun completamento all’opera divina di Cristo: sarebbe assurdo pensare che un’opera umana, per quanto in grazia, possa completare un’opera di Dio. Le cose stanno ben diversamente. L’agire del cristiano è l’agire di una causa seconda e strumentale di salvezza, mossa dalla causa prima che è Cristo.
È Dio stesso che ha voluto salvare l’uomo mettendo in opera il suo stesso agire in grazia come causa strumentale di salvezza e mezzo per farci entrare in comunione con Cristo. E in quest’opera guidata da Dio la Beata Vergine Maria svolge un ruolo unico ed eccellentissimo al di sopra di tutti noi, per quanto santi, in forza dei suoi privilegi di piena di grazia, Madre di Dio e Madre della Chiesa.
L’ombra di Lutero
C’è da notare inoltre con dispiacere che l’articolista cade nell’errore di Lutero di identificare la giustizia divina con la misericordia, con la conseguenza di negare l’esistenza dei castighi divini. Lutero per la verità ne conservò la fede.
Ma non avrebbero tardato nell’’800 dei luterani come Schleiermacher i quali fecero questo ragionamento: ma perché dovrei esser predestinato solo io e quelli che condividono la mia fede? In tal modo i protestanti buonisti di oggi mandano in paradiso anche il Papa che viceversa Lutero considerava l’anticristo. Essi s fanno questa domanda retorica: non sarebbe più degno di Dio che fossero tutti predestinati alla salvezza? E così Schleiermacher fu il fondatore del misericordismo che è penetrato anche nei nostri ambienti cattolici. C’è veramente chi si sente più misericordioso di Dio stesso.
Ma è chiaro che nel buonismo le pene di questa vita perdono il loro valore redentivo e diventano insopportabili o senza senso, da evitare in modo assoluto, anche a costo di commettere peccato, mentre d’altra parte viene meno il fondamento teologico dell’ordine giudiziario umano, dando libero campo ai regimi tirannici e totalitari.
Il pensiero della giustizia divina dà al giudice umano ad un tempo conforto e timore. Ma se il giudice non ha timor di Dio, che cosa combinerà? Sapere che Dio riparerà ai difetti della giustizia umana è di grande conforto, ma l’idea che Dio lasci tranquilli i delinquenti non è certo uno stimolo a praticare la giustizia. Mons. Staglianò dimentica che Dio è non solo Padre ma anche Giudice che al termine della nostra vita ci convocherà a giudizio e alla fine dei tempi premierà i giusti e punirà gli empi.
Ora è vero che giustizia e misericordia sono virtù opposte, perché la prima irroga la pena mentre la seconda la toglie. Ma nessuno pretende che Dio sia simultaneamente severo e tenero con la stessa persona e per questo è severo con uno e misericordioso con l’altro e con una stessa persona ora è severo, ora è misericordioso.
Come risulta dal Vangelo nella spiegazione che ci dà il Concilio di Trento, il piano divino della salvezza comporta dunque che Cristo per mezzo del sacrificio della Croce espii per i nostri peccati rendendoci propizio il Padre giustamente adirato con noi per le nostre colpe ed ottenga da Lui misericordia: satisfecit pro nobis!
Dobbiamo dire allora che al di sotto dell’eminenza divina dell’opera di Cristo Redentore, e in partecipazione con essa, in forma subordinata, inferiore, strumentale ed analogica funziona l’attività del cristiano, il quale, benchè peccatore, è reso da Cristo capace di riscattare se stesso, di dar soddisfazione al Padre, di riparare per le sue colpe e di pagare i suoi debiti presso il Padre, il Quale certamente glieli rimette, ma solo in quanto Cristo li ha pagati al suo posto col suo sangue. Tutto ciò vuol dire che anche noi compiamo in modo partecipativo e subordinato quanto ha fatto e patito Cristo, redentori dei nostri fratelli. Così la salvezza è ad un tempo dono gratuito del Padre, premio delle nostre fatiche e regno celeste conquistato col nostro coraggio.
Siamo ad un tempo salvati e salvatori di noi stessi e degli altri. La meraviglia e perfezione dell’opera di Cristo comporta proprio il fatto che Cristo non ha voluto agire da solo nei confronti di un’umanità puramente passiva, non ci trasporta come pesi morti, come sembra essere nell’etica luterana, ma ha voluto darci parte della sua stessa forza divina, cosicchè l’uomo collaborasse attivamente alla propria salvezza.
Maria è la più santa dei corredentori
Ebbene, la Beata Vergine Maria in questo piano di salvezza è colei che fra tutti noi, grazie alla sua pienezza di grazia, maggiormente imita e segue Cristo nella sua opera e in tal senso può essere chiamata corredentrice, non perché lo sia solo lei, ma perchè ella lo è in modo eccelso ed unico, perché è al vertice di una partecipazione all’opera della Redenzione che tutti in quanto cristiani, in vario grado e modo a seconda delle forze di ciascuno o della vocazione ricevuta, siamo chiamati a compiere.
La preoccupazione di non sopravvalutare o innalzare eccessivamente l’attività della Madonna così da metterla alla pari di quella di Dio è giusta. Simili fanatismi o fraintendimenti certo recano dispiacere alla Santissima Madre di Dio e sconfinano nella superstizione. Possono essere anche suggeriti dal demonio, soprattutto in certe false apparizioni dove pare che la Madonna inciti alla disobbedienza al Papa.
Ci sono problemi più importanti
Ma a proposito di questo rischio di dar troppo potere alla creatura o a una creatura rispetto a Dio dobbiamo dire con molto dispiacere che esistono oggi ben più gravi motivi di preoccupazione che ci vengono da una certa teologia che innalza talmente l’umano da cadere nel panteismo.
A questo proposito converrebbe assai di più, per esempio, considerando il maggior danno che viene alle anime, mettere in guardia dalla concezione rahneriana dell’uomo, per la quale la cristologia coincide con l’antropologia o l’essere divino si prospetta come l’orizzonte della sua trascendenza umana, per cui alla fine essere Dio coincide con l’essere pienamente uomo.
Qui si va ben al di là delle pie esagerazioni mariane e appaiono al nostro sguardo angosciato bagliori sinistri e le prospettive fascinose ma illusorie dello gnosticismo, dell’idealismo, dell’ateismo e del panteismo, propalate in una produzione letteraria impressionante, fonte di grossi guadagni sulla pelle dei semplici che cascano nella rete.
Questo è il problema serio, questa è la grande sfida che bisogna affrontare e vincere, senza per questo rinunciare a correggere le ben più modeste ambizioni del culto mariano, dove a volte l’esagerazione, come sanno bene quelli che conoscono l’amore, è semplicemente il linguaggio dell’amore e hanno inventato il detto: De Maria numquam satis[7].
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 3 gennaio 2026
Immagine da Internet:
- Annunciazione, Beato Angelico
__________________
[1] https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/il-no-al-titolo-di-corredentrice-perche-maria-ci-conduce-a-cristo_102699
[2] Vedi l’ottima voce CORREDENTRICE redatta dall’illustre mariologo del secolo scorso Michele Roschini nell’Enciclopedia Cattolica.
[3] La nozione di partecipazione è fondamentale per capire che cosa è la grazia. Vedi Cornelio Fabro, La nozione metafisica di partecipazione secondo San Tommaso d’Aquino, SEI, Torino 1950.
[4] Cf Reginaldo Garrigou-Lagrange, De gratia, Edizioni LICE-Berruti, Torino 1950.
[5] Sulla nozione di analogia dell’ente, vedi Tomas Tyn, Metafisica della sostanza. Partecipazione e analogia entis, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2009.
[6] Cf il mio libro Il mistero della Redenzione, Edizioni ESD, Bologna 2004.
[7] Tutte le mattine in chiesa con alcuni miei confratelli recito le 100 litanie domenicane alla Madonna, famose da secoli soprattutto per allontanare il demonio. Ebbene un terzo di esse farebbero forse problema a Mons.Staglianò.

Nessun commento:
Posta un commento
I commenti che mancano del dovuto rispetto verso la Chiesa e le persone, saranno rimossi.